Biografellas – la bio seria di cui di certo sentivate la mancanza

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Per la rubrica “Ma pensi che a qualcuno gliene sbatta un angolo di belìno”, ci tenevo ad annunciare che, siccome mi sono accorta che ancora non avevo una brava bio seria come tutti gli altri blogger di questo emisfero (e forse pure dell’altro), da qualche giorno ne ho preparata una, proprio con la sua bella sezioncina dedicata, lassù in alto sopra il titolo del blog.

Potrete scoprire quali sono le mie regole, le mie manie, le mie passioni, e saprete anche di quella mia ossessione spropositata per le metropolitane e per l’inglese. E poi altre cose ancora, tipo se credo o no in Dio, perché scrivo, e che cosa facevo di notte a quattordici anni, anziché dormire.

Per chi volesse leggerla, sta qua (o lassù).
E per chi invece non volesse leggerla, sta sempre qua
).

(E, a proposito di qui e di qua, riesco a citare Marco Ponti pure qua, sì: come un po’ sempre).

(Ah, se per caso l’avete già letta -sta lassù da un paio di settimane- andate a rileggerla, da bravi: mi sono accorta che avevo dimenticato una caterva di cose, quindi ne ho aggiunte un bel po’).

 

pellassina[Sì, evidentemente il fucsia era già parte integrante del DNA].

 

Malsottile, mezzo gaudio

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Io la cosa dei 10 libri che state facendo in tanti (e grazie a chi mi ha nominata, ho apprezzato in ogni caso, e mi ha fatto piacere leggere i vostri) non la posso fare.

Per chi non sa di che parlo: in rete (principalmente sui social, ma anche su certi blog) gira da un po’ una specie di mini-catena in cui uno deve indicare i suoi 10 libri della vita, i suoi preferiti, quelli a cui vuole più bene, e poi nominare altre 3-4 persone che dovranno fare lo stesso.

Ecco, io ci ho provato, l’ho scritta e riscritta, ma finisce sempre che ne devo lasciar fuori uno fondamentale, e allora preferisco di no.
(10 sono troppo pochi, con 15 ce la si poteva magari fare, ma 10 sono troppo pochi).

Per esempio ogni volta che mangio la parmigiana di melanzane (tipo oggi) penso a questo libro, che è uno dei libri senza cui io non sarei io.
Ebbene, mi sono appena accorta che l’avevo lasciato fuori dalla lista tutte e tre le volte che ho provato a farla. Non si può. Se mi facessero scegliere tra questo libro e alcune persone a cui pure voglio bene, sceglierei questo libro. Quindi appunto non si può. Non si può proprio fare la lista (o almeno non sono capace di farla io).

 

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Un po’ di storia: La daga nel loden di Lella Costa, pubblicato da Feltrinelli nel 1992, è una raccolta dei primi tre monologhi teatrali di cui la Costa, oltre che interprete, è stata anche autrice: Adlib -che è del 1987-, Coincidenze -1988- e Malsottile -1990-.
Lo rubai ragazzina dalla libreria del compagno di mia mamma e non lo restituii mai: è vecchissimo, tutto sgarrupato (io lo tengo con grande cura però), e ha il prezzo ancora in lire.

È legato anche a un aneddoto buffo: qualche anno fa al Salone del Libro c’era Massimo Cirri (co-autore insieme a Lella e a Sergio Ferrentino di due di questi spettacoli: Coincidenze e Malsottile) che parlava allo spazio Ibs, a pochi metri di distanza dallo stand della casa editrice in cui lavoro. Io non potevo andarlo a sentire perché dovevo, appunto, lavorare (nella settimana del Salone siamo tutti trottole, almeno per 16 ore al giorno: è un tour de force pazzesco -bello, ma pazzesco-). Ero però così emozionata a saperlo lì, a poca distanza da me, che mi dissi «Devo fare qualcosa, devo assolutamente fare qualcosa».
Andai allo stand Ibs e chiesi a uno dei ragazzi di passare un bigliettino a Cirri.
Ci avevo scritto: «La daga nel loden è uno dei libri della mia vita. Grazie, di tutto».
Vidi il bigliettino arrivare a destinazione, e lui aprirlo. Non ho mai saputo che faccia avesse fatto, perché me ne andai prima: ero imbarazzata, emozionata, e credo anche di aver pensato «Ecco, adesso magari non capirà che cosa volevo dire, adesso penserà che io pensi che La daga nel loden sia, che ne so, un libro che ha scritto lui».

Io invece sapevo benissimo che cosa intendevo, e spero tanto l’abbia capito anche lui.

La daga nel loden non è un libro, ma appunto una raccolta di monologhi che Lella Costa scrisse e mise in scena tra la fine degli anni ’80 e il 1990. Il secondo, Coincidenze, lo scrisse insieme a Massimo Cirri e Sergio Ferrentino. Il terzo, Malsottile, con Massimo Cirri, Sergio Ferrentino (Cirri e Ferrentino si conobbero l’anno in cui son nata, il 1985: ho sempre pensato che non fosse una coincidenza), Piergiorgio Paterlini e Bruno Agostini.
Solo io so quante volte l’ho letto, e quante volte mi sono esercitata su questo libro. Che non è un libro. E però è uno dei libri della mia vita.

“Malsottile? Mezzo gaudio!” (cit.)

Grazie, di tutto.

 

[P.S. Stamattina ho scritto a Irma Spettacoli chiedendo se potessero inoltrare a Lella e Massimo (I.S. li gestisce entrambi) questo post, perché altrimenti, cioè da sola, non avrei saputo come raggiungerli. Ecco, mentre premevo invio sono stata molto felice: il fatto è, vedete, che io sognavo di scrivere a Irma Spettacoli da tutta la vita].

 

Un giorno glorioso per la musica di questo reame

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Ah, che beltade! È proprio un giorno glorioso, questo qui. La faccio breve, così evito di tediarvi con le mie solite novemila parole per una cosa che potrebbe essere detta in nove.

Nel 2008 scrissi un post intitolato Un’allucinata e surreale playlist, in cui elencavo una serie di canzoni e raccontavo cose: bozzoli di sceneggiature che avevo in testa da anni, storie e immagini che m’ispirava un dato pezzo, consigli su come mettersi in ascolto, idee e robe. In una parola: sproloquiavo. Come sempre.

La cosa gloriosa che accade oggi vado a spiegarvela molto brevemente.
Al post, utilizzando i mezzi moderni che ci regala l’avanzare di questo secolo, è stata abbinata una vera e propria playlist su Spotify: ieri sera mi sono messa lì buona e brava, e con solerzia ho trovato tutte le canzoni, le ho raccolte nello stesso ordine in cui apparivano nell’elenco, e ho aggiunto tutto, appunto, al post. Che quindi da adesso si potrà leggere e anche ascoltare!

Sono molto contenta.

Chi vorrà usufruire di quest’esperienza di lettura potenziata non dovrà far altro che cliccare sulla foto qui sotto:

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Federico Novaro, Love Song

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«Io sono nato nel 1965, sono un maschio, mi piacciono i maschi (i maschi sono tremendi, naturalmente, come tutti sappiamo, ma a me, come a molte femmine e a molti maschi, è capitato in sorte di voler fare sesso con loro, di amare loro, di ridere giocare scherzare con loro -non sto dicendo: fatevene una ragione; sto dicendo: siate felici per me poiché posso amare ciò che desidero-), negli anni Settanta diventavo adolescente, negli Ottanta ero quasi grande. Pensate a tutto quello che è successo in quegli anni. Fra peace and love, pink power e post-punk. Com’era possibile che io volessi sposarmi? Il matrimonio è il male!, continua a ripetermi il me stesso di allora. Cosa c’entra la libertà con il matrimonio?»

Dalla quarta di copertina: «Un giorno, dopo dieci anni di vita insieme, Federico e Stefano hanno deciso di sposarsi, pur sapendo che per farlo sarebbero dovuti andare fino a New York, perché la legge italiana vieta il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Hanno girato un video di pochi minuti in cui, per mezzo di alcuni cartelli, raccontano il perché di quelle nozze americane. Dopo centomila visualizzazioni e diverse prime pagine, nel febbraio del 2013 sono saliti sul palco del Festival di Sanremo, e la loro storia è entrata nelle case di dieci milioni di persone. A partire dall’esperienza privata del narratore, Love Song racconta cosa vuol dire essere una coppia gay in Italia oggi, quali sono i sentimenti che la circondano, e prova a spiegare a tutti, con leggerezza e semplicità, perché limitare il matrimonio a coppie formate da persone di sesso diverso sia una pratica inaccettabile in uno stato di diritto.
Federico Novaro ha scritto un’importante canzone d’amore e di diritti, che alterna strofe riflessive e ritornelli concitati, momenti buffi e commoventi, episodi che vi faranno arrabbiare e altri che vi faranno sorridere, dando vita a un flusso armonioso da cui non potrete fare a meno di lasciarvi trasportare».

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Poco fa mi è arrivata questa meraviglia: mi sono emozionata molto.

Love Song, il libro di Federico Novaro, esce il 23 ottobre per ISBN Edizioni e racconta la storia del suo matrimonio con Stefano: un matrimonio avvenuto all’estero perché questo Paese due come loro non se li merita, e un matrimonio su cui io fui la prima a intervistarli, ormai quasi due anni fa, per il sito di Vanity Fair.

Quell’intervista ci ha fatto diventare amici, e sono molto fiera di stringere fra le mani un libro che, in un certo senso, ho visto quasi nascere.

Qui, per chi volesse leggerla e commuoversi per le risposte come successe a me e alle mie ex coinquiline nel febbraio del 2013, c’è la mia intervista per Vanity.

Qui, invece, vi lascio un link ancora più importante: la scheda di Love Song sul sito della casa editrice.

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[Sì, ho cambiato foto. Prima ce n'era una di me che brandivo il libro felice, ma dopo un'attenta analisi ho deciso che era brutta: ero malaticcia, spettinata, e avevo scattato troppo da vicino, con il risultato che le dita della mia mano, cioè quelle che brandivano il libro felici insieme a me, anziché delle dita sembravano un assembramento di wurstel. E io ci tengo alle mie dita. Come tengo al libro di Federico: quindi gli ho dedicato una foto nuova, più bella.
-Così conoscete anche il passerotto giallo che abita sul filo dell'abat-jour e i tulipani che mi prese mia mamma in un viaggio ad Amsterdam: tutte e quattro le cose, il passerotto giallo, l'abat-jour e i due tulipani, stanno sulla libreria che ho in camera da letto nel Pellashire-].

C’erano una volta Raperonzolo e dei pansotti al sugo di noci

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Mio padre è di Genova e ogni domenica, quand’ero piccola, cucinava i pansotti al sugo di noci (pansöti co-a sarsa de noxe, in dialetto).

I pansotti al sugo di noci, poi diventati la mia cosa preferita al mondo, sono un piatto antico, genovesissimo, e non possono piacere e basta, oppure piacere così così: o li si odia, o li si ama di un amore profondo.

Gli ingredienti del ripieno erano, in origine, tantissimi: la base era naturalmente la ricotta, a cui si aggiungeva il cosiddetto preboggion, cioè un composto di erbe miste, di solito diverse a seconda della stagione. Ce n’erano alcune abbastanza comuni, o almeno già sentite, come le bietole, la borragine, l’ortica e il prezzemolo, e altre con nomi strani e bellissimi, perfetti per fingersi streghe intente a preparare un qualche sortilegio buttando cose in apparenza innocue ma in realtà molto malefiche in un paiolo fumante: la pimpinella, il dente di cane, la cicerbita e il raperonzolo, come la principessa Raperonzolo.
Al giorno d’oggi, però e purtroppo, vista la difficoltà nel reperire le erbe necessarie alla preparazione del preboggion, per il ripieno si usano principalmente la ricotta e gli spinaci.

Non so perché, se per il fatto di averli mangiati spessissimo e da sempre, oppure per il contrasto di sapori (le erbe amare e il sugo di noci invece quasi dolce), o ancora per la consapevolezza che siano uno dei piatti-simbolo della città a cui devo l’esatta metà dei miei cromosomi, ma quasi niente al mondo è capace di commuovermi come i pansöti co-a sarsa de noxe.
Anche adesso che sono grande non c’è domenica che Dio mandi in terra in cui io non ne mangi un piatto.
 
pansotti al sugo di noci
 
Bisognerebbe poi parlare a lungo pure del cappuccino con la focaccia, che è la colazione genovese per eccellenza (a cui ho dedicato anche un account Twitter), o del pesto come lo faceva mia nonna Agnese detta Lina (ogni famiglia ha soprannomi che sono grandi misteri irrisolti), della cima savonese (più buona di quella di Genova, almeno per me), della torta di riso e verdure che in Liguria si trova anche al bar come aperitivo, e della farinata, e ancora della focaccia di Recco, mia principale divinità pagana.

E poi certo, servirebbe un capitolo a parte per tutte le meraviglie piemontesi.
Sì, sono piemontese, non l’avevo detto? Piemontese di padre genovese.

Con un sogno: essere inglese.
(Certo per la cucina sarebbe stata una sfortuna).

Oriana

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“La vita ha quattro sensi: amare, soffrire, lottare e vincere.
Chi ama soffre, chi soffre lotta, chi lotta vince.
Ama molto, soffri poco, lotta tanto, vinci sempre”.

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A te che otto anni fa ti imbarcavi su un aereo lasciando New York, la città dove avevi vissuto per quasi tutta la vita, e tornavi senza forze a Firenze per poter morire là dove volevi morire: nella città in cui eri nata.
A te che otto anni fa oggi, 15 settembre, appunto morivi.
A te che comunque sarai per sempre mia, perché con me non ho te ma ho le tue parole, ed è quasi la stessa cosa.
A te perché è te che, se mi fosse data la possibilità di esprimere un unico desiderio, sceglierei di riportare in vita per un unico giorno, per poterti conoscere e dirti che sei la mia Oriana, ed è così oggi e sarà così sempre.

Brevità 5

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Ho deciso di aprire tre nuove rubriche:

- “Fossi magra”, volta ad analizzare tutte le cose che potrei fare se fossi magra. Qui un esempio: fossi magra, per il red carpet agli Oscar mi metterei un vestito smanicato. Di Vivienne Westwood, mia passione. E arrivederci.

- “Fossi ricca”, volta ad analizzare tutte le cose che potrei fare se fossi ricca (e Dio solo sa quanto mi auguro di poter essere miliardaria, un giorno). Qui un esempio: fossi ricca, avrei una casa in ogni città che amo; una a New York in Washington Square, una a Roma su via Cola di Rienzo, una a Cuneo nella piazzetta del teatro Toselli, una a Genova dietro la spianata di Castelletto, una a Londra magari vicino alla Notting Hill Library ma poi vediamo, eccetera eccetera eccetera. E buonanotte.

- “Se solo potessi scaccolarmi in pace”, volta ad analizzare tutti i momenti in cui vorrei scaccolarmi in pace ma non posso perché passa gente.
(Tanto guardate che scaccolarci ci scaccoliamo tutti. Come diceva il mio professore di greco del liceo: «Pure Madre Teresa si smoccolava, che cosa credete. E anche Gesù quando c’era da menare le mani e far rissa non si tirava certo indietro». Sarà).

Al mio amico Roald – il mio contributo per il Roald Dahl Day

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Oggi è il Roald Dahl Day e quei miti di Finzioni Magazine, onorandomi enormemente, mi hanno chiesto di scrivere un pezzo: non potevo che metterci dieci litri d’inchiostro di cuore.

È con moltissima emozione e grande gioia che lo lascio qui per chi avrà voglia e tempo di leggerlo.

Buon compleanno, Roald, e un grande grazie a Silvia Dell’Amore di Finzioni: mai nome fu più adatto per una persona.

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Qui di seguito, alcune pagelle scolastiche di Roald Dahl:

1930 (14 anni)
Composizione inglese: «Non ho mai incontrato un ragazzo che riesca a scrivere l’esatto contrario di quello che era nelle sue intenzioni. Sembra incapace di riportare i pensieri sulla carta».

1931 (15 anni)
Composizione inglese: «Un incorreggibile pasticcione. Lessico povero, frasi mal costruite. Mi ricorda un cammello».

1932 (16 anni)
Composizione inglese: «Il ragazzo rappresenta un caso di indolenza e analfabetismo nella classe».

 

Queste pagelle (che ho preso da Un gioco da ragazzi e altre storie, Superistrici Salani) sono degli anni in cui Roald Dahl era uno studente di Repton, collegio prestigiosissimo del Derbyshire il cui preside, Geoffrey Fisher, nel 1945 sarebbe diventato Arcivescovo di Canterbury.

Spalancano le porte a una domanda: è davvero possibile che tutta la meraviglia che conteneva il suo cervello sia esplosa dopo? Oppure da ragazzino faceva solo finta, di non saper scrivere?

Mi piace pensare che la verità sia qualcosa di molto vicino alla seconda ipotesi; del resto Roald Dahl sapeva come essere dispettoso: sono certa che la signora Pratchett, quella del topo morto nel barattolo di caramelle, sarebbe d’accordo con me.

Se si esclude Davide, mio compagno di banco alle elementari e mio grande amico ancora oggi, Roald Dahl è stato il più caro amico che io abbia avuto da piccola.

Mi ha insegnato molte cose: a riconoscere le streghe, che cos’è la margarina, che il cielo in certe mattine d’inverno è un’enorme lamiera grigia che si srotola, che la bontà ha una stanzetta anche nei cuori più difficili, che esistono cose inspiegabili -sia nel bene sia nel male-, che vincere sempre al casinò si può purché ci si alleni molto per sviluppare la vista a raggi x, che se si stacca un peletto dello spazzolino da denti non dobbiamo ingoiarlo perché potrebbe venirci l’appendicite fulminante (da grande ho scoperto che era una sciocchezza, però nel dubbio continuo a sputarli subito), e poi anche parecchio sul Galles, sulla Norvegia, sulle compagnie petrolifere e sulla Royal Air Force, e poi ancora a non avere paura dei cattivi, perché tanto i piccoli sono più forti e soprattutto sono magici.

Non c’è cosa che io abbia imparato da lui quand’ero bambina che non mi sia tornata utile da grande. Per esempio anni fa, durante l’università, lavoravo come cameriera in un pub, dove facevo il turno 7 di sera – 3 di notte. Avevamo questo collega ch’era responsabile di sala (quindi un grado sopra di noi) e che per comodità chiameremo Ubaldo anche se non si chiamava Ubaldo.

(Continua a leggere su Finzioni Magazine: clicca QUI).

Io non ho paura di niente, mio nonno era marinaio – un anno dopo

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Oggi, un anno fa, iniziavo questa piccola avventura e scrivevo questa cosa: non mi sono mai sentita viva come in quel mese, senza sapere dove avrei abitato il mese successivo. Ha portato fortuna. Grazie alla mia grande amica di tutta una vita, Clelia, che quel mese mi ospitò.

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Io non ho paura di niente, mio nonno era marinaio (2 settembre 2013)

Oggi inizia il mio mese da homeless. Ospite da un’amica per tutto settembre (sono sempre gli amici, quelli che ti salvano), e poi si vedrà. Cerco casa. Mi auguro anche di trovarla. E nel frattempo mi godo l’incertezza, il prima di un dopo che non so ancora come sarà. Sono libera, sono sola, tutto può succedere: non è male, sapete? Non è affatto male. Non ho paura di niente. Sono nipote di un nonno marinaio che navigò sulla rotta delle Americhe e sulla rotta dell’Australia; che stava via sei mesi, tornava a Genova per due settimane quando la nave attraccava e poi ripartiva per altri sei mesi; che fu operato di appendicite a Boston e che aveva le braccia completamente tatuate. Aveva àncore, sirene, velieri. Che cos’è un mese di futuro incerto, in confronto? Non è niente, niente, o forse anzi: è un regalo che mi fa l’anima raminga sepolta nel centro esatto di metà dei miei cromosomi. Un regalo che dice: il domani puoi scriverlo a tua immagine e somiglianza. Ti do un tempo piccolo, solo un mese, ma puoi farne quello che vuoi: alla fine di questo mese, puoi essere dove vuoi. Chissà dove sarai. Sii grata. Sii felice. (E trovati una casa rispettabile, santa Cunegonda martire assunta in cielo).

“Mio padre era un marinaio, conosceva le città / partito il mese di febbraio di mille anni fa / mio figlio non lo ricorda, ma lo ricorderà / mio padre era un marinaio, mio figlio lo sarà”.
 

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(Il cortile della casa della mia amica Clelia, in via Barbaroux -nel Quadrilatero Romano a Torino-).

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