Federico Novaro, Love Song

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«Io sono nato nel 1965, sono un maschio, mi piacciono i maschi (i maschi sono tremendi, naturalmente, come tutti sappiamo, ma a me, come a molte femmine e a molti maschi, è capitato in sorte di voler fare sesso con loro, di amare loro, di ridere giocare scherzare con loro -non sto dicendo: fatevene una ragione; sto dicendo: siate felici per me poiché posso amare ciò che desidero-), negli anni Settanta diventavo adolescente, negli Ottanta ero quasi grande. Pensate a tutto quello che è successo in quegli anni. Fra peace and love, pink power e post-punk. Com’era possibile che io volessi sposarmi? Il matrimonio è il male!, continua a ripetermi il me stesso di allora. Cosa c’entra la libertà con il matrimonio?»

Dalla quarta di copertina: «Un giorno, dopo dieci anni di vita insieme, Federico e Stefano hanno deciso di sposarsi, pur sapendo che per farlo sarebbero dovuti andare fino a New York, perché la legge italiana vieta il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Hanno girato un video di pochi minuti in cui, per mezzo di alcuni cartelli, raccontano il perché di quelle nozze americane. Dopo centomila visualizzazioni e diverse prime pagine, nel febbraio del 2013 sono saliti sul palco del Festival di Sanremo, e la loro storia è entrata nelle case di dieci milioni di persone. A partire dall’esperienza privata del narratore, Love Song racconta cosa vuol dire essere una coppia gay in Italia oggi, quali sono i sentimenti che la circondano, e prova a spiegare a tutti, con leggerezza e semplicità, perché limitare il matrimonio a coppie formate da persone di sesso diverso sia una pratica inaccettabile in uno stato di diritto.
Federico Novaro ha scritto un’importante canzone d’amore e di diritti, che alterna strofe riflessive e ritornelli concitati, momenti buffi e commoventi, episodi che vi faranno arrabbiare e altri che vi faranno sorridere, dando vita a un flusso armonioso da cui non potrete fare a meno di lasciarvi trasportare».

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Poco fa mi è arrivata questa meraviglia: mi sono emozionata molto.

Love Song, il libro di Federico Novaro, esce il 23 ottobre per ISBN Edizioni e racconta la storia del suo matrimonio con Stefano: un matrimonio avvenuto all’estero perché questo Paese due come loro non se li merita, e un matrimonio su cui io fui la prima a intervistarli, ormai quasi due anni fa, per il sito di Vanity Fair.

Quell’intervista ci ha fatto diventare amici, e sono molto fiera di stringere fra le mani un libro che, in un certo senso, ho visto quasi nascere.

Qui, per chi volesse leggerla e commuoversi per le risposte come successe a me e alle mie ex coinquiline nel febbraio del 2013, c’è la mia intervista per Vanity.

Qui, invece, vi lascio un link ancora più importante: la scheda di Love Song sul sito della casa editrice.

C’erano una volta Raperonzolo e dei pansotti al sugo di noci

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Mio padre è di Genova e ogni domenica, quand’ero piccola, cucinava i pansotti al sugo di noci (pansöti co-a sarsa de noxe, in dialetto).

I pansotti al sugo di noci, poi diventati la mia cosa preferita al mondo, sono un piatto antico, genovesissimo, e non possono piacere e basta, oppure piacere così così: o li si odia, o li si ama di un amore profondo.

Gli ingredienti del ripieno erano, in origine, tantissimi: la base era naturalmente la ricotta, a cui si aggiungeva il cosiddetto preboggion, cioè un composto di erbe miste, di solito diverse a seconda della stagione. Ce n’erano alcune abbastanza comuni, o almeno già sentite, come le bietole, la borragine, l’ortica e il prezzemolo, e altre con nomi strani e bellissimi, perfetti per fingersi streghe intente a preparare un qualche sortilegio buttando cose in apparenza innocue ma in realtà molto malefiche in un paiolo fumante: la pimpinella, il dente di cane, la cicerbita e il raperonzolo, come la principessa Raperonzolo.
Al giorno d’oggi, però e purtroppo, vista la difficoltà nel reperire le erbe necessarie alla preparazione del preboggion, per il ripieno si usano principalmente la ricotta e gli spinaci.

Non so perché, se per il fatto di averli mangiati spessissimo e da sempre, oppure per il contrasto di sapori (le erbe amare e il sugo di noci invece quasi dolce), o ancora per la consapevolezza che siano uno dei piatti-simbolo della città a cui devo l’esatta metà dei miei cromosomi, ma quasi niente al mondo è capace di commuovermi come i pansöti co-a sarsa de noxe.
Anche adesso che sono grande non c’è domenica che Dio mandi in terra in cui io non ne mangi un piatto.

pansotti al sugo di noci

Bisognerebbe poi parlare a lungo pure del cappuccino con la focaccia, che è la colazione genovese per eccellenza (a cui ho dedicato anche un account Twitter), o del pesto come lo faceva mia nonna Agnese detta Lina (ogni famiglia ha soprannomi che sono grandi misteri irrisolti), della cima savonese (più buona di quella di Genova, almeno per me), della torta di riso e verdure che in Liguria si trova anche al bar come aperitivo, e della farinata, e ancora della focaccia di Recco, mia principale divinità pagana.

E poi certo, servirebbe un capitolo a parte per tutte le meraviglie piemontesi.
Sì, sono piemontese, non l’avevo detto? Piemontese di padre genovese.

Con un sogno: essere inglese.
(Certo per la cucina sarebbe stata una sfortuna).

Oriana

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“La vita ha quattro sensi: amare, soffrire, lottare e vincere.
Chi ama soffre, chi soffre lotta, chi lotta vince.
Ama molto, soffri poco, lotta tanto, vinci sempre”.

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A te che otto anni fa ti imbarcavi su un aereo lasciando New York, la città dove avevi vissuto per quasi tutta la vita, e tornavi senza forze a Firenze per poter morire là dove volevi morire: nella città in cui eri nata.
A te che otto anni fa oggi, 15 settembre, appunto morivi.
A te che comunque sarai per sempre mia, perché con me non ho te ma ho le tue parole, ed è quasi la stessa cosa.
A te perché è te che, se mi fosse data la possibilità di esprimere un unico desiderio, sceglierei di riportare in vita per un unico giorno, per poterti conoscere e dirti che sei la mia Oriana, ed è così oggi e sarà così sempre.

Brevità 5

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Ho deciso di aprire tre nuove rubriche:

- “Fossi magra”, volta ad analizzare tutte le cose che potrei fare se fossi magra. Qui un esempio: fossi magra, per il red carpet agli Oscar mi metterei un vestito smanicato. Di Vivienne Westwood, mia passione. E arrivederci.

- “Fossi ricca”, volta ad analizzare tutte le cose che potrei fare se fossi ricca (e Dio solo sa quanto mi auguro di poter essere miliardaria, un giorno). Qui un esempio: fossi ricca, avrei una casa in ogni città che amo; una a New York in Washington Square, una a Roma su via Cola di Rienzo, una a Cuneo nella piazzetta del teatro Toselli, una a Genova dietro la spianata di Castelletto, una a Londra magari vicino alla Notting Hill Library ma poi vediamo, eccetera eccetera eccetera. E buonanotte.

- “Se solo potessi scaccolarmi in pace”, volta ad analizzare tutti i momenti in cui vorrei scaccolarmi in pace ma non posso perché passa gente.
(Tanto guardate che scaccolarci ci scaccoliamo tutti. Come diceva il mio professore di greco del liceo: «Pure Madre Teresa si smoccolava, che cosa credete. E anche Gesù quando c’era da menare le mani e far rissa non si tirava certo indietro». Sarà).

Al mio amico Roald – il mio contributo per il Roald Dahl Day

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Oggi è il Roald Dahl Day e quei miti di Finzioni Magazine, onorandomi enormemente, mi hanno chiesto di scrivere un pezzo: non potevo che metterci dieci litri d’inchiostro di cuore.

È con moltissima emozione e grande gioia che lo lascio qui per chi avrà voglia e tempo di leggerlo.

Buon compleanno, Roald, e un grande grazie a Silvia Dell’Amore di Finzioni: mai nome fu più adatto per una persona.

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Qui di seguito, alcune pagelle scolastiche di Roald Dahl:

1930 (14 anni)
Composizione inglese: «Non ho mai incontrato un ragazzo che riesca a scrivere l’esatto contrario di quello che era nelle sue intenzioni. Sembra incapace di riportare i pensieri sulla carta».

1931 (15 anni)
Composizione inglese: «Un incorreggibile pasticcione. Lessico povero, frasi mal costruite. Mi ricorda un cammello».

1932 (16 anni)
Composizione inglese: «Il ragazzo rappresenta un caso di indolenza e analfabetismo nella classe».

 

Queste pagelle (che ho preso da Un gioco da ragazzi e altre storie, Superistrici Salani) sono degli anni in cui Roald Dahl era uno studente di Repton, collegio prestigiosissimo del Derbyshire il cui preside, Geoffrey Fisher, nel 1945 sarebbe diventato Arcivescovo di Canterbury.

Spalancano le porte a una domanda: è davvero possibile che tutta la meraviglia che conteneva il suo cervello sia esplosa dopo? Oppure da ragazzino faceva solo finta, di non saper scrivere?

Mi piace pensare che la verità sia qualcosa di molto vicino alla seconda ipotesi; del resto Roald Dahl sapeva come essere dispettoso: sono certa che la signora Pratchett, quella del topo morto nel barattolo di caramelle, sarebbe d’accordo con me.

Se si esclude Davide, mio compagno di banco alle elementari e mio grande amico ancora oggi, Roald Dahl è stato il più caro amico che io abbia avuto da piccola.

Mi ha insegnato molte cose: a riconoscere le streghe, che cos’è la margarina, che il cielo in certe mattine d’inverno è un’enorme lamiera grigia che si srotola, che la bontà ha una stanzetta anche nei cuori più difficili, che esistono cose inspiegabili -sia nel bene sia nel male-, che vincere sempre al casinò si può purché ci si alleni molto per sviluppare la vista a raggi x, che se si stacca un peletto dello spazzolino da denti non dobbiamo ingoiarlo perché potrebbe venirci l’appendicite fulminante (da grande ho scoperto che era una sciocchezza, però nel dubbio continuo a sputarli subito), e poi anche parecchio sul Galles, sulla Norvegia, sulle compagnie petrolifere e sulla Royal Air Force, e poi ancora a non avere paura dei cattivi, perché tanto i piccoli sono più forti e soprattutto sono magici.

Non c’è cosa che io abbia imparato da lui quand’ero bambina che non mi sia tornata utile da grande. Per esempio anni fa, durante l’università, lavoravo come cameriera in un pub, dove facevo il turno 7 di sera – 3 di notte. Avevamo questo collega ch’era responsabile di sala (quindi un grado sopra di noi) e che per comodità chiameremo Ubaldo anche se non si chiamava Ubaldo.

(Continua a leggere su Finzioni Magazine: clicca QUI).

Io non ho paura di niente, mio nonno era marinaio – un anno dopo

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Oggi, un anno fa, iniziavo questa piccola avventura e scrivevo questa cosa: non mi sono mai sentita viva come in quel mese, senza sapere dove avrei abitato il mese successivo. Ha portato fortuna. Grazie alla mia grande amica di tutta una vita, Clelia, che quel mese mi ospitò.

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Io non ho paura di niente, mio nonno era marinaio (2 settembre 2013)

Oggi inizia il mio mese da homeless. Ospite da un’amica per tutto settembre (sono sempre gli amici, quelli che ti salvano), e poi si vedrà. Cerco casa. Mi auguro anche di trovarla. E nel frattempo mi godo l’incertezza, il prima di un dopo che non so ancora come sarà. Sono libera, sono sola, tutto può succedere: non è male, sapete? Non è affatto male. Non ho paura di niente. Sono nipote di un nonno marinaio che navigò sulla rotta delle Americhe e sulla rotta dell’Australia; che stava via sei mesi, tornava a Genova per due settimane quando la nave attraccava e poi ripartiva per altri sei mesi; che fu operato di appendicite a Boston e che aveva le braccia completamente tatuate. Aveva àncore, sirene, velieri. Che cos’è un mese di futuro incerto, in confronto? Non è niente, niente, o forse anzi: è un regalo che mi fa l’anima raminga sepolta nel centro esatto di metà dei miei cromosomi. Un regalo che dice: il domani puoi scriverlo a tua immagine e somiglianza. Ti do un tempo piccolo, solo un mese, ma puoi farne quello che vuoi: alla fine di questo mese, puoi essere dove vuoi. Chissà dove sarai. Sii grata. Sii felice. (E trovati una casa rispettabile, santa Cunegonda martire assunta in cielo).

“Mio padre era un marinaio, conosceva le città / partito il mese di febbraio di mille anni fa / mio figlio non lo ricorda, ma lo ricorderà / mio padre era un marinaio, mio figlio lo sarà”.

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(Il cortile della casa della mia amica Clelia, in via Barbaroux -nel Quadrilatero Romano a Torino-).

Tutte le mie preghiere guardano verso ovest – una recensione innamorata

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La storia di questo pezzo in breve: è successo che il mio amico Paolo Armelli mi ha chiesto di scrivere una recensione a Tutte le mie preghiere guardano verso ovest di Paolo Cognetti, sapendo che l’avevo letto da poco e amato molto (e da qui l’innamorata del titolo: sono di parte, come capita con tutti i libri che adoriamo e sentiamo, per qualche motivo, più nostri di altri). Quel pezzo l’avrebbe inserito in una sua cosa più grande, ovvero una serie di recensioni a tre libri dedicati ad altrettante città, assegnate ognuna a una persona diversa: Berlino alla nostra amica Giulia Taddeo, New York a me, Londra a se stesso (Paolo, insomma, è un uomo elegante e ha idee molto eleganti e molto belle).

E questa è la prima cosa che è successa.

La seconda cosa che è successa è che io mi sono lasciata prendere la mano e quella che ne è uscita è una roba troppo lunga per ogni canone umano, alieno e divino. Paolo, amorevole come la batuffolosa meraviglia che è, mi ha detto «France’, io pensavo a pezzi da mille battute e questo ne ha più di ottomila: se riesci a tagliarlo fino a farlo arrivare a, non so, duemilacinquecento, lo pubblico con gioia».

La terza cosa che è successa è che io ci ho provato: mi sono messa lì, con pazienza e dedizione, e ho cercato di portarlo a duemilacinquecento battute.

La quarta cosa che è successa è che non ci sono riuscita: provateci voi, a ridurre di tre quarti un pezzo in cui avete riversato quattro quarti del vostro cuore, togliendovelo dal petto e andando a intingere la penna proprio lì, in quei litri di inchiostro di cuore. Ad ogni frase tagliata mi sembrava che niente di quello che avevo scritto avesse più senso. E non perché ritenga le mie parole così importanti, anzi: sono certa che se si fosse trattato solo di me avrei falciato il testo senza problemi. Qui però di problema ce n’era uno, e bello grosso: parlavo di una cosa non mia; e per raccontare questo libro bellissimo, per rendere onore a questa piccola meraviglia, servivano davvero tutte quelle parole lì. Non una di più, non una di meno.

Perciò ringrazio tanto il mio adorato Armellino che con la sua richiesta mi ha molto onorata e, dispiaciuta di non essere riuscita a esaudirla, pubblico tutto qui. Sono certa che le altre recensioni saranno bellissime e più professionali, e non appena avrò un link per farvele leggere tutte vi avviserò. Nel frattempo, se volete venire a fare un giro in questo cuore incontenibile, io e il cuore vi diciamo benvenuti: accomodatevi, e buona lettura.
 
 

Tutte le mie preghiere guardano verso ovest – una recensione innamorata

 “Una settimana fa mi svegliavo in una baita di legno e pietra, la faccia leccata da un cane impaziente di uscire. Ora i muri tremano al passaggio dei camion e dal mio letto ascolto le sirene delle navi. Per colpa del fuso orario è già da un pezzo che mi giro e mi rigiro, sperando di riuscire a dormire ancora un po’ prima che faccia giorno. Poi però si sente questo fischio lungo, inconfondibile: in molti quartieri te lo puoi anche scordare che New York è un porto, ma dove abito io vieni svegliato dai mercantili in partenza, e basta salire sul tetto per vederli prendere il largo. Allora mi alzo, come per un senso di solidarietà verso i marinai in servizio. Penso al mio cane e a cosa farà stamattina. Mentre aspetto il caffè mi affaccio alla finestra, a salutare il fico e i cortili di Brooklyn che una volta erano campi e pascoli. Se il cibo è il legame dell’uomo con la terra, mi dico, allora la mia indagine dovrebbe riguardare questo: i modi in cui le persone hanno arato, concimato, innaffiato e seminato la città, e i modi in cui la città le ha affamate o nutrite. Tra loro mi ci metto anch’io, non è una posizione più giusta? Non dovrei dire loro, dovrei dire noi. Ci conquistiamo un fazzoletto di terra dove affondare le nostre radici, e subito dopo cominciamo a chiamarlo casa.

Quando il cielo si schiarisce prendo la bici ed esco. In fondo alla mia strada ne comincia un’altra, e in fondo a quest’altra c’è un bar segreto dove vado spesso, nelle mattine di sole, per stare un po’ davanti al mare prima di fare qualsiasi altra cosa. È nascosto tra gli imponenti, monumentali magazzini del tardo Ottocento, conservati con un rispetto per nulla newyorkese, o forse dimenticati per loro fortuna, chissà. Da fuori ricordano i porti del Nord Europa e l’età dell’oro della marina mercantile, ma dentro vanno via via trasformandosi in laboratori e gallerie d’arte, case sempre più costose, ristoranti raffinati e bar come il mio. Anche se in realtà è solo l’angolo di un supermercato: entri dal reparto ortofrutta, superi corridoi di scatolette, arrivi alla caffetteria e da lì puoi uscire a fare colazione in una specie di veranda sul retro. La veranda è affacciata verso sud, così Manhattan rimane alle spalle e tutto quello che si vede è la baia, l’atollo su cui è conficcata la Statua della Libertà, la lunga costa industriale del New Jersey e quella più verde di Staten Island, e poi il ponte di Verrazzano che collega Staten Island con Brooklyn. Ora l’acqua è più pulita di un tempo e il viavai di battelli e navi ridotto a poca cosa, e tra i motoscafi della polizia e le chiatte dell’immondizia capita perfino di vedere qualche barca a vela.

Oltre il ponte c’è l’oceano aperto. Ma è difficile notarlo se non lo sai, è solo un breve tratto di mare nella foschia: sembra un punto dell’orizzonte senza nessuna importanza, non si direbbe che siamo tutti arrivati da lì”.

Paolo Cognetti, Tutte le mie preghiere guardano verso ovest (EDT)

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Non è stato facile scegliere un estratto: fosse per me, il libro ce lo metterei tutto. Questo passaggio però mi sembrava molto rappresentativo di un qualcosa, che credo si possa chiamare cognettitudine, oppure la New York di Cognetti.

Leggendo Cognetti (a proposito, leggete anche il suo New York è una finestra senza tende, mi raccomando: è uscito per Laterza e in un certo senso è il prequel di quest’altro, è un discorso che non s’interrompe, una lunga lettera di stupore e amore a New York) si deve capire subito una cosa fondamentale: la sua New York è Brooklyn, e quasi per niente Manhattan. Quasi per niente Manhattan se non, forse, in certi angoli del Lower East Side, ogni tanto, ma comunque sempre per un tempo molto breve: il tempo di fare un giro, magari mangiare, e poi saltare sulla bici, riattraversare il ponte e tornare a casa.

L’altra cosa fondamentale da sapere, questa però non su Cognetti ma su New York in generale, è che, come dice lui citando Colson Whitehead all’inizio di New York è una finestra senza tende (ancora una volta: leggeteli entrambi), ognuno ha la sua personale New York, e ne esistono tante quante sono le persone che ci abitano, o che la amano.

Non vi dovrete stupire perciò se in questo libro non ci ritroverete la vostra: è la sua. Fatta di angiporti, vecchi magazzini, dei pontili di Red Hook, di corse in bicicletta, e di Coney Island, e insomma di tanta Brooklyn, e poi di viaggi in metropolitana lunghissimi per andare nel Bronx a mangiare il pastrami in un minuscolo deli segreto che conosce quasi solo lui, e ancora, come già dicevamo, di qualche breve incursione a Manhattan per girovagare nel Lower East Side, la parte di Manhattan più vicina in linea d’aria a Brooklyn, quella che di certo meno somiglia a qualunque idea uno abbia di Manhattan.

Anche il fatto che l’autore viva molto in montagna da solo (leggete Il ragazzo selvatico, uscito per Terre di Mezzo) e poi, appena può, vada a New York, non deve stupire: “New York è solo un altro tipo di solitudine”.

In questo libro troverete molto cibo, e molto amore per una città che non è una città e basta, ma senza dubbio la cosa più vicina che esista al cuore del mondo, sempre che il mondo abbia un cuore.

La Fallaci, raccontando del suo trasferimento a New York negli anni Sessanta, scrisse: “Nel 1963, un anno dopo la pubblicazione di Penelope alla guerra, disfeci la mia casa milanese, una mansarda di quattro stanze, assai graziosa, misi l’indispensabile in due piccoli bauli e, ripetendo il gesto del giorno in cui m’ero recata a Roma senza saper neanche dove avrei abitato, andai a New York. Ho un tale bisogno di vedere New York, questo ponte teso tra la vecchia Europa e l’allucinante mistero che chiamano America”.

Da qualche altra parte diceva anche una seconda cosa per cui io, che amo la Fallaci moltissimo e amo New York con la stessa feroce intensità con cui la Fallaci amava New York e con cui io amo la Fallaci, mi emoziono sempre molto. Non la metto tra virgolette perché non la ricordo con esattezza, ma diceva più o meno così: se fossi stata una ragazza di Cartagine, nata duemila anni fa, so che da adulta mi sarei voluta trasferire a Roma. Perché io ho bisogno di stare al centro del mondo, dove succedono le cose. Per lo stesso motivo, oggi vado ad abitare a New York.

Ed è così che la penso anch’io: New York è la Roma imperiale dei giorni nostri. Ma -o forse proprio per questo- è anche un posto dove ognuno può trovare la sua città privata dentro alla città di tutti. Un posto dove si può scegliere se scintillare in quella che i nativi americani della foce dell’Hudson nella loro lingua (l’unami) chiamavano Mannahatta -la land of many hills-, oppure stare a guardare il mare senza vedere nemmeno un grattacielo, scintillando in altri modi e luoghi.

Ancora Cognetti: “Io preferisco la mattina presto alla sera tardi. Preferisco i margini di Brooklyn a tutti i possibili centri di Manhattan. Preferisco i marciapiedi deserti alle strade gremite, le vecchie fabbriche in mattoni rossi ai grattacieli. Non è New York a essere così, sono io. Il marciapiede deserto sono io. La fabbrica di mattoni rossi sono io”.

E in effetti il primo estratto dal libro, quello con cui inizia questo pezzo, l’ho scelto, sì, perché rappresenta bene Cognetti, ma perché in fondo somiglia anche a me: per motivi che in questo momento non è importante io vi stia a raccontare perché non stiamo parlando di me, una cosa di New York che per me conta molto è appunto il mare.

Le nostre due New York non sono uguali: io ho la mia, lui ha la sua, sono molto simili in certe cose ma anche molto diverse in altre. La cosa straordinaria, però, è che possono coesistere; possono essere reali e vere entrambe, e noi viverci dentro, ognuno nella sua.

Sempre Cognetti: “Il punto non è il paesaggio che hai intorno, ma il modo in cui ci vivi dentro. Le parti di mondo che osservi più spesso sono quelle in cui riesci a rifletterti, le cose che ti colpiscono sono scoperte di te. Probabilmente amo New York anche per questo: perché, tra le infinite città che contiene, ce n’è una che mi somiglia come se l’avessi inventata io”.

È meraviglioso che un libro così piccolo possa contenere tanta bellezza. È meraviglioso che ti faccia venire voglia di cadere in quelle pagine e andare in giro su quella bici, o anzi: su una bici vicina, di fianco all’autore.

Una mia vecchia insegnante di teatro, tanti anni fa, parlando di che cosa fosse la bellezza oggettiva ci diceva: “Su ciò che è o non è carino, su ciò che è o non è emozionante, ognuno la pensa a modo suo; sul BELLO, invece, siamo tutti d’accordo”.

Credo sia lo stesso anche per l’amore: quella che queste pagine contengono è una tale dichiarazione d’amore e di resa a New York che non potrete non amarle molto, non immaginarvene parte, non voler trovare un posto nel mondo che vi faccia sentire vivi con la stessa intensità.

Io sono convinta che ognuno di cuore del mondo ne abbia uno suo (e forse il mio avete capito qual è): può essere New York, Roma, un villaggio in Siberia, un’isola di pescatori oppure invece la città in cui sei nato e cresciuto, o ancora quella dove hai fatto l’università o trovato lavoro e dove stai bene e vuoi fermarti a vivere. Il nostro cuore del mondo, però, il nostro centro della Terra, può sì essere diverso per ciascuno di noi, ma deve avere una caratteristica fondamentale: farci sentire capaci di un amore così, di un bene di quel tipo verso la sua bellezza e la sua bruttezza, e verso le strade, gli alberi, le sirene delle navi (o qualunque altro rumore ci sia, foss’anche il canto di un gallo o il silenzio più assoluto); farci sentire capaci di essere vivi; farci trovare tutta la vita lì davanti: finalmente possibile, finalmente prensile, finalmente nostra.

Per quanto mi riguarda, quando sono atterrata a New York sono stata vinta da una felicità fino ad allora mai provata: mi trovavo nel luogo che aspettavo di vedere da tutta la vita e sentivo di essere, per la prima volta, dalla parte giusta dell’oceano Atlantico; mi guardavo da fuori e vedevo la mia puntina finalmente conficcata nel punto giusto sul planisfero. Non avevo mai visto New York, eppure, in qualche modo, stavo conoscendo casa mia.

Cognetti dice: “Da dove mi trovo adesso, a New York e nella vita, l’est è un ricordo da gettarsi alle spalle. Tutte le mie preghiere guardano verso ovest”.

Anche le mie, Paolo. Anche le mie.

Maria Perosino, Le scelte che non hai fatto – una recensione

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“Tutte le scelte che non facciamo determinano una svolta nella nostra vita. Ma se potessimo seguire le persone che non siamo stati? Se potessimo pedinarle, e poi soprattutto ascoltarle, parlarci insieme, invitarle a cena? Le vite che abbiamo scartato per un soffio continuano accanto a noi. Camminano su strade parallele alla nostra, appena qualche metro più indietro. Su altre gambe”.

Maria PerosinoLe scelte che non hai fatto (Einaudi)

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Nel 2002, quando io ancora dovevo compiere diciassette anni e facevo il terzo anno di liceo, Maria Perosino fondava insieme a Vittorio Bo il posto dove oggi lavoro: Codice. È andata via molto prima che arrivassi io, e non ci siamo mai conosciute, mai incontrate, mai sfiorate, neanche per sbaglio. Lei è morta due mesi e mezzo fa, il 16 giugno (che incidentalmente è anche il Bloomsday, un giorno a me molto caro). Non ne ha idea, e non ce l’avrà mai, ma io è da quando avevo vent’anni che, a chi mi vuole ascoltare, spiego la mia personalissima teoria delle mai-vite: quelle vite, cioè, che potevano essere e non sono state. È bello scoprire di aver sempre pensato pensieri simili a quelli di una persona che, anche se mai incontrata, mi è passata così vicina.

Questo libro è un amico soffice, sono pagine piene di luce che entra dalla finestra e di pensieri in cui è bello accomodarsi. È stato come conoscerla, come entrare nella casa milanese in cui ha vissuto gli ultimi anni della sua vita dopo aver lasciato Torino e sederle accanto, al tavolo di cucina. È stato come essere amiche. Anche se ormai è troppo tardi e anche se avrei preferito dal vivo, nella vita, per davvero, è stato bello lo stesso conoscerti così, Maria.

Tanto vale affidarsi al vento – un pensiero per Enzo Baldoni

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Questa frase di Enzo Baldoni, rapito in Iraq nell’estate del 2004 e “giustiziato presumibilmente in data 26 agosto” (cioè oggi), la conservo con cura da quell’estate lì: avevo 18 anni e mezzo e già allora mi sembrò una delle cose più belle che avessi mai letto. Scritta da un uomo ignaro della morte che l’avrebbe trovato di lì a poco, un uomo spavaldo e burlone, che aveva il cuore simile al mio: capace di emozionarsi, più che di avere paura, all’idea di poter eventualmente morire sotto a un cielo antico come quello iracheno, tra il Tigri e l’Eufrate.
Sono certa che scherzasse e basta, e che quella fosse appunto spavalderia, e che chissà cos’ha provato, davvero, quando ha capito che stava per morire. Però è bello pensare, anche se forse è una bugia, che sotto a quelle stelle antiche come la notte sia morto felice.

“Guardando il cielo stellato ho pensato che magari morirò anch’io in Mesopotamia, e che non me ne importa un baffo, tutto fa parte di un gigantesco divertente minestrone cosmico, e tanto vale affidarsi al vento, a questa brezza fresca da occidente e al tepore della Terra che mi riscalda il culo. L’indispensabile culo che, finora, mi ha sempre accompagnato”.

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(Immagine: Mauro Biani – Il manifesto).

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