Marisa, Marisa, Marisa, tutto può cambiare, perché tutto è possibile

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Eh lo so che la canzone fa Marina, Marina, Marina, ma oggi la cambiamo, perché oggi questa bella bimba ha compiuto cinquant’anni. Nasceva a Brooklyn il 4 dicembre 1964 da genitori di origine italiana (toscana suo papà Gary, metà siciliana e metà toscana sua mamma Patricia), senza sapere che un paio di decenni dopo, non appena avessi avuto il tempo di arrivare in questo mondo anch’io, sarebbe diventata una delle mie attrici preferite (ma proprio fin da subito, fin da quand’ero piccola: da che io ricordi, non c’è stato mai un momento in cui non adorassi Marisa Tomei).

Buon compleanno, Marisa mia.

(E voi, stasera o questo weekend, se volete farvi un regalo scaricatevi o vedetevi in streaming un qualunque suo film. Personalmente consiglio Only You con mio marito Robert Downey Jr, ma anche Mio cugino Vincenzo con Joe Pesci -da cui è tratta questa scena- ormai è un classico ed è bellissimo, perciò fate voi. Secondo me si va comunque sul sicuro con uno qualunque dei film in cui ha recitato, eh. Ecco, The Wrestler per esempio è meraviglioso, ma di nuovo: fate voi).

 

***

 

Altre brevità:

 

- Volevo già scriverne da un po’, ma ci riesco solo adesso: qualche tempo fa al cinema ho visto Tutto può cambiare (titolo originale: Begin Again, scritto e diretto da John Carney, dublinese), con Keira Scucchia Knightley, Mark Ruffalo, e Adam Levine, il cantante dei Maroon 5. Premettendo che è un film che non dovete assolutamente perdervi se amate New York, o la musica, o anche solo l’idea che la vita alla fine sia sempre una roba bella e un po’ magica, sono qui a dirne altre due cose.
La prima è che Keira Knightley comincia davvero a piacermi, evento che mai avrei creduto fosse nei piani cosmici.
La seconda è che ha iniziato a piacermi pure la voce di Adam Levine, che nel film interpreta il fidanzato musicista di Keira e canta quindi parecchio.
Di sorprendente c’è che fino ad ora la sua voce non l’avevo mai sopportata.
Ma è incredibile come la bellezza oggettiva, nel suo contesto solito (in questo caso: la musica), possa anche non colpirci, sembrarci anzi normale o perfino non incontrare i nostri gusti, e poi, totalmente decontestualizzata (in questo caso: la sua voce sentita in un film), svelarcisi in tutta la sua oggettiva straordinarietà e farci dire: sticazzi.
Ecco, andate a vedere il film perché è adorabile, perché Keira Knightley canta e contro ogni aspettativa lo fa pure bene, perché c’è New York in estate e qualsiasi fotogramma ti fa venire voglia di prendere il primo aereo, o la prima nave merci disponibile, o la prima zattera, e andarci immediatamente, ma pure perché, nel caso in cui la voce di Adam Levine non vi avesse mai detto niente, come non aveva mai detto niente a me, qui vi ritroverete a pensare numerosi, numerosissimi sticazzi.

Tutto può cambiare, per davvero.

[In realtà il film è uscito da un po’, e nella vostra città magari potrebbero anche non darlo più al cinema. In questo caso scaricatelo, vedetevelo in streaming, insomma fate qualcosa].

Tra parentesi. Luke, l’unico amico inglese che ho (con cui siamo amici dal 1999, cioè da quando, a 13 anni la sottoscritta e 14 lui, ci siamo conosciuti su un’isola greca dove io ero in vacanza con mio papà e lui con madre, padre e fratello -e da allora non abbiamo mai smesso né di scriverci, né di telefonarci ogni tanto, e nemmeno di vederci quando io vado a Londra, e come siamo riusciti in tutti questi anni a non perderci mai rimane una delle cose più inspiegabili e belle della mia vita-), è di Teddington, lo stesso sobborgo alle porte di Londra in cui è nata e cresciuta Scucchia Knightley. Lui la conosce solo di vista, ma un paio di suoi amici ci sono andati a scuola insieme. E niente, mi sembrava una cosa carina da condividere, ma in effetti, come direbbe Hugh Grant in Notting Hill: «Non è poi questo granché, come aneddoto».

(La scena si svolge in libreria. Ci sono Hugh Grant e il suo commesso, quello bruttino che porta sempre golf bruttini. Quest’ultimo, sconvolto dalla visita di Anna Scott -Julia Roberts- in negozio, dice: «Anch’io una volta in Oxford Street ho visto un famoso: Roger Moore!»
E Hugh Grant: «Davvero? Wow!»
Lui: «Sì, anche se non sono sicuro che fosse Roger Moore. Poteva pure essere quell’altro attore, quello basso… DeVoto»
Hugh: «DeVito?»
Lui: «Bravo! Danny DeVito!»
Hugh: «Beh, ma Roger Moore e Danny DeVito non si somigliano affatto»
Lui: «Eh no… in effetti no»
Hugh: «Sai cosa? NON È POI QUESTO GRANCHÉ, COME ANEDDOTO»
Lui: «No. In effetti no»).

 

- Terza e ultima brevità:
oggi ho visto questa TED Talk (cosa sono le TED Talk? Se non lo sai, clicca qui) di Maysoon Zayid.
Maysoon è un’attrice comica americana d’origine palestinese, è bravissima e divertentissima, e siccome purtroppo non vivo negli Stati Uniti -per ora- come invece vorrei, fino a oggi non la conoscevo. Per fortuna mi è capitato di trovare questo video mentre cercavo altro (serendipity!) sul sito TED.

Maysoon è affetta da paralisi cerebrale, e trema in maniera incontrollabile.

Prima che vediate il video, che fa molto molto ridere, è molto commovente, e che vi agevolo qui sotto, mi permetto di segnalarvi due passaggi:

 

«A lot of people with CP (cioè cerebral palsy, paralisi cerebrale, nda) don’t walk. But my parents didn’t believe in can’t».

«My parents reinforced this notion: that I could do anything. That NO dream was impossible».

 

L’ho sempre pensato anch’io: che se mi prendo il disturbo di avere un sogno, quel sogno non deve permettersi -e non si permetterà- di non accadere.

Tutto è possibile. O anzi, per dirla con una frase che amo molto:
«Nothing is impossible. The word itself says: I’m possible».

Godetevi questo video. È proprio bellissimo.

 

 

[E no, in effetti non sono stata per niente breve. Scusate].

Un po’ di cose belle

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Cosa bella numero 1:

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Allora, premetto che io sono un caso un po’ patologico, perché dei MIEI scrittori e delle MIE scrittrici e dei MIEI musicisti etc etc sono GELOSISSIMA, issima, issima (ogni volta che uso un superlativo assoluto al femminile lo ripeto tre volte in omaggio a Issima, canzone dei Power Francers e -come ogni torinese quasi sicuramente sa- super hit della serata drag queen del Queever -adesso basta o inizio a cantare-).

Dicevamo? Ah, ecco: l’unica cosa di cui non sono gelosa sono i luoghi, perché credo che le città alla fine siano fatte per essere attraversate e camminate.
Ma di tutto il resto appunto son gelosissima (issima, issima). Nel senso che di solito penso: bravo, stai leggendo/ascoltando una cosa bellissima (issima issima), percarità, ma lui/lei è MIO/A, CHE COSA VUOI TU? SCIÒ!*

*[Non sto dicendo che ho ragione eh, so di esser cretina ma ritengo anche che ognuno di noi abbia il sacrosanto diritto di esser psicopatico nella maniera che preferisce].

Però, diamine, Massimo Venier, tra le altre cose, è il regista di uno dei film della mia vita. Chiedimi se sono felice uscì nel dicembre del 2000: io avevo appena compiuto quindici anni e vivevo in un paesino in Piemonte ai piedi delle montagne. Milano non l’avevo mai vista se non da fuori, per andare all’aeroporto. Da quel film lì, che è diverse cose belle ma è più di tutto un omaggio pieno di affetto a Milano, capii subito che l’avrei amata.
Poi c’è da dire pure che studiavo teatro e avrei continuato a studiarlo per molti anni, quindi per me Milano era anche e soprattutto la città del teatro più vero, e della Paolo Grassi, e della Filodrammatici, e di Lella Costa, e di tutto quello che sognavo di poter fare da grande in una bella città con i lampioni appesi su fili che corrono in mezzo alle strade da un palazzo all’altro, e i tram sferraglianti, e una nebbiolina lucente, e molta poesia sottintesa nei luoghi.
Ma credo davvero che se dovessi trovare un punto di partenza, un «ah guarda, allora Milano di notte è così, guarda com’è bella, e chissà perché là in mezzo ci riconosco qualcosa di me», partirebbe tutto da quel film lì.
Milano oggi infatti è uno dei miei luoghi del cuore, la città in cui si concentrano -chissà perché, visto che non ci ho mai abitato- quasi tutti i ricordi più belli della mia vita. A poco più di vent’anni (forse ne avevo ventitré-ventiquattro) scrissi anche una lettera d’amore a un ragazzo (che mesi dopo si rivelò essere un coglione) in cui, dato che lui stava per trasferircisi a lavorare, gli tracciavo una specie di personalissima guida di Milano, e gli dicevo tutti i posti che amavo di più, e tutti quelli in cui l’avrei baciato, e quella lettera (bella, diamine, a me pure adesso piacerebbe riceverne una così) ruotava tutta intorno alla scena in cui Aldo Giovanni e Giacomo giocano a basket di notte in piazza dei Mercanti usando come canestri le aureole dei santi in Chiedimi se sono felice.

Perciò stavolta sì, sono un po’ gelosa -come sempre- ma anche molto contenta.

Viva Milano, viva Paolo Cognetti, viva Venier, viva la bellezza e viva tutto.

 

Cosa bella numero 2:

Samantha Cristoforetti, meravigliosa astronauta, verrà “lanciata” verso la Stazione Spaziale Internazionale il 23 novembre, cioè il giorno del mio compleanno.

Porterà con sé nello spazio quattro libri. Il fatto che due siano di Gianni Rodari conferma la mia idea: quella donna è una creatura speciale.

 

Cosa bella numero 3:

Ho mandato un pacco regalo per posta a una persona a cui tengo.
Quant’è bello mandare un pacco regalo per posta a una persona a cui si tiene? Anche questa volta, come quella volta che mandai alla mia amica Marianna ch’era in Erasmus a Parigi un libro che volevo regalarle e ci infilai del cioccolato (allora erano dei Bri-Bon alla quinoa dell’Equo e solidale: a me piacciono molto e fin dal liceo me ne regalo uno o due quando voglio concedermi un piccolo premio per qualcosa; da ragazzina li ribattezzai «i Kinder cereali di sinistra», nome che mi fa molto ridere, ma forse appunto fa ridere solo me), ci ho infilato del cioccolato. Non dei Bri-Bon, però: una cosa diversa.

 

Cosa bella numero 4:

Torino - F. Pellas

 

Feci questa foto un anno fa, una sera in via Roma, qui a Torino: pioveva e io stavo tornando a casa dal cinema. La intitolai Rains of Castamere, che sapevo essere una canzone di Game of Thrones, sì, ma siccome non vedevo Game of Thrones non me ne fregava niente e mi sembrava solo un bel titolo (ancora non sapevo che un anno dopo di Game of Thrones sarei stata parecchio, ma proprio parecchio invasata).

Ho un bel ricordo di quella sera di un anno fa: ero andata a vivere da sola da pochissimo, dopo anni vissuti con coinquilini -alcuni meravigliosi, alcuni tremendi- e mi sentivo proprio come piace a me, cioè sola, felice e libera (perché, anche se ho persone fondamentali che amo pronfondamente e per cui sono grata al destino e a tutto, rimango un piccolo lupo solitario).

Non so chi fossero quei due signori in mezzo alla strada (si vede poco, ma dietro c’è anche una lei), né perché lui fosse vestito di bianco a fine ottobre, ma fu una coincidenza bella, che cercai di cogliere al volo.

 

Cosa bella numero 4:

la mia amica Gioia, che è la traduttrice italiana, di (fra gli altri) Siri Hustvedt, Teju Cole e Jonathan Lethem, è stata intervistata dal Wall Street Journal. Svegliarsi ieri mattina e leggere l’articolo (eccolo) direttamente dal letto è stato molto, molto emozionante.
 

Madama torinesità

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Ogni anno, a un certo punto dell’anno, rileggo un libro di Margherita Oggero, uno della serie sulla professoressa Baudino. Prima di tutto perché è un piacere, e poi perché quasi niente al mondo è così tanto capace di risvegliare l’amore potente che provo per la città in cui vivo: Torino.
Anche se non è questo il posto in cui voglio abitare per tutta la vita (fosse per me sarei già fuggita), è comunque una città che ho amato e amo immensamente.
Insieme a Margherita e Camilla apro le finestre della stanza del mio cuore in cui tengo quell’amore, e faccio entrare il vento, e ballare le tende, e siamo di nuovo vivi, insieme.

Il mio preferito è La collega tatuata: l’ho letto 6 volte. Subito dopo viene L’amica americana: riletto almeno 4, se non 5 volte. Poi gli altri: Qualcosa da tenere per sé e Una piccola bestia ferita. 3 volte ciascuno.
Di questo, che lessi quando uscì (nel 2012) e che tra l’altro ha una co-protagonista che si chiama Francesca, sto per affrontare la prima rilettura. Sono molto contenta.

Ah: poi mi piace molto rileggerla in autunno, la Oggero.

Felice Hallowe’en, felici libri, felici i felici!

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“Un anello (preso a Orvieto, bello eh?) per domarli, uno smalto arancione per trovarli, una collana tutta spaventosetta per ghermirli e nel buio incatenarli”.

 

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Felice Hallowe’en!!

Qui qualche idea bella bellitta per costumi di Halloween a tema LIBRI:

- se siete all by yourselves, 17 cose una più fantastica dell’altra (la mia preferita è l’omaggio a Moby Dick: fa molto ridere ed è semplicissimo da realizzare);

- se invece volete mascherarvi in due, qui ci sono altre 22 idee magnifiche, con tanto di istruzioni (Emily Dickinson e la Morte è meravigliosa, ma anche la 20 non è niente male).

[No, io ad Hallowe’en di solito non mi maschero, ma lo amo moltissimo, da sempre. Se vi chiedete il perché, vuol dire che non avete ancora letto la mia BIOGRAFELLAS, quindi male, molto male! Magari filate subito a farlo, santo diamine di un cielo stellato.
E no, Hallowe’en non è una festa americana. Cioè ormai anche (evviva l’America), ma non solo. Non costringetemi a raccontarvi che cosa in teoria succederà stanotte secondo la tradizione irlandese: colline scoperchiate come angurie, elfi e folletti che festeggiano, porte aperte fra una dimensione temporale e l’altra, eccetera (ma buon Samhain, tra parentesi!), e documentatevi, per la santissima miseria].

[No, non ho sul serio gli occhi che mi escono dalle orbite. Anzi: quest’estate a Spello (provincia di Perugia) un gruppo di turisti foggiani mi ha chiesto se son cinese, domanda che già fu tormentone della mia gioventù].

[Le occhiaie a bandiera però sì, quelle sono autentiche e sempre presenti].

Biografellas – la bio seria di cui di certo sentivate la mancanza

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Per la rubrica “Ma pensi che a qualcuno gliene sbatta un angolo di belìno”, ci tenevo ad annunciare che, siccome mi sono accorta che ancora non avevo una brava bio seria come tutti gli altri blogger di questo emisfero (e forse pure dell’altro), da qualche giorno ne ho preparata una, proprio con la sua bella sezioncina dedicata, lassù in alto sopra il titolo del blog.

Potrete scoprire quali sono le mie regole, le mie manie, le mie passioni, e saprete anche di quella mia ossessione spropositata per le metropolitane e per l’inglese. E poi altre cose ancora, tipo se credo o no in Dio, perché scrivo, e che cosa facevo di notte a quattordici anni, anziché dormire.

C’è anche l’aneddoto di quella volta, anni fa, in cui mi candidai per andare a lavorare a Chicago alla campagna elettorale di Obama e…

Oh, insomma, per chi volesse leggerla, la biografellas sta qua (o lassù).
E per chi invece non volesse leggerla, sta sempre qua
.

(E, a proposito di qui e di qua, riesco a citare Marco Ponti pure qua, sì: come un po’ sempre).

(Ah, se per caso l’avete già letta -sta lassù da un paio di settimane- andate a rileggerla, da bravi: mi sono accorta che avevo dimenticato una caterva di cose, quindi ne ho aggiunte un bel po’).

pellassina[Sì, evidentemente il fucsia era già parte integrante del DNA].

Malsottile, mezzo gaudio

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Io la cosa dei 10 libri che state facendo in tanti (e grazie a chi mi ha nominata, ho apprezzato in ogni caso, e mi ha fatto piacere leggere i vostri) non la posso fare.

Per chi non sa di che parlo: in rete (principalmente sui social, ma anche su certi blog) gira da un po’ una specie di mini-catena in cui uno deve indicare i suoi 10 libri della vita, i suoi preferiti, quelli a cui vuole più bene, e poi nominare altre 3-4 persone che dovranno fare lo stesso.

Ecco, io ci ho provato, l’ho scritta e riscritta, ma finisce sempre che ne devo lasciar fuori uno fondamentale, e allora preferisco di no.
(10 sono troppo pochi, con 15 ce la si poteva magari fare, ma 10 sono troppo pochi).

Per esempio ogni volta che mangio la parmigiana di melanzane (tipo oggi) penso a questo libro, che è uno dei libri senza cui io non sarei io.
Ebbene, mi sono appena accorta che l’avevo lasciato fuori dalla lista tutte e tre le volte che ho provato a farla. Non si può. Se mi facessero scegliere tra questo libro e alcune persone a cui pure voglio bene, sceglierei questo libro. Quindi appunto non si può. Non si può proprio fare la lista (o almeno non sono capace di farla io).

 

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Un po’ di storia: La daga nel loden di Lella Costa, pubblicato da Feltrinelli nel 1992, è una raccolta dei primi tre monologhi teatrali di cui la Costa, oltre che interprete, è stata anche autrice: Adlib -che è del 1987-, Coincidenze -1988- e Malsottile -1990-.
Lo rubai ragazzina dalla libreria del compagno di mia mamma e non lo restituii mai: è vecchissimo, tutto sgarrupato (io lo tengo con grande cura però), e ha il prezzo ancora in lire.

È legato anche a un aneddoto buffo: qualche anno fa al Salone del Libro c’era Massimo Cirri (co-autore insieme a Lella e a Sergio Ferrentino di due di questi spettacoli: Coincidenze e Malsottile) che parlava allo spazio Ibs, a pochi metri di distanza dallo stand della casa editrice in cui lavoro. Io non potevo andarlo a sentire perché dovevo, appunto, lavorare (nella settimana del Salone siamo tutti trottole, almeno per 16 ore al giorno: è un tour de force pazzesco -bello, ma pazzesco-). Ero però così emozionata a saperlo lì, a poca distanza da me, che mi dissi «Devo fare qualcosa, devo assolutamente fare qualcosa».
Andai allo stand Ibs e chiesi a uno dei ragazzi di passare un bigliettino a Cirri.
Ci avevo scritto: «La daga nel loden è uno dei libri della mia vita. Grazie, di tutto».
Vidi il bigliettino arrivare a destinazione, e lui aprirlo. Non ho mai saputo che faccia avesse fatto, perché me ne andai prima: ero imbarazzata, emozionata, e credo anche di aver pensato «Ecco, adesso magari non capirà che cosa volevo dire, adesso penserà che io pensi che La daga nel loden sia, che ne so, un libro che ha scritto lui».

Io invece sapevo benissimo che cosa intendevo, e spero tanto l’abbia capito anche lui.

La daga nel loden non è un libro, ma appunto una raccolta di monologhi che Lella Costa scrisse e mise in scena tra la fine degli anni ’80 e il 1990. Il secondo, Coincidenze, lo scrisse insieme a Massimo Cirri e Sergio Ferrentino. Il terzo, Malsottile, con Massimo Cirri, Sergio Ferrentino (Cirri e Ferrentino si conobbero l’anno in cui son nata, il 1985: ho sempre pensato che non fosse una coincidenza), Piergiorgio Paterlini e Bruno Agostini.
Solo io so quante volte l’ho letto, e quante volte mi sono esercitata su questo libro. Che non è un libro. E però è uno dei libri della mia vita.

“Malsottile? Mezzo gaudio!” (cit.)

Grazie, di tutto.

 

[P.S. Stamattina ho scritto a Irma Spettacoli chiedendo se potessero inoltrare a Lella e Massimo (I.S. li gestisce entrambi) questo post, perché altrimenti, cioè da sola, non avrei saputo come raggiungerli. Ecco, mentre premevo invio sono stata molto felice: il fatto è, vedete, che io sognavo di scrivere a Irma Spettacoli da tutta la vita].

 

Un giorno glorioso per la musica di questo reame

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Ah, che beltade! È proprio un giorno glorioso, questo qui. La faccio breve, così evito di tediarvi con le mie solite novemila parole per una cosa che potrebbe essere detta in nove.

Nel 2008 scrissi un post intitolato Un’allucinata e surreale playlist, in cui elencavo una serie di canzoni e raccontavo cose: bozzoli di sceneggiature che avevo in testa da anni, storie e immagini che m’ispirava un dato pezzo, consigli su come mettersi in ascolto, idee e robe. In una parola: sproloquiavo. Come sempre.

La cosa gloriosa che accade oggi vado a spiegarvela molto brevemente.
Al post, utilizzando i mezzi moderni che ci regala l’avanzare di questo secolo, è stata abbinata una vera e propria playlist su Spotify: ieri sera mi sono messa lì buona e brava, e con solerzia ho trovato tutte le canzoni, le ho raccolte nello stesso ordine in cui apparivano nell’elenco, e ho aggiunto tutto, appunto, al post. Che quindi da adesso si potrà leggere e anche ascoltare!

Sono molto contenta.

Chi vorrà usufruire di quest’esperienza di lettura potenziata non dovrà far altro che cliccare sulla foto qui sotto:

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Federico Novaro, Love Song

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«Io sono nato nel 1965, sono un maschio, mi piacciono i maschi (i maschi sono tremendi, naturalmente, come tutti sappiamo, ma a me, come a molte femmine e a molti maschi, è capitato in sorte di voler fare sesso con loro, di amare loro, di ridere giocare scherzare con loro -non sto dicendo: fatevene una ragione; sto dicendo: siate felici per me poiché posso amare ciò che desidero-), negli anni Settanta diventavo adolescente, negli Ottanta ero quasi grande. Pensate a tutto quello che è successo in quegli anni. Fra peace and love, pink power e post-punk. Com’era possibile che io volessi sposarmi? Il matrimonio è il male!, continua a ripetermi il me stesso di allora. Cosa c’entra la libertà con il matrimonio?»

Dalla quarta di copertina: «Un giorno, dopo dieci anni di vita insieme, Federico e Stefano hanno deciso di sposarsi, pur sapendo che per farlo sarebbero dovuti andare fino a New York, perché la legge italiana vieta il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Hanno girato un video di pochi minuti in cui, per mezzo di alcuni cartelli, raccontano il perché di quelle nozze americane. Dopo centomila visualizzazioni e diverse prime pagine, nel febbraio del 2013 sono saliti sul palco del Festival di Sanremo, e la loro storia è entrata nelle case di dieci milioni di persone. A partire dall’esperienza privata del narratore, Love Song racconta cosa vuol dire essere una coppia gay in Italia oggi, quali sono i sentimenti che la circondano, e prova a spiegare a tutti, con leggerezza e semplicità, perché limitare il matrimonio a coppie formate da persone di sesso diverso sia una pratica inaccettabile in uno stato di diritto.
Federico Novaro ha scritto un’importante canzone d’amore e di diritti, che alterna strofe riflessive e ritornelli concitati, momenti buffi e commoventi, episodi che vi faranno arrabbiare e altri che vi faranno sorridere, dando vita a un flusso armonioso da cui non potrete fare a meno di lasciarvi trasportare».

***

Poco fa mi è arrivata questa meraviglia: mi sono emozionata molto.

Love Song, il libro di Federico Novaro, esce il 23 ottobre per ISBN Edizioni e racconta la storia del suo matrimonio con Stefano: un matrimonio avvenuto all’estero perché questo Paese due come loro non se li merita, e un matrimonio su cui io fui la prima a intervistarli, ormai quasi due anni fa, per il sito di Vanity Fair.

Quell’intervista ci ha fatto diventare amici, e sono molto fiera di stringere fra le mani un libro che, in un certo senso, ho visto quasi nascere.

Qui, per chi volesse leggerla e commuoversi per le risposte come successe a me e alle mie ex coinquiline nel febbraio del 2013, c’è la mia intervista per Vanity.

Qui, invece, vi lascio un link ancora più importante: la scheda di Love Song sul sito della casa editrice.

***

[Sì, ho cambiato foto. Prima ce n’era una di me che brandivo il libro felice, ma dopo un’attenta analisi ho deciso che era brutta: ero malaticcia, spettinata, e avevo scattato troppo da vicino, con il risultato che le dita della mia mano, cioè quelle che brandivano il libro felici insieme a me, anziché delle dita sembravano un assembramento di wurstel. E io ci tengo alle mie dita. Come tengo al libro di Federico: quindi gli ho dedicato una foto nuova, più bella.
-Così conoscete anche il passerotto giallo che abita sul filo dell’abat-jour e i tulipani che mi prese mia mamma in un viaggio ad Amsterdam: tutte e quattro le cose, il passerotto giallo, l’abat-jour e i due tulipani, stanno sulla libreria che ho in camera da letto nel Pellashire-].

C’erano una volta Raperonzolo e dei pansotti al sugo di noci

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Mio padre è di Genova e ogni domenica, quand’ero piccola, cucinava i pansotti al sugo di noci (pansöti co-a sarsa de noxe, in dialetto).

I pansotti al sugo di noci, poi diventati la mia cosa preferita al mondo, sono un piatto antico, genovesissimo, e non possono piacere e basta, oppure piacere così così: o li si odia, o li si ama di un amore profondo.

Gli ingredienti del ripieno erano, in origine, tantissimi: la base era naturalmente la ricotta, a cui si aggiungeva il cosiddetto preboggion, cioè un composto di erbe miste, di solito diverse a seconda della stagione. Ce n’erano alcune abbastanza comuni, o almeno già sentite, come le bietole, la borragine, l’ortica e il prezzemolo, e altre con nomi strani e bellissimi, perfetti per fingersi streghe intente a preparare un qualche sortilegio buttando cose in apparenza innocue ma in realtà molto malefiche in un paiolo fumante: la pimpinella, il dente di cane, la cicerbita e il raperonzolo, come la principessa Raperonzolo.
Al giorno d’oggi, però e purtroppo, vista la difficoltà nel reperire le erbe necessarie alla preparazione del preboggion, per il ripieno si usano principalmente la ricotta e gli spinaci.

Non so perché, se per il fatto di averli mangiati spessissimo e da sempre, oppure per il contrasto di sapori (le erbe amare e il sugo di noci invece quasi dolce), o ancora per la consapevolezza che siano uno dei piatti-simbolo della città a cui devo l’esatta metà dei miei cromosomi, ma quasi niente al mondo è capace di commuovermi come i pansöti co-a sarsa de noxe.
Anche adesso che sono grande non c’è domenica che Dio mandi in terra in cui io non ne mangi un piatto.

 

pansotti al sugo di noci
 
Bisognerebbe poi parlare a lungo pure del cappuccino con la focaccia, che è la colazione genovese per eccellenza (a cui ho dedicato anche un account Twitter), o del pesto come lo faceva mia nonna Agnese detta Lina (ogni famiglia ha soprannomi che sono grandi misteri irrisolti), della cima savonese (più buona di quella di Genova, almeno per me), della torta di riso e verdure che in Liguria si trova anche al bar come aperitivo, e della farinata, e ancora della focaccia di Recco, mia principale divinità pagana.

E poi certo, servirebbe un capitolo a parte per tutte le meraviglie piemontesi.
Sì, sono piemontese, non l’avevo detto? Piemontese di padre genovese.

Con un sogno: essere inglese.
(Certo per la cucina sarebbe stata una sfortuna).

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