La finestra Coney Island

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Oggi vi racconto della mia finestra.

Non so bene quale possa essere la ragione di certe suggestioni che si creano nel cervello, di certi collegamenti che non ti spieghi, di certe cose che sono una cosa e in cui, senza motivi razionali, ne vedi un’altra completamente diversa, o lontanissima.

Forse è il caso di cominciare dal principio.

Un lunedì mattina, un anno fa, mi sono svegliata un’ora prima del suono della sveglia e non mi sono più riaddormentata, quindi dopo un po’ mi sono alzata per prepararmi il caffè.
Visto che prima di andare in ufficio (all’epoca avevo ancora un ufficio ed entravo alle 9) c’era tempo in abbondanza, ho deciso che la mia tazza di caffè l’avrei bevuta a letto, come faccio di sabato e di domenica.

Mentre la moka era sul fuoco sono tornata in camera per aprire la finestra.
Abito al quinto piano e la mia camera è mansardata: dall’abbaino vedo solo le punte dei tetti, gli abbaini del palazzo di fronte, e poi per il resto è tutto cielo. Ecco, il cielo quella mattina era così terso che anziché un cielo sembrava una piscina rovesciata, cento è bello vivere cantati saltellando.
In quel momento ho avuto una suggestione fortissima: la finestra non dava su via Mazzini, che è la via del centro di Torino su cui si affaccia camera mia, ma su Surf Avenue a Coney Island.

I tetti di Torino non c’entrano niente con Coney Island, e niente c’entrava quella cosa pazza che mi era venuta in mente.

Eppure da quel momento, cioè da un anno a questa parte, non faccio altro che pensarci. Chi mi conosce anche poco sa che è là che vorrei vivere: non a Coney Island in particolare, ma a New York in generale.
E allora, da allora, la mattina quando mi sveglio apro la finestra contenta, perché so che ad aspettarmi là fuori troverò Coney Island, l’ultima lingua di terra di Brooklyn, e il suo Luna Park che dà il nome a tutti i luna park del mondo perché si chiama appunto così, Luna Park, e la passeggiata in legno, e l’oceano Atlantico, e Nathan’s Famous, e le radici russe per cui si è guadagnata il soprannome Little Russia, e tutti quei palazzacci marroni, e insomma tutta quanta la magia di un posto che certo non è bello, eppure è meraviglioso.

Dov’ero? Ah, sì: a me che da un anno la mattina appena sveglia guardo fuori dalla finestra e vedo Coney Island. Dura solo un istante, quella sensazione lì. Se guardo fuori troppo a lungo la mia parte razionale prende il sopravvento e capisco che in realtà è via Mazzini e siamo a Torino.
E capirlo non mi piace; preferisco cercare il più a lungo possibile di fare finta che sia Coney Island (non è facile, ma nelle mattine di sole lo è di più). Preferisco credere che la casa in cui mi sveglio ogni mattina, oltre a essere una casa che amo tanto -perché la amo-, sia anche una casa che si trova sul lato giusto dell’oceano Atlantico.

Per fortuna, però, per quello non servirà più aspettare molto.

 

La finestra di camera mia, quella da cui vedo Coney Island.

La finestra di camera mia: io da lì per trenta secondi ogni mattina vedo Coney Island.

 

surfavenue_franpellas

Una foto che amo molto: la scattai nel novembre di due anni fa appena uscita dalla stazione della metro di Stillwell Avenue. A Coney Island, quella vera.

 

La Coppa dei Lettori e un voto che mi zampilla dal cuore 

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Ci siamo. Siamo alla votazione finale della Coppa dei Lettori di Finzioni Magazine.

La scelta era difficile, perché ho amato molto anche altri due libri in gara, cioè quelli di Paolo Cognetti e Marco Peano (che è bello in un modo che fa male: ricordo distintamente che a un certo punto volevo staccarmi i bulbi oculari per il tanto piangere).

Ad aprile però ho scelto di votare con il cuore, ed è quello che farò anche per questa votazione finale: voto La domenica lasciami sola di Simonetta Sciandivasci.

E non lo dico perché Simonetta è mia amica, non lo dico perché quando ho nostalgia di lei -siamo amiche e viviamo lontane: io sto a Torino, lei a Roma- vado a vedermi il portone di casa sua su Google Street View (che è la classica cosa che con un’amica puoi fare mentre con un uomo assolutamente no, a meno che tu non voglia esser presa per pazza, e questa è un po’ una delle diecimila cose per cui è così bello essere femmine ed essere amiche), e non lo dico neanche perché ho il grande onore di comparire nei ringraziamenti di questo libro.

Lo dico perché Simonetta -e lo proclamo fiera anche se questa gara era piena di libri di gente bravissima, libri magari pure più seri e più “letteratura”-, è nata per scrivere: è nata proprio con la penna in pugno, tra i denti, con mille penne nei capelli.

Di gente bravissima a scrivere ce n’è, per fortuna (poca, comunque, sempre meno di quanta si creda), ma di gente per cui la scrittura sia il solo destino possibile io non lo so se ce n’è poi molta, a questo mondo. E Simonetta è una femmina -già di per sé un intero mondo, quindi- destinata allo scrivere. Da lei le parole sgorgano come se le contenesse nel sangue, come se tutto il suo organismo fosse fatto di parole. Ogni volta che la leggo sento che accade una magia: mi si scoperchia il cervello e dentro ci appaiono un bazaar, una città, mille città, cento voci, e navi merci, e navi passeggeri, e storie, e amore, e bambini, e molte vite. Simonetta ha un dono vero. E merita di vincere perché è giovane, perché questo è il suo primo libro, ma il suo è un talento antico. Lo senti, lo leggi, e lo riconosci: il talento vero è quella cosa lì. C’è gente bravissima, e poi c’è chi una vita fatta per scrivere ce l’ha scolpita in tutte le arterie e nel suo destino.

 

VOTA SCIANDI! Vota QUI. (Mi raccomando! C’è tempo fino al 10 giugno).

 

Quello che ancora non sai di volere 

Un’amica ieri mi ha detto una cosa molto bella; la voglio condividere qui, perché le cose molto belle è bene propagarle nell’universo:

«Franci, volevo dirti che avevi ragione, sul fatto che la vita ci sorprende sempre e non smette mai di farlo e lo fa nei momenti più assurdi. 
Succederà che quello che vuoi, o quello che ancora non sai di volere, si avvererà; e forse è pure più bello: ci sono anche cose che non sai di volere che avverranno e ti renderanno felice. È l’augurio che ti faccio».

Auguri anche a voi, ovunque e chiunque siate. 

La mia Ferrante – un evento e una mini recensione della tetralogia

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[AVVISO: stasera alle 21.00 al Circolo dei Lettori si terrà La mia Ferrante, una maratona di lettura dedicata a Elena Ferrante. Io sono stata invitata dal Circolo a leggere (e ringrazio di cuore Francesca Vittani per aver pensato a me!), e sono onoratissima ed emozionatissima. Insieme alla sottoscritta ci saranno, in carne e ossa, Elena Varvello, quella gioia di Angela Rastelli di Einaudi, Davide Ferraris della mitica libreria Therèse, Filomena Greco del Sole 24 Ore, Noemi Cuffia del blog Tazzina di Caffè, Giulio Biino, Raffaella Paisio e, in collegamento video da Roma, Sandra Ozzola Ferri, fondatrice di E/O. Tutti i dettagli QUI. Vi aspetto!]

E ora veniamo alla mini recensione.

Premetto che io amo Elena Ferrante da ben prima che scoppiasse la #FerranteFever: I giorni dell’abbandono è uno dei miei libri preferiti. Sapevo già, dunque, di amare il modo in cui la Ferrante (chiunque sia) scrive. Quel suo modo barocco, per usare un termine che tutti usano nel riferirsi a lei. Quel suo modo incessante, per dirla come la penso io.
Elena Ferrante ha questa scrittura che è appunto un fiume incessante, che butta acqua continuamente, e non è acqua limpida, non è acqua sempre pulita: è acqua necessaria. Una cascata che a volte ti porta con gioia, a volte con furia, ma che è sempre in tumulto. Se una cosa del genere ti piace (perché può anche non piacere, come può non piacere il rafting), sei perduto. Diciamo che è difficile che non piaccia, ecco. C’è talmente tanto, e alla prima immersione sei già così immerso, che quando riemergi per respirare, o mangiare, o dormire, vuoi tornare subito sotto: diventa un bisogno, una necessità.

Queste cose che sto dicendo non sono abbastanza: sono anzi molto poco. Non sono capace di rendere onore alla Ferrante senza perdere qualcosa di quel molto per strada. Perciò andate a leggervela, santo il cielo di Sant’Ilario. E poi mi direte.

 

 

La tetralogia dell’amica geniale -perché è di questa che stiamo parlando, visto che l’ho appena finita- è fatta di quattro libri che in realtà sono un libro solo, un unico grande romanzo. Non sono in grado di dirne la meraviglia in poche frasi semplici. Questo libro è molte cose, ma non una cosa semplice da definire. A leggere i quattro libri che compongono questo unico grande libro ci ho messo venti giorni, e alla fine di questi venti giorni mi sono sentita perduta, come chi smarrisce la strada di casa. Casa mia per venti giorni era stata lì dentro, e uscirne, dover tornare alla realtà, è stato traumatico, quasi doloroso.

Lila e Lenù mi mancano moltissimo. Mi manca il loro mondo, mi manca tutto. E, più di tutto, mi manca Lila. Lila che non è la voce narrante (la voce narrante è Lenù), Lila che in teoria non è la protagonista (la protagonista in teoria è sempre Lenù), ma che in realtà è il filo che tiene tutto insieme. Lila che smette di studiare dopo la licenza elementare mentre Lenù continua e si laurea addirittura alla Normale di Pisa. Lila che, quando la maestra Oliviero lotta perché i genitori di entrambe le bambine permettano loro di fare l’esame d’ammissione alle scuole medie (e i genitori di Lenù alla fine cedono cambiandole il destino, mentre quelli di Lila no), lotta più di tutti, grida in dialetto, tenta qualunque cosa pur di continuare a studiare, e ci crede fino all’ultimo, per poi finire lanciata fuori dalla finestra (il padre la butta fuori dalla finestra per sancire il suo no definitivo, lei si spezza un braccio e dice all’amica “non mi sono fatta niente”). Lila che mentre Lenù impara il latino a scuola studia il latino in segreto e aiuta l’altra a capirlo meglio. Lila che quando Lenù inizia il liceo classico impara in segreto anche il greco e costringe l’amica a fare esercizi difficili, permettendole di diventare la prima della classe, la più brava di tutti. Lila che è cattiva, cattiva, cattiva (Lenù ce lo ripete per tutto il libro, quanto Lila sia cattiva e intelligente), ma che poi sorprende con immense generosità, immense bontà, immani atti di bene. Lila che ha paura della smarginatura delle cose e delle persone. Lila che da piccola scriveva e sognava di fare la scrittrice e di guadagnare tanti soldi e di tirare fuori la famiglia dalla miseria, e Lenù che sognava le stesse cose e scrittrice da grande lo diventa sul serio. Lila che mentre scrivo queste parole mi fa venire voglia di piangere forte, pensando a quanto tutta, tutta la storia sia lei. Lei che per tutta la vita non si allontana mai dal rione. Lei che la prima notte di nozze viene picchiata come un animale. Lei che è benedetta da una cosa speciale che è l’intelligenza più viva e più autentica. Lei a cui a un certo punto capita un dolore inimmaginabile, che quando ci sono arrivata (era notte, stavo leggendo prima di mettermi a dormire) non mi ha fatto più dormire, mi ha fatto desiderare di chiudere il libro e smettere per sempre di leggere.

Lenù è la protagonista, la voce narrante, la scrittrice Elena Greco, sempre la prima della classe, la laureata alla Normale, quella bravissima, brillantissima, coltissima, quella che esce dal rione, che sposa un professore universitario figlio di un professore universitario e di una traduttrice. Lenù è un personaggio che in un modo o nell’altro si fa amare perché la storia ce la racconta lei, e allora, per questo, le vogliamo bene: perché è grazie a lei che sappiamo tutto, che possiamo guardare anche Lila. La storia di Lenù -la sua università, la fuga da Napoli, gli amori, il marito, le figlie, i libri che pubblica, l’amore grande, i dolori grandi- ci interessa, ci coinvolge, vogliamo sapere, tifiamo moltissimo, ma aspettiamo trepidanti di sapere anche e sempre che cosa, nel frattempo, stia succedendo a Lila. Che è la sua amica più cara e anche la sua nemesi. Che è la persona a cui Lenù tiene di più al mondo, ma anche quella che più detesta e di cui ha più paura, perché sa che in fondo, nonostante tutti i libri e lo studio e l’emancipazione, lei (lei Lenù) continua e continuerà sempre a vivere nella sua ombra, e a chiedersi: che cosa sarebbe stata, Lila, se avesse avuto le possibilità che ho avuto io? Sapendo che sarebbe stata qualcosa di immenso, perché in fondo è riuscita a esserlo per tutta la vita anche così, senza avere niente.
Lila da sempre chiama Lenù “la mia amica geniale”. Ma il segreto che si capisce subito, e quindi non è un segreto, è che in realtà l’amica geniale è lei.

 

Sappi che tutte le strade, anche le più sole, hanno un vento che le accompagna

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“Sappi che tutte le strade, anche le più sole
hanno un vento che le accompagna
e che il gomitolo, forse
non ha voluto diventar maglione
che preferisco non imparar la rotta
per ricordarmi il mare”.

 
Oggi festeggio il destino, che non si ferma mai e finalmente mi porta un po’ più via di quanto non sia già da dieci anni a questa parte, riguardandomi la foto quassù, che scattai due anni fa nella strada che corre dietro alla mia casa natale. Fuggo da sempre e fuggirò ancora, ma è da lì che vengo, e pur fuggendo e volendo fuggire ancora, non lo dimentico mai. Che il vento mi accompagni sempre.

 

Alle strade che sono infinite, alla vita che sa essere buffa e stupefacente

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Oggi è il 23 marzo, il compleanno di Tommaso. E io come ogni 23 marzo -ma oggi con una commozione particolare, perché gli anni che ci dividono da quel 23 marzo lì sono tondi, sono DIECI- ho ripostato su Facebook e Twitter il link a questo post, gridando: sono passati esattamente DIECI ANNI da quando, a diciannove, decisi di vendere il mio regno per un Tommaso. Dieci anni!

Qualche ora dopo mi è arrivata questa mail da una personcina speciale che mi ha scritto una cosa per cui mi sono messa a piangere in ufficio, così, davanti allo schermo del computer.

In un momento in cui la mia vita pratica sta per cambiare e io ho molta paura e molto bisogno di sapere che quello che scrivo ha un senso, un valore e uno scopo, questa mail mi ha fatto tanto bene. Ne copio un pezzo qui, perché è troppo bella per non condividerla, e perché voglio ringraziare.

 

«(…) Ti scrivo perché come tutti gli anni ho riletto “Il mio regno per un Tommaso” – con relativo sequel – che è davvero uno dei miei pezzi preferiti, e ogni volta che lo condividi io me lo vado a rivedere.
(…) Volevo ringraziarti perché ogni volta che sono di pessimo umore, che mi sento sballottata nella tempesta, e ignorata da tutte le forze cosmiche, le cose che scrivi, e il modo in cui le scrivi, mi ricordano che invece le strade sono infinite, le possibilità sono infinite e la vita può essere ancora buffa e stupefacente. Grazie».

 

Ma grazie a te, dal cassetto più nascosto e fragile e soffice che ho nel cuore. Grazie a te.
 

Fiumi, America, correnti, pepe magico

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Son giorni che ogni cosa va a posto da sola, senza che io debba preoccuparmene, come se nell’aria ci fosse del pepe magico.
Ora per esempio mi hanno fatto sapere che nel corso di letteratura americana a cui volevo iscrivermi con tutto il cuore (si chiama Magic Louisiana, è un corso speciale sulla cultura nera schiava delle piantagioni di cotone, su certi scrittori mitici, sul grande Sud della cosa più bella del mondo: gli Stati Uniti d’America), un corso che era sold out e a cui non potevano aggiungere nemmeno uno spillo, e che inizia domani sera, si è appena liberato un posto. Adesso. Nell’ultimo giorno utile, dopo giorni in cui ci ero stata male come una capinera caduta dal nido in picchiata.
Com’è bello questo fiume, com’è bella questa corrente, come sai esser bella tu, vita cara, quando decidi di collaborare.

 

«One night I dreamed that I painted a large American flag». (Jasper Johns, Flag - MoMA, New York).

«One night I dreamed that I painted a large American flag».
(Jasper Johns, Flag – MoMA, New York).

 

Auguri, sei sempre più bello

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Oggi è il compleanno del mio amato Paolo Virzì.

Amo tutti i suoi film, ma il più caro rimane Ovosodo, che è, fin da quand’ero piccola, uno dei film cult miei e della mia mamma (sono fortunata: son cresciuta con una mamma che mi ha fatto amare il cinema, e abbiamo molti film cult).

 
ovosodo
 
Sapete che Livorno è l’unica città italiana di medie dimensioni ad avere un nome in inglese? Dalla metà del Cinquecento fino all’Ottocento fu un porto franco frequentato da mercanti di tutte le provenienze, sede di compagnie di navigazione e consolati stranieri. Si guadagnò perciò un nome internazionale, proprio come succede alle grandi città: Leghorn.

 

[Il titolo, dopo «Auguri, virgola», è una citazione da Ovosodo, eh].

 

Some magical thinking on The Year of Magical Thinking

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brooklyn_childrensbookfair
 
One thing I really care about is finding the right bookmark for every single book I read. Something that reminds me of the city in which the story takes place, something that reminds me of the author for some bizarre reason, or something that just seems proper, that just sounds as a good idea.
The best bookmark I’ve had so far was the one I used for Colum McCann’s Let The Great World Spin: I was told to read it by a person I hold very dear, and since that person said to me «this book has Dublin and New York in it», I recycled as a bookmark my entrance ticket to The Tenement Museum in the Lower East Side (where I had taken the Irish Outsiders tour); the ticket had this «Irish Outsiders» written on it, and it was perfect: it carried both Dublin and New York with it, and -just like that masterpiece of a book does- it carried the poors and the desperates too.

Now I’m reading The Year of Magical Thinking by Joan Didion, and I didn’t know what to use. Just when I was starting to lose hope (and I never lose hope, that’s one thing you need to learn about me if you care to know me), surrendering to the shitty idea of using an ordinary bookmark, or no bookmark at all, I found this. It is the leaflet of Brooklyn Museum’s Children’s Book Fair, something that happened on November 23, 2013.

I was born on November 23. It is my birthday, on November 23. It was my 28th birthday, on that November 23, 2013. And I was in New York.

This amazing, powerful, heartbreaking book tells the heartbreaking story of a death. A death which takes place in New York. I somehow thought this was a nice coincidence: my most important day celebrating, as a bookmark, someone else’s OTHER most important day. Because that’s what death is: our other most important day. A day we do not see, a day we do not know, a day we spend unaware of its meaning, year after year, until the right one.

This was the right bookmark.

Thanks Joan for all the pain you are showing me, and for all these little pains of mine you are healing with the power of this one. Thanks for everything.
Hope the Universe appreciates this stupid way I found to celebrate you.

 

 

“Life changes fast. Life changes in the instant. You sit down to dinner and life as you know it ends”.
 

“I remember thinking that I needed to discuss this (Jonh’s death) with John. There was nothing I did not discuss with John. Because we were both writers and we both worked at home our days were filled with the sound of each other’s voices. I did not always think he was right nor did he always think I was right but we were each the person the other trusted”.
 

I see now that my insistence on spending that first night alone was more complicated than it seemed, a primitive instinct. Of course I knew John was dead. (…) Yet I was myself in no way prepared to accept this news as final: there was a level on which I believed that what happened remained reversible. That was why I needed to be alone. After that first night I would not be alone for weeks (my brother Jim and his wife Gloria would fly in from California the next day, Nick would come back to town, Tony and his wife Rosemary would come down from Connecticut, José would not go to Las Vegas, our assistant Sharon would come back from skiing, there would never not be people in the house), but I needed that first night to be alone. I needed to be alone so that he could come back. This was the beginning of my year of magical thinking“.

 

John, Joan, Quintana

John Gregory Dunne, Joan Didion, and their daughter Quintana Dunne.

 

John and Joan

John Gregory Dunne and Joan Didion

 

[E se poi volete fare una bella cosa, andatevi a leggere la recensione che di questo libro ha scritto la cara Francesca Crescentini: nella libreria ho un’intera pila di libri che son stati scritti a causa di Joan Didion da altri (qui uno su tutti), ma non avevo mai letto lei, LEI. Ringrazio perciò tanto anche Francesca per avermi fatto venire molta voglia di leggerla senza poter aspettare neanche un secondo di più].

 

[Sì, quella verde nella prima foto è una borsina da libro; di borsine da libro ne ho molte, giacché io i libri me li porto a spasso sempre con grande cura (non li butto mai in borsa nudi: li ripongo in borsa protetti da un’altra borsa: la loro borsina da libro, appunto). Questa, nella fattispecie -la scritta non si vede tutta, ma c’è scritto Lieblings Buch-, è un bellissimo regalo della mia amica Gioia].

 

Io voglio che stravedi

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patriziacavalli_datura

 

E se mi guardi davvero e poi mi vedi?
Io voglio che stravedi non che vedi!

 

Nuovi acquisti che mi fanno immensamente felice.

 

(Per leggerne un bell’estrattino sul sito dell’Einaudi, cliccate QUI.
L’estrattino contiene anche una delle poesie che ho amato di più nell’intera raccolta: Destino figurato. Beltade spinta ad alti livelli).

 

patriziacavalli

 

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