Alle strade che sono infinite, alla vita che sa essere buffa e stupefacente

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Oggi è il 23 marzo, il compleanno di Tommaso. E io come ogni 23 marzo -ma oggi con una commozione particolare, perché gli anni che ci dividono da quel 23 marzo lì sono tondi, sono DIECI- ho ripostato su Facebook e Twitter il link a questo post, gridando: sono passati esattamente DIECI ANNI da quando, a diciannove, decisi di vendere il mio regno per un Tommaso. Dieci anni!

Qualche ora dopo mi è arrivata questa mail da una personcina speciale che mi ha scritto una cosa per cui mi sono messa a piangere in ufficio, così, davanti allo schermo del computer.

In un momento in cui la mia vita pratica sta per cambiare e io ho molta paura e molto bisogno di sapere che quello che scrivo ha un senso, un valore e uno scopo, questa mail mi ha fatto tanto bene. Ne copio un pezzo qui, perché è troppo bella per non condividerla, e perché voglio ringraziare.

 

«(…) Ti scrivo perché come tutti gli anni ho riletto “Il mio regno per un Tommaso” – con relativo sequel – che è davvero uno dei miei pezzi preferiti, e ogni volta che lo condividi io me lo vado a rivedere.
(…) Volevo ringraziarti perché ogni volta che sono di pessimo umore, che mi sento sballottata nella tempesta, e ignorata da tutte le forze cosmiche, le cose che scrivi, e il modo in cui le scrivi, mi ricordano che invece le strade sono infinite, le possibilità sono infinite e la vita può essere ancora buffa e stupefacente. Grazie».

 

Ma grazie a te, dal cassetto più nascosto e fragile e soffice che ho nel cuore. Grazie a te.
 

Fiumi, America, correnti, pepe magico

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Son giorni che ogni cosa va a posto da sola, senza che io debba preoccuparmene, come se nell’aria ci fosse del pepe magico.
Ora per esempio mi hanno fatto sapere che nel corso di letteratura americana a cui volevo iscrivermi con tutto il cuore (si chiama Magic Louisiana, è un corso speciale sulla cultura nera schiava delle piantagioni di cotone, su certi scrittori mitici, sul grande Sud della cosa più bella del mondo: gli Stati Uniti d’America), un corso che era sold out e a cui non potevano aggiungere nemmeno uno spillo, e che inizia domani sera, si è appena liberato un posto. Adesso. Nell’ultimo giorno utile, dopo giorni in cui ci ero stata male come una capinera caduta dal nido in picchiata.
Com’è bello questo fiume, com’è bella questa corrente, come sai esser bella tu, vita cara, quando decidi di collaborare.

 

«One night I dreamed that I painted a large American flag». (Jasper Johns, Flag - MoMA, New York).

«One night I dreamed that I painted a large American flag».
(Jasper Johns, Flag – MoMA, New York).

 

Auguri, sei sempre più bello

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Oggi è il compleanno del mio amato Paolo Virzì.

Amo tutti i suoi film, ma il più caro rimane Ovosodo, che è, fin da quand’ero piccola, uno dei film cult miei e della mia mamma (sono fortunata: son cresciuta con una mamma che mi ha fatto amare il cinema, e abbiamo molti film cult).

 
ovosodo
 
Sapete che Livorno è l’unica città italiana di medie dimensioni ad avere un nome in inglese? Dalla metà del Cinquecento fino all’Ottocento fu un porto franco frequentato da mercanti di tutte le provenienze, sede di compagnie di navigazione e consolati stranieri. Si guadagnò perciò un nome internazionale, proprio come succede alle grandi città: Leghorn.

 

[Il titolo, dopo «Auguri, virgola», è una citazione da Ovosodo, eh].

 

Some magical thinking on The Year of Magical Thinking

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brooklyn_childrensbookfair
 
One thing I really care about is finding the right bookmark for every single book I read. Something that reminds me of the city in which the story takes place, something that reminds me of the author for some bizarre reason, or something that just seems proper, that just sounds as a good idea.
The best bookmark I’ve had so far was the one I used for Colum McCann’s Let The Great World Spin: I was told to read it by a person I hold very dear, and since that person said to me «this book has Dublin and New York in it», I recycled as a bookmark my entrance ticket to The Tenement Museum in the Lower East Side (where I had taken the Irish Outsiders tour); the ticket had this «Irish Outsiders» written on it, and it was perfect: it carried both Dublin and New York with it, and -just like that masterpiece of a book does- it carried the poors and the desperates too.

Now I’m reading The Year of Magical Thinking by Joan Didion, and I didn’t know what to use. Just when I was starting to lose hope (and I never lose hope, that’s one thing you need to learn about me if you care to know me), surrendering to the shitty idea of using an ordinary bookmark, or no bookmark at all, I found this. It is the leaflet of Brooklyn Museum’s Children’s Book Fair, something that happened on November 23, 2013.

I was born on November 23. It is my birthday, on November 23. It was my 28th birthday, on that November 23, 2013. And I was in New York.

This amazing, powerful, heartbreaking book tells the heartbreaking story of a death. A death which takes place in New York. I somehow thought this was a nice coincidence: my most important day celebrating, as a bookmark, someone else’s OTHER most important day. Because that’s what death is: our other most important day. A day we do not see, a day we do not know, a day we spend unaware of its meaning, year after year, until the right one.

This was the right bookmark.

Thanks Joan for all the pain you are showing me, and for all these little pains of mine you are healing with the power of this one. Thanks for everything.
Hope the Universe appreciates this stupid way I found to celebrate you.

 

 

“Life changes fast. Life changes in the instant. You sit down to dinner and life as you know it ends”.
 

“I remember thinking that I needed to discuss this (Jonh’s death) with John. There was nothing I did not discuss with John. Because we were both writers and we both worked at home our days were filled with the sound of each other’s voices. I did not always think he was right nor did he always think I was right but we were each the person the other trusted”.
 

I see now that my insistence on spending that first night alone was more complicated than it seemed, a primitive instinct. Of course I knew John was dead. (…) Yet I was myself in no way prepared to accept this news as final: there was a level on which I believed that what happened remained reversible. That was why I needed to be alone. After that first night I would not be alone for weeks (my brother Jim and his wife Gloria would fly in from California the next day, Nick would come back to town, Tony and his wife Rosemary would come down from Connecticut, José would not go to Las Vegas, our assistant Sharon would come back from skiing, there would never not be people in the house), but I needed that first night to be alone. I needed to be alone so that he could come back. This was the beginning of my year of magical thinking“.

 

John, Joan, Quintana

John Gregory Dunne, Joan Didion, and their daughter Quintana Dunne.

 

John and Joan

John Gregory Dunne and Joan Didion

 

[E se poi volete fare una bella cosa, andatevi a leggere la recensione che di questo libro ha scritto la cara Francesca Crescentini: nella libreria ho un’intera pila di libri che son stati scritti a causa di Joan Didion da altri (qui uno su tutti), ma non avevo mai letto lei, LEI. Ringrazio perciò tanto anche Francesca per avermi fatto venire molta voglia di leggerla senza poter aspettare neanche un secondo di più].

 

[Sì, quella verde nella prima foto è una borsina da libro; di borsine da libro ne ho molte, giacché io i libri me li porto a spasso sempre con grande cura (non li butto mai in borsa nudi: li ripongo in borsa protetti da un’altra borsa: la loro borsina da libro, appunto). Questa, nella fattispecie -la scritta non si vede tutta, ma c’è scritto Lieblings Buch-, è un bellissimo regalo della mia amica Gioia].

 

Io voglio che stravedi

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patriziacavalli_datura

 

E se mi guardi davvero e poi mi vedi?
Io voglio che stravedi non che vedi!

 

Nuovi acquisti che mi fanno immensamente felice.

 

(Per leggerne un bell’estrattino sul sito dell’Einaudi, cliccate QUI.
L’estrattino contiene anche una delle poesie che ho amato di più nell’intera raccolta: Destino figurato. Beltade spinta ad alti livelli).

 

patriziacavalli

 

O mondo, trovami 1.400 euro, ché in America voglio andar

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Devo trovare il modo di mettere insieme 1.400 euro entro il 27 febbraio 2015. Grazie al cielo un lavoro ce l’ho, ma di risparmi non ne ho neanche l’ombra, quindi 1.400 euro da prendere e investire in uno sfizio (per quanto bello, per quanto nobile), non li ho.
Vorrei, però, provare a guadagnarmeli.

No joke: fatemi fare qualcosa.
Non so: traduzioni eng>ita, traduzioni fra>ita, insegnamento di mitologia greca, celtica, norrena, lezioni di politica americana, lezioni su Harry Potter, lezioni sulle commedie di Nora Ephron, lezioni su tutti i film con Julia Roberts, lezioni sui Subsonica e De Gregori, lezioni su Boris Vian, lezioni su Kafka, pulizia di case di bambole, andar per boschi ad ammazzare i cacciatori di draghi, sbobinatura di nastri, un po’ di lavoro da freelance in qualunque veste (copy, proofreader -correttrice di bozze, via-, ufficio stampa per piccoli progetti, social media manager, bibidibobidibù), insegnarvi i social media, insegnarvi il linguaggio HTML, insegnarvi qualche rudimento di SEO, insegnarvi l’alfabeto segreto con cui ci scrivevamo letterine io e il mio nonno marinaio (oh, è un alfabeto bellissimo).

Non lo so, ma trovate la maniera di far sì che a voi o a qualcuno che conoscete serva qualcosa, e che quella cosa possa venire a farla io. Sono seria. No scherzi. No commenti scemi. No commenti inutili (fatene, e verrete uccisi nel sonno da uno dei troll di montagna dell’esercito magico del Pellashire: non si prende in giro la gente che ha un sogno, grazie). Questo è un vero annuncio, un vero SOS.

 
– Perché? Perché Marta Ciccolari Micaldi, che non è una donna, ma un miracolo, a maggio parte con i Book Riders per un viaggio letterario in Illinois di una settimana, e io ci voglio andare.

– Perché di avere quella somma lì ne ho bisogno entro fine febbraio? Perché le iscrizioni scadono a fine febbraio.
 

Torna a fare la cameriera, dite? La cameriera l’ho fatta per più di un anno, di notte, con un turno massacrante che finiva alle 3 del mattino quando andava molto bene ma più di frequente (cioè quasi sempre) alle 4. Ho fatto molti lavori, nella mia vita. Adesso che di anni ne ho 29 mi piacerebbe provare a vedere se, in mezzo alla moltitudine dei tanti che sanno vendersi bene (meglio di me) e riescono a guadagnare con le competenze che hanno acquisito e con quello che sono bravi a fare/realizzare, riesco a fare una cosa del genere anch’io, che sono geneticamente incapace di vendere fuffa, di far passare per arrosto quello che in realtà è solo fumo, e quindi l’arrosto ve lo preparerei davvero e ve lo preparerei pure bene.

Sono a vostra disposizione. Qui, per farvi un’idea su che cosa, di preciso, potrei venire a fare per voi, c’è il mio profilo LinkedIn, con il mio curriculum messo proprio per intero (e c’è pure l’anno da cameriera, perché per me è valso quanto un master).
L’unica cosa che manca è quel periodo assurdo in cui gestii il sito di una compagnia teatrale lavorando su protocollo FTP, una roba che non augurerei neanche a Satana, neanche se volessi augurargli il male. Chissà perché non ce l’ho messo? Adesso in effetti magari lo aggiungo.

Ad ogni modo. Se non riusciamo a mettere insieme questi 1.400 euro per fine febbraio, non preoccupatevi: Marta di viaggi con i Book Riders ne ha già in programma altri due, su altre strade e sulle tracce di altri scrittori. Uno in California nell’autunno del 2015, e uno nel Pacific Northwest (Seattle, Portland, etc) nella primavera del 2016. Potendo vorrei farli tutti e tre, ma anche solo uno andrebbe bene.

Mi aiutate? Mica vi chiedo di regalarmeli, eh. Vi chiedo solo di farmi lavorare.

***

(Marta, io mi ripeto, ma insomma, è necessario: tu non sei una donna, sei un miracolo).

bookriders

Là c’è una porta rossa

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Là c’è una porta rossa.
La vorrei tinta in nero.
Niente colori, tutto dipinto in nero.
Io volterò la testa fin quando arriva il nero.
Là c’è una fila d’auto, e sono tutte nere,
coi fiori, e col mio amore, che non tornerà più.
Io se mi guardo dentro vedo il mio cuore nero.
Poi forse svanirò e non dovrò più guardare la realtà.
Come si fa
ad affrontar le cose
se tutto il mondo è nero?

 

 

Questa roba qui, questo video di Youtube, questo stralcio di Turné, è una delle mie cose preferite al mondo. Non ringrazierò mai abbastanza la persona che anni fa ha deciso di metterlo online; non ho idea di chi sia, ma le dico grazie.

Da dove partire per spiegare perché?

Chi mi conosce un po’ sa che il mio film preferito è Marrakech Express.
Uscì quando avevo quattro anni, nel 1989, e insieme a Mediterraneo -1991- e Turné -1990- compone la trilogia della fuga di Salvatores (in realtà ne fa idealmente parte anche Puerto Escondido, uscito nel 1992, appunto una specie di quarta appendice “morale” della trilogia).

Io vidi Turné prima di Marrakech Express; e se è per questo vidi pure Mediterraneo prima di Marrakech Express, e quando poi alla fine, e finalmente, vidi davvero Marrakech Express (ero già grande, avevo 23 anni, che se vogliamo è un’età piuttosto avanzata per incontrare il proprio film preferito), provai una sensazione molto strana: mi sembrò di conoscerlo da tutta la vita. Mi sembrò che fosse stato sempre con me, di averlo visto per la prima volta quand’era uscito -anche se io in realtà ero troppo piccola per vedere qualcosa di diverso dai cartoni animati-, e poi di avere continuato a rivederlo tutte le settimane di tutti i mesi di tutti gli anni della mia vita. Fu una sensazione così forte che per i successivi tre giorni lo riguardai due volte al giorno, non so se per provare a recuperare il tempo perduto o perché non riuscivo più a farne a meno.

Ora, non so se voi abbiate mai letto Jack Frusciante è uscito dal gruppo (se non l’avete mai letto, dovreste). Bene, quello fu uno dei libri-culto della mia gioventù. Non lo lessi presto: avevo 17 anni, che per un libro-culto della gioventù forse sono già troppi, esattamente come a 23 magari si è già grandi per incontrare il film preferito, ma ricordo in maniera molto nitida come quel libro andò poi a segnare una certa parte di tutto il resto, come mi raccontò delle cose di me.

Lo cito adesso perché in Jack Frusciante c’è un passaggio che dice così (vado a copiare a mano):

“Era come se lì, seduto contro il poggiaschiena di quella panchina, lui ci fosse già stato, come se Aidi l’avesse già conosciuta. Tra le pieghe della memoria, nelle videocassette d’archivio della scuola elementare, gli sembrava ci fosse qualcosa di lei: Villa Spada, dove andava a giocare con la divisa da lupetto; i pranzi dagli zii a Casalecchio, la domenica; la Renault blu che il Cancelliere aveva comprato quando lui aveva sei anni; lo specchio del bagno, alonato di condensa, su cui il frère de lait aveva scritto «W Inter»; e poi certi riff distorti di Fender Jaguar nella memoria… Ebbene, c’era qualcosa di lei, in tutto questo, e il vecchio Alex riusciva a essere più che simpatico e più che naturale, ma senza calcolo, e insomma ne era quasi sicuro, adesso: gli sembrava di conoscere Aidi da sempre, poiché quando si dice il sentimento, ragazzi”.

Quella è, da allora, e poi sempre, ma forse pure da prima, la mia idea di che cosa voglia dire innamorarsi sul serio. Avere davanti una persona che ci fa sentire inspiegabilmente a casa anche se lui/lei è una cosa tutta nuova, una terra inesplorata. Che ci fa sentire come se dentro a quel posto nuovo che è lui/lei potessimo trasportarci senza sforzo anche tutto quello che siamo.
(Nella mia idea archetipica di un amore che nasce, poi, c’è anche sempre di mezzo una panchina su cui stare a parlare per diciassette ore senza rendersi conto del tempo che passa, e pure di questo mi dico che non so se lo devo a Jack Frusciante o se invece è una cosa mia che ha trovato corrispondenza in quel passaggio lì).

Ad ogni modo.

L’unico uomo che credo di avere amato per davvero una volta mi disse: «Come farei senza di te? E soprattutto: come facevo, prima, senza di te?

Mi spiegò che quasi non ricordava più com’era, il prima, perché per certi versi era come se io ci fossi sempre stata. Fu molto bello (rimane tuttora una delle cose più belle che mi abbia mai detto una persona), e a me sembrò di capire esattamente che cosa volesse dire.
Ricordai che una notte gli avevo raccontato della grande casa ai piedi delle montagne in cui vivevano i miei nonni prima di trasferirsi a Città dei Sette Assedi: la casa in cui avevo trascorso tutte le mie estati di bambina. Aveva un grande giardino e nel giardino quattro alberi altissimi; uno era un pino argentato, un altro lo chiamavamo La Signora, gli altri non ricordo.
Gli avevo raccontato che quando i miei due canarini erano morti -prima uno, due anni dopo l’altro- li avevamo seppelliti sotto a quegli alberi, e che in certi giorni, anche adesso, anche da grande, ogni tanto se chiudevo gli occhi era lì che andavo, e mi sembrava di esserci davvero, di sentir soffiare il vento, e i passerotti cantare, e di rivedere tutto il verde, tutta la luce filtrare tra i rami, di sapere ancora esattamente com’era tutto quanto.
Quando mi disse quella frase fui quasi certa di capirlo e pensai che in fondo, chiudendo gli occhi un po’ più forte, era vero: se lui quasi non ricordava un prima, anche io vedevo lui in quel giardino, insieme a me.

Oltre al fatto che andò poi a finire malissimo tutto (e non per colpa mia), c’è da dire pure che quella sensazione che volevo sentire a tutti i costi -un po’ perché ero condizionata dal vecchio Alex di Jack Frusciante e un po’ perché, se mi ero lasciata condizionare dal vecchio Alex di Jack Frusciante, forse quella cosa lì la sentivo come necessaria da sempre anche dentro di me, necessaria a riconoscere l’amore-, in realtà non la sentivo.
Per questo mi dico che magari, quando e se m’innamorerò davvero e per sempre, quel lui che non so chi sia avrà questo, di speciale: me lo ricorderò in quel giardino, insieme agli alberi, al vento, a me da piccola, ai canarini morti, ai passerotti vivi. Me lo ricorderò lì anche se non può esserci stato, e me lo ricorderò lì perché in un certo senso c’era già o avrebbe potuto esserci senza fatica: e non dovrò sforzarmi di crederci, perché sarà così. E perché l’unico futuro possibile forse è davvero quello che in un modo o nell’altro ci dà la sensazione di contenere dentro di sé anche tutti i prima.

Una persona a cui tengo molto (per comodità lo chiameremo Ugo, anche se Ugo non è il suo nome) di queste mie idee sull’amore autentico qualche tempo fa mi ha detto: Francesca, ma la pianti con certe cazzate da ragazzina?
Io però non credo che lo siano. Altrimenti un amore varrebbe l’altro. E invece, diamine, ci dovrà pur essere un amore diverso. Un amore che, senza farci scomodare stronzate come l’idea di anima gemella (che, con sette miliardi di persone sulla Terra e cento milioni di vite possibili per ciascuno di noi, penso sia un concetto molto sbagliato), possa farci dire: io amo te, proprio te, perché sei tu, e non un altro, e tutti quei ragazzi come te non hanno niente.

Ecco. Con Marrakech Express mi successe esattamente quello che ancora aspetto mi succeda con una persona: mi sembrò di conoscerlo da tutta la vita.
Di conoscerlo e amarlo già alle elementari, e che fosse lì, insieme a me, in mezzo ai temi in classe del lunedì, al pacchettino di cracker col succo di frutta che mi portavo come spuntino per l’intervallo e agli occhiali che il mio papà mi lavava con acqua e sapone ogni mattina. Che fosse con me alle medie quando mi tagliai i capelli corti, scoprii di avere un amore enorme per la lingua inglese, mi fracassai una gamba cadendo sugli sci e fui operata e rimasi una settimana in ospedale d’inverno e una settimana in ospedale d’estate; che fosse lì quando andai per la prima volta nella terra da cui viene il mio cognome e quindi sicuramente anche una parte dei miei geni, chissà quanto lontani nel tempo (no, non è la Sardegna, santo diamine di una miseria: è la Grecia); che fosse lì quando i miei compagni di classe mi sembravano tutti alieni.
Che fosse con me soprattutto al liceo, quando invece mi feci certe risate che poi mai più nella vita, e incontrai la maggior parte dei miei amici fondamentali, e iniziai a fare teatro, e scoprii De Gregori convincendomi che come lo amavo io, De Gregori, non avrebbe potuto amarlo nessun altro, mai.
Che fosse lì anche quando lessi Jack Frusciante è uscito dal gruppo, che fosse lì mentre leggevo quel passaggio e mi dicevo: oddio, è vero, è questo, è questo l’amore.

Marrakech Express è il mio film preferito perché quando a 23 anni lo vidi per la prima volta mi sembrò subito di riconoscere una cosa mia, che mi accompagnava da sempre anche se non era vero perché appunto non l’avevo mai visto, e fui subito certa, pur conscia di tutta l’assurdità della situazione, di questo fatto inspiegabile e al contempo molto semplice: cioè che Marrakech Express era sempre stato con me anche quando non c’era.

 

Tutto questo per dire che cosa? Ah, sì. Che nonostante il mio film preferito sia appunto un altro, ricordo molto distintamente di aver passato l’intero inverno del 2008 a rivedere ogni giorno questa scena di Turné, proprio grazie a questo video messo su Youtube da chissà chi.
Un po’, ma solo in maniera marginale, perché Fabrizio Bentivoglio da giovane era una delle cose più belle dell’intero universo, e mi viene voglia di ammazzarmi ogni volta che penso che giovane così io non l’ho mai visto e non lo potrò mai più vedere, perché Fabrizio Bentivoglio da giovane non esiste più, e che certo è ancora un bell’uomo e tutto, ma non è più quella cosa lì, non è più il Marco di Marrakech Express, non è più il Federico Lolli di Turné, e non esiste più quella faccia lì: lo scoramento che mi prende è simile a quello che ho sperimentato quando il mio cugino diciottenne Gabriele (l’unica persona al mondo per cui sarei disposta a morire o a vendere un rene a una banda di trafficanti di organi colombiani senza battere ciglio, se lui fosse in pericolo e questo servisse ad avergli salva la vita), da cucciolo che era è diventato grande e grosso e ha messo su una voce da pugile tabagista, e io ho pensato «oddio, oddio, lui a 9 anni non lo vedrò mai più, non esiste più, non c’è più la sua faccetta, non ci sono più le sue manine, e io a questo qui che è diventato voglio un bene dell’anima, ma mi sembra più accettabile andarmi a buttare subito da un ponte, piuttosto che pensare al fatto che lui da piccolo, lui com’era, lui pulcino, non lo rivedrò mai più».

Soprattutto, però, guardai questa scena ogni giorno per l’intero inverno del 2008 (me lo ricordo molto bene, è un ricordo bellissimo) per il motivo più semplice di tutti: è meravigliosa.
Anche adesso, mi viene in mente spesso. Giusto l’altro giorno un’amica mi raccontava delle porte rosse che ha la casa dell’uomo che ama, e io sono partita con Là c’è una porta rossa / la vorrei tinta in nero, e poi è finita che le ho mandato il link a questo video, ed è piaciuto molto pure a lei.

E ce n’è un terzo: il terzo motivo per cui passai quell’inverno là a rivedermelo è lo scambio di battute finale (come lo si spiega, a uno che non lo sa, che l’inizio di Turné ha una splendida battuta finale? Che la fine dell’inizio di Turné è strepitosa? E che anche tutto il film che viene dopo non è niente, ma niente male?):

«Senta, Lolli, quel testo… García Lorca, no?»
«Mick Jagger»

Ecco. Ora voi ditemi se «Mick Jagger» non è un modo straordinario per chiudere una qualsiasi faccenda.

(Ah, la canzone naturalmente è Paint It Black).

 

Gone Girl – una recensione

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“He promised to take care of me, and yet I feel afraid. I feel like something is going wrong, and that it will get even worse. I don’t feel Nick’s wife. I don’t feel like a person at all: I am something to be loaded and unloaded, like a sofa or a cuckoo clock. I am something to be tossed into a junkyard, thrown into the river, if necessary. I don’t feel real anymore. I feel like I could disappear”.

Gillian Flynn, Gone Girl, Crown Publishing (Random House Group)
[In Italia è pubblicato da Rizzoli col titolo L’amore bugiardo]

 

*****

 

Non so che cosa sappiate o non sappiate di Gone Girl. Ora che è uscito il film di David Fincher penso che, se non l’avete già visto, vi siate quantomeno imbattuti nel trailer, e quindi una vaga idea di quale sia la storia ce l’abbiate, ecco. Io però farò come se non ne sapeste niente, eviterò gli spoiler -che in ogni caso dovrebbero essere dichiarati illegali e puniti con dieci frustate-, e, prima di dirvi la mia, vi snocciolerò una breve sinossi.

 

Ma facciamo le cose per benino, orsù.
Il libro inizia nel giorno del quinto anniversario di matrimonio dei due protagonisti, e la loro storia viene raccontata man mano con un sapiente gioco di flashback (gioco di cui parleremo meglio in seguito). Mi sembra quindi opportuno stendere qualche riga di biografia dei due fringuelli al tempo in cui son giovani, belli, spensierati e s’innamorano. Cioè qualche anno prima che la loro splendida vita se ne vada a puttane con un gran fracasso.

Lui: Nick Dunne
Un ragazzone del Missouri trasferitosi a New York, dove lavora per una rivista maschile: scrive di cinema, robe da maschi, quelle cose lì, ma ha ambizioni da scrittore vero e sogna, prima o poi, di scrivere libri. Decisamente bello. Di sé dice di avere una faccia da schiaffi, la tipica faccia del bello insensibile del liceo, il quarterback figo e stronzo dei film americani per teenager. Nonostante ne abbia l’aria, lui non è così: si porta anzi dietro tutta una serie di debolezze e sensibilità (vedremo meglio tra poco). Ha una gemella, Margot (nel film è interpretata da un’attrice che a me piace molto: Carrie Coon -magari l’avete vista in The Leftovers-). I loro genitori sono divorziati da anni: Nick e Margot hanno, da sempre, un brutto rapporto col padre (che nel frattempo si è ammalato di Alzheimer), e sono invece molto legati alla madre. Nick detesta il padre, che ha fatto molto soffrire la madre, ma ammette di essere stato condizionato dalla sua figura: non piange (non è da maschi), non chiede mai scusa (non è da maschi), e per certi versi non sa prendersi le sue responsabilità. Più invecchia e più scopre, con orrore, di avere dei tratti in comune con lui.

Lei: Amy Elliott
Nata e cresciuta a NYC (come dicono là: “a born&raised New Yorker”, che è proprio una categoria umana a parte, una specie di casta braminica, al di là di quale sia il censo o lo status sociale) e, come se non bastasse, pure di famiglia molto ricca. Decisamente bella. Laureata in psicologia col massimo dei voti, scrive quiz per una rivista femminile. Figlia di due celebri psicologi di Manhattan che hanno fatto i milioni con una serie di libri per bambini intitolata Amazing Amy, ispirata a lei. Non c’è un solo americano dell’età di Amy che non sia cresciuto con quei libri. La vera Amy com’è? Un po’ più umana del suo alter ego cartaceo, meno perfetta di lei, ma sempre abbastanza perfetta rispetto al marito e a tutti gli altri.

 

Amy e Nick si conoscono a Brooklyn a una festa di gente YEAH (creativi brooklyniani, scrittori brooklyniani, designer brooklyniani, eccetera). Per farla breve, s’innamorano. Ma proprio moltissimo. Sono una coppia perfetta, degna di Amazing Amy: belli, di successo, felici di una felicità violenta, potente, bellissima. Si sposano. Passano, da sposati, tre anni magnifici.

Poi succede il disastro. Nick perde il lavoro. Poco dopo lo perde Amy.
E non è finita: lei, che ha i milioni e lavora praticamente solo perché le piace, si vede costretta a prestare buona parte dei suoi soldi ai genitori, che nel frattempo hanno sperperato i loro.
Basta così? Manco per sogno. Alla madre di Nick viene diagnosticato un cancro.

Nick allora decide che la cosa giusta da fare è lasciare New York (tanto sono entrambi senza lavoro, no?) e trasferirsi in Missouri: hanno aiutato i genitori di sua moglie, adesso devono aiutare sua madre. È, appunto, la cosa giusta da fare.

All’inizio del libro li troviamo lì. A New Carthage, cittadina del Missouri in riva al Mississippi, gravemente danneggiata dalla crisi economica: ci abitano da due anni. Lui ha aperto un bar con la gemella (grazie agli ultimi soldi della moglie) e insegna scrittura creativa al college per qualche ora a settimana. Lei fa la casalinga. Sta a casa, legge molto (e, prima che la suocera morisse, si occupava di lei -perché ecco, nel frattempo la madre di lui è morta-).

Pensate che vi abbia raccontato troppo? Nemmeno per idea: tutta questa roba si scopre nelle prime pagine.

E il libro, come già dicevo, inizia il giorno del loro quinto anniversario.
Un giorno in teoria lieto, in realtà per niente: gli ultimi anni li hanno cambiati; non sono più felici, non stanno più bene insieme, non sono più i magnifici Dunne, protagonisti perfetti di una storia d’amore che faceva invidia a tutte le altre. Stanno per festeggiare il quinto anniversario di matrimonio, e si detestano profondamente.

Mentre Nick è al lavoro (al bar, insieme alla sorella), riceve una chiamata da un vicino: la porta di casa è spalancata da una buona mezz’ora, forse è il caso che lui torni a controllare.

Nick torna. Amy è scomparsa. In salotto, segni di lotta.
Chiama la polizia, che arriva, lo interroga. Tutto sembra andare bene, nel senso che lui non è sospettato come invece succede di solito (i primi sospettati, come gli dice anche la polizia, sono sempre i mariti).

Invece no. Non va bene niente. E di lì a poco andrà ancora peggio.

In camera, il primo indizio dell’annuale caccia al tesoro che Amy ogni anno prepara per il loro anniversario. In cucina, tracce di sangue. Nella tasca di Nick, un telefono che non dovrebbe esistere che continua a squillare, e a cui lui non risponde. Nulla è come sembra. Lei è pazza. (Non sto spoilerando niente eh, perché si capisce quasi subito). Ma proprio pazza da legare, pazza da sempre. Amazing Amy è Satana. E, quel che è peggio, è un Satana molto, molto, molto intelligente.

 

*****

 

La prima cosa da sapere su questo libro è che, quando l’avrete iniziato, non riuscirete più a metterlo giù. Leggerete in autobus, per strada, al cesso, nella pausa caffè in ufficio, appena avrete tempo e appena riuscirete a ritagliarvi un minuto. Leggerete, cioè, come leggiamo ogni santa volta in cui un libro ci cattura e ci arpiona per le viscere: praticamente senza poter fare altro.

La seconda cosa da sapere è che è scritto come Dio comanda: Gillian Flynn è una figa. Sa scrivere, santo cielo. E sa inventarsi intrecci, ingranaggi, espedienti sofisticati e anche espedienti semplici, ma geniali. Il libro, per esempio, è a capitoli alternati: in uno parla Nick, nell’altro parla Amy. I primi capitoli in cui parla Amy sono in realtà pagine del suo diario (i flashback di cui dicevo prima): una cosa molto semplice, che però si rivelerà fondamentale.

La terza cosa da sapere l’ha detta meglio di me Francesca Crescentini nella sua recensione, più breve della mia (quindi meno noiosa), e forse anche migliore:
“È una strabiliante analisi di quello che ci passa per la testa. Di come scegliamo di cambiare per adattarci ai desideri degli altri e del perché pensiamo che, così come siamo, non potremmo mai trovare qualcuno che ci ami davvero. La cosa veramente interessante, a parte la costruzione chirurgica della trama, è proprio l’alternanza dei punti di vista, lo strano crepaccio che si spalanca quando due persone raccontano –in maniera radicalmente diversa– la vita che condividono”.

La quarta cosa da sapere è che Gillian Flynn, con questa maledetta struttura narrativa, ci porta a credere a una verità diversa ogni tre minuti: ci convince di una cosa e subito dopo ci scaraventa da tutt’altra parte, prende il nostro cervello e ci gioca con gran divertimento, mentre noi ci reggiamo a una scialuppa e in mezzo al caos gridiamo: ma no, ma no!, ma io ero convinta del contrario fino a un attimo fa! Mi hai infinocchiata! Mi hai infinocchiata, maledetta!

La quinta cosa da sapere -e la più interessante di tutte- è che Gillian Flynn non dà giudizi morali: ci srotola la storia davanti e lascia che a farci un’idea in merito siamo noi (come in effetti dovrebbe essere sempre).

Non ci dice chi è il buono e chi è il cattivo.
Non c’è un cattivo.
Sono tutti cattivi.
E hanno tutti qualcosa che ce li fa amare.

Come accade nelle storie migliori, poi, si finisce col parteggiare per Satana. Perché è quello che sa fare un bravo narratore: prende un cattivo e, se vuole, riesce persino a fartelo amare.
Forse perché siamo stufi dei buoni, stufi dell’apparenza, stufi della normalità, e siamo grati quando personaggi che a un primo sguardo sembrano irreprensibili rivelano squarci di follia: vogliamo il male raccontato sotto una luce che ce lo faccia capire. Vogliamo che quegli stessi squarci di follia abbiano un senso, una causa, una storia.
Prendete House of Cards. Frank Underwood (l’immenso, ineguagliabile Kevin Spacey) è un demonio. Disposto a tutto pur di raggiungere i suoi scopi: a qualunque compromesso, a qualunque bassezza, anche all’omicidio. Bene: c’è uno solo di noi che non tifi per lui con tutto il cuore? No, certo che no. Amiamo Frank Underwood, lo amiamo! E tifiamo, e lo vogliamo alla Casa Bianca.

Forse ce ne siamo resi conto solo da grandi che tra Biancaneve e la Matrigna il personaggio davvero interessante era la Matrigna, e certo non Biancaneve, ma adesso finalmente non abbiamo più bisogno né di un giudizio morale già servito, né dell’ennesimo buono delle fiabe, e nemmeno di un autore che si metta lì e faccia vincere la logica dicendoci anche per chi dobbiamo tifare. Nessuno di noi vuole prendersi la responsabilità di fare o essere il male, però il male vogliamo capirlo, e poterlo guardare.

Brave

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Stasera su RaiUno danno Brave della Pixar (Disney-Pixar, per esser proprio precisi).

È molto strano, per chi legge da tutta la vita, non essersi mai ritrovata per davvero o per intero in un personaggio di un libro amato, e poi vedere invece un film della Disney e dire: ma io sono lei, lei è me.

Le ragioni sono molte, e certamente alcune hanno a che fare con la Scozia, i capelli rossi che avrei sempre voluto, il tiro con l’arco che avrei sempre desiderato imparare, e il mio grande amore, ovvero ciò che ho anche studiato all’università (senza mai finirla): il Medioevo; più di tutto, però, hanno a che fare con la sola cosa che non dimentico mai: il destino e i suoi sentieri.

Nell’unica intervista che mi abbiano mai fatto in vita mia, cito questo film rispondendo alla domanda “Chi vorresti essere nella tua prossima vita?”, e la risposta ha a che fare con la Scozia, i capelli rossi, il tiro con l’arco, il Medioevo, l’amore e anche il destino (e con altre cose che vi toccherà leggere l’intervista per sapere). Io ero così da molto prima di vedere Brave: si vede, appunto, che era destino.

Se qualcuno non avesse di meglio da fare e volesse andare a leggersela, sta qui. :-)

(E già che ci siete vedetevi anche Brave, che è proprio bello bello bello).

Readellas – un circo di libri, una fiera di Natale

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Più o meno dieci giorni fa mi è venuta un’idea e ho mandato questa mail a un po’ di persone:

 

Caro Tu,
sono qui a proporti di partecipare a una piccola cosa natalizia che ho in mente per il mio blog.

Vorrei pubblicare un post speciale a più voci, coinvolgendo giovani editoriali, uno o due editoriali più grandicelli che godono della mia stima imperitura, qualche giornalista o blogger che lavori con i libri -ben selezionato tra i preferiti miei e del mio cuore-, un paio di traduttori, e magari -sarebbe bello- pure un paio di scrittori. Voci insomma di gente che lavori coi libri, sia da una parte (le case editrici), sia dall’altra (la stampa). E anche voci di gente che i libri li scriva, proprio (gli scrittori, appunto).

Vorrei che ognuna di queste persone rispondesse a due domande:

- qual è il libro più bello che hai letto nel 2014?
- qual è il tuo libro preferito/il tuo libro della vita?

 
Ho tre preghiere:

– che le risposte non siano cortissime (tipo: il titolo e ciao), ma un po’ articolate: dovreste spiegare anche perché proprio quel libro.

– No spot per la propria casa editrice, nel caso degli editoriali. Se il vostro libro preferito del 2014 è stato pubblicato proprio dalla casa editrice in cui lavorate ok, non mi opporrò, ma vi chiedo di essere onesti e di far parlare il corazòn: questo post non è uno spot (bene, abbiamo un nuovo verso da proporre a Tiziano Ferro dopo notizia è l’anagramma del mio nome: “questo post non è uno spot anche se spot è l’anagramma di post”).

– Che alla domanda numero due non si risponda per nessuna ragione al mondo una puttanata tipo: sempre il prossimo che leggerò. No grazie, stronzate melense finto-poetiche non ne vogliamo. Vogliamo (o meglio: io voglio) un titolo, ben preciso. E un perché. Pensa di dover partire per un posto in cui potrai portare un solo libro, e mai più leggerne altri, per nessun motivo al mondo, per tutta la vita. Pensa a quale sarebbe il libro che ti farebbe dire: piuttosto di non poterti portare, di non poterti leggere mai più, guarda, mi ammazzo io. Perché senza di te non ci sarebbe nemmeno questa persona qui che sono oggi, e allora se tu non ci devi essere mai più non voglio esserci nemmeno io.
[Sparo. Sipario].
Ecco, quello in teoria è il tuo libro della vita.

 
Bene, mi pare che le regole siano chiare.
Quel che ho in mente è una specie di grande circo di consigli fatto da addetti ai lavori.

Pensala in maniera molto terra-terra, come una sorta di fiera delle moto dove tutti quelli che fanno le moto (chi lavora in Suzuki, in Honda, alla Harley-Davidson), e anche quelli che le moto le recensiscono (tipo: Maria Leitner di Tg2 Motori) danno consigli a chi magari deve regalare una moto per Natale e non sa proprio quale, o vuole essere aggiornato sulle ultime uscite, oppure ancora sapere qual è la moto preferita della già citata Maria Leitner di Tg2 Motori, o del tizio che lavora alla catena di montaggio della Honda.
(Se dovessi decidermi a chiedere anche a un paio di scrittori, sarà come se a questa nostra fiera delle moto passasse Valentino Rossi, o un suo collega, e allora vuoi non chiedergli chi sono i motociclisti che più stima al mondo? Vuoi non pregarlo di dirci qual è stato secondo lui il più bravo di tutti nel 2014, e poi anche quello che invece per tutta la vita sarà il suo mito, o qual era la moto dei suoi sogni quand’era piccolo?)

Noi qui faremo la stessa cosa, ma con i libri al posto delle moto.
Ti va di partecipare?

Se sì, ho bisogno delle tue risposte entro il 15 dicembre: devo mettere online il post in tempo utile perché i nostri ipotetici lettori possano ancora trarne spunto per i loro regali di Natale (nel senso di libri da regalare agli altri, ma non solo: magari anche libri per sé, che vogliono chiedere in regalo alla mamma, al marito, alla nonna, a Tiziano Ferro).

Se il tuo è tra gli indirizzi a cui ho spedito questa mail, non è per caso.
Se chiedo a te, non è per caso.
Ho pensato proprio a te.
Sono certa che con il tuo contributo il post somiglierà ancor di più a quel che ho in mente. Mi farebbe perciò davvero molto, molto, molto piacere che tu partecipassi. Te lo chiedo una seconda volta: ti va di partecipare?

Un abbraccio,
Francesca

 

***

 

Ero abbastanza certa di poter contare su alcune delle persone che compaiono qui: il mio capo, Chiara; il mio ex grande capo, Giorgio; i miei amici Laura e Paolo A.
Sapevo che loro, per affetto, per vicinanza, avrebbero trovato il modo e la voglia di partecipare. Ed è stato così.

Ma a volte accadono bellezze inaspettate.

 

streetlight

 

E infatti è successa una cosa inaspettata e molto bella: che mi hanno detto di sì in tanti.

Allora ho preso coraggio e mi sono decisa a scrivere anche ad alcuni scrittori, cioè quelli che meno osavo disturbare. E lì è successa una cosa bellissima: che mi hanno detto di sì quasi tutti.
E allora di cosa ne è successa un’altra ancora: che mi sono detta perché no?, ho preso la mail, ho tradotto i miei sproloqui e le mie richieste in inglese, e l’ho spedita ad altri tre scrittori che amo (due americani e un’indiana). E mi hanno detto di sì tutti e tre.

Improvvisamente la mia idea era diventata un circo vero, una fiera piena di gente.

Mentre il cielo per partecipare alla mia gioia faceva esplodere comete e piovere margherite, bouquet di matite ben temperate e coriandoli, sono passati un po’ di giorni e mi sono arrivate le prime risposte. Per farle arrivare tutte c’è voluta un po’ di pazienza. Ho dovuto mandare un Reminderellas, stare alle calcagna dei più smemorini, fare insomma un po’ la signora maestra. Ma devo dire che non c’è stata una, nemmeno una tra le risposte ricevute, che non mi abbia emozionata, e fatta ridere, e fatta un po’ commuovere.

Accidenti quant’è sempre bello parlare di libri. E non per fare i fighi, eh: è bello quando di libri si parla con amore -che siano amori nuovi o compagni antichi-, con la gratitudine di chi dice “A 12 anni Salgari un po’ la vita me l’ha cambiata -almeno quella da lettore, ché per il resto sono sempre rimasto il solito stronzo-” (non ti cito, ma tu riconosciti e prenditi il mio grazie).

Volevo proprio quello: una devastante sincerità.
Perché poi, in effetti, quando una persona parla con amore di una cosa che per lui/lei è stata fondamentale, quell’amore lì si riconosce: mica si può fingere. Tu da fuori lo leggi e riconosci, oggettivamente, che sta dicendo una verità vera che è andato a prendere nel centro esatto di tutti i suoi cuori, anche quello di pietra.
A chi ha capito esattamente che cosa chiedevo: grazie. Mi sa che l’avete capito tutti, perciò grazie a tutti.

 

francesco_musante

“Genova per me è una seconda madre”, del mio amatissimo Francesco Musante (l’omino al centro sul vassoio ha un pandolce, il tipico dolce genovese del Natale: buon Natale!)

 

Ho lasciato le risposte di ognuno esattamente com’erano: per questo le tre in inglese -di John Freeman, Lauren Groff, Janice Pariat- sono rimaste in inglese. Per tutti gli altri mi ero detta che non avrei cambiato nemmeno una virgola, perciò mi sembrava di fare un torto a loro tre, andando a tradurre le loro risposte (senza contare che nessuno avrà problemi a capirle, secondo me).

Tra tutte queste persone, preciso, ne manca qualcuna che mi sarebbe molto piaciuto partecipasse: avevano tutti buoni motivi per non farlo (chi il trasloco, chi la timidezza, chi un mare di lavoro). Mi dispiace che non ci siano (per un paio mi dispiace molto), ma spero che possano divertirsi leggendo, come spero accada a tutti i lettori che capiteranno sul blog, cioè i destinatari di questa mirabolante e gioiosa fiera, di questo circo pieno di libri.

Come direbbe Federico Novaro: a Natale non regalare un libro. Regala un libro bello!

Qui sotto trovate i partecipanti in ordine rigorosamente alfabetico. Adesso invece li ringrazio uno per uno, ma in ordine sparso: GRAZIE a Silvia Dell’Amore, Gioia Guerzoni, Valentina Aversano, Alessandro Grazioli, Federico Novaro, Annalena Benini (che emozione averti quassù, Annalena), Davide Coppo, Tommaso Gobbi, Manuela Caccia, Francesco Guglieri, Alice Spano, Francesca Mastruzzo, Giusi Marchetta, Carlotta Borasio, Linda Fava, Sara Prencipe, John Freeman, Janice Pariat, Lauren Groff, Massimo Carlotto (che con la sua mail mi ha fatta piangere), Paolo Cognetti (la cui partecipazione mi rende estremamente felice), e grazie, col cuore gonfio d’affetto, al mio capo Chiara Stangalino (HCP!), al mio ex grande capo Giorgio Gianotto, e ai miei amici Paolo Armelli e Laura Pezzino.

Grazie: pensare che ciascuno di voi abbia avuto la voglia e il tempo di scrivere questa cosa solo per me e il mio piccolo blog mi onora molto, mi fa felice.
Grazie infinite a tutti da tutti i miei cuori, anche quello di pietra.

 

E ora, via con Readellas, la fiera natalizia di Chasing the Queen!

Buon Natale e buona Readellas da me, dalla renna, e dalla parete rossa del mio soggiorno.

Buon Natale e buon Readellas da me, dalla renna, e dalla parete rossa del mio soggiorno.


 

***

 
[Ah, io non faccio niente senza musica: questo post infatti è stato editato ascoltando The Best Exotic Marigold Hotel di Thomas Newman -Thomas Newman è una delle gioie della mia vita-. Non è un album molto natalizio, ma è splendido, perciò lo lascio QUI per chi volesse leggere ascoltandolo].

 

Paolo Armelli, Wired.it, Liberist e altre cose

– È stato un bell’anno il 2014 per la qualità delle nostre letture? Chissà, fatto sta in che questi dodici mesi di libri, in effetti, riesco a fatica a ricordare una vera folgorazione, solo qualche amorazzo qua e là. Ci sono stati titoli parecchio interessanti, certo (Il cardellino, Transatlantic, e in Italia La ferocia, Peep show e L’amore che ti meriti).
Ma forse quello che ho più atteso e ho più divorato con passione e divertimento è stato La cresta dell’onda di Thomas Pynchon (Einaudi). Un nome che a noi italiani dice forse poco (è uno strano tipo che vive da recluso, di cui non esiste che una foto e che non parla mai ai media) e che a una prima lettura vi risulterà forse anche respingente.
Ma le sue narrazioni stratificate piene di paranoie, complotti, spiantati, enigmi, sospensioni, scenari suburbani e finali aperti sono un universo assolutamente imperdibile e letterariamente godibile. Ne La cresta dell’onda, poi, ci piomba in pieno 2001 ma un po’ prima dell’11 settembre, subito dopo il crollo delle società dot com e in un momento di pieno subbuglio per l’ancora emergente e misteriosissimo mondo di internet.

– Il mio libro della vita, invece? Io non faccio che rispondere Mrs Dalloway di Virginia Woolf. Non c’è nemmeno un motivo così forte o particolare, forse è più un capriccio, una convinzione mia. Ma in quel centinaio di pagine, in quell’unico giorno iniziato con Clarissa che decide di andare a comprarsi i fiori, c’è più vita e morte e disperazione e speranza e verità e pensiero e coscienza e arte di quanto non ne abbia mai trovato altrove. Almeno finora.

 

Valentina Aversano, signorina web a minimum fax (e domatrice di scrittori su minima&moralia)

– Il libro della mia vita: Ascolta il mio cuore, Bianca Pitzorno.
Perché è il libro che ho riletto più volte e perché da piccola volevo essere disperatamente come Prisca, la protagonista: intelligente come lei, fantasiosa come lei, con gli zii strampalati ma adorabili come i suoi. Uno di quei romanzi in cui vorresti abitare. Se amo così tanto i libri è anche merito di Bianca Pitzorno.

– Il mio libro dell’anno: La ferocia, Nicola Lagioia.
Perché è uno di quei libri che ti restano in testa e nelle pause di lettura ci pensi così tanto che vorresti solo staccare tutto e rimetterti a leggere. Uno di quei libri che quando li finisci ti ritrovi con il battito accelerato e ne vorresti ancora.

 

Annalena Benini, Il Foglio (e diversi altri posti e cose -tra queste cose vanta anche il titolo di Mia Donna Preferita-)

– Il libro più bello del 2014 è Storia della bambina perduta di Elena Ferrante (e/o), il quarto atto di quello che me è un unico grande romanzo, non una saga. La formazione, la lotta contro le origini, la guerra e l’amicizia tra due donne che si specchiano l’una nell’altra: c’è la vita che pulsa, chi fugge e chi resta, chi rinuncia e chi vince. C’è la fatica di diventare qualcosa, di dire: sono io.

– Il libro più importante è Lessico famigliare di Natalia Ginzburg. Non è il libro più bello, ma quello che mi ha provocato un senso di riconoscimento: per le cose raccontate, per la lingua utilizzata nel raccontare. Avevo sedici anni, da allora non ho più smesso di rileggerlo, di studiarlo, di immaginare il padre che a tavola dice: non fate sbrodeghezzi! Non fate potacci! La malinconia, la precisione, il distacco affettuoso. Ho sentito che qualcosa mi apparteneva, e lo sento ogni volta che lo riprendo in mano.

 

Carlotta Borasio, Las Vegas edizioni

– Il libro che più mi ha colpito in questo 2014 è stato certamente Guardami di Jennifer Egan. Mi ha sorpreso per la scrittura, densa, avvolgente, sempre particolare e per la storia, una modella che ha basato tutta la vita sull’apparenza anche al di là del suo lavoro che si ritrova dopo un incidente con un volto completamente diverso. Intorno a lei un universo di personaggi alla ricerca di identità come lei. La cosa che mi ha colpito di più però è stata la sua visione del mondo, che per essere il 2001 è in anticipo sui tempi di almeno 10 anni.

– Il mio libro preferito/libro della vita? Mi gioco la mia coperta di Linus, un libro che ho letto e riletto allo sfinimento durante gli anni e che ogni volta mi raccontava cose diverse: Piccole Donne di Louisa May Alcott. L’ho letto da bambina e mi sono sentita un po’ come Beth e Amy, da adolescente come Jo, e poco prima di sposarmi come Mag. Ma alla fine te le porti dietro tutte e quattro, loro e le loro storie. Mi stupisce sempre come nonostante le conosca a memoria mi sembrino sempre diverse, ogni volta che le leggo. (Invece evitate assolutamente i libri successivi: una piaga).

 

Manuela Caccia, ufficio stampa ed eventi all’Einaudi

– Il mio libro preferito/libro della vita: Solomon Gursky è stato qui, di Mordecai Richler. Semplicemente perché per me è IL ROMANZO, che racchiude tutto quello che apprezzo da lettrice: la saga familiare alla Franzen, l’umorismo ebraico alla Safran Foer, il realismo magico alla García Márquez, la struttura labirintica alla Borges, il politicamente scorretto alla Roth (Philip), narrato con il suo tono super cinico ma in grado di commuovermi come pochi altri.

– Il libro più bello che ho letto nel 2014: Unastoria, di Gipi. Per la bellezza pungente e poi soffusa, come un piccolo dolore piacevole, dei suoi disegni – che sono centinaia di storie nella storia e nella Storia, che sono anche la tua storia. Gipi ti scartavetra il cuore, e lo fa sorridendo.

 

Massimo Carlotto, scrittore e drammaturgo (e mio più grande mito ed eroe, ma questa è un’altra storia)

– Allora: il libro più bello letto nel 2014 è La morte necessaria di Lewis Winter (Mondadori). Un noir dalla scrittura densa ma al contempo misurata senza mai una parola di troppo. La trama ė forse scontata ma non sempre è fondamentale in un noir quando, come in questo romanzo, i personaggi sono indimenticabili. Contraddistinti da una rara carica emotiva.

– Il libro preferito della mia vita (di questo periodo) è Il buio oltre la siepe di Harper Lee. L’ho letto nel ’68 a 12 anni e mi è rimasto dentro, conficcato tra cuore e memoria perché per la prima volta nella mia vita qualcuno mi aveva raccontato che esistevano luoghi tristi e cupi come l’Alabama degli anni Trenta dove la segregazione, il razzismo, l’intolleranza rendevano un inferno la vita di donne e uomini. Quel romanzo mi ha insegnato il dovere della ribellione. Che cosa straordinaria!

 

Paolo Cognetti, scrittore (che bella cosa averli vicini in questo post, Cognetti e Carlotto: che bella cosa, vita!, che bella cosa, stelle!)

– Libro del 2014: Donald Ray Pollock, Knockemstiff, Elliot edizioni. Perché quando pensi che la tua storia d’amore con l’America sia ormai agli sgoccioli, e sia giunta l’ora di andare a cercare l’amore altrove, ecco che l’America si presenta da te più bella e selvaggia e libera che mai. Bella e selvaggia e libera come il giorno che l’hai incontrata, e capace di farti secco come quella volta.

– Libro della vita: Jon Krakauer, Into the Wild. Ho amato moltissimi libri ma questo è l’unico a cui penso quando qualcuno mi chiede: i libri possono cambiare la vita? La mia sì. La storia di Chris McCandless me l’ha proprio ribaltata, l’ha portata da un’altra parte, le ha dato una direzione del tutto diversa, forse me l’ha salvata. Mostrandomi che si può provare a farne una grande storia.

 

Davide Coppo, Rivista Studio e Rivista Undici

– Il libro più bello che ho letto nel 2014 si chiama in realtà “il libro forse più bello che ho letto nel 2014, o almeno credo”, perché ho letto libri belli, sì, e non ce n’è uno che spicca tantissimo tra gli altri. Direi, però, Spillover di David Quammen (Adelphi). È un saggio esperienziale, quindi anche molto narrativo, sulle zoofilie, le malattie virali o batteriche che si trasmettono dall’animale all’uomo. C’è molta storia, e c’è molto racconto, perché spesso Quammen (che scrive per National Geographic) è andato ai quattro cantoni del pianeta Terra a cercare i virus nel loro habitat, e quindi: nella giungla, in mercati del Guangzhou, in fattorie australiane. La parte che merita di più è quella dedicata all’Ebola: il virus più distruttivo di sempre e uno di quelli più sconosciuti. Condito da ricerche sul campo che ricordano Cuore di tenebra, spedizioni nella giungla alla ricerca di gorilla (negativo: sono tutti morti. Sono stati i bracconieri? No, è stata Ebola), testimonianze di superstiti, antropologi, medici, biologi. La morale, più o meno, è questa: più disboschiamo, cioè più ci addentriamo nella giungla, più mettiamo a rischio la razza umana. Questo non vuol dire che non dovremmo farlo: è inevitabile. Ma nella giungla, o in altri luoghi del mondo inesplorati, troveremo i veri padroni del mondo, i virus, e saranno virus con cui non siamo mai entrati in contatto, e saranno migliaia, non due o tre, e saranno potenzialmente devastanti. Ah: abbiamo scoperto da dove diamine è arrivata Ebola, chi è l’incubatore che ogni vent’anni, più o meno, contagia un uomo che ne contagia altre migliaia? No. Non fa paura?

– Il libro della vita è 2666 di Roberto Bolaño, perché dentro c’è tutto quello che chiedo alla letteratura tranne una cosa. C’è la visionarietà, ci sono mondi lontani e mondi inventati, cronaca crimine mistero, c’è la meta-letteratura, ci sono nazisti, killer spietati, critici francesi, c’è il sesso, il tradimento, i triangoli di scopate, ci sono i ricordi d’infanzia e c’è la Prussia e i bagni nel lago e le piante, c’è la morte, c’è il Messico, l’Italia, la Germania, c’è una storia disarticolata e completamente libera, c’è una scrittura così libera da sembrare completamente amatoriale, una scrittura che si dimentica di essere lettere e si plasma a immagine e somiglianza delle cose di cui parla. C’è poco amore, forse, ecco. Ma non so se esisterà mai, nella mia vita, un’esperienza più intensa di 2666.

 

Silvia Dell’Amore, Finzioni Magazine

– Anzitutto, una chicca: ho cominciato il 2014 leggendo Bulgakov e, presumibilmente, capitolerò quest’anno di letture sempre con Bulgakov. Non l’ho fatto di proposito, è semplicemente capitato, ma mi diverte molto. Tornando a noi, come libro del 2014 scelgo L’opera struggente di un formidabile genio di Dave Eggers: una lettura inaspettata tanto quanto la persona che me l’ha consigliata. È un libro che mi ha stravolta, e tuttora non mi è chiaro se sono stata io, a leggerlo, o se è stato lui a leggere me.

– Il libro della vita? Ascolta il mio cuore di Bianca Pitzorno. È stata la prima lettura ad avermi svelato che esistono realtà diverse da quelle inerenti al mio microcosmo, l’insegnamento forse più prezioso che si possa dare a un bambino. È un libro che ho sempre riletto, anno dopo anno, del quale conosco ogni singola virgola, ogni più piccolo anfratto. Infine, è l’unico – e sottolineo unico – libro sul quale ho volontariamente sovrapposto le mie iniziali: perché non c’è libro al mondo, per ora, che senta e abbia sentito così mio, mio, mio.

 

Linda Fava, già editor di Isbn Edizioni, è cofondatrice del progetto Lgbt Le cose cambiano)

– Mentirei per smania di originalità se, come libro più bello del 2014, indicassi qualcosa di diverso dalla tetralogia dell’Amica geniale di Elena Ferrante. Gli ultimi due volumi hanno scandito l’inizio e la fine del mio anno. La Ferrante è semplicemente un genio dell’orizzontalità. Da piccola avevo un mazzo di carte che servivano a inventare storie, su ogni carta era raffigurato un oggetto o un personaggio e pescandone una alla volta si mandava avanti la narrazione. I miei genitori mi registravano mentre raccontavo, perciò recentemente mi sono riascoltata: la maggior parte delle storie che inventavo erano di una noia mortale (aprivo lunghissime parentesi su quello che i personaggi mangiavano, la stessa azione si ripeteva un sacco di volte, le mie protagoniste erano abitudinarie e avevano conflitti risolvibilissimi). Credo fosse pura gioia di raccontare, possibile solo perché ignoravo completamente il concetto di pubblico, e non mi lasciavo condizionare da nessuna aspettativa. Ecco, io mi sono fatta l’idea che nell’affrontare questo feuilleton monumentale la Ferrante, insieme a tanta sapienza autoriale, ci abbia messo quella gioia e quell’incoscienza lì.

– Il mio libro più sottolineato e soppesato di sempre è forse Tutti i bambini tranne uno di Philippe Forest. È un romanzo autobiografico, la storia di un padre a cui un tumore strappa la bambina cinquenne. Ricordo che ho affrontato la lettura con la concentrazione che si riserva a un saggio filosofico perché Forest, la cui scrittura è sublime e ponderatissima, pretende che il suo lettore lavori molto, il suo scopo non è certo intrattenerlo, né strappargli una lacrima (anche se si piange molto). Questo romanzo mi ha aperto gli occhi su due sensazioni che mi pare siano alla base di molta letteratura: il sentimento di infinito che si prova durante l’attesa di un addio annunciato, quel gioioso crogiolamento nel presente, quel “sì, domattina è finita, ma intanto abbiamo tutta la notte (e magari scrivendo la allunghiamo)”; e poi il concetto di “eppure”, che se ci pensate ha molto a che fare con il verbo “sopravvivere”: è una congiunzione che sta spesso dopo una fine, una morte, ma precede una frase di segno opposto: l’amata Pauline è morta, punto. Eppure, eppure Philippe sopravvive. Devastante, eppure rigenerante.

 

John Freeman, scrittore, critico letterario, ex direttore di Granta; il suo nuovo progetto si chiama Freeman’s

– The best book I read last year was Family Life, by Akhil Sharma, a devastating novel which I believe has already been translated into Italian (non ancora, nda). It’s a short, oddly swift tale about a family of Indian emigrants whose lives are undone when their eldest son dives into a pool, hits his head, and suffers terrible brain damage. His brother, the narrator, is a survivor, and slowly learns to loathe the weakness, as he sees it, and suffering of his parents. He becomes a banker and buys his mother a sterling retirement, but he cannot undo time, he cannot peel back the many ways his brother’s accident has become a metaphor for everything that was supposed to improve when they moved to America, and instead has gone horribly, irrevocably, wrong.

– My favorite book of all time is Invisible Man by Ralph Ellison. The novel has always been a societal form, for me, but too few of them actually examine what it feels like to be an individual in society. Drawing on existentialism, black music, and the powerful myths of migration, Invisible Man does all this and more. It is a beautiful book born out of anger, a lyrical book that never combs its hair in the mirror, an essential book to understanding America, not as the center of the world, but just one of its many corners, where people struggle, as we all do, for dignity, and respect and grace.

 

Giorgio Gianotto, direttore editoriale (già a Codice Edizioni e Baldini&Castoldi, ora a minimum fax); “ma soprattutto lettore”, dice lui

– Ricardo Piglia, La città assente
Non è il mio libro preferito del 2014, anno che si chiude senza che questa categoria, del tutto inutile ma emotivamente di una sua rilevanza, abbia un vincitore o un pretendente. La città assente però contiene sicuramente la mia introduzione preferita dell’anno e forse del lustro, o decennio. Leggete la La macchina sinottica di Tommaso Pincio: in poche pagine prendono vita consigli, insegnamenti e scoperte su come la lettura possa essere viva come un dialogo, o addirittura come una scrittura a due sensi. Pagine che forse sono anche utili a spiegare perché non sono in grado di rispondere alla domanda sul libro della vita, che esiste per essere scritto e riscritto continuamente, usando tutti i libri, anche quelli brutti, che leggiamo, e non per essere pubblicato da alcuno e poi letto o consigliato.

 

Tommaso Gobbi, ufficio stampa a Longanesi

– Il libro più bello che ho letto nel 2014? Non è una novità, anzi, tutt’altro. Si tratta di Dee Brown, Seppellite il mio cuore a Wounded Knee, la storia della cosiddetta “soluzione finale”, ovvero lo sterminio degli indiani d’America tra il 1860 e il 1890.
Un libro carico di una saggezza antica, che non ci appartiene più o che non ci è mai appartenuta. Una saggezza che abbiamo distrutto a colpi di boria e di fucile. Mi piacerebbe che lo leggessero nelle scuole perché i ragazzi capiscano cosa intendeva De André quando cantava “Sognai talmente forte che mi uscì sangue dal naso” e perché possano sentirsi liberi come Dieci Orsi, capo dei Comanche Yamparika, “nato nella prateria, dove il vento soffia libero e non vi è nulla che spezza i raggi del sole”

– Se siamo d’accordo che è quasi impossibile scegliere UN LIBRO PREFERITO, MA-PROPRIO-IL-PIÙ-PREFERITO-DI-TUTTI-QUELLI-DELLA-NOSTRA-VITA, allora ecco quello che suppergiù a 12 anni la vita me l’ha cambiata (almeno quella da lettore, per il resto sono rimasto sempre lo stesso stronzo): Emilio Salgari, Le tigri di Mompracem. Perché ci sono caduto dentro fin dalle prime righe, perché il giorno dopo mi sono inventato una febbre per non andare a scuola e continuare a leggere e perché – e dico la frase da vecchio – di incipit così non se ne scrivono più. E se non vi piace, beh allora non capite un cazzo.
“La notte del 20 dicembre 1849 un uragano violentissimo imperversava sopra Mompracem, isola selvaggia, di fama sinistra, covo di formidabili pirati, situata nel mare della Malesia, a poche centinaia di miglia dalle coste occidentali del Borneo”. Bam!! Viva Sandokan per sempre.

 

Alessandro Grazioli, responsabile comunicazione e ufficio stampa a minimum fax

– Il libro più bello letto nel 2014 non è un libro del 2014 ma io l’ho letto quest’anno. O meglio, l’ho riletto, perché l’avevo iniziato a leggere, perdendomici un po’ dentro, qualche anno fa ma con fatica; e invece quest’estate me lo sono portato in viaggio durante una zingaresca peregrinazione in Grecia, nel Peloponneso, e averlo come guida/compagno di viaggio/saggio/vademecum/etc è stata un’esperienza preziosa.
Il libro in questione è Mani. Viaggi nel Peloponneso di Patrick Leigh Fermor (l’ha pubblicato Adelphi). Non è un romanzo (il romanzo più bello che ho letto quest’anno l’ha scritto uno scrittore che è anche un amico, ma non lo dico perché un mio amico; nel dubbio, perciò, che qualcuno pensi che lo direi solo perché siamo amici, mi risparmio), ma il racconto di un viaggio di scoperta scritto in una lingua luminosa, magnifica, letteraria, capace di bagnare di altra luce il mio viaggio.

– Il libro della vita. Tolte tutte le indicazioni e controindicazioni sull’assurdità dell’assolutezza, faccio la mia scelta e scelgo L’ultima tentazione di Nikos Kazantzakis (nel catalogo di Frassinelli). Non ho ancora letto un libro in cui la ricerca dell’Assoluto sia per me più alta. E questa ricerca, totalmente umana, io non so raccontarla, ma so ancora quanto la sua tensione mi sia rimasta dentro (e continua a muovermi).

 

Lauren Groff, scrittrice

– Jenny Offill’s Dept. of Speculation was the book I’ve returned to again and again this year for its blend of brilliant observation, deep feeling and wild humor. Jenny trained, first, as an actor, and she performed her own audiobook: though I read the book three times before I heard her read it, the audio version was a revelation, as if she were reading a whole new book. I think this novel is probably going to be an enduring classic; I know, for sure, that I will continue to read Jenny’s book, marveling, for years to come.

– My favorite book of all time is George Eliot’s Middlemarch, which has extraordinary wisdom, kindness, and empathy for the human condition. I reread the novel every year, and already look forward to next year’s return.

 

Gioia Guerzoni, traduttrice

– Siccome per lavoro leggo tonnellate di fiction in pdf, come svago preferisco i classici o cose che non c’entrano niente con i romanzi.
Quest’anno ho amato A Bigger Message. Conversations with David Hockney (di Martin Gayford).
Hockney è un gigante dell’arte, e mi è sempre stato simpatico, un po’ per le campagne pro fumo sul Guardian, un po’ perché ha cambiato un miliardo di tecniche in decenni di carriera, e poi perché si eccita come un adolescente con i gadget e la tecnologia. Manda ai suoi amici i disegni che fa con l’iPad, tipo cartoline… Qui dà il meglio, grazie al meraviglioso critico d’arte Martin Gayford, che tra l’altro ha scritto anche un bellissimo libro su Lucien Freud, e mentre i due se la chiacchierano capisci mille cose sul disegno, la prospettiva, la luce, l’arte, la vita. In più carta e colori meravigliosi. Immagino anche nell’edizione italiana, uscita per Einaudi.
“I am a happy smoker. I stay in Brid; it’s a good place to watch your money disappear. I think I am greedy, but I’m greedy not for money – because that can be a burden – I’m greedy for an exciting life. I want it to be exciting all the time, and I get it, actually. On the other hand I can find excitement, I admit, in raindrops falling on a puddle and a lot of people wouldn’t. I intend to have i exciting until the day I fall over.”

– Libro della vita/che porterei su un’isola deserta: allora, visto che magari i capolavori di Shakespeare a leggerli su un’isola per trent’anni poi ti annoiano, e magari persino gli aforismi di Montaigne, io mi porterei le lettere di Vonnegut (o qualsiasi suo libro di non-fiction, ma qui almeno hai tante pagine). Perché Vonnegut è il mio eroe, non solo come scrittore, ma come uomo. Ha avuto una vita difficile, ma ha sempre conservato l’amore per gli umani e il senso dell’umorismo, la lucidità e la schiettezza cut-the-crap di chi sa che stare sulla terra è cosa breve e casuale.
“[When Vonnegut tells his wife he’s going out to buy an envelope] Oh, she says, well, you’re not a poor man. You know, why don’t you go online and buy a hundred envelopes and put them in the closet? And so I pretend not to hear her. And go out to get an envelope because I’m going to have a hell of a good time in the process of buying one envelope. I meet a lot of people. And, see some great looking babes. And a fire engine goes by. And I give them the thumbs up. And, and ask a woman what kind of dog that is. And, and I don’t know. The moral of the story is, is we’re here on Earth to fart around”.

 

Francesco Guglieri, editor alla narrativa straniera all’Einaudi

– Allora. Arrivati a fine anno sono sempre preso dall’ansia. Non quella dei regali (tra i vantaggi di una ben coltivata misantropia c’è quello di non avere più regali da fare) ma della mia cattiva memoria che mi impedisce di ricordare i libri belli letti durante l’anno (e i film, le musiche, le cose in generale): svantaggio relativo, lo capite bene, poiché i libri brutti invece sono ben contento di averli già dimenticati. Essendo poi animale privo di metodo e regola, non ho neppure la costanza (parola che nella mia testa accosto prima a un lago elvetico che a una virtù) per aggiornare sistematicamente elenchi, siti, app. Quindi i libri che si sono conservati a galla nelle paludi della mia memoria, invece di colare a picco tra i relitti fatti di liste della spesa e vecchi episodi di Colombo, devono essere effettivamente notevoli, o quanto meno mi avevano colpito. Ne segnalo tre – curiosamente, ma neanche tanto, nessuno è un romanzo: sono di quei libri che vanno letti con la matita in mano, anomali, spettinati. Quasi sapienzali, ma anche malinconicamente ironici a modo loro. Sono: i Taccuini 1919-1921 di Marina Cvetaeva, li ha pubblicati Voland quest’anno, nella traduzione di Pina Napoletano; Verso Betlemme di Joan Didion: forse non tutti, ma alcuni saggi (articoli? Non-fiction? Prose?) di questo libro sono di assoluta bellezza. Prendete una pagina a caso di quello in cui racconta la sua giovinezza a New York e sarete lì. Infine Guarigione di Cristiano de Majo: secondo me tra i migliori libri italiani di quest’anno. È la storia di una guarigione che un po’ ti guarisce mentre la leggi.

– Invece il libro della vita è, su questo non ho esitazioni o tentennamenti, L’educazione sentimentale: quello che ho letto e riletto di più, studiato, glossato, sezionato, da cui sono stato posseduto, insomma in una parola amato («l’essenza dell’amore non è forse la sua capacità di indurre le persone a voler imparare sempre di piú, a immergersi, a diventare posseduti?» Elif Batuman). E poi è legato al ricordo di un antico seminario in cui eravamo tutti giovani, incredibilmente tristi e incredibilmente felici, e perdutamente convinti che tutte le risposte fossero in quel libro – un’illusione di cui proprio Flaubert avrebbe riso tanto. E di cui, col tempo, avremmo imparato a ridere anche noi.

 

Giusi Marchetta, scrittrice

– Ho letto molti bei libri nel 2014, compreso uno che ha sfiorato il Pulitzer (e lo avrebbe meritato). Ce n’è solo uno però che mi ha accompagnato lungo un viaggio bellissimo e che ho divorato durante gli spostamenti, le pause: Infinite Jest di DFW. Col passare dei giorni mi sentivo sempre più triste, angosciata. Nella vacanza migliore che abbia fatto. Assurdo. La verità è che non solo pensavo troppo a quello che stavo leggendo, lo capivo. Il dolore, il vuoto, il suicidio. Un percorso naturale, ovvio. Quando me ne sono accorta, ho dovuto interromperlo per un po’. Non mi era mai successo.

– Il libro della mia vita (per ora, intendiamoci, credo di avere ancora qualche anno avanti a me e una pila sempre crescente di sfidanti al titolo) è Underworld di Don De Lillo perché è stato il romanzo che mi ha fatto pensare: non ho mai letto niente davvero prima di questo. Sì, De Lillo mi rende enfatica. Ma a ragione. È lo scrittore che ha descritto la vita attraverso le cuciture di una palla da baseball. Se mai dovessero chiedermi di spiegare in breve cos’è la letteratura cercherò quella pagina e comincerò a leggere.

 

Francesca Mastruzzo, redattrice per Mondadori, vicecaporedattrice a Finzioni Magazine; da poco scrive anche per il Venerdì di Repubblica

La vita in tempo di pace, Francesco Pecoraro.
Se qualcuno cercasse il grande romanzo italiano, è lui. C’è tutto.
I dolci sognanti anni ’60, la ribellione del ’68, e la delusione tutta italiana di lavoro e carriera, della costruzione di un futuro, e di quel futuro che si sgretola, impantanandosi nei corridoi della burocrazia, nelle falle dell’architettura e dell’ingegneria nostrane. E poi è il libro meglio scritto degli ultimi dieci anni.

– Libro di sempre: Il Gattopardo, Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
L’ho letto la prima volta a 12 anni, non capendoci niente, limitandomi a seguire il plot e innamorandomi di Tancredi (errori di gioventù). L’ho riletto altre due volte, meravigliandomi che la mia mente di adolescente non fosse riuscita a individuare l’ironia di Tomasi di Lampedusa. Come certi classici russi, Il gattopardo è “un pasto completo”. Un manifesto della siculitudine (il barocco verbale, culinario, esistenziale, l’umorismo nero), una prosa impeccabile, un finale che ogni volta mi sorprende in lacrime. A volte penso che se i piemontesi hanno come punto di riferimento Lessico famigliare, con le battute intorno alla tavola e le camminate in montagna, certe famiglie siciliane hanno i salotti del Gattopardo e l’accettazione e il sudore della traversata per la casa di villeggiatura.

 

Federico Novaro, critico dell’editoria su FN; ha appena pubblicato per Isbn Edizioni Love Song. Storia di un matrimonio

– Quest’anno mi è piaciuto tanto Lupo e lupetto, edizioni Clichy, di Nadine Brune-Cosme (testo) e Olivier Tallec (disegni). Come dicevo in una Cartolina che ho scritto per FN: è il più bel libro gay per bambini che io abbia mai letto punto. È tenero e fa piangere di commozione. Testo e illustrazione si rincorrono perfetti. Lupo e lupetto distilla il cuore d’ogni storia d’amore e ce la porge, affinché noi vi ci si possa riconoscere.

– Il mio libro preferito/libro della vita? Gita al faro di Virginia Woolf nella traduzione Grazanti di Giulia Celenza. Naturalmente perché è il più bel libro del mondo, ma anche perché arrivò nella mia vita (seconda liceo) in un momento in cui ero abbastanza giovane da essere ancora malleabile e abbastanza vecchio da capire cosa stessi leggendo e così diede forma alla mia idea di scrittura e alla mia idea di stare al mondo e alla mia idea di essere un intellettuale e alla mia idea di essere la persona che sono. È però per me un libro solo insieme al saggio che Auerbach scrisse su Gita al faro all’interno di Mimesis: lessi Woolf attraverso gli occhi di Auerbach e il mio modo di essere lettore e scrittore e cambiarono.

 

Janice Pariat, scrittrice

– This year, it would be a book of short stories called Fairytales For Lost Children, by British-born Somali author and visual artist Diriye Osman. He writes about gay, lesbian, and transgender Somali lives in Kenya and London with great humour, compassion, and tenderness.

– My favourite book of all time would have to be George Orwell’s 1984. I read it as a student in cold, wintry London, sitting on the steps at Piccadilly Circus, and all his words seemed so true and so real.

 

Laura Pezzino, Vanity Fair

– Il libro più bello che ho letto quest’anno: La tregua dello scrittore uruguaiano Mario Benedetti e ripubblicato e ritradotto da Nottetempo. Il libro è stato scritto nel 1960, ed è un’immersione nella Montevideo dell’epoca. L’ho amato perché è ciò che di più vicino alla verità abbia letto da tempo, una confessione a se stesso senza trucchi, sia quando il protagonista parla dello scandaloso amore per una ragazza molto più giovane si quando parla dell’omosessualità del figlio. La scrittura è perfetta, vale un Nobel.

– Il libro preferito/libro della vita? Su un pianeta senza libri, porterei con me la Bibbia. Contiene: poesia, racconti fantastici, parabole, svariati manuali di self-help, avventura, canzoni d’amore e personaggi affascinanti. È lungo, le pagine sono sottili ed è dotato di pratici segnapagine di raso. Perfetto.

 

Sara Prencipe, traduttrice

– Il libro più bello che ho letto nel 2014 è senza dubbio Lolita, di Vladimir Nabokov (Adelphi). Era tanto che volevo leggerlo, e quest’anno finalmente mi sono presa un po’ di tempo per farlo: ha un incipit incredibile, uno dei più struggenti e intensi che siano mai stati scritti, e la storia, pur essendo emotivamente complessa, non è mai banale. La sua prosa straordinaria mi ha cullata e ispirata quando ero io, a dover scrivere bene per lavoro. È rassicurante sapere che ci sono libri scritti (e tradotti) così. È un libro potente, di una bellezza disarmante.

– Il mio libro della vita è La casa degli spiriti, di Isabel Allende (Feltrinelli). Lo è per un milione di ragioni, soprattutto di ordine sentimentale. Penso che lo sia innanzitutto perché è stato il primo libro da adulti che ho letto durante l’adolescenza, il primo che mi ha spinta a farmi domande sulla Storia (del Cile, in questo caso), sull’amore, sui rapporti familiari. E poi è popolato da un universo variopinto e chiassoso di personaggi indimenticabili che mi fanno ridere e piangere ogni volta che lo rileggo e che amo profondamente.

 

Alice Spano, già consulente editoriale all’Einaudi, ora per Chiarelettere e Codice Edizioni

– Avete presente quando leggete un racconto o un romanzo e avete la sensazione, per niente confortante, che sia l’autore, in quel preciso momento, a leggere voi? A me è successo con Felici i felici di Yasmina Reza (Adelphi, 2013, traduzione di Maurizia Balmelli), che è il primo titolo che mi viene in mente quando penso ai libri belli che ho letto quest’anno. Ecco, a spaventarmi (e conquistarmi) da subito di questo «romanzo di racconti» è stata, in una parola, la verità: della scrittura e dello sguardo, che coglie gli slittamenti minimi degli stati d’animo su cui a volte si decide un’esistenza intera, le contraddizioni di cui non sappiamo venire a capo, la nostra frantumaglia (così la chiama Elena Ferrante, che di sicuro troverà posto in questa lista di letture). Un’avvertenza: se avete un legame che scricchiola e cercate rassicurazioni, non leggetelo.

– Il libro che consiglio e regalo più spesso, e quello che ho riletto più volte, è Magic Kingdom di Stanley Elkin (minimum fax, 2005, traduzione di Federica Aceto). È il romanzo che quasi dieci anni fa ha cambiato per sempre il mio immaginario e il mio rapporto con la scrittura, e mi ha insegnato che non esistono regole: si può fare tutto, se lo sai fare bene. La spietatezza di Elkin è, in alcuni momenti, intollerabile, ma è una spietatezza che non c’entra con il cinismo: al contrario, c’entra con l’amore. La sua crudeltà sta in quello che vede, l’amore nella lingua con cui lo racconta (che è pirotecnica, gloriosa). Di tutte le cose che mi ha detto Magic Kingdom, la più importante è questa: siamo fatti di merda, di più: la merda è tutto quello che ci è dato, e ci conviene amarla, e tenercela stretta. È l’unico materiale che abbiamo a disposizione per costruire (prima che sia troppo tardi, ora!, come nel grido di una delle protagoniste che scandisce le pagine finali) la nostra occasione di felicità.

 

Chiara Stangalino, direttore editoriale della narrativa e responsabile comunicazione a Codice Edizioni

– Il libro più bello non del 2014 ma degli ultimi due anni per me è Far From The Tree, di Andrew Solomon. Un libro che avrei voluto pubblicare, scrivere, far leggere a tutti. Pensavo di essere innamorata quando l’ho letto la prima volta, ma dopo due anni posso dire che è vero amore.

– Il libro da portare sull’isola deserta è più facile da scegliere di quello migliore dell’anno. Non ho molti dubbi, scelgo I Buddenbrook di Thomas Mann. Un libro che mi ha lasciata a bocca aperta la prima volta che l’ho letto, da adolescente nerd. Lo rileggo spesso, non una volta ogni anno come vorrei, ma spesso.
Thomas Mann l’ha consegnato all’editore nel 1900, quando aveva 25 anni.

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