Oriana

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“La vita ha quattro sensi: amare, soffrire, lottare e vincere.
Chi ama soffre, chi soffre lotta, chi lotta vince.
Ama molto, soffri poco, lotta tanto, vinci sempre”.

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A te che otto anni fa ti imbarcavi su un aereo lasciando New York, la città dove avevi vissuto per quasi tutta la vita, e tornavi senza forze a Firenze per poter morire là dove volevi morire: nella città in cui eri nata.
A te che otto anni fa oggi, 15 settembre, appunto morivi.
A te che comunque sarai per sempre mia, perché con me non ho te ma ho le tue parole, ed è quasi la stessa cosa.
A te perché è te che, se mi fosse data la possibilità di esprimere un unico desiderio, sceglierei di riportare in vita per un unico giorno, per poterti conoscere e dirti che sei la mia Oriana, ed è così oggi e sarà così sempre.

Brevità 5

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Ho deciso di aprire tre nuove rubriche:

- “Fossi magra”, volta ad analizzare tutte le cose che potrei fare se fossi magra. Qui un esempio: fossi magra, per il red carpet agli Oscar mi metterei un vestito smanicato. Di Vivienne Westwood, mia passione. E arrivederci.

- “Fossi ricca”, volta ad analizzare tutte le cose che potrei fare se fossi ricca (e Dio solo sa quanto mi auguro di poter essere miliardaria, un giorno). Qui un esempio: fossi ricca, avrei una casa in ogni città che amo; una a New York in Washington Square, una a Roma su via Cola di Rienzo, una a Cuneo nella piazzetta del teatro Toselli, una a Genova dietro la spianata di Castelletto, una a Londra magari vicino alla Notting Hill Library ma poi vediamo, eccetera eccetera eccetera. E buonanotte.

- “Se solo potessi scaccolarmi in pace”, volta ad analizzare tutti i momenti in cui vorrei scaccolarmi in pace ma non posso perché passa gente.
(Tanto guardate che scaccolarci ci scaccoliamo tutti. Come diceva il mio professore di greco del liceo: «Pure Madre Teresa si smoccolava, che cosa credete. E anche Gesù quando c’era da menare le mani e far rissa non si tirava certo indietro». Sarà).

Al mio amico Roald – il mio contributo per il Roald Dahl Day

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Oggi è il Roald Dahl Day e quei miti di Finzioni Magazine, onorandomi enormemente, mi hanno chiesto di scrivere un pezzo: non potevo che metterci dieci litri d’inchiostro di cuore.

È con moltissima emozione e grande gioia che lo lascio qui per chi avrà voglia e tempo di leggerlo.

Buon compleanno, Roald, e un grande grazie a Silvia Dell’Amore di Finzioni: mai nome fu più adatto per una persona.

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Qui di seguito, alcune pagelle scolastiche di Roald Dahl:

1930 (14 anni)
Composizione inglese: «Non ho mai incontrato un ragazzo che riesca a scrivere l’esatto contrario di quello che era nelle sue intenzioni. Sembra incapace di riportare i pensieri sulla carta».

1931 (15 anni)
Composizione inglese: «Un incorreggibile pasticcione. Lessico povero, frasi mal costruite. Mi ricorda un cammello».

1932 (16 anni)
Composizione inglese: «Il ragazzo rappresenta un caso di indolenza e analfabetismo nella classe».

 
 

Queste pagelle (che ho preso da Un gioco da ragazzi e altre storie, Superistrici Salani) sono degli anni in cui Roald Dahl era uno studente di Repton, collegio prestigiosissimo del Derbyshire il cui preside, Geoffrey Fisher, nel 1945 sarebbe diventato Arcivescovo di Canterbury.

Spalancano le porte a una domanda: è davvero possibile che tutta la meraviglia che conteneva il suo cervello sia esplosa dopo? Oppure da ragazzino faceva solo finta, di non saper scrivere?

Mi piace pensare che la verità sia qualcosa di molto vicino alla seconda ipotesi; del resto Roald Dahl sapeva come essere dispettoso: sono certa che la signora Pratchett, quella del topo morto nel barattolo di caramelle, sarebbe d’accordo con me.

Se si esclude Davide, mio compagno di banco alle elementari e mio grande amico ancora oggi, Roald Dahl è stato il più caro amico che io abbia avuto da piccola.

Mi ha insegnato molte cose: a riconoscere le streghe, che cos’è la margarina, che il cielo in certe mattine d’inverno è un’enorme lamiera grigia che si srotola, che la bontà ha una stanzetta anche nei cuori più difficili, che esistono cose inspiegabili -sia nel bene sia nel male-, che vincere sempre al casinò si può purché ci si alleni molto per sviluppare la vista a raggi x, che se si stacca un peletto dello spazzolino da denti non dobbiamo ingoiarlo perché potrebbe venirci l’appendicite fulminante (da grande ho scoperto che era una sciocchezza, però nel dubbio continuo a sputarli subito), e poi anche parecchio sul Galles, sulla Norvegia, sulle compagnie petrolifere e sulla Royal Air Force, e poi ancora a non avere paura dei cattivi, perché tanto i piccoli sono più forti e soprattutto sono magici.

Non c’è cosa che io abbia imparato da lui quand’ero bambina che non mi sia tornata utile da grande. Per esempio anni fa, durante l’università, lavoravo come cameriera in un pub, dove facevo il turno 7 di sera – 3 di notte. Avevamo questo collega ch’era responsabile di sala (quindi un grado sopra di noi) e che per comodità chiameremo Ubaldo anche se non si chiamava Ubaldo.

(Continua a leggere su Finzioni Magazine: clicca QUI).

 

 

Io non ho paura di niente, mio nonno era marinaio – un anno dopo

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Oggi, un anno fa, iniziavo questa piccola avventura e scrivevo questa cosa: non mi sono mai sentita viva come in quel mese, senza sapere dove avrei abitato il mese successivo. Ha portato fortuna. Grazie alla mia grande amica di tutta una vita, Clelia, che quel mese mi ospitò.

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Io non ho paura di niente, mio nonno era marinaio (2 settembre 2013)

Oggi inizia il mio mese da homeless. Ospite da un’amica per tutto settembre (sono sempre gli amici, quelli che ti salvano), e poi si vedrà. Cerco casa. Mi auguro anche di trovarla. E nel frattempo mi godo l’incertezza, il prima di un dopo che non so ancora come sarà. Sono libera, sono sola, tutto può succedere: non è male, sapete? Non è affatto male. Non ho paura di niente. Sono nipote di un nonno marinaio che navigò sulla rotta delle Americhe e sulla rotta dell’Australia; che stava via sei mesi, tornava a Genova per due settimane quando la nave attraccava e poi ripartiva per altri sei mesi; che fu operato di appendicite a Boston e che aveva le braccia completamente tatuate. Aveva àncore, sirene, velieri. Che cos’è un mese di futuro incerto, in confronto? Non è niente, niente, o forse anzi: è un regalo che mi fa l’anima raminga sepolta nel centro esatto di metà dei miei cromosomi. Un regalo che dice: il domani puoi scriverlo a tua immagine e somiglianza. Ti do un tempo piccolo, solo un mese, ma puoi farne quello che vuoi: alla fine di questo mese, puoi essere dove vuoi. Chissà dove sarai. Sii grata. Sii felice. (E trovati una casa rispettabile, santa Cunegonda martire assunta in cielo).

“Mio padre era un marinaio, conosceva le città / partito il mese di febbraio di mille anni fa / mio figlio non lo ricorda, ma lo ricorderà / mio padre era un marinaio, mio figlio lo sarà”.

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(Il cortile della casa della mia amica Clelia, in via Barbaroux -nel Quadrilatero Romano a Torino-).

Tutte le mie preghiere guardano verso ovest – una recensione innamorata

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La storia di questo pezzo in breve: è successo che il mio amico Paolo Armelli mi ha chiesto di scrivere una recensione a Tutte le mie preghiere guardano verso ovest di Paolo Cognetti, sapendo che l’avevo letto da poco e amato molto (e da qui l’innamorata del titolo: sono di parte, come capita con tutti i libri che adoriamo e sentiamo, per qualche motivo, più nostri di altri). Quel pezzo l’avrebbe inserito in una sua cosa più grande, ovvero una serie di recensioni a tre libri dedicati ad altrettante città, assegnate ognuna a una persona diversa: Berlino alla nostra amica Giulia Taddeo, New York a me, Londra a se stesso (Paolo, insomma, è un uomo elegante e ha idee molto eleganti e molto belle).

E questa è la prima cosa che è successa.

La seconda cosa che è successa è che io mi sono lasciata prendere la mano e quella che ne è uscita è una roba troppo lunga per ogni canone umano, alieno e divino. Paolo, amorevole come la batuffolosa meraviglia che è, mi ha detto «France’, io pensavo a pezzi da mille battute e questo ne ha più di ottomila: se riesci a tagliarlo fino a farlo arrivare a, non so, duemilacinquecento, lo pubblico con gioia».

La terza cosa che è successa è che io ci ho provato: mi sono messa lì, con pazienza e dedizione, e ho cercato di portarlo a duemilacinquecento battute.

La quarta cosa che è successa è che non ci sono riuscita: provateci voi, a ridurre di tre quarti un pezzo in cui avete riversato quattro quarti del vostro cuore, togliendovelo dal petto e andando a intingere la penna proprio lì, in quei litri di inchiostro di cuore. Ad ogni frase tagliata mi sembrava che niente di quello che avevo scritto avesse più senso. E non perché ritenga le mie parole così importanti, anzi: sono certa che se si fosse trattato solo di me avrei falciato il testo senza problemi. Qui però di problema ce n’era uno, e bello grosso: parlavo di una cosa non mia; e per raccontare questo libro bellissimo, per rendere onore a questa piccola meraviglia, servivano davvero tutte quelle parole lì. Non una di più, non una di meno.

Perciò ringrazio tanto il mio adorato Armellino che con la sua richiesta mi ha molto onorata e, dispiaciuta di non essere riuscita a esaudirla, pubblico tutto qui. Sono certa che le altre recensioni saranno bellissime e più professionali, e non appena avrò un link per farvele leggere tutte vi avviserò. Nel frattempo, se volete venire a fare un giro in questo cuore incontenibile, io e il cuore vi diciamo benvenuti: accomodatevi, e buona lettura.
 
 

Tutte le mie preghiere guardano verso ovest – una recensione innamorata

 “Una settimana fa mi svegliavo in una baita di legno e pietra, la faccia leccata da un cane impaziente di uscire. Ora i muri tremano al passaggio dei camion e dal mio letto ascolto le sirene delle navi. Per colpa del fuso orario è già da un pezzo che mi giro e mi rigiro, sperando di riuscire a dormire ancora un po’ prima che faccia giorno. Poi però si sente questo fischio lungo, inconfondibile: in molti quartieri te lo puoi anche scordare che New York è un porto, ma dove abito io vieni svegliato dai mercantili in partenza, e basta salire sul tetto per vederli prendere il largo. Allora mi alzo, come per un senso di solidarietà verso i marinai in servizio. Penso al mio cane e a cosa farà stamattina. Mentre aspetto il caffè mi affaccio alla finestra, a salutare il fico e i cortili di Brooklyn che una volta erano campi e pascoli. Se il cibo è il legame dell’uomo con la terra, mi dico, allora la mia indagine dovrebbe riguardare questo: i modi in cui le persone hanno arato, concimato, innaffiato e seminato la città, e i modi in cui la città le ha affamate o nutrite. Tra loro mi ci metto anch’io, non è una posizione più giusta? Non dovrei dire loro, dovrei dire noi. Ci conquistiamo un fazzoletto di terra dove affondare le nostre radici, e subito dopo cominciamo a chiamarlo casa.

Quando il cielo si schiarisce prendo la bici ed esco. In fondo alla mia strada ne comincia un’altra, e in fondo a quest’altra c’è un bar segreto dove vado spesso, nelle mattine di sole, per stare un po’ davanti al mare prima di fare qualsiasi altra cosa. È nascosto tra gli imponenti, monumentali magazzini del tardo Ottocento, conservati con un rispetto per nulla newyorkese, o forse dimenticati per loro fortuna, chissà. Da fuori ricordano i porti del Nord Europa e l’età dell’oro della marina mercantile, ma dentro vanno via via trasformandosi in laboratori e gallerie d’arte, case sempre più costose, ristoranti raffinati e bar come il mio. Anche se in realtà è solo l’angolo di un supermercato: entri dal reparto ortofrutta, superi corridoi di scatolette, arrivi alla caffetteria e da lì puoi uscire a fare colazione in una specie di veranda sul retro. La veranda è affacciata verso sud, così Manhattan rimane alle spalle e tutto quello che si vede è la baia, l’atollo su cui è conficcata la Statua della Libertà, la lunga costa industriale del New Jersey e quella più verde di Staten Island, e poi il ponte di Verrazzano che collega Staten Island con Brooklyn. Ora l’acqua è più pulita di un tempo e il viavai di battelli e navi ridotto a poca cosa, e tra i motoscafi della polizia e le chiatte dell’immondizia capita perfino di vedere qualche barca a vela.

Oltre il ponte c’è l’oceano aperto. Ma è difficile notarlo se non lo sai, è solo un breve tratto di mare nella foschia: sembra un punto dell’orizzonte senza nessuna importanza, non si direbbe che siamo tutti arrivati da lì”.

Paolo Cognetti, Tutte le mie preghiere guardano verso ovest (EDT)

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Non è stato facile scegliere un estratto: fosse per me, il libro ce lo metterei tutto. Questo passaggio però mi sembrava molto rappresentativo di un qualcosa, che credo si possa chiamare cognettitudine, oppure la New York di Cognetti.

Leggendo Cognetti (a proposito, leggete anche il suo New York è una finestra senza tende, mi raccomando: è uscito per Laterza e in un certo senso è il prequel di quest’altro, è un discorso che non s’interrompe, una lunga lettera di stupore e amore a New York) si deve capire subito una cosa fondamentale: la sua New York è Brooklyn, e quasi per niente Manhattan. Quasi per niente Manhattan se non, forse, in certi angoli del Lower East Side, ogni tanto, ma comunque sempre per un tempo molto breve: il tempo di fare un giro, magari mangiare, e poi saltare sulla bici, riattraversare il ponte e tornare a casa.

L’altra cosa fondamentale da sapere, questa però non su Cognetti ma su New York in generale, è che, come dice lui citando Colson Whitehead all’inizio di New York è una finestra senza tende (ancora una volta: leggeteli entrambi), ognuno ha la sua personale New York, e ne esistono tante quante sono le persone che ci abitano, o che la amano.

Non vi dovrete stupire perciò se in questo libro non ci ritroverete la vostra: è la sua. Fatta di angiporti, vecchi magazzini, dei pontili di Red Hook, di corse in bicicletta, e di Coney Island, e insomma di tanta Brooklyn, e poi di viaggi in metropolitana lunghissimi per andare nel Bronx a mangiare il pastrami in un minuscolo deli segreto che conosce quasi solo lui, e ancora, come già dicevamo, di qualche breve incursione a Manhattan per girovagare nel Lower East Side, la parte di Manhattan più vicina in linea d’aria a Brooklyn, quella che di certo meno somiglia a qualunque idea uno abbia di Manhattan.

Anche il fatto che l’autore viva molto in montagna da solo (leggete Il ragazzo selvatico, uscito per Terre di Mezzo) e poi, appena può, vada a New York, non deve stupire: “New York è solo un altro tipo di solitudine”.

In questo libro troverete molto cibo, e molto amore per una città che non è una città e basta, ma senza dubbio la cosa più vicina che esista al cuore del mondo, sempre che il mondo abbia un cuore.

La Fallaci, raccontando del suo trasferimento a New York negli anni Sessanta, scrisse: “Nel 1963, un anno dopo la pubblicazione di Penelope alla guerra, disfeci la mia casa milanese, una mansarda di quattro stanze, assai graziosa, misi l’indispensabile in due piccoli bauli e, ripetendo il gesto del giorno in cui m’ero recata a Roma senza saper neanche dove avrei abitato, andai a New York. Ho un tale bisogno di vedere New York, questo ponte teso tra la vecchia Europa e l’allucinante mistero che chiamano America”.

Da qualche altra parte diceva anche una seconda cosa per cui io, che amo la Fallaci moltissimo e amo New York con la stessa feroce intensità con cui la Fallaci amava New York e con cui io amo la Fallaci, mi emoziono sempre molto. Non la metto tra virgolette perché non la ricordo con esattezza, ma diceva più o meno così: se fossi stata una ragazza di Cartagine, nata duemila anni fa, so che da adulta mi sarei voluta trasferire a Roma. Perché io ho bisogno di stare al centro del mondo, dove succedono le cose. Per lo stesso motivo, oggi vado ad abitare a New York.

Ed è così che la penso anch’io: New York è la Roma imperiale dei giorni nostri. Ma -o forse proprio per questo- è anche un posto dove ognuno può trovare la sua città privata dentro alla città di tutti. Un posto dove si può scegliere se scintillare in quella che i nativi americani della foce dell’Hudson nella loro lingua (l’unami) chiamavano Mannahatta -la land of many hills-, oppure stare a guardare il mare senza vedere nemmeno un grattacielo, scintillando in altri modi e luoghi.

Ancora Cognetti: “Io preferisco la mattina presto alla sera tardi. Preferisco i margini di Brooklyn a tutti i possibili centri di Manhattan. Preferisco i marciapiedi deserti alle strade gremite, le vecchie fabbriche in mattoni rossi ai grattacieli. Non è New York a essere così, sono io. Il marciapiede deserto sono io. La fabbrica di mattoni rossi sono io”.

E in effetti il primo estratto dal libro, quello con cui inizia questo pezzo, l’ho scelto, sì, perché rappresenta bene Cognetti, ma perché in fondo somiglia anche a me: per motivi che in questo momento non è importante io vi stia a raccontare perché non stiamo parlando di me, una cosa di New York che per me conta molto è appunto il mare.

Le nostre due New York non sono uguali: io ho la mia, lui ha la sua, sono molto simili in certe cose ma anche molto diverse in altre. La cosa straordinaria, però, è che possono coesistere; possono essere reali e vere entrambe, e noi viverci dentro, ognuno nella sua.

Sempre Cognetti: “Il punto non è il paesaggio che hai intorno, ma il modo in cui ci vivi dentro. Le parti di mondo che osservi più spesso sono quelle in cui riesci a rifletterti, le cose che ti colpiscono sono scoperte di te. Probabilmente amo New York anche per questo: perché, tra le infinite città che contiene, ce n’è una che mi somiglia come se l’avessi inventata io”.

È meraviglioso che un libro così piccolo possa contenere tanta bellezza. È meraviglioso che ti faccia venire voglia di cadere in quelle pagine e andare in giro su quella bici, o anzi: su una bici vicina, di fianco all’autore.

Una mia vecchia insegnante di teatro, tanti anni fa, parlando di che cosa fosse la bellezza oggettiva ci diceva: “Su ciò che è o non è carino, su ciò che è o non è emozionante, ognuno la pensa a modo suo; sul BELLO, invece, siamo tutti d’accordo”.

Credo sia lo stesso anche per l’amore: quella che queste pagine contengono è una tale dichiarazione d’amore e di resa a New York che non potrete non amarle molto, non immaginarvene parte, non voler trovare un posto nel mondo che vi faccia sentire vivi con la stessa intensità.

Io sono convinta che ognuno di cuore del mondo ne abbia uno suo (e forse il mio avete capito qual è): può essere New York, Roma, un villaggio in Siberia, un’isola di pescatori oppure invece la città in cui sei nato e cresciuto, o ancora quella dove hai fatto l’università o trovato lavoro e dove stai bene e vuoi fermarti a vivere. Il nostro cuore del mondo, però, il nostro centro della Terra, può sì essere diverso per ciascuno di noi, ma deve avere una caratteristica fondamentale: farci sentire capaci di un amore così, di un bene di quel tipo verso la sua bellezza e la sua bruttezza, e verso le strade, gli alberi, le sirene delle navi (o qualunque altro rumore ci sia, foss’anche il canto di un gallo o il silenzio più assoluto); farci sentire capaci di essere vivi; farci trovare tutta la vita lì davanti: finalmente possibile, finalmente prensile, finalmente nostra.

Per quanto mi riguarda, quando sono atterrata a New York sono stata vinta da una felicità fino ad allora mai provata: mi trovavo nel luogo che aspettavo di vedere da tutta la vita e sentivo di essere, per la prima volta, dalla parte giusta dell’oceano Atlantico; mi guardavo da fuori e vedevo la mia puntina finalmente conficcata nel punto giusto sul planisfero. Non avevo mai visto New York, eppure, in qualche modo, stavo conoscendo casa mia.

Cognetti dice: “Da dove mi trovo adesso, a New York e nella vita, l’est è un ricordo da gettarsi alle spalle. Tutte le mie preghiere guardano verso ovest”.

Anche le mie, Paolo. Anche le mie.

Maria Perosino, Le scelte che non hai fatto – una recensione

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“Tutte le scelte che non facciamo determinano una svolta nella nostra vita. Ma se potessimo seguire le persone che non siamo stati? Se potessimo pedinarle, e poi soprattutto ascoltarle, parlarci insieme, invitarle a cena? Le vite che abbiamo scartato per un soffio continuano accanto a noi. Camminano su strade parallele alla nostra, appena qualche metro più indietro. Su altre gambe”.

Maria PerosinoLe scelte che non hai fatto (Einaudi)

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Nel 2002, quando io ancora dovevo compiere diciassette anni e facevo il terzo anno di liceo, Maria Perosino fondava insieme a Vittorio Bo il posto dove oggi lavoro: Codice. È andata via molto prima che arrivassi io, e non ci siamo mai conosciute, mai incontrate, mai sfiorate, neanche per sbaglio. Lei è morta due mesi e mezzo fa, il 16 giugno (che incidentalmente è anche il Bloomsday, un giorno a me molto caro). Non ne ha idea, e non ce l’avrà mai, ma io è da quando avevo vent’anni che, a chi mi vuole ascoltare, spiego la mia personalissima teoria delle mai-vite: quelle vite, cioè, che potevano essere e non sono state. È bello scoprire di aver sempre pensato pensieri simili a quelli di una persona che, anche se mai incontrata, mi è passata così vicina.

Questo libro è un amico soffice, sono pagine piene di luce che entra dalla finestra e di pensieri in cui è bello accomodarsi. È stato come conoscerla, come entrare nella casa milanese in cui ha vissuto gli ultimi anni della sua vita dopo aver lasciato Torino e sederle accanto, al tavolo di cucina. È stato come essere amiche. Anche se ormai è troppo tardi e anche se avrei preferito dal vivo, nella vita, per davvero, è stato bello lo stesso conoscerti così, Maria.

Tanto vale affidarsi al vento – un pensiero per Enzo Baldoni

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Questa frase di Enzo Baldoni, rapito in Iraq nell’estate del 2004 e “giustiziato presumibilmente in data 26 agosto” (cioè oggi), la conservo con cura da quell’estate lì: avevo 18 anni e mezzo e già allora mi sembrò una delle cose più belle che avessi mai letto. Scritta da un uomo ignaro della morte che l’avrebbe trovato di lì a poco, un uomo spavaldo e burlone, che aveva il cuore simile al mio: capace di emozionarsi, più che di avere paura, all’idea di poter eventualmente morire sotto a un cielo antico come quello iracheno, tra il Tigri e l’Eufrate.
Sono certa che scherzasse e basta, e che quella fosse appunto spavalderia, e che chissà cos’ha provato, davvero, quando ha capito che stava per morire. Però è bello pensare, anche se forse è una bugia, che sotto a quelle stelle antiche come la notte sia morto felice.

“Guardando il cielo stellato ho pensato che magari morirò anch’io in Mesopotamia, e che non me ne importa un baffo, tutto fa parte di un gigantesco divertente minestrone cosmico, e tanto vale affidarsi al vento, a questa brezza fresca da occidente e al tepore della Terra che mi riscalda il culo. L’indispensabile culo che, finora, mi ha sempre accompagnato”.

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(Immagine: Mauro Biani – Il manifesto).

La mia madrepatria non è figlia unica

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LA FORTUNA DI ESSERE BILINGUI – UN’INTERVISTA

Quest’intervista è forse la mia preferita, tra quelle che ho fatto fino ad ora.
Ormai è da qualche anno che intervisto gente, sia per lavoro (ne faccio spesso per il sito della casa editrice in cui appunto lavoro: ai nostri autori, quando esce un nuovo libro), sia per piacere personale (e quelle fatte “per me” potete trovarle tutte archiviate qui).

Io sono proprio così: faccio domande, sempre, a chiunque.
Decine, centinaia di domande, su ogni cosa possibile e pensabile. Il mio spirito è animato da una curiosità per il prossimo che non conosce confini. Non saprei come spiegarlo se non dicendo che nutro un indomabile interesse nel genere umano, nelle persone. Capire come vivono, e perché, che cosa pensano, e perché, che cosa mangiano, amano, odiano, che cosa vedono nelle cose, e perché.

Come chiameresti i tuoi figli? Qual è il tuo piatto preferito? Come ti piacerebbe chiamarti, se non ti chiamassi come ti chiami? Voi due come vi siete conosciuti? Com’è la tua giornata tipo quando lavori? E quando non lavori? Sì ma racconta bene però, fin dalla colazione. Mi racconti una cosa di te che non hai mai detto a nessuno? Anche piccola, anche insignificante. Qual è la tua parola preferita? Come si sono conosciuti i tuoi genitori? Se scoppiasse un incendio in casa tua e potessi salvare solo una cosa, che cosa salveresti? Qual è il primo posto dove andresti in viaggio in questo momento, se potessi? Domanda a piacere: raccontami qualcosa. Qual è il tuo posto preferito in questa città? Come immagini la casa dei tuoi sogni?

Sono solo alcune delle molte domande che le persone si sono sentite e si sentono quotidianamente fare da me (persone care o anche non care, giacché di solito faccio domande a tutti, appena ho la confidenza necessaria -ma a volte anche no- per poter risultare più simpatica che pazza).

Quest’intervista però l’ho amata in modo particolare, perché indaga una cosa che ho sempre considerato speciale, magica, e che avrei sempre voluto per me: il bilinguisimo. Chi mi conosce bene sa che, e da quanto, il sogno (purtroppo irrealizzabile) della mia vita sarebbe avere un genitore inglese, ed essere perfettamente bilingue. L’inglese lo conosco bene: è forse la passione più grande che ho nella vita, e posso dire senza falsa modestia (anche perché la falsa modestia è una cazzata e se una cosa è vera bisogna dirla, punto) di avere anche una pronuncia che non tradisce la mia origine -cosa che peraltro non è questione di talento, ma solo di orecchio: chi sa rifare gli accenti sa rifare tutti gli accenti, l’inglese come il napoletano-.

Una volta un’amica mi disse: «Il modo in cui parli inglese non è quello di un’italiana che parla bene l’inglese. Non è scimiottare un accento per darsi arie o dire “mò guardate e ditemi se non son brava”. E non è neanche il semplice “esser portati”. Il modo in cui parli canta un’appartenenza. Tradisce, o meglio, fa percepire chiaramente tutto l’amore; ed è un amore molto grande».
È vero: è un amore enorme, un amore gigante. Forse più grande persino dell’amore che potrò mai provare per una persona: perché questo amore qui sono io, quest’amore qui è me. E quando i cuori si mettono a cantare, signori, non c’è proprio niente da fare.

Mi piacerebbe portarvi a conoscere la me che in seconda media, non avendo la parabola per poter guardare la BBC, guardava Mtv (all’epoca aveva ancora tutti i programmi in lingua orginale e sottotitolati) e prendeva appunti davanti al Jenny McCarthy Show. La me che corrispondeva con una ragazzina del Surrey e quando le sue lettere arrivavano accarezzava lo scotch con cui lei aveva chiuso la busta pensando «Questo è schotch inglese, inglese! Comprato da una persona inglese in un negozio inglese in Inghilterra!». La me che nelle sue prime apparizioni al di là della Manica (nel ’98 con il papà e poi al ginnasio in vacanza-studio) sentì di aver messo finalmente piede nella sua Patria di Cuore.

That’s it: sono un’inglese di cuore con un amore immenso per la sua Patria di Cuore e una devastante passione per gli Stati Uniti d’America. Amo tutto ciò che è anglosassone, di qua e di là dall’oceano.
Londra è la mia mamma, gli Stati Uniti l’uomo con cui un giorno vorrò scappare (per chi volesse approfondire questa schizofrenia, spiegavo tutto già qui).

Vorrei presentarvi tutte queste me, per farvi capire quant’è grande e quant’è stato grande in me il sogno di poter rinascere avendo un genitore inglese che mi rendesse da sempre e per sempre perfettamente bilingue. Che facesse di me una persona dotata di cromosomi che provenissero per metà da quella cultura lì. Purtroppo non sarà mai possibile. E di tutti i sogni irrealizzabili che ho (essere il chitarrista dei Cure, vivere una gioventù da magra) questo è di certo il più forte, il più sentito, il più compianto. Per quanto uno possa sapere bene l’inglese, non lo saprà mai come uno che parlando quella lingua ci è nato: essere bilingue è un’altra cosa. E certo, io avrei sognato di esser bilingue con l’inglese, ma è indubbio che esserlo, con qualunque altra lingua lo si sia, già di per sé costituisca una ricchezza insostituibile.
Conosci due lingue, in te si agitano due culture, due mondi, due lune. Sei una persona i cui cromosomi, per incontrarsi e dare vita a te, hanno fatto più strada: anche solo per questo, sei già un po’ speciale, perché dentro di te ci sono due storie molto diverse da raccontare.

Bene, come al solito sono stata più prolissa di una vecchia zia pazza.
Non eravamo qui per parlare di me, e invece ho già blaterato fin troppo a lungo.
Siamo qui per parlare con tre persone ricche di questa ricchezza grandissima, e per farci raccontare da loro com’è una vita che abbia avuto in sorte questa fortuna. Com’è una vita benedetta e vegliata da due mondi.

Un racconto tutto al femminile: le intervistate sono tre donne, e il genitore straniero di tutte e tre è la loro mamma. Signore e e signori, lasciate che vi presenti queste tre meraviglie: Michelle, torinese figlia di madre statunitense; Paola, milanese figlia di madre brasiliana; e Sara, cuneese figlia di madre francese. Per partire, una piccola griglia di presentazione di tutte e sei: mamme e figlie. Poi, la parola alle figlie (che, poverine, si sono sottoposte senza battere ciglio al trattamento Pellas: un incrocio tra una seduta di analisi e un interrogatorio di polizia; le ringrazio molto). Buona lettura!

Judy è nata a Cincinnati, Ohio, ed è venuta in Italia nel 1972, appena sposata.
Michelle è nata a Torino nel 1979 e qui vive tuttora, insieme al marito Enrico e al loro bimbo di due anni e mezzo, G.
Si è laureata in economia a Torino, ha fatto un master in editoria a Oxford, e lavora come freelance tra traduzioni, copywriting e project management. Il suo cliente più esigente, al momento, è in piena fase “terrible two”.

Daisy è nata a Jaraguà do Sul (stato di Santa Catarina), è arrivata in Italia quando era incinta di Paola, cioè nel 1960.
Paola è nata a Roma, ma è cresciuta e sempre vissuta a Milano (anche se, come vedremo, si sposta molto per lavoro, soprattutto negli USA). L’avrete sicuramente già letta: non è una Paola qualunque, ma la mitica Paola Jacobbi di Vanity Fair. Scrive di cinema, è l’inviata ufficiale di Vanity agli Oscar (ma anche a Cannes, a Venezia, e ovunque ci siano superstar), e nella vita ha intervistato chiunque. E per chiunque intendo chiunque. Se volete un esempio, potete leggere una delle sue interviste più recenti: quella ad Angelina Jolie, che ha incontrato a Londra in occasione dell’uscita di Maleficent (eccola QUI).

Isabelle è nata il 2 novembre 1960 a Frejus, in Costa Azzurra, ed è venuta in Italia nel settembre 1987, appena sposata.
Sara è nata a Cuneo il 25 febbraio del 1989, ed è cresciuta a Vinadio, un paesino dell’alta Valle Stura (che è anche la valle da cui vengo io, nda). Insieme abbiamo lavorato per anni come guide del Forte Albertino di Vinadio: io ho iniziato a 19 anni, lei a 16. Qui a Torino siamo state anche coinquiline, insieme alla nostra amica Valeria (nella mitica Casa Redellas, il cui nome nasce dalla fusione dei nostri tre cognomi). Sara, non paga di esser già perfettamente bilingue italiano-francese, si è appena laureata con il massimo dei voti in tedesco, con una tesi sulla Stasi durante gli anni della DDR. Laureata ad aprile, ha trovato subito lavoro in un’azienda del cuneese, dove si occupa di marketing e di tutto ciò che concerne i contatti con la Germania e i clienti tedeschi.

E ora la parola va a loro.

Come si sono conosciuti i tuoi genitori?

Michelle: Nel 1970 la Fiat ha mandato mio padre a lavorare un po’ negli Stati Uniti con una società partner, a Cincinnati. Mio padre divideva l’appartamento con un collega, che usciva con un’amica di mia madre. L’amica un giorno ha chiesto a mia madre se voleva incontrare un bell’ingegnere italiano, e mia madre per fortuna ha detto sì.

Paola: In un teatro, in Brasile. Lei attrice, lui regista.

Sara: Ogni anno gli amici maschi di mia mamma facevano una settimana bianca sulle nevi di Bagni di Vinadio (CN), frazione del paese in cui è cresciuto mio papà. Dopo aver stretto amicizia con lui e aver scoperto di condividere una grande passione (il calcio), decisero di organizzare per l’estate un torneo Italia-Francia. Il primo “Torneo dell’amicizia” ebbe luogo proprio nel paese di mia mamma. Lì, tra un goal e l’altro, tra una serata di danze e l’altra, si sono innamorati.

Tua mamma ti ha sempre parlato nella sua lingua?

Michelle: Sì. Forse mi parlava in italiano se invitavo qualche compagna di scuola, per cortesia nei loro confronti. In compenso ha sempre risposto «Hello» al telefono, fregandosene del livello di panico scatenato (c’è stato chi ha pensato che parlasse solo inglese e ha abbozzato, e chi ha messo giù temendo di aver fatto chissà che prefisso).

Paola: Quando ero molto piccola sì, perché era arrivata in Italia incinta e non parlava italiano. Poi siamo passate all’italiano. Ma, intanto, è venuta a vivere con noi mia nonna (sua madre) e con la nonna ho sempre e solo parlato portoghese per tutta l’infanzia e adolescenza.

Sara: Assolutamente sì.

Anche oggi, parlate sempre inglese/portoghese/francese? Quali sono invece le occasioni in cui vi capita di parlare italiano?

Michelle: Fino a 18-20 anni anche se mia mamma mi parlava sempre in inglese le rispondevo tendenzialmente in italiano. Ora non riuscirei più, e se lei inizia a parlare in italiano la fermo perché mi sembra poco naturale, come se non stesse parlando con me.

Paola: In Italia tendiamo a parlare italiano, in Brasile parliamo portoghese. In entrambi i Paesi usiamo la lingua “straniera” in particolari momenti in cui non vogliamo farci capire.

Sara: Io e mia mamma parliamo sempre francese. Devo confessare però che, quando ancora non esistevano gli smartphone e il procedimento per cambiare la lingua negli sms era troppo poco rapido, per colpa del T9 abbiamo iniziato a comunicare in italiano via sms, per questioni di comodità. Per gli sms appunto è consentito, in ogni altra occasione mi sentirei letteralmente RIDICOLA a rivolgermi a mia madre in italiano.

Ricordi di aver avuto difficoltà, da piccina, con una delle due lingue o con entrambe (per esempio: facevi confusione, etc)?

Michelle: Da che mi ricordo, no… magari avrò iniziato a parlare più tardi di altri e all’inizio avrò mescolato i vocabolari.

Paola: Non ho alcun ricordo in tal senso. Fu un processo spontaneo, organico.

Sara: Personalmente no. Ho sempre ben distinto le due cose. Mio fratello, invece, ogni tanto aveva qualche piccola défaillance. Ricordo la volta in cui chiese di avere del «jambone» al posto del prosciutto (che in francese si dice appunto jambon, nda).

Da bambina andavi spesso negli USA/in Brasile/in Francia? E ora?

Michelle: Mia mamma ci portava tre mesi a Cincinnati, Ohio, ogni due anni, da giugno ad agosto. Al liceo io e mia sorella abbiamo iniziato a viaggiare da sole e a stare di meno, perché una aveva la maturità, l’altra le vacanze con gli amici, poi gli esami all’università, i fidanzati, ecc ecc… c’è da dire che nel frattempo avevamo iniziato anche ad apprezzare lo shopping, quindi lasciarci là per tre mesi poteva diventare un problema.

Paola: Sono sempre andata in Brasile con una certa regolarità. E a 18 anni, dopo la maturità, ci ho vissuto di fila per sei mesi. Adesso ci vado almeno una volta all’anno, sempre a Natale.

Sara: Da bambina trascorrevo anche mesi interi dai nonni in Costa Azzurra. Poi, quand’ero un po’ più grande, sempre con loro, ho fatto diversi viaggi nella mia seconda patria. Purtroppo ora lo studio e il lavoro non mi permettono di andarci spesso, ma una volta ogni due mesi “passo il confine”.

Quanti parenti hai là? E quanti amici?

Michelle: Ho sei cugini di primo grado e una valanga di parenti, molti più che in Italia. Gli amici invece sono pochi: quelli conosciuti durante il master in Inghilterra (dove c’erano anche parecchi studenti americani, nda).

Paola: Moltissimi! La famiglia di mia madre è immensa, quella italiana è molto più ristretta. Ho un po’ di amici in Brasile ma poche amicizie davvero profonde come quelle che ho in Italia. Sono molto legata ai parenti brasiliani, li frequento molto quando sono lì. La mia migliore amica in Brasile è una mia seconda cugina, che adoro e che sarebbe potuta diventare amica mia anche senza legami di parentela.

Sara: Per quanto riguarda parenti stretti, solo i miei adorati nonni. Amici di famiglia, moltissimi. Amici miei veri, che ci saranno sempre, quattro.

Ti capita di fare piccoli errori in italiano perché magari ti viene spontaneo utilizzare un costrutto dell’altra lingua (o viceversa, naturalmente)?

Michelle: Una volta ho detto a mia mamma «I’m under the shower» e lei mi ha risposto «You mean under the actual tiles?» (le tiles sono le piastrelle, nda). E c’è qualche parola che ancora oggi mi manca in una lingua o nell’altra: tassello, per esempio.

Paola: In portoghese ne faccio parecchi, soprattutto se sono stanca. Sovrappongo costrutti dell’italiano a quelli del portoghese, ma anche del francese o dello spagnolo, altre lingue dello stesso ceppo che ho studiato e che parlo discretamente bene. Ma, a volte, è un casino e finisce che, invece dello spagnolo, per esempio parlo “portugnol”.

Sara: Certamente! L’esempio più eclatante, l’errore che faccio sempre, è sicuramente: «Parto IN Germania!», «Parto IN Francia!», «Parto A Roma!», copiati dal francese «Je pars EN Allemagne!», «Je pars À Rome!»

Un aspetto della cultura del Paese di tua mamma che è “passato” a te anche se sei cresciuta in Italia, e che fa parte di te in tutto e per tutto? In breve: in che cosa ti senti assolutamente statunitense/brasiliana/francese?

Michelle: L’idea che trovare qualcosa che ti piace a poco prezzo è molto più figo che spendere un sacco di soldi per qualcosa di oggettivamente prezioso che ti durerà tutta la vita.

Paola: Una certa leggerezza, una forma di gioia di vivere e spirito di adattamento che mi rende capace di ridere anche nelle avversità e che è molto tipico dei brasiliani (non è un luogo comune, davvero!)

Sara: Non mi sento francese per qualcosa in particolare. Posso però dire molto tranquillamente che quando sento critiche sulla mia seconda patria la me française esce fuori per difendere i suoi compatriotes.

In che cosa invece ti senti completamente italiana, magari facendoci caso soprattutto quando sei negli USA/in Brasile/in Francia?

Michelle: Mangio cibo “vero” e ho bisogno di fare un minimo di fatica per ottenere qualcosa per sentire che ha un valore.

Paola: Un rispetto profondo e ancestrale per la cultura, la Storia, i libri, l’arte, il passato in generale. Cose che in un Paese giovane come il Brasile sono meno sentite. È un Paese sempre rivolto al futuro, al progresso. In senso positivo è una forma di energia, in senso negativo può diventare superficialità. Gli italiani hanno un legame con il passato che a volte appesantisce, ma a volte rende più profondi.

Sara: Non saprei. Posso però chiaramente affermare che la mia italianità viene fuori davanti a un piatto di pasta scotta, magari servita come contorno, insieme ad una bistecca e a dell’insalata! :-)

Una parola, un modo di dire, un’espressione che esiste solo nella lingua di tua mamma e che hai difficoltà a rendere in italiano. (E viceversa!)

Michelle: Ho iniziato a dire «Oh, man» più spesso di un’adolescente negli anni Settanta. In italiano mi verrebbero solo parolacce, o palliativi da signorina bene tipo «caspita» e «miseria».

Paola: Abacaxi ma non nel senso letterale (vuol dire ananas, il frutto). In senso figurato: «Ahi, que abacaxi» è quello che in italiano è una grana o una gatta da pelare perché sbucciare un ananas è un lavoraccio.
O anche «conversa cri cri» che indica certe conversazioni femminili futili e infastidenti su «crianças» e «criadas» (bambini e cameriere).
O anche «pirua», letteralmente la «tacchina», intesa come moglie del tacchino. Si riferisce a vecchie signore dell’alta società molto impupazzate, tipo generone romano.
Dall’italiano al portoghese, mi viene in mente solo l’espressione romanesca «Stiamo ancora a carissimo amico» che io , personalmente, uso molto ma che è intraducibile.

Sara: Mi viene in mente un’espressione da riferire a una persona sbadata, distratta: «Tu ne trouverais pas de l’eau à la mer!». Reso in italiano sarebbe: «Se tu andassi al mare, non troveresti nemmeno l’acqua!»

Il più grande dono che ti ha dato il tuo essere bilingue. Attenzione: non ti sto chiedendo qual è l’aspetto più bello dell’essere bilingue, ma qual è il DONO più bello che hai ricevuto, dalla tua condizione speciale di bilingue. Puoi rispondere quello che vuoi, di qualunque cosa si tratti.

Michelle: È che da piccola ti fa sentire diversa e un po’ lo odi. Perché i miei non mi hanno dato un nome italiano? Perché gli altri bambini vogliono che gli dica una parola in inglese? Ma a una certa età tutti dobbiamo imparare a fregarcene di essere come gli altri, e averlo imparato già all’asilo ti risparmia un po’ di perdite di tempo.

Paola: Ti rispondo con una frase che mi diceva (in portoghese) mia nonna: «Ogni lingua in più che sai, è una vita in più che ti è concesso vivere».

Sara: Non lo so, forse la capacità di ambientarsi sempre e comunque e di sentirsi un po’ a casa in qualsiasi paese. La flessibilità, insomma.

Una domanda in due tempi. Primo tempo: quanto ha influito il tuo bilinguismo sulla tua vita lavorativa? (Nel caso di Sara, che ha appena compiuto 25 anni: quanto ha influito finora e quanto pensi influirà in futuro, soprattutto?). Secondo tempo: hai mai pensato a come sarebbe diversa la tua vita (non solo lavorativa) se non fossi bilingue, se avessi una mamma italiana?

Michelle: 1. Tanto. A volte mi deprimo se penso a quanto conta poco, in confronto, tutto quello che ho studiato a scuola.
2. Avrei dovuto studiare inglese a scuola. Forse cucinerei meglio. Forse sentirei il bisogno di chiamare la mamma più spesso (e non solo per chiedere «Hey can you remind me what I have to do exactly to put a tassello in the wall?»).

Paola: 1. Da ragazza ho fatto la standista alle fiere del caffè e, da adulta, mi è capitato di intervistare molti brasiliani e il fatto di parlare la stessa lingua, certamente, mi ha aiutato.
2. Non riesco a immaginarlo, in me le due identità sono simmetriche, come avere due occhi, due braccia, due gambe…

Sara: 1. Sicuramente moltissimo. L’essere bilingue e la conseguente passione per le lingue hanno fatto di me ciò che sono oggi, a 25 anni: una neolaureata in lingue e letterature straniere con il desiderio di lavorare a contatto con gli stranieri.
2. La mia vita sarebbe stata sicuramente diversa, non avrei conosciuto certe persone, non avrei fatto certe esperienze, non avrei visitato luoghi, insomma, non sarei io, sarei qualcun altro.

È luogo comune che la mamma italiana, un po’ come la mamma ebrea nella cultura statunitense, sia la mamma chioccia per eccellenza. In che cosa la tua mamma è stata ed è diversa rispetto alle madri italiane dei tuoi compagni di scuola e amici?

Michelle: Quando parto per un viaggio mia mamma mi saluta e se tutto va bene ci sentiamo quando torno. Niente «Chiama appena arriva», niente «Fammi sapere»: se non chiamo vuol dire che è tutto ok e lei è tranquilla così.

Paola: Non so se riguarda il suo essere brasiliana, ma mia mamma era molto più aperta delle altre. Casa nostra sempre piena di gente, cene e pranzi improvvisati, vita sociale poco programmata ma molto vivace, soprattutto paragonata a una certa severità “quadrata” milanese.

Sara: La mia mamma è stata una mamma molto attenta come tante mamme italiane, ma mi ha sempre lasciato i miei spazi, mi ha dato fiducia spiegandomi come funzionava la vita e mi ha lasciata libera di agire. Non penso sia stata diversa dalle mamme italiane di oggi, ma forse è stata molto più permissiva e mentalmente aperta di alcune mamme delle mie coetanee di ieri. Il modo in cui ha sempre gestito la vita di casa nostra invece è molto diverso da quello tipicamente italiano. Per farvi capire: appena sposati e con me piccolina, i miei genitori sono riusciti ad ospitare contemporaneamente 18 amici! Le porte di casa nostra sono sempre state aperte a tutti, l’invitare qualcuno a cena non era sinonimo di ansia. Non si doveva organizzare l’appuntamento mesi prima e preparare 58 antipasti, 30 primi e 20 secondi per non rischiare di fare una figuraccia. L’importante era, ed è tutt’ora, trascorrere una serata in allegria.

Qual è la cosa che ami di più del Paese di tua mamma? A parte i membri della tua famiglia che ci abitano, intendo. Un posto, un cibo, qualunque cosa ti venga in mente.

Michelle: Partire di casa senza mai avere la preoccupazione del parcheggio. Mai dico, mai mai mai.

Paola: La frutta a colazione (breakfast, intendo).

Sara: Sono tante le cose che amo della Francia. A parte naturalmente i miei nonni: la Provenza, la lavanda, i profumi, le sere d’estate della Côte d’Azur, il rumore degli aerei dei cieli francesi, la Raclette, la baguette, la Marseillaise

Una cosa tipicamente USA/brasiliana/francese che ha segnato la tua infanzia in maniera indelebile?

Michelle: Estate 1984: un sacco trasparente più alto di me, pieno di pop corn al formaggio arancione fosforescente. Storcete pure il naso, ma non sapete cosa vi perdete.

Paola: Certe canzoni brasiliane, per bambini e non, che so ancora a memoria.

Sara: Le vacanze estive dai nonni in Costa Azzurra.

Quando sei in USA/Brasile/Francia, sai riconoscere i diversi accenti? Dire, che so, questo tizio viene dall’Oklahoma, da Boston, dal Colorado; da Belo Horizonte, da Salvador de Bahia, da Sao Paulo; da Parigi, dall’Auvergne, dalla Corsica?

Michelle: Un’estate abbiamo fatto un road trip dall’Ohio alla Florida, e dal Tennessee alla Georgia non ho capito una parola. L’accento del Sud lo riconosco così.

Paola: Sì! Il Brasile è molto grande, è una lingua influenzata da mescolanza etnica e di provenienza geografica (europei, giapponesi, mediorientali, africani…) e la differenza da una regione all’altra si sente parecchio.

Sara: Tendenzialmente sì.

Un’abitudine tipicamente USA/brasiliana/francese che è diventata (o è sempre stata) anche tua abitudine quotidiana? O una festa o ricorrenza tipicamente USA/brasiliana/francese che festeggi e senti molto tua.

Michelle: Caffè nella mug (il caffè americano mi fa schifo, ma allungo l’espresso con tantissima acqua bollente).

Paola: I mondiali di calcio! La mia brasilianitudine va alle stelle.

Sara: Sicuramente la caccia alle uova/ovetti nei vasi del terrazzo dei nonni in giorno di Pasqua è tradizione a casa nostra. Ora che io e mio fratello siamo grandi abbiamo smesso di giocare, ma chissà che non tramandi l’usanza ai miei figli, un giorno.

Una cosa che fai solo là e che qui non hai modo/possibilità/abitudine di fare.

Michelle: Shopping alle 6 del mattino (il giorno di Santo Stefano i negozi negli Stati Uniti aprono all’alba per una giornata di super sconti).

Paola: Bere il Guaranà, che è una bibita gasata un po’ dolciastra che non si trova fuori dal Brasile.

Sara: Sarà banale, ma il pic nic serale sulla spiaggia di Saint-Aygulf, non ha lo stesso sapore su una spiaggia italiana.

Domanda in due tempi. Primo tempo: tu sei cresciuta in Italia. Ti piacerebbe essere cresciuta là? Secondo tempo: vivi in Italia. Ti piacerebbe vivere là?

Michelle: 1. No, se consideri che la mia famiglia è dei suburbs di Cincinnati, e non di Manhattan ;-)
2. Quando sono stanca ci penso, ma in realtà no. Il fatto è che qui in Italia sappiamo i problemi che ci sono, e penso che negli Stati Uniti – in una zona come quella dove abitano i miei, per esempio – farei una vita più comoda: casa con giardino, mercato del lavoro più fluido, ma non solo. Anche i negozi aperti a qualsiasi ora e i ristoranti che costano poco sono una comodità. Però… non sono una che cerca la comodità, e preferisco un appartamento al quarto piano senza ascensore. Che a Manhattan probabilmente non mi potrei permettere.

Paola: 1. No, sono felice di essere cresciuta in Italia, soprattutto perché quando io ero bambina/adolescente il Brasile stava sotto la dittatura militare.
2. Oggi non mi dispiacerebbe: è un Paese finalmente democratico, con un potenziale enorme, in pieno boom e con un’evoluzione culturale interessante.

Sara: Sì per entrambe le domande. Mi sento a casa là e qui.

In una persona, anche giovane o molto giovane, che impara una seconda lingua, ad attivarsi è l’area del cervello deputata all’apprendimento; in un bambino che cresce bilingue fin dalla nascita, invece, è coinvolta un’area cerebrale diversa: quella del linguaggio. Il bilinguismo è quindi davvero una condizione speciale, “irriproducibile”. Credo però, per quanto questa condizione straordinaria permetta di conoscere perfettamente le lingue di entrambi i genitori (sempre se i genitori sono abbastanza lungimiranti e volenterosi da parlare ognuno la propria lingua con il bambino, chiaro), che non sia possibile essere capaci di padroneggiare ENTRAMBE LE LINGUE alla STESSA MANIERA. Tra le due, qual è la tua prima lingua, quella che padroneggi al 100%, quella in cui ti verrebbe spontaneo scrivere un libro, o un diario, o un appunto a te stessa? In che lingua PENSI, insomma? E qual è quella che invece padroneggi “solo” (si fa per dire) al 99%? Bada bene: se mi vuoi smentire rispondendo «entrambe, tiè!», sono più che felice di essere smentita!

Michelle: Qualche anno fa ti avrei detto che senza dubbio mi sentivo più sicura con l’italiano, ora non più. Leggo, scrivo e parlo sia in italiano sia in inglese tutti i giorni. Penso (e parlo da sola, spessissimo) in entrambe le lingue.

Paola: La mia prima lingua è decisamente l’italiano. Perché sono andata a scuola in Italia e il portoghese l’ho imparato a orecchio. Ho comunque trascorso più tempo in Italia quindi l’italiano è prevalente, non c’è dubbio. Però QUANDO SONO IN BRASILE, dopo un paio di giorni comincio a pensare in portoghese.

Sara: Al 100% ovviamente l’italiano. Sono nata e cresciuta qui, ho frequentato le scuole qui e ogni giorno parlo e mi relaziono con decine di italiani. Penso al 99% in italiano, ma quando trascorro alcuni giorni di fila in Francia, mi sorprendo a pensare anche in francese.

Domanda suggerita da Elena: in che lingua ti viene più spontanea la dolcezza?

Michelle: Dipende la dolcezza per chi è!

Paola: In portoghese, dove c’è un uso smodato dei diminutivi e vezzeggiativi: queridinho, amorzinho, pequeninho.

Sara: Bellissima domanda! Comunque, in italiano.

Domanda suggerita da più persone (Elena, Maria Lorenza, Eleonora): in che lingua t’incazzi? No, non mi dire «dipende dalla nazionalità dell’interlocutore»; intendo un’altra cosa (nel senso: immagino che le persone che me l’hanno suggerita intendessero un’altra cosa, e provo a spiegare come l’ho interpretata io). Se sei in casa da sola e, puta caso, rompi qualcosa / batti il mignolo del piede contro un comodino facendoti un male cane / sei arrabbiata con qualcuno e dici qualche improperio / sei in collera per qualcosa e blateri tra te e te: in che lingua imprechi, in che lingua ti sfoghi?

Michelle: Italiano, inglese, a volte polacco.

Paola: In italiano, in portoghese, in inglese, come capita. E dipende molto da dove mi trovo.

Sara: Italiano anche qui.

Domanda suggerita da Anna: in che lingua hai forgiato di più il carattere e lo stile?

Michelle: Che domanda strana. Parlo due lingue, non ho una doppia personalità!

Paola: Nessuna delle due. Entrambe. Insomma, io credo che questo sia il punto. Ci può essere una prevalenza d’uso ma il risultato della personalità di un bilingue è frutto del mix delle due culture, dei due lessici.

Sara: Credo con l’italiano. Il mio gesticolare sempre e comunque forse ne è la conferma.

Domanda suggerita da più persone (Veronica, Eleonora): in che lingua sogni?

Michelle: Mi sembra italiano, ma di solito sogno senza audio.

Paola: Come sopra: dipende da dove mi trovo.

Sara: Entrambe e, dato che parlo spesso di notte, me lo confermano anche ex coinquiline, fidanzato e genitori.

Domanda suggerita da Enrico: noti, o ti hanno fatto notare, differenze nel modo in cui parli le due diverse lingue (nel tono di voce che usi, per esempio)?

Michelle: Certo, italiano e inglese hanno un suono diverso…

Paola: No, non mi pare.

Sara: Un giorno qualcuno mi ha detto che quando parlo francese sembro più dolce.

Domanda suggerita dalla mia omonima Francesca: la lingua è una delle cose che contribuiscono a definire l’identità, l’appartenenza a un posto e a una cultura. Avere due lingue fa sentire un po’ più svolazzanti e privi di punti di riferimento o fa sentire più ricchi, perché puoi chiamare tuoi diversi posti e diverse storie?

Michelle: Non è che uno debba parlare due lingue per sapere che esistono altri posti al mondo e magari mettere in dubbio qualche punto di riferimento.

Paola: Più ricchi, più schizofrenici, più innamorati di cose diverse e a volte agli estremi opposti.

Sara: Assolutamente più ricchi. Porti due bandiere nel tuo cuore!

Domanda suggerita da Serena: parlando di forme di cultura, arte e intrattenimento (cinema, letteratura, musica, serie e programmi tv), hai gusti e miti più italiani o americani/brasiliani/francesi?

Michelle: Con tutto che ho letto I promessi sposi per intero e mi è piaciuto, una bella serie TV americana è un’altra roba.

Paola: Più italiani, per forza. Però, all’interno della cultura brasiliana, ho dei punti di riferimento.

Sara: Gusti più italiani perché vedo più programmi, film e serie tv italiane.

Domanda suggerita da Serena: leggi e/o guardi film in inglese/portoghese/francese? Più per abitudine, senso di dovere, o piacere e bisogno personale?

Michelle: Al momento guardo Peppa Pig con mio figlio, rigorosamente in inglese perché hanno preso una cantonata cosmica con il doppiaggio italiano.

Paola: Se posso, sempre. Mi piace leggere scrittori in portoghese, vedere film in lingua originale. È uno dei grandi vantaggi.

Sara: Lo ammetto: in francese leggo meno e più per senso di dovere, non perché non mi piaccia o perché mi costi fatica, ma vivendo qui, acquisto più libri italiani.

Se non fossi bilingue con l’inglese/il portoghese/il francese, hai mai pensato a un’altra lingua con cui ti piacerebbe esserlo?

Michelle: Ci penso ora che me lo chiedi… magari qualcosa di esotico e difficile, come il giapponese?

Paola: Ho sempre avuto un debole per il russo, una lingua che mi sarebbe tanto piaciuto imparare. Se mia mamma fosse stata russa, oggi la parlerei. Ma va bene così: in Brasile, il clima è migliore!

Sara: Tedesco, natürlich. Va beh, anche con l’inglese in realtà. È una lingua utilissima e non mi sarebbe pesato così tanto studiarla…

Michelle, tu hai un bimbo di due anni e qualche mese, con cui hai scelto di parlare inglese anche se tu sei mezza italiana e cresciuta in Italia. Premettendo che penso tu abbia fatto una scelta bella e intelligentissima, puoi spiegarci che cosa ti ha portato a farla? Paola, tu non hai figli. Se ne avessi credi che con loro avresti parlato italiano? Oppure avresti deciso, come Michelle, di parlare con loro nella lingua di tua mamma, crescendoli quindi bilingui come sei stata cresciuta tu? Sara, se un giorno avrai figli, che scelta pensi di fare? Parlerai italiano o francese con loro? E perché?

Michelle: Non mi costa niente e a lui potrà essere utile.

Paola: Avrei fatto di tutto per insegnargli il portoghese!

Sara: Dipenderà molto dal papà e da dove vivrò, penso. Se però sarà italiano e vivrò in Italia, suppongo che opterò, mio malgrado, per l’italiano. Poi chissà…

Piatto preferito della cucina del Paese di tua mamma, e piatto italiano preferito.

Michelle: Di americano butto lì il grilled cheese (che non è semplice formaggio alla piastra, ma un toast imburrato fuori e pieno di formaggio dentro, scaldato e abbrustolito in padella). Di italiano la pasta con il pesto fatto in casa da mio marito.

Paola: Carne do sol (è un piatto del Nord Est del Brasile, fatto con carne salata essiccata al sole e poi brasata). La pasta alla Norma siciliana.

Sara: Piatto italiano preferito: pizza. Piatto francese: Raclette e crêpes.

La tua ninna nanna quand’eri piccola.

Michelle: Mia mamma non è una nostalgica, quindi non mi ha mai raccontato cosa mi cantava. Suppongo qualche classico tipo Rock-a-bye baby, niente di particolare.

Paola: Più che una ninna nanna, una poesia che veniva ripetuta prima di chiudere gli occhi: Batatinha quando nasce espalha a rama pelochão.
 Menininha quando dorme põe a mão no coração.

Sara: Mia mamma non cantava: è stonatissima! In compenso mi leggeva le fiabe di Jean de La Fontaine.

Un aneddoto tutto da ridere legato al tuo essere bilingue.

Michelle: Una volta un’amica mi ha chiesto se poteva farmi un’intervista…

Paola: Con mia nonna brasiliana a far la spesa a Milano. Alla nonna non viene in mente come si dice burro in italiano e chiede «Un etto de manteiga».
Il salumaio dice, in milanese: «Cusa la vouel, sciura?»
Io a bassa voce dico «Burro». E mia nonna, con un certo cipiglio, ripete: «Burro!»
(La cosa che fa molto ridere è che burro in portoghese significa asino).

Sara: Personalmente non ne ho uno, però per farvi ridere posso raccontarvene uno micidiale di mamma. Erano i primi tempi che frequentava papà e non parlava italiano (tra loro hanno sempre parlato in francese!). Si trovavano alla dogana (sì, esistevano ancora le dogane!) e i poliziotti le ordinarono: «Accenda i fari!». Lei, tutta convinta, inizia a frugare nella borsa. Papà le chiede: «Cosa stai facendo?». Lei: «Beh cerco un accendino, mi ha chiesto se avevo da accendere!». Vi lascio immaginare la faccia divertita del mio babbo!

Sei all’estero. Non in Italia, e non nel Paese di tua mamma. All’estero. Amsterdam, la Papuasia, il Triangolo delle Bermude, Tokyo, Mombasa. Ti chiedono di dove sei. Che cosa rispondi? Sappi che io rispondo sempre, ovunque mi trovi, a chiunque me lo chieda «Sono di Cuneo e mio papà è genovese». Immagino quindi che quando a esser diverse sono non solo le città e le regioni ma proprio i Paesi, questa voglia di essere precisi, di rendere onore a entrambe le proprie metà genetiche, si moltiplichi. O no? Tu che cosa rispondi? Sono italiana? Sono mezza italiana e mezza americana/brasiliana/francese? Sono italiana ma mia mamma è…?

Michelle: Dico (suppongo di parlare inglese in questo Paese a caso che non è né l’Italia né gli Stati Uniti) «I’m Italian, but my mom is American», se me lo chiedono perché in realtà vogliono sapere com’è che parlo inglese con così tanta facilità. Altrimenti «I’m Italian on my father’s side and American on my mother’s».

Paola: Negli Usa dove, come sai, vado molto spesso, dico sempre: «Half Italian, half Brazilian, born in Rome. And very proud of the spicy mix».

Sara: Rispondo: «Sono italiana», intanto so già che l’affermazione che segue è: «Non sembri italiana» (in effetti sono tutt’altro che mediterranea: ho una carnagione chiarissima, sono castana chiara e ho gli occhi azzurri). Così aggiungo: «Sì, mia mamma è francese»…

Ti è capitato, mentre eri nel Paese di tua mamma, di dover “difendere” l’Italia? Penso a un certo premier che abbiamo avuto per anni e a tante figuracce che ci ha fatto fare, o al solito luogo comune “Italia uguale pizza mandolino e mafia”, o a sviluppi della politica e dell’economia di cui magari all’estero non si capacitano, o su cui hanno poche informazioni.

Michelle: In generale gli americani hanno una visione romantica dell’Italia, tutta Michelangelo e buon cibo. Nessuno critica l’Italia quanto gli italiani.

Paola: A parte il bunga bunga, sul quale i brasiliani ridevano come pazzi, in generale l’Italia è venerata in Brasile. Hanno un po’ di complesso d’inferiorità nei confronti dell’Europa, ci vedono come coltissimi, intelligentissimi, di grandissimo gusto. A volte, al contrario, ho dovuto ridimensionare certi loro entusiasmi.

Sara: Devo dire che mi è capitato più il contrario: difendere la Francia e i francesi in Italia. Tengo a sottolineare infatti che sono più gli italiani ad “odiare” i francesi: questi ultimi non disprezzano così tanto il nostro paese. In ogni caso, se mi capitasse il contrario, lo farei eccome.

In una scala da uno a dieci, quant’è figo avere doppia nazionalità?

Michelle: Figo, ma la stai facendo più grande di quello che è.

Paola: Diecimila!

Sara: Dieci e lode!

La volta in cui il Paese di tua mamma ti ha fatto emozionare/commuovere di più (Michelle, la butto lì come esempio: l’elezione di Obama?). La volta in cui ti sei sentita più fiera di sapere che «diamine, io sono un insieme di cromosomi che per metà viene da lì, metà del mio patrimonio genetico è di lì, io sono per metà di lì!»

Michelle: Aspetto che aboliscano la pena di morte.

Paola: Tutti i piccoli/grandi passi che il Brasile ha fatto in questi anni. La libertà d’opinione raggiunta, il progetto Fame Zero di Lula, gli sforzi per uscire dalla condizione del sottosviluppo, l’elezione di Dilma presidente ma anche il successo di Gisele, una top model con il cervello. Sono orgogliosa di sentire qualcuno affermare che ama i libri di Jorge Amado o la musica di Caetano Veloso.

Sara: Non saprei. Da sportiva (Sara ha gareggiato fino ai 19 anni nella squadra regionale di sci di fondo, nda), mi emoziono davanti alla vittoria di un atleta alle Olimpiadi e all’inno francese suonato per una medaglia d’oro.

Paola e Sara: Brasile e Francia sono due Paesi in cui il calcio conta tanto quanto conta qui. Michelle: lo so, negli Stati Uniti vanno pazzi per il baseball, il football, il basket, e il calcio non se lo filano di pezza (basta dire che lo chiamano “European football”), ma anche la nazionale USA partecipa alla cosa di cui sto per dire, quindi rispondete tutte e tre: la domanda è la più difficile di tutte. Quest’estate ci sono i mondiali di calcio. Non voglio chiedervi per chi tifate, perché non mi passa neanche per l’anticamera del cervello che possiate NON tifare per il Paese che vi ha dato i natali, in cui siete cresciute e in cui vivete. MA. Se la nazionale USA/brasiliana/francese si trovasse in finale con l’Italia, come vi sentireste? Tifereste per l’Italia applaudendo anche l’altra nazionale? Tifereste un po’ per una e un po’ per l’altra? Sareste contente in ogni caso? Immagino lo sforzo diplomatico terrificante, ma ditemi.

Michelle: Nel 2006 ero a Oxford e durante la finale Italia-Francia sono passata davanti alla palestra dove stavano proiettando la partita, puoi immaginare il fermento. Io stavo andando da Blockbuster a restituire un film e prenderne un altro. Dei mondiali 2010 ricordo la canzone di Shakira perché lavoravo fino a tardi con un amico che la faceva partire in ufficio a tutto volume per tirarci su il morale. Probabilmente a te sembrerà triste, ma ti assicuro che qualche decina di tizi che corrono dietro a una palla dall’altra parte del mondo a me non cambiano la vita di una virgola. Forse non ho spirito di corpo perché sono bilingue.

Paola: Mi sa che ho già risposto. Tifo Brasile e, se il Brasile viene fatto fuori, passo a tifare Italia. Ma se la finale è Italia-Brasile, tifo Brasile. In famiglia, con marito italiano e calciofilo, sono momenti da brivido. Di solito, se si va ai rigori, io scappo in bagno per l’ansia, fino a fine partita.

Sara: Io ho sempre tifato Italia ai mondiali di calcio quindi anche nel caso in cui gli azzurri si trovassero in finale con i “bleus” sarebbe così (è già capitato…). Ad ogni modo, in caso di sconfitta, sarei comunque vincente e felice per la mia seconda patria (sì, lo so, è bello vincere facile!).
Pensate, invece, che mio fratello, da piccolino, si dichiarava tifoso francese per far sì che mamma non fosse l’unica tifosa blu-bianco-rossa in casa. Ora però è un fan sfegatato degli azzurri e mamma, aimè è rimasta l’unica a tifare la France!

Mamma Alleluja

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A novembre, prima di vedere per la prima volta New York, scrissi una piccola letterina a Londra, dicendole questo: «Non devi preoccuparti di niente. Perché non importa quante New York incontrerò nella mia vita: tu sarai sempre il mio alleluja».

Ebbene, mentivo. Tra l’altro sapendo di mentire, cosa anche peggiore.
Ero certa che New York fosse là ad aspettarmi da tutta la vita (come io aspettavo lei e l’America) e quando ci sono sbarcata in effetti è stato come se per la prima volta mi trovassi, finalmente, dalla parte giusta dell’oceano Atlantico; nel lato giusto del mondo.

Sapevo anche, però, che non appena tornata da là, appena fosse stato possibile, sarei dovuta venire qua. Perché? Perché se trovi l’amore della tua vita è giusto farsi travolgere e scapparci, con quell’amore lì. Ma anche dopo aver incontrato l’amore gigante della vita dovrai pur tornare ogni tanto a trovare la tua mamma. No?

Sono amori diversi, ma sempre amore enorme è. So I’m back where it all started: back to you mommy London. Back to you mother England.


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Scritto a Notting Hill in data 18 aprile 2014.

(Questa quassù è la vista dalla mia camera).

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