Readellas – un circo di libri, una fiera di Natale

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Più o meno dieci giorni fa mi è venuta un’idea e ho mandato questa mail a un po’ di persone:

 

Caro Tu,
sono qui a proporti di partecipare a una piccola cosa natalizia che ho in mente per il mio blog.

Vorrei pubblicare un post speciale a più voci, coinvolgendo giovani editoriali, uno o due editoriali più grandicelli che godono della mia stima imperitura, qualche giornalista o blogger che lavori con i libri -ben selezionato tra i preferiti miei e del mio cuore-, un paio di traduttori, e magari -sarebbe bello- pure un paio di scrittori. Voci insomma di gente che lavori coi libri, sia da una parte (le case editrici), sia dall’altra (la stampa). E anche voci di gente che i libri li scriva, proprio (gli scrittori, appunto).

Vorrei che ognuna di queste persone rispondesse a due domande:

- qual è il libro più bello che hai letto nel 2014?
- qual è il tuo libro preferito/il tuo libro della vita?

 
Ho tre preghiere:

- che le risposte non siano cortissime (tipo: il titolo e ciao), ma un po’ articolate: dovreste spiegare anche perché proprio quel libro.

- No spot per la propria casa editrice, nel caso degli editoriali. Se il vostro libro preferito del 2014 è stato pubblicato proprio dalla casa editrice in cui lavorate ok, non mi opporrò, ma vi chiedo di essere onesti e di far parlare il corazòn: questo post non è uno spot (bene, abbiamo un nuovo verso da proporre a Tiziano Ferro dopo notizia è l’anagramma del mio nome: “questo post non è uno spot anche se spot è l’anagramma di post”).

- Che alla domanda numero due non si risponda per nessuna ragione al mondo una puttanata tipo: sempre il prossimo che leggerò. No grazie, stronzate melense finto-poetiche non ne vogliamo. Vogliamo (o meglio: io voglio) un titolo, ben preciso. E un perché. Pensa di dover partire per un posto in cui potrai portare un solo libro, e mai più leggerne altri, per nessun motivo al mondo, per tutta la vita. Pensa a quale sarebbe il libro che ti farebbe dire: piuttosto di non poterti portare, di non poterti leggere mai più, guarda, mi ammazzo io. Perché senza di te non ci sarebbe nemmeno questa persona qui che sono oggi, e allora se tu non ci devi essere mai più non voglio esserci nemmeno io.
[Sparo. Sipario].
Ecco, quello in teoria è il tuo libro della vita.

 
Bene, mi pare che le regole siano chiare.
Quel che ho in mente è una specie di grande circo di consigli fatto da addetti ai lavori.

Pensala in maniera molto terra-terra, come una sorta di fiera delle moto dove tutti quelli che fanno le moto (chi lavora in Suzuki, in Honda, alla Harley-Davidson), e anche quelli che le moto le recensiscono (tipo: Maria Leitner di Tg2 Motori) danno consigli a chi magari deve regalare una moto per Natale e non sa proprio quale, o vuole essere aggiornato sulle ultime uscite, oppure ancora sapere qual è la moto preferita della già citata Maria Leitner di Tg2 Motori, o del tizio che lavora alla catena di montaggio della Honda.
(Se dovessi decidermi a chiedere anche a un paio di scrittori, sarà come se a questa nostra fiera delle moto passasse Valentino Rossi, o un suo collega, e allora vuoi non chiedergli chi sono i motociclisti che più stima al mondo? Vuoi non pregarlo di dirci qual è stato secondo lui il più bravo di tutti nel 2014, e poi anche quello che invece per tutta la vita sarà il suo mito, o qual era la moto dei suoi sogni quand’era piccolo?)

Noi qui faremo la stessa cosa, ma con i libri al posto delle moto.
Ti va di partecipare?

Se sì, ho bisogno delle tue risposte entro il 15 dicembre: devo mettere online il post in tempo utile perché i nostri ipotetici lettori possano ancora trarne spunto per i loro regali di Natale (nel senso di libri da regalare agli altri, ma non solo: magari anche libri per sé, che vogliono chiedere in regalo alla mamma, al marito, alla nonna, a Tiziano Ferro).

Se il tuo è tra gli indirizzi a cui ho spedito questa mail, non è per caso.
Se chiedo a te, non è per caso.
Ho pensato proprio a te.
Sono certa che con il tuo contributo il post somiglierà ancor di più a quel che ho in mente. Mi farebbe perciò davvero molto, molto, molto piacere che tu partecipassi. Te lo chiedo una seconda volta: ti va di partecipare?

Un abbraccio,
Francesca

 

***

 

Ero abbastanza certa di poter contare su alcune delle persone che compaiono qui: il mio capo, Chiara; il mio ex grande capo, Giorgio; i miei amici Laura e Paolo A.
Sapevo che loro, per affetto, per vicinanza, avrebbero trovato il modo e la voglia di partecipare. Ed è stato così.

Ma a volte accadono bellezze inaspettate.

 

streetlight

 

E infatti è successa una cosa inaspettata e molto bella: che mi hanno detto di sì in tanti.

Allora ho preso coraggio e mi sono decisa a scrivere anche ad alcuni scrittori, cioè quelli che meno osavo disturbare. E lì è successa una cosa bellissima: che mi hanno detto di sì quasi tutti.
E allora di cosa ne è successa un’altra ancora: che mi sono detta perché no?, ho preso la mail, ho tradotto i miei sproloqui e le mie richieste in inglese, e l’ho spedita ad altri tre scrittori che amo (due americani e un’indiana). E mi hanno detto di sì tutti e tre.

Improvvisamente la mia idea era diventata un circo vero, una fiera piena di gente.

Mentre il cielo per partecipare alla mia gioia faceva esplodere comete e piovere margherite, bouquet di matite ben temperate e coriandoli, sono passati un po’ di giorni e mi sono arrivate le prime risposte. Per farle arrivare tutte c’è voluta un po’ di pazienza. Ho dovuto mandare un Reminderellas, stare alle calcagna dei più smemorini, fare insomma un po’ la signora maestra. Ma devo dire che non c’è stata una, nemmeno una tra le risposte ricevute, che non mi abbia emozionata, e fatta ridere, e fatta un po’ commuovere.

Accidenti quant’è sempre bello parlare di libri. E non per fare i fighi, eh: è bello quando di libri si parla con amore -che siano amori nuovi o compagni antichi-, con la gratitudine di chi dice “A 12 anni Salgari un po’ la vita me l’ha cambiata -almeno quella da lettore, ché per il resto sono sempre rimasto il solito stronzo-” (non ti cito, ma tu riconosciti e prenditi il mio grazie).

Volevo proprio quello: una devastante sincerità.
Perché poi, in effetti, quando una persona parla con amore di una cosa che per lui/lei è stata fondamentale, quell’amore lì si riconosce: mica si può fingere. Tu da fuori lo leggi e riconosci, oggettivamente, che sta dicendo una verità vera che è andato a prendere nel centro esatto di tutti i suoi cuori, anche quello di pietra.
A chi ha capito esattamente che cosa chiedevo: grazie. Mi sa che l’avete capito tutti, perciò grazie a tutti.

 

francesco_musante

“Genova per me è una seconda madre”, del mio amatissimo Francesco Musante (l’omino al centro sul vassoio ha un pandolce, il tipico dolce genovese del Natale: buon Natale!)

 

Ho lasciato le risposte di ognuno esattamente com’erano: per questo le tre in inglese -di John Freeman, Lauren Groff, Janice Pariat- sono rimaste in inglese. Per tutti gli altri mi ero detta che non avrei cambiato nemmeno una virgola, perciò mi sembrava di fare un torto a loro tre, andando a tradurre le loro risposte (senza contare che nessuno avrà problemi a capirle, secondo me).

Tra tutte queste persone, preciso, ne manca qualcuna che mi sarebbe molto piaciuto partecipasse: avevano tutti buoni motivi per non farlo (chi il trasloco, chi la timidezza, chi un mare di lavoro). Mi dispiace che non ci siano (per un paio mi dispiace molto), ma spero che possano divertirsi leggendo, come spero accada a tutti i lettori che capiteranno sul blog, cioè i destinatari di questa mirabolante e gioiosa fiera, di questo circo pieno di libri.

Come direbbe Federico Novaro: a Natale non regalare un libro. Regala un libro bello!

Qui sotto trovate i partecipanti in ordine rigorosamente alfabetico. Adesso invece li ringrazio uno per uno, ma in ordine sparso: GRAZIE a Silvia Dell’Amore, Gioia Guerzoni, Valentina Aversano, Alessandro Grazioli, Federico Novaro, Annalena Benini (che emozione averti quassù, Annalena), Davide Coppo, Tommaso Gobbi, Manuela Caccia, Francesco Guglieri, Alice Spano, Francesca Mastruzzo, Giusi Marchetta, Carlotta Borasio, Linda Fava, Sara Prencipe, John Freeman, Janice Pariat, Lauren Groff, Massimo Carlotto (che con la sua mail mi ha fatta piangere), Paolo Cognetti (la cui partecipazione mi rende estremamente felice), e grazie, col cuore gonfio d’affetto, al mio capo Chiara Stangalino (HCP!), al mio ex grande capo Giorgio Gianotto, e ai miei amici Paolo Armelli e Laura Pezzino.

Grazie: pensare che ciascuno di voi abbia avuto la voglia e il tempo di scrivere questa cosa solo per me e il mio piccolo blog mi onora molto, mi fa felice.
Grazie infinite a tutti da tutti i miei cuori, anche quello di pietra.

 

E ora, via con Readellas, la fiera natalizia di Chasing the Queen!

Buon Natale e buona Readellas da me, dalla renna, e dalla parete rossa del mio soggiorno.

Buon Natale e buon Readellas da me, dalla renna, e dalla parete rossa del mio soggiorno.


 

***

 
[Ah, io non faccio niente senza musica: questo post infatti è stato editato ascoltando The Best Exotic Marigold Hotel di Thomas Newman -Thomas Newman è una delle gioie della mia vita-. Non è un album molto natalizio, ma è splendido, perciò lo lascio QUI per chi volesse leggere ascoltandolo].

 

Paolo Armelli, Wired.it, Liberist e altre cose

- È stato un bell’anno il 2014 per la qualità delle nostre letture? Chissà, fatto sta in che questi dodici mesi di libri, in effetti, riesco a fatica a ricordare una vera folgorazione, solo qualche amorazzo qua e là. Ci sono stati titoli parecchio interessanti, certo (Il cardellino, Transatlantic, e in Italia La ferocia, Peep show e L’amore che ti meriti).
Ma forse quello che ho più atteso e ho più divorato con passione e divertimento è stato La cresta dell’onda di Thomas Pynchon (Einaudi). Un nome che a noi italiani dice forse poco (è uno strano tipo che vive da recluso, di cui non esiste che una foto e che non parla mai ai media) e che a una prima lettura vi risulterà forse anche respingente.
Ma le sue narrazioni stratificate piene di paranoie, complotti, spiantati, enigmi, sospensioni, scenari suburbani e finali aperti sono un universo assolutamente imperdibile e letterariamente godibile. Ne La cresta dell’onda, poi, ci piomba in pieno 2001 ma un po’ prima dell’11 settembre, subito dopo il crollo delle società dot com e in un momento di pieno subbuglio per l’ancora emergente e misteriosissimo mondo di internet.

- Il mio libro della vita, invece? Io non faccio che rispondere Mrs Dalloway di Virginia Woolf. Non c’è nemmeno un motivo così forte o particolare, forse è più un capriccio, una convinzione mia. Ma in quel centinaio di pagine, in quell’unico giorno iniziato con Clarissa che decide di andare a comprarsi i fiori, c’è più vita e morte e disperazione e speranza e verità e pensiero e coscienza e arte di quanto non ne abbia mai trovato altrove. Almeno finora.

 

Valentina Aversano, signorina web a minimum fax (e domatrice di scrittori su minima&moralia)

- Il libro della mia vita: Ascolta il mio cuore, Bianca Pitzorno.
Perché è il libro che ho riletto più volte e perché da piccola volevo essere disperatamente come Prisca, la protagonista: intelligente come lei, fantasiosa come lei, con gli zii strampalati ma adorabili come i suoi. Uno di quei romanzi in cui vorresti abitare. Se amo così tanto i libri è anche merito di Bianca Pitzorno.

- Il mio libro dell’anno: La ferocia, Nicola Lagioia.
Perché è uno di quei libri che ti restano in testa e nelle pause di lettura ci pensi così tanto che vorresti solo staccare tutto e rimetterti a leggere. Uno di quei libri che quando li finisci ti ritrovi con il battito accelerato e ne vorresti ancora.

 

Annalena Benini, Il Foglio (e diversi altri posti e cose -tra queste cose vanta anche il titolo di Mia Donna Preferita-)

- Il libro più bello del 2014 è Storia della bambina perduta di Elena Ferrante (e/o), il quarto atto di quello che me è un unico grande romanzo, non una saga. La formazione, la lotta contro le origini, la guerra e l’amicizia tra due donne che si specchiano l’una nell’altra: c’è la vita che pulsa, chi fugge e chi resta, chi rinuncia e chi vince. C’è la fatica di diventare qualcosa, di dire: sono io.

- Il libro più importante è Lessico famigliare di Natalia Ginzburg. Non è il libro più bello, ma quello che mi ha provocato un senso di riconoscimento: per le cose raccontate, per la lingua utilizzata nel raccontare. Avevo sedici anni, da allora non ho più smesso di rileggerlo, di studiarlo, di immaginare il padre che a tavola dice: non fate sbrodeghezzi! Non fate potacci! La malinconia, la precisione, il distacco affettuoso. Ho sentito che qualcosa mi apparteneva, e lo sento ogni volta che lo riprendo in mano.

 

Carlotta Borasio, Las Vegas edizioni

- Il libro che più mi ha colpito in questo 2014 è stato certamente Guardami di Jennifer Egan. Mi ha sorpreso per la scrittura, densa, avvolgente, sempre particolare e per la storia, una modella che ha basato tutta la vita sull’apparenza anche al di là del suo lavoro che si ritrova dopo un incidente con un volto completamente diverso. Intorno a lei un universo di personaggi alla ricerca di identità come lei. La cosa che mi ha colpito di più però è stata la sua visione del mondo, che per essere il 2001 è in anticipo sui tempi di almeno 10 anni.

- Il mio libro preferito/libro della vita? Mi gioco la mia coperta di Linus, un libro che ho letto e riletto allo sfinimento durante gli anni e che ogni volta mi raccontava cose diverse: Piccole Donne di Louisa May Alcott. L’ho letto da bambina e mi sono sentita un po’ come Beth e Amy, da adolescente come Jo, e poco prima di sposarmi come Mag. Ma alla fine te le porti dietro tutte e quattro, loro e le loro storie. Mi stupisce sempre come nonostante le conosca a memoria mi sembrino sempre diverse, ogni volta che le leggo. (Invece evitate assolutamente i libri successivi: una piaga).

 

Manuela Caccia, ufficio stampa ed eventi all’Einaudi

- Il mio libro preferito/libro della vita: Solomon Gursky è stato qui, di Mordecai Richler. Semplicemente perché per me è IL ROMANZO, che racchiude tutto quello che apprezzo da lettrice: la saga familiare alla Franzen, l’umorismo ebraico alla Safran Foer, il realismo magico alla García Márquez, la struttura labirintica alla Borges, il politicamente scorretto alla Roth (Philip), narrato con il suo tono super cinico ma in grado di commuovermi come pochi altri.

- Il libro più bello che ho letto nel 2014: Unastoria, di Gipi. Per la bellezza pungente e poi soffusa, come un piccolo dolore piacevole, dei suoi disegni – che sono centinaia di storie nella storia e nella Storia, che sono anche la tua storia. Gipi ti scartavetra il cuore, e lo fa sorridendo.

 

Massimo Carlotto, scrittore e drammaturgo (e mio più grande mito ed eroe, ma questa è un’altra storia)

- Allora: il libro più bello letto nel 2014 è La morte necessaria di Lewis Winter (Mondadori). Un noir dalla scrittura densa ma al contempo misurata senza mai una parola di troppo. La trama ė forse scontata ma non sempre è fondamentale in un noir quando, come in questo romanzo, i personaggi sono indimenticabili. Contraddistinti da una rara carica emotiva.

- Il libro preferito della mia vita (di questo periodo) è Il buio oltre la siepe di Harper Lee. L’ho letto nel ’68 a 12 anni e mi è rimasto dentro, conficcato tra cuore e memoria perché per la prima volta nella mia vita qualcuno mi aveva raccontato che esistevano luoghi tristi e cupi come l’Alabama degli anni Trenta dove la segregazione, il razzismo, l’intolleranza rendevano un inferno la vita di donne e uomini. Quel romanzo mi ha insegnato il dovere della ribellione. Che cosa straordinaria!

 

Paolo Cognetti, scrittore (che bella cosa averli vicini in questo post, Cognetti e Carlotto: che bella cosa, vita!, che bella cosa, stelle!)

- Libro del 2014: Donald Ray Pollock, Knockemstiff, Elliot edizioni. Perché quando pensi che la tua storia d’amore con l’America sia ormai agli sgoccioli, e sia giunta l’ora di andare a cercare l’amore altrove, ecco che l’America si presenta da te più bella e selvaggia e libera che mai. Bella e selvaggia e libera come il giorno che l’hai incontrata, e capace di farti secco come quella volta.

- Libro della vita: Jon Krakauer, Into the Wild. Ho amato moltissimi libri ma questo è l’unico a cui penso quando qualcuno mi chiede: i libri possono cambiare la vita? La mia sì. La storia di Chris McCandless me l’ha proprio ribaltata, l’ha portata da un’altra parte, le ha dato una direzione del tutto diversa, forse me l’ha salvata. Mostrandomi che si può provare a farne una grande storia.

 

Davide Coppo, Rivista Studio e Rivista Undici

- Il libro più bello che ho letto nel 2014 si chiama in realtà “il libro forse più bello che ho letto nel 2014, o almeno credo”, perché ho letto libri belli, sì, e non ce n’è uno che spicca tantissimo tra gli altri. Direi, però, Spillover di David Quammen (Adelphi). È un saggio esperienziale, quindi anche molto narrativo, sulle zoofilie, le malattie virali o batteriche che si trasmettono dall’animale all’uomo. C’è molta storia, e c’è molto racconto, perché spesso Quammen (che scrive per National Geographic) è andato ai quattro cantoni del pianeta Terra a cercare i virus nel loro habitat, e quindi: nella giungla, in mercati del Guangzhou, in fattorie australiane. La parte che merita di più è quella dedicata all’Ebola: il virus più distruttivo di sempre e uno di quelli più sconosciuti. Condito da ricerche sul campo che ricordano Cuore di tenebra, spedizioni nella giungla alla ricerca di gorilla (negativo: sono tutti morti. Sono stati i bracconieri? No, è stata Ebola), testimonianze di superstiti, antropologi, medici, biologi. La morale, più o meno, è questa: più disboschiamo, cioè più ci addentriamo nella giungla, più mettiamo a rischio la razza umana. Questo non vuol dire che non dovremmo farlo: è inevitabile. Ma nella giungla, o in altri luoghi del mondo inesplorati, troveremo i veri padroni del mondo, i virus, e saranno virus con cui non siamo mai entrati in contatto, e saranno migliaia, non due o tre, e saranno potenzialmente devastanti. Ah: abbiamo scoperto da dove diamine è arrivata Ebola, chi è l’incubatore che ogni vent’anni, più o meno, contagia un uomo che ne contagia altre migliaia? No. Non fa paura?

- Il libro della vita è 2666 di Roberto Bolaño, perché dentro c’è tutto quello che chiedo alla letteratura tranne una cosa. C’è la visionarietà, ci sono mondi lontani e mondi inventati, cronaca crimine mistero, c’è la meta-letteratura, ci sono nazisti, killer spietati, critici francesi, c’è il sesso, il tradimento, i triangoli di scopate, ci sono i ricordi d’infanzia e c’è la Prussia e i bagni nel lago e le piante, c’è la morte, c’è il Messico, l’Italia, la Germania, c’è una storia disarticolata e completamente libera, c’è una scrittura così libera da sembrare completamente amatoriale, una scrittura che si dimentica di essere lettere e si plasma a immagine e somiglianza delle cose di cui parla. C’è poco amore, forse, ecco. Ma non so se esisterà mai, nella mia vita, un’esperienza più intensa di 2666.

 

Silvia Dell’Amore, Finzioni Magazine

- Anzitutto, una chicca: ho cominciato il 2014 leggendo Bulgakov e, presumibilmente, capitolerò quest’anno di letture sempre con Bulgakov. Non l’ho fatto di proposito, è semplicemente capitato, ma mi diverte molto. Tornando a noi, come libro del 2014 scelgo L’opera struggente di un formidabile genio di Dave Eggers: una lettura inaspettata tanto quanto la persona che me l’ha consigliata. È un libro che mi ha stravolta, e tuttora non mi è chiaro se sono stata io, a leggerlo, o se è stato lui a leggere me.

- Il libro della vita? Ascolta il mio cuore di Bianca Pitzorno. È stata la prima lettura ad avermi svelato che esistono realtà diverse da quelle inerenti al mio microcosmo, l’insegnamento forse più prezioso che si possa dare a un bambino. È un libro che ho sempre riletto, anno dopo anno, del quale conosco ogni singola virgola, ogni più piccolo anfratto. Infine, è l’unico – e sottolineo unico – libro sul quale ho volontariamente sovrapposto le mie iniziali: perché non c’è libro al mondo, per ora, che senta e abbia sentito così mio, mio, mio.

 

Linda Fava, già editor di Isbn Edizioni, è cofondatrice del progetto Lgbt Le cose cambiano)

- Mentirei per smania di originalità se, come libro più bello del 2014, indicassi qualcosa di diverso dalla tetralogia dell’Amica geniale di Elena Ferrante. Gli ultimi due volumi hanno scandito l’inizio e la fine del mio anno. La Ferrante è semplicemente un genio dell’orizzontalità. Da piccola avevo un mazzo di carte che servivano a inventare storie, su ogni carta era raffigurato un oggetto o un personaggio e pescandone una alla volta si mandava avanti la narrazione. I miei genitori mi registravano mentre raccontavo, perciò recentemente mi sono riascoltata: la maggior parte delle storie che inventavo erano di una noia mortale (aprivo lunghissime parentesi su quello che i personaggi mangiavano, la stessa azione si ripeteva un sacco di volte, le mie protagoniste erano abitudinarie e avevano conflitti risolvibilissimi). Credo fosse pura gioia di raccontare, possibile solo perché ignoravo completamente il concetto di pubblico, e non mi lasciavo condizionare da nessuna aspettativa. Ecco, io mi sono fatta l’idea che nell’affrontare questo feuilleton monumentale la Ferrante, insieme a tanta sapienza autoriale, ci abbia messo quella gioia e quell’incoscienza lì.

- Il mio libro più sottolineato e soppesato di sempre è forse Tutti i bambini tranne uno di Philippe Forest. È un romanzo autobiografico, la storia di un padre a cui un tumore strappa la bambina cinquenne. Ricordo che ho affrontato la lettura con la concentrazione che si riserva a un saggio filosofico perché Forest, la cui scrittura è sublime e ponderatissima, pretende che il suo lettore lavori molto, il suo scopo non è certo intrattenerlo, né strappargli una lacrima (anche se si piange molto). Questo romanzo mi ha aperto gli occhi su due sensazioni che mi pare siano alla base di molta letteratura: il sentimento di infinito che si prova durante l’attesa di un addio annunciato, quel gioioso crogiolamento nel presente, quel “sì, domattina è finita, ma intanto abbiamo tutta la notte (e magari scrivendo la allunghiamo)”; e poi il concetto di “eppure”, che se ci pensate ha molto a che fare con il verbo “sopravvivere”: è una congiunzione che sta spesso dopo una fine, una morte, ma precede una frase di segno opposto: l’amata Pauline è morta, punto. Eppure, eppure Philippe sopravvive. Devastante, eppure rigenerante.

 

John Freeman, scrittore, critico letterario, ex direttore di Granta; il suo nuovo progetto si chiama Freeman’s

- The best book I read last year was Family Life, by Akhil Sharma, a devastating novel which I believe has already been translated into Italian (non ancora, nda). It’s a short, oddly swift tale about a family of Indian emigrants whose lives are undone when their eldest son dives into a pool, hits his head, and suffers terrible brain damage. His brother, the narrator, is a survivor, and slowly learns to loathe the weakness, as he sees it, and suffering of his parents. He becomes a banker and buys his mother a sterling retirement, but he cannot undo time, he cannot peel back the many ways his brother’s accident has become a metaphor for everything that was supposed to improve when they moved to America, and instead has gone horribly, irrevocably, wrong.

- My favorite book of all time is Invisible Man by Ralph Ellison. The novel has always been a societal form, for me, but too few of them actually examine what it feels like to be an individual in society. Drawing on existentialism, black music, and the powerful myths of migration, Invisible Man does all this and more. It is a beautiful book born out of anger, a lyrical book that never combs its hair in the mirror, an essential book to understanding America, not as the center of the world, but just one of its many corners, where people struggle, as we all do, for dignity, and respect and grace.

 

Giorgio Gianotto, direttore editoriale (già a Codice Edizioni e Baldini&Castoldi, ora a minimum fax); “ma soprattutto lettore”, dice lui

- Ricardo Piglia, La città assente
Non è il mio libro preferito del 2014, anno che si chiude senza che questa categoria, del tutto inutile ma emotivamente di una sua rilevanza, abbia un vincitore o un pretendente. La città assente però contiene sicuramente la mia introduzione preferita dell’anno e forse del lustro, o decennio. Leggete la La macchina sinottica di Tommaso Pincio: in poche pagine prendono vita consigli, insegnamenti e scoperte su come la lettura possa essere viva come un dialogo, o addirittura come una scrittura a due sensi. Pagine che forse sono anche utili a spiegare perché non sono in grado di rispondere alla domanda sul libro della vita, che esiste per essere scritto e riscritto continuamente, usando tutti i libri, anche quelli brutti, che leggiamo, e non per essere pubblicato da alcuno e poi letto o consigliato.

 

Tommaso Gobbi, ufficio stampa a Longanesi

- Il libro più bello che ho letto nel 2014? Non è una novità, anzi, tutt’altro. Si tratta di Dee Brown, Seppellite il mio cuore a Wounded Knee, la storia della cosiddetta “soluzione finale”, ovvero lo sterminio degli indiani d’America tra il 1860 e il 1890.
Un libro carico di una saggezza antica, che non ci appartiene più o che non ci è mai appartenuta. Una saggezza che abbiamo distrutto a colpi di boria e di fucile. Mi piacerebbe che lo leggessero nelle scuole perché i ragazzi capiscano cosa intendeva De André quando cantava “Sognai talmente forte che mi uscì sangue dal naso” e perché possano sentirsi liberi come Dieci Orsi, capo dei Comanche Yamparika, “nato nella prateria, dove il vento soffia libero e non vi è nulla che spezza i raggi del sole”

- Se siamo d’accordo che è quasi impossibile scegliere UN LIBRO PREFERITO, MA-PROPRIO-IL-PIÙ-PREFERITO-DI-TUTTI-QUELLI-DELLA-NOSTRA-VITA, allora ecco quello che suppergiù a 12 anni la vita me l’ha cambiata (almeno quella da lettore, per il resto sono rimasto sempre lo stesso stronzo): Emilio Salgari, Le tigri di Mompracem. Perché ci sono caduto dentro fin dalle prime righe, perché il giorno dopo mi sono inventato una febbre per non andare a scuola e continuare a leggere e perché – e dico la frase da vecchio – di incipit così non se ne scrivono più. E se non vi piace, beh allora non capite un cazzo.
“La notte del 20 dicembre 1849 un uragano violentissimo imperversava sopra Mompracem, isola selvaggia, di fama sinistra, covo di formidabili pirati, situata nel mare della Malesia, a poche centinaia di miglia dalle coste occidentali del Borneo”. Bam!! Viva Sandokan per sempre.

 

Alessandro Grazioli, responsabile comunicazione e ufficio stampa a minimum fax

- Il libro più bello letto nel 2014 non è un libro del 2014 ma io l’ho letto quest’anno. O meglio, l’ho riletto, perché l’avevo iniziato a leggere, perdendomici un po’ dentro, qualche anno fa ma con fatica; e invece quest’estate me lo sono portato in viaggio durante una zingaresca peregrinazione in Grecia, nel Peloponneso, e averlo come guida/compagno di viaggio/saggio/vademecum/etc è stata un’esperienza preziosa.
Il libro in questione è Mani. Viaggi nel Peloponneso di Patrick Leigh Fermor (l’ha pubblicato Adelphi). Non è un romanzo (il romanzo più bello che ho letto quest’anno l’ha scritto uno scrittore che è anche un amico, ma non lo dico perché un mio amico; nel dubbio, perciò, che qualcuno pensi che lo direi solo perché siamo amici, mi risparmio), ma il racconto di un viaggio di scoperta scritto in una lingua luminosa, magnifica, letteraria, capace di bagnare di altra luce il mio viaggio.

- Il libro della vita. Tolte tutte le indicazioni e controindicazioni sull’assurdità dell’assolutezza, faccio la mia scelta e scelgo L’ultima tentazione di Nikos Kazantzakis (nel catalogo di Frassinelli). Non ho ancora letto un libro in cui la ricerca dell’Assoluto sia per me più alta. E questa ricerca, totalmente umana, io non so raccontarla, ma so ancora quanto la sua tensione mi sia rimasta dentro (e continua a muovermi).

 

Lauren Groff, scrittrice

- Jenny Offill’s Dept. of Speculation was the book I’ve returned to again and again this year for its blend of brilliant observation, deep feeling and wild humor. Jenny trained, first, as an actor, and she performed her own audiobook: though I read the book three times before I heard her read it, the audio version was a revelation, as if she were reading a whole new book. I think this novel is probably going to be an enduring classic; I know, for sure, that I will continue to read Jenny’s book, marveling, for years to come.

- My favorite book of all time is George Eliot’s Middlemarch, which has extraordinary wisdom, kindness, and empathy for the human condition. I reread the novel every year, and already look forward to next year’s return.

 

Gioia Guerzoni, traduttrice

- Siccome per lavoro leggo tonnellate di fiction in pdf, come svago preferisco i classici o cose che non c’entrano niente con i romanzi.
Quest’anno ho amato A Bigger Message. Conversations with David Hockney (di Martin Gayford).
Hockney è un gigante dell’arte, e mi è sempre stato simpatico, un po’ per le campagne pro fumo sul Guardian, un po’ perché ha cambiato un miliardo di tecniche in decenni di carriera, e poi perché si eccita come un adolescente con i gadget e la tecnologia. Manda ai suoi amici i disegni che fa con l’iPad, tipo cartoline… Qui dà il meglio, grazie al meraviglioso critico d’arte Martin Gayford, che tra l’altro ha scritto anche un bellissimo libro su Lucien Freud, e mentre i due se la chiacchierano capisci mille cose sul disegno, la prospettiva, la luce, l’arte, la vita. In più carta e colori meravigliosi. Immagino anche nell’edizione italiana, uscita per Einaudi.
“I am a happy smoker. I stay in Brid; it’s a good place to watch your money disappear. I think I am greedy, but I’m greedy not for money – because that can be a burden – I’m greedy for an exciting life. I want it to be exciting all the time, and I get it, actually. On the other hand I can find excitement, I admit, in raindrops falling on a puddle and a lot of people wouldn’t. I intend to have i exciting until the day I fall over.”

- Libro della vita/che porterei su un’isola deserta: allora, visto che magari i capolavori di Shakespeare a leggerli su un’isola per trent’anni poi ti annoiano, e magari persino gli aforismi di Montaigne, io mi porterei le lettere di Vonnegut (o qualsiasi suo libro di non-fiction, ma qui almeno hai tante pagine). Perché Vonnegut è il mio eroe, non solo come scrittore, ma come uomo. Ha avuto una vita difficile, ma ha sempre conservato l’amore per gli umani e il senso dell’umorismo, la lucidità e la schiettezza cut-the-crap di chi sa che stare sulla terra è cosa breve e casuale.
“[When Vonnegut tells his wife he’s going out to buy an envelope] Oh, she says, well, you’re not a poor man. You know, why don’t you go online and buy a hundred envelopes and put them in the closet? And so I pretend not to hear her. And go out to get an envelope because I’m going to have a hell of a good time in the process of buying one envelope. I meet a lot of people. And, see some great looking babes. And a fire engine goes by. And I give them the thumbs up. And, and ask a woman what kind of dog that is. And, and I don’t know. The moral of the story is, is we’re here on Earth to fart around”.

 

Francesco Guglieri, editor alla narrativa straniera all’Einaudi

- Allora. Arrivati a fine anno sono sempre preso dall’ansia. Non quella dei regali (tra i vantaggi di una ben coltivata misantropia c’è quello di non avere più regali da fare) ma della mia cattiva memoria che mi impedisce di ricordare i libri belli letti durante l’anno (e i film, le musiche, le cose in generale): svantaggio relativo, lo capite bene, poiché i libri brutti invece sono ben contento di averli già dimenticati. Essendo poi animale privo di metodo e regola, non ho neppure la costanza (parola che nella mia testa accosto prima a un lago elvetico che a una virtù) per aggiornare sistematicamente elenchi, siti, app. Quindi i libri che si sono conservati a galla nelle paludi della mia memoria, invece di colare a picco tra i relitti fatti di liste della spesa e vecchi episodi di Colombo, devono essere effettivamente notevoli, o quanto meno mi avevano colpito. Ne segnalo tre – curiosamente, ma neanche tanto, nessuno è un romanzo: sono di quei libri che vanno letti con la matita in mano, anomali, spettinati. Quasi sapienzali, ma anche malinconicamente ironici a modo loro. Sono: i Taccuini 1919-1921 di Marina Cvetaeva, li ha pubblicati Voland quest’anno, nella traduzione di Pina Napoletano; Verso Betlemme di Joan Didion: forse non tutti, ma alcuni saggi (articoli? Non-fiction? Prose?) di questo libro sono di assoluta bellezza. Prendete una pagina a caso di quello in cui racconta la sua giovinezza a New York e sarete lì. Infine Guarigione di Cristiano de Majo: secondo me tra i migliori libri italiani di quest’anno. È la storia di una guarigione che un po’ ti guarisce mentre la leggi.

- Invece il libro della vita è, su questo non ho esitazioni o tentennamenti, L’educazione sentimentale: quello che ho letto e riletto di più, studiato, glossato, sezionato, da cui sono stato posseduto, insomma in una parola amato («l’essenza dell’amore non è forse la sua capacità di indurre le persone a voler imparare sempre di piú, a immergersi, a diventare posseduti?» Elif Batuman). E poi è legato al ricordo di un antico seminario in cui eravamo tutti giovani, incredibilmente tristi e incredibilmente felici, e perdutamente convinti che tutte le risposte fossero in quel libro – un’illusione di cui proprio Flaubert avrebbe riso tanto. E di cui, col tempo, avremmo imparato a ridere anche noi.

 

Giusi Marchetta, scrittrice

- Ho letto molti bei libri nel 2014, compreso uno che ha sfiorato il Pulitzer (e lo avrebbe meritato). Ce n’è solo uno però che mi ha accompagnato lungo un viaggio bellissimo e che ho divorato durante gli spostamenti, le pause: Infinite Jest di DFW. Col passare dei giorni mi sentivo sempre più triste, angosciata. Nella vacanza migliore che abbia fatto. Assurdo. La verità è che non solo pensavo troppo a quello che stavo leggendo, lo capivo. Il dolore, il vuoto, il suicidio. Un percorso naturale, ovvio. Quando me ne sono accorta, ho dovuto interromperlo per un po’. Non mi era mai successo.

- Il libro della mia vita (per ora, intendiamoci, credo di avere ancora qualche anno avanti a me e una pila sempre crescente di sfidanti al titolo) è Underworld di Don De Lillo perché è stato il romanzo che mi ha fatto pensare: non ho mai letto niente davvero prima di questo. Sì, De Lillo mi rende enfatica. Ma a ragione. È lo scrittore che ha descritto la vita attraverso le cuciture di una palla da baseball. Se mai dovessero chiedermi di spiegare in breve cos’è la letteratura cercherò quella pagina e comincerò a leggere.

 

Francesca Mastruzzo, redattrice per Mondadori, vicecaporedattrice a Finzioni Magazine; da poco scrive anche per il Venerdì di Repubblica

- La vita in tempo di pace, Francesco Pecoraro.
Se qualcuno cercasse il grande romanzo italiano, è lui. C’è tutto.
I dolci sognanti anni ’60, la ribellione del ’68, e la delusione tutta italiana di lavoro e carriera, della costruzione di un futuro, e di quel futuro che si sgretola, impantanandosi nei corridoi della burocrazia, nelle falle dell’architettura e dell’ingegneria nostrane. E poi è il libro meglio scritto degli ultimi dieci anni.

- Libro di sempre: Il Gattopardo, Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
L’ho letto la prima volta a 12 anni, non capendoci niente, limitandomi a seguire il plot e innamorandomi di Tancredi (errori di gioventù). L’ho riletto altre due volte, meravigliandomi che la mia mente di adolescente non fosse riuscita a individuare l’ironia di Tomasi di Lampedusa. Come certi classici russi, Il gattopardo è “un pasto completo”. Un manifesto della siculitudine (il barocco verbale, culinario, esistenziale, l’umorismo nero), una prosa impeccabile, un finale che ogni volta mi sorprende in lacrime. A volte penso che se i piemontesi hanno come punto di riferimento Lessico famigliare, con le battute intorno alla tavola e le camminate in montagna, certe famiglie siciliane hanno i salotti del Gattopardo e l’accettazione e il sudore della traversata per la casa di villeggiatura.

 

Federico Novaro, critico dell’editoria su FN; ha appena pubblicato per Isbn Edizioni Love Song. Storia di un matrimonio

- Quest’anno mi è piaciuto tanto Lupo e lupetto, edizioni Clichy, di Nadine Brune-Cosme (testo) e Olivier Tallec (disegni). Come dicevo in una Cartolina che ho scritto per FN: è il più bel libro gay per bambini che io abbia mai letto punto. È tenero e fa piangere di commozione. Testo e illustrazione si rincorrono perfetti. Lupo e lupetto distilla il cuore d’ogni storia d’amore e ce la porge, affinché noi vi ci si possa riconoscere.

- Il mio libro preferito/libro della vita? Gita al faro di Virginia Woolf nella traduzione Grazanti di Giulia Celenza. Naturalmente perché è il più bel libro del mondo, ma anche perché arrivò nella mia vita (seconda liceo) in un momento in cui ero abbastanza giovane da essere ancora malleabile e abbastanza vecchio da capire cosa stessi leggendo e così diede forma alla mia idea di scrittura e alla mia idea di stare al mondo e alla mia idea di essere un intellettuale e alla mia idea di essere la persona che sono. È però per me un libro solo insieme al saggio che Auerbach scrisse su Gita al faro all’interno di Mimesis: lessi Woolf attraverso gli occhi di Auerbach e il mio modo di essere lettore e scrittore e cambiarono.

 

Janice Pariat, scrittrice

- This year, it would be a book of short stories called Fairytales For Lost Children, by British-born Somali author and visual artist Diriye Osman. He writes about gay, lesbian, and transgender Somali lives in Kenya and London with great humour, compassion, and tenderness.

- My favourite book of all time would have to be George Orwell’s 1984. I read it as a student in cold, wintry London, sitting on the steps at Piccadilly Circus, and all his words seemed so true and so real.

 

Laura Pezzino, Vanity Fair

- Il libro più bello che ho letto quest’anno: La tregua dello scrittore uruguaiano Mario Benedetti e ripubblicato e ritradotto da Nottetempo. Il libro è stato scritto nel 1960, ed è un’immersione nella Montevideo dell’epoca. L’ho amato perché è ciò che di più vicino alla verità abbia letto da tempo, una confessione a se stesso senza trucchi, sia quando il protagonista parla dello scandaloso amore per una ragazza molto più giovane si quando parla dell’omosessualità del figlio. La scrittura è perfetta, vale un Nobel.

- Il libro preferito/libro della vita? Su un pianeta senza libri, porterei con me la Bibbia. Contiene: poesia, racconti fantastici, parabole, svariati manuali di self-help, avventura, canzoni d’amore e personaggi affascinanti. È lungo, le pagine sono sottili ed è dotato di pratici segnapagine di raso. Perfetto.

 

Sara Prencipe, traduttrice

- Il libro più bello che ho letto nel 2014 è senza dubbio Lolita, di Vladimir Nabokov (Adelphi). Era tanto che volevo leggerlo, e quest’anno finalmente mi sono presa un po’ di tempo per farlo: ha un incipit incredibile, uno dei più struggenti e intensi che siano mai stati scritti, e la storia, pur essendo emotivamente complessa, non è mai banale. La sua prosa straordinaria mi ha cullata e ispirata quando ero io, a dover scrivere bene per lavoro. È rassicurante sapere che ci sono libri scritti (e tradotti) così. È un libro potente, di una bellezza disarmante.

- Il mio libro della vita è La casa degli spiriti, di Isabel Allende (Feltrinelli). Lo è per un milione di ragioni, soprattutto di ordine sentimentale. Penso che lo sia innanzitutto perché è stato il primo libro da adulti che ho letto durante l’adolescenza, il primo che mi ha spinta a farmi domande sulla Storia (del Cile, in questo caso), sull’amore, sui rapporti familiari. E poi è popolato da un universo variopinto e chiassoso di personaggi indimenticabili che mi fanno ridere e piangere ogni volta che lo rileggo e che amo profondamente.

 

Alice Spano, già consulente editoriale all’Einaudi, ora per Chiarelettere e Codice Edizioni

- Avete presente quando leggete un racconto o un romanzo e avete la sensazione, per niente confortante, che sia l’autore, in quel preciso momento, a leggere voi? A me è successo con Felici i felici di Yasmina Reza (Adelphi, 2013, traduzione di Maurizia Balmelli), che è il primo titolo che mi viene in mente quando penso ai libri belli che ho letto quest’anno. Ecco, a spaventarmi (e conquistarmi) da subito di questo «romanzo di racconti» è stata, in una parola, la verità: della scrittura e dello sguardo, che coglie gli slittamenti minimi degli stati d’animo su cui a volte si decide un’esistenza intera, le contraddizioni di cui non sappiamo venire a capo, la nostra frantumaglia (così la chiama Elena Ferrante, che di sicuro troverà posto in questa lista di letture). Un’avvertenza: se avete un legame che scricchiola e cercate rassicurazioni, non leggetelo.

- Il libro che consiglio e regalo più spesso, e quello che ho riletto più volte, è Magic Kingdom di Stanley Elkin (minimum fax, 2005, traduzione di Federica Aceto). È il romanzo che quasi dieci anni fa ha cambiato per sempre il mio immaginario e il mio rapporto con la scrittura, e mi ha insegnato che non esistono regole: si può fare tutto, se lo sai fare bene. La spietatezza di Elkin è, in alcuni momenti, intollerabile, ma è una spietatezza che non c’entra con il cinismo: al contrario, c’entra con l’amore. La sua crudeltà sta in quello che vede, l’amore nella lingua con cui lo racconta (che è pirotecnica, gloriosa). Di tutte le cose che mi ha detto Magic Kingdom, la più importante è questa: siamo fatti di merda, di più: la merda è tutto quello che ci è dato, e ci conviene amarla, e tenercela stretta. È l’unico materiale che abbiamo a disposizione per costruire (prima che sia troppo tardi, ora!, come nel grido di una delle protagoniste che scandisce le pagine finali) la nostra occasione di felicità.

 

Chiara Stangalino, direttore editoriale della narrativa e responsabile comunicazione a Codice Edizioni

- Il libro più bello non del 2014 ma degli ultimi due anni per me è Far From The Tree, di Andrew Solomon. Un libro che avrei voluto pubblicare, scrivere, far leggere a tutti. Pensavo di essere innamorata quando l’ho letto la prima volta, ma dopo due anni posso dire che è vero amore.

- Il libro da portare sull’isola deserta è più facile da scegliere di quello migliore dell’anno. Non ho molti dubbi, scelgo I Buddenbrook di Thomas Mann. Un libro che mi ha lasciata a bocca aperta la prima volta che l’ho letto, da adolescente nerd. Lo rileggo spesso, non una volta ogni anno come vorrei, ma spesso.
Thomas Mann l’ha consegnato all’editore nel 1900, quando aveva 25 anni.

Marisa, Marisa, Marisa, tutto può cambiare, perché tutto è possibile

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Eh lo so che la canzone fa Marina, Marina, Marina, ma oggi la cambiamo, perché oggi questa bella bimba ha compiuto cinquant’anni. Nasceva a Brooklyn il 4 dicembre 1964 da genitori di origine italiana (toscana suo papà Gary, metà siciliana e metà toscana sua mamma Patricia), senza sapere che un paio di decenni dopo, non appena avessi avuto il tempo di arrivare in questo mondo anch’io, sarebbe diventata una delle mie attrici preferite (ma proprio fin da subito, fin da quand’ero piccola: da che io ricordi, non c’è stato mai un momento in cui non adorassi Marisa Tomei).

Buon compleanno, Marisa mia.

(E voi, stasera o questo weekend, se volete farvi un regalo scaricatevi o vedetevi in streaming un qualunque suo film. Personalmente consiglio Only You con mio marito Robert Downey Jr, ma anche Mio cugino Vincenzo con Joe Pesci -da cui è tratta questa scena- ormai è un classico ed è bellissimo, perciò fate voi. Secondo me si va comunque sul sicuro con uno qualunque dei film in cui ha recitato, eh. Ecco, The Wrestler per esempio è meraviglioso, ma di nuovo: fate voi).

 

***

 

Altre brevità:

 

- Volevo già scriverne da un po’, ma ci riesco solo adesso: qualche tempo fa al cinema ho visto Tutto può cambiare (titolo originale: Begin Again, scritto e diretto da John Carney, dublinese), con Keira Scucchia Knightley, Mark Ruffalo, e Adam Levine, il cantante dei Maroon 5. Premettendo che è un film che non dovete assolutamente perdervi se amate New York, o la musica, o anche solo l’idea che la vita alla fine sia sempre una roba bella e un po’ magica, sono qui a dirne altre due cose.
La prima è che Keira Knightley comincia davvero a piacermi, evento che mai avrei creduto fosse nei piani cosmici.
La seconda è che ha iniziato a piacermi pure la voce di Adam Levine, che nel film interpreta il fidanzato musicista di Keira e canta quindi parecchio.
Di sorprendente c’è che fino ad ora la sua voce non l’avevo mai sopportata.
Ma è incredibile come la bellezza oggettiva, nel suo contesto solito (in questo caso: la musica), possa anche non colpirci, sembrarci anzi normale o perfino non incontrare i nostri gusti, e poi, totalmente decontestualizzata (in questo caso: la sua voce sentita in un film), svelarcisi in tutta la sua oggettiva straordinarietà e farci dire: sticazzi.
Ecco, andate a vedere il film perché è adorabile, perché Keira Knightley canta e contro ogni aspettativa lo fa pure bene, perché c’è New York in estate e qualsiasi fotogramma ti fa venire voglia di prendere il primo aereo, o la prima nave merci disponibile, o la prima zattera, e andarci immediatamente, ma pure perché, nel caso in cui la voce di Adam Levine non vi avesse mai detto niente, come non aveva mai detto niente a me, qui vi ritroverete a pensare numerosi, numerosissimi sticazzi.

Tutto può cambiare, per davvero.

[In realtà il film è uscito da un po’, e nella vostra città magari potrebbero anche non darlo più al cinema. In questo caso scaricatelo, vedetevelo in streaming, insomma fate qualcosa].

Tra parentesi. Luke, l’unico amico inglese che ho (con cui siamo amici dal 1999, cioè da quando, a 13 anni la sottoscritta e 14 lui, ci siamo conosciuti su un’isola greca dove io ero in vacanza con mio papà e lui con madre, padre e fratello -e da allora non abbiamo mai smesso né di scriverci, né di telefonarci ogni tanto, e nemmeno di vederci quando io vado a Londra, e come siamo riusciti in tutti questi anni a non perderci mai rimane una delle cose più inspiegabili e belle della mia vita-), è di Teddington, lo stesso sobborgo alle porte di Londra in cui è nata e cresciuta Scucchia Knightley. Lui la conosce solo di vista, ma un paio di suoi amici ci sono andati a scuola insieme. E niente, mi sembrava una cosa carina da condividere, ma in effetti, come direbbe Hugh Grant in Notting Hill: «Non è poi questo granché, come aneddoto».

(La scena si svolge in libreria. Ci sono Hugh Grant e il suo commesso, quello bruttino che porta sempre golf bruttini. Quest’ultimo, sconvolto dalla visita di Anna Scott -Julia Roberts- in negozio, dice: «Anch’io una volta in Oxford Street ho visto un famoso: Roger Moore!»
E Hugh Grant: «Davvero? Wow!»
Lui: «Sì, anche se non sono sicuro che fosse Roger Moore. Poteva pure essere quell’altro attore, quello basso… DeVoto»
Hugh: «DeVito?»
Lui: «Bravo! Danny DeVito!»
Hugh: «Beh, ma Roger Moore e Danny DeVito non si somigliano affatto»
Lui: «Eh no… in effetti no»
Hugh: «Sai cosa? NON È POI QUESTO GRANCHÉ, COME ANEDDOTO»
Lui: «No. In effetti no»).

 

- Terza e ultima brevità:
oggi ho visto questa TED Talk (cosa sono le TED Talk? Se non lo sai, clicca qui) di Maysoon Zayid.
Maysoon è un’attrice comica americana d’origine palestinese, è bravissima e divertentissima, e siccome purtroppo non vivo negli Stati Uniti -per ora- come invece vorrei, fino a oggi non la conoscevo. Per fortuna mi è capitato di trovare questo video mentre cercavo altro (serendipity!) sul sito TED.

Maysoon è affetta da paralisi cerebrale, e trema in maniera incontrollabile.

Prima che vediate il video, che fa molto molto ridere, è molto commovente, e che vi agevolo qui sotto, mi permetto di segnalarvi due passaggi:

 

«A lot of people with CP (cioè cerebral palsy, paralisi cerebrale, nda) don’t walk. But my parents didn’t believe in can’t».

«My parents reinforced this notion: that I could do anything. That NO dream was impossible».

 

L’ho sempre pensato anch’io: che se mi prendo il disturbo di avere un sogno, quel sogno non deve permettersi -e non si permetterà- di non accadere.

Tutto è possibile. O anzi, per dirla con una frase che amo molto:
«Nothing is impossible. The word itself says: I’m possible».

Godetevi questo video. È proprio bellissimo.

 

 

[E no, in effetti non sono stata per niente breve. Scusate].

Un po’ di cose belle

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Cosa bella numero 1:

venier_cognetti

 

Allora, premetto che io sono un caso un po’ patologico, perché dei MIEI scrittori e delle MIE scrittrici e dei MIEI musicisti etc etc sono GELOSISSIMA, issima, issima (ogni volta che uso un superlativo assoluto al femminile lo ripeto tre volte in omaggio a Issima, canzone dei Power Francers e -come ogni torinese quasi sicuramente sa- super hit della serata drag queen del Queever -adesso basta o inizio a cantare-).

Dicevamo? Ah, ecco: l’unica cosa di cui non sono gelosa sono i luoghi, perché credo che le città alla fine siano fatte per essere attraversate e camminate.
Ma di tutto il resto appunto son gelosissima (issima, issima). Nel senso che di solito penso: bravo, stai leggendo/ascoltando una cosa bellissima (issima issima), percarità, ma lui/lei è MIO/A, CHE COSA VUOI TU? SCIÒ!*

*[Non sto dicendo che ho ragione eh, so di esser cretina ma ritengo anche che ognuno di noi abbia il sacrosanto diritto di esser psicopatico nella maniera che preferisce].

Però, diamine, Massimo Venier, tra le altre cose, è il regista di uno dei film della mia vita. Chiedimi se sono felice uscì nel dicembre del 2000: io avevo appena compiuto quindici anni e vivevo in un paesino in Piemonte ai piedi delle montagne. Milano non l’avevo mai vista se non da fuori, per andare all’aeroporto. Da quel film lì, che è diverse cose belle ma è più di tutto un omaggio pieno di affetto a Milano, capii subito che l’avrei amata.
Poi c’è da dire pure che studiavo teatro e avrei continuato a studiarlo per molti anni, quindi per me Milano era anche e soprattutto la città del teatro più vero, e della Paolo Grassi, e della Filodrammatici, e di Lella Costa, e di tutto quello che sognavo di poter fare da grande in una bella città con i lampioni appesi su fili che corrono in mezzo alle strade da un palazzo all’altro, e i tram sferraglianti, e una nebbiolina lucente, e molta poesia sottintesa nei luoghi.
Ma credo davvero che se dovessi trovare un punto di partenza, un «ah guarda, allora Milano di notte è così, guarda com’è bella, e chissà perché là in mezzo ci riconosco qualcosa di me», partirebbe tutto da quel film lì.
Milano oggi infatti è uno dei miei luoghi del cuore, la città in cui si concentrano -chissà perché, visto che non ci ho mai abitato- quasi tutti i ricordi più belli della mia vita. A poco più di vent’anni (forse ne avevo ventitré-ventiquattro) scrissi anche una lettera d’amore a un ragazzo (che mesi dopo si rivelò essere un coglione) in cui, dato che lui stava per trasferircisi a lavorare, gli tracciavo una specie di personalissima guida di Milano, e gli dicevo tutti i posti che amavo di più, e tutti quelli in cui l’avrei baciato, e quella lettera (bella, diamine, a me pure adesso piacerebbe riceverne una così) ruotava tutta intorno alla scena in cui Aldo Giovanni e Giacomo giocano a basket di notte in piazza dei Mercanti usando come canestri le aureole dei santi in Chiedimi se sono felice.

Perciò stavolta sì, sono un po’ gelosa -come sempre- ma anche molto contenta.

Viva Milano, viva Paolo Cognetti, viva Venier, viva la bellezza e viva tutto.

 

Cosa bella numero 2:

Samantha Cristoforetti, meravigliosa astronauta, verrà “lanciata” verso la Stazione Spaziale Internazionale il 23 novembre, cioè il giorno del mio compleanno.

Porterà con sé nello spazio quattro libri. Il fatto che due siano di Gianni Rodari conferma la mia idea: quella donna è una creatura speciale.

 

Cosa bella numero 3:

Ho mandato un pacco regalo per posta a una persona a cui tengo.
Quant’è bello mandare un pacco regalo per posta a una persona a cui si tiene? Anche questa volta, come quella volta che mandai alla mia amica Marianna ch’era in Erasmus a Parigi un libro che volevo regalarle e ci infilai del cioccolato (allora erano dei Bri-Bon alla quinoa dell’Equo e solidale: a me piacciono molto e fin dal liceo me ne regalo uno o due quando voglio concedermi un piccolo premio per qualcosa; da ragazzina li ribattezzai «i Kinder cereali di sinistra», nome che mi fa molto ridere, ma forse appunto fa ridere solo me), ci ho infilato del cioccolato. Non dei Bri-Bon, però: una cosa diversa.

 

Cosa bella numero 4:

Torino - F. Pellas

 

Feci questa foto un anno fa, una sera in via Roma, qui a Torino: pioveva e io stavo tornando a casa dal cinema. La intitolai Rains of Castamere, che sapevo essere una canzone di Game of Thrones, sì, ma siccome non vedevo Game of Thrones non me ne fregava niente e mi sembrava solo un bel titolo (ancora non sapevo che un anno dopo di Game of Thrones sarei stata parecchio, ma proprio parecchio invasata).

Ho un bel ricordo di quella sera di un anno fa: ero andata a vivere da sola da pochissimo, dopo anni vissuti con coinquilini -alcuni meravigliosi, alcuni tremendi- e mi sentivo proprio come piace a me, cioè sola, felice e libera (perché, anche se ho persone fondamentali che amo pronfondamente e per cui sono grata al destino e a tutto, rimango un piccolo lupo solitario).

Non so chi fossero quei due signori in mezzo alla strada (si vede poco, ma dietro c’è anche una lei), né perché lui fosse vestito di bianco a fine ottobre, ma fu una coincidenza bella, che cercai di cogliere al volo.

 

Cosa bella numero 4:

la mia amica Gioia, che è la traduttrice italiana, di (fra gli altri) Siri Hustvedt, Teju Cole e Jonathan Lethem, è stata intervistata dal Wall Street Journal. Svegliarsi ieri mattina e leggere l’articolo (eccolo) direttamente dal letto è stato molto, molto emozionante.
 

Madama torinesità

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Ogni anno, a un certo punto dell’anno, rileggo un libro di Margherita Oggero, uno della serie sulla professoressa Baudino. Prima di tutto perché è un piacere, e poi perché quasi niente al mondo è così tanto capace di risvegliare l’amore potente che provo per la città in cui vivo: Torino.
Anche se non è questo il posto in cui voglio abitare per tutta la vita (fosse per me sarei già fuggita), è comunque una città che ho amato e amo immensamente.
Insieme a Margherita e Camilla apro le finestre della stanza del mio cuore in cui tengo quell’amore, e faccio entrare il vento, e ballare le tende, e siamo di nuovo vivi, insieme.

Il mio preferito è La collega tatuata: l’ho letto 6 volte. Subito dopo viene L’amica americana: riletto almeno 4, se non 5 volte. Poi gli altri: Qualcosa da tenere per sé e Una piccola bestia ferita. 3 volte ciascuno.
Di questo, che lessi quando uscì (nel 2012) e che tra l’altro ha una co-protagonista che si chiama Francesca, sto per affrontare la prima rilettura. Sono molto contenta.

Ah: poi mi piace molto rileggerla in autunno, la Oggero.

Felice Hallowe’en, felici libri, felici i felici!

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“Un anello (preso a Orvieto, bello eh?) per domarli, uno smalto arancione per trovarli, una collana tutta spaventosetta per ghermirli e nel buio incatenarli”.

 

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Felice Hallowe’en!!

Qui qualche idea bella bellitta per costumi di Halloween a tema LIBRI:

- se siete all by yourselves, 17 cose una più fantastica dell’altra (la mia preferita è l’omaggio a Moby Dick: fa molto ridere ed è semplicissimo da realizzare);

- se invece volete mascherarvi in due, qui ci sono altre 22 idee magnifiche, con tanto di istruzioni (Emily Dickinson e la Morte è meravigliosa, ma anche la 20 non è niente male).

[No, io ad Hallowe’en di solito non mi maschero, ma lo amo moltissimo, da sempre. Se vi chiedete il perché, vuol dire che non avete ancora letto la mia BIOGRAFELLAS, quindi male, molto male! Magari filate subito a farlo, santo diamine di un cielo stellato.
E no, Hallowe’en non è una festa americana. Cioè ormai anche (evviva l’America), ma non solo. Non costringetemi a raccontarvi che cosa in teoria succederà stanotte secondo la tradizione irlandese: colline scoperchiate come angurie, elfi e folletti che festeggiano, porte aperte fra una dimensione temporale e l’altra, eccetera (ma buon Samhain, tra parentesi!), e documentatevi, per la santissima miseria].

[No, non ho sul serio gli occhi che mi escono dalle orbite. Anzi: quest’estate a Spello (provincia di Perugia) un gruppo di turisti foggiani mi ha chiesto se son cinese, domanda che già fu tormentone della mia gioventù].

[Le occhiaie a bandiera però sì, quelle sono autentiche e sempre presenti].

Biografellas – la bio seria di cui di certo sentivate la mancanza

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Per la rubrica “Ma pensi che a qualcuno gliene sbatta un angolo di belìno”, ci tenevo ad annunciare che, siccome mi sono accorta che ancora non avevo una brava bio seria come tutti gli altri blogger di questo emisfero (e forse pure dell’altro), da qualche giorno ne ho preparata una, proprio con la sua bella sezioncina dedicata, lassù in alto sopra il titolo del blog.

Potrete scoprire quali sono le mie regole, le mie manie, le mie passioni, e saprete anche di quella mia ossessione spropositata per le metropolitane e per l’inglese. E poi altre cose ancora, tipo se credo o no in Dio, perché scrivo, e che cosa facevo di notte a quattordici anni, anziché dormire.

C’è anche l’aneddoto di quella volta, anni fa, in cui mi candidai per andare a lavorare a Chicago alla campagna elettorale di Obama e…

Oh, insomma, per chi volesse leggerla, la biografellas sta qua (o lassù).
E per chi invece non volesse leggerla, sta sempre qua
.

(E, a proposito di qui e di qua, riesco a citare Marco Ponti pure qua, sì: come un po’ sempre).

(Ah, se per caso l’avete già letta -sta lassù da un paio di settimane- andate a rileggerla, da bravi: mi sono accorta che avevo dimenticato una caterva di cose, quindi ne ho aggiunte un bel po’).

pellassina[Sì, evidentemente il fucsia era già parte integrante del DNA].

Malsottile, mezzo gaudio

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Io la cosa dei 10 libri che state facendo in tanti (e grazie a chi mi ha nominata, ho apprezzato in ogni caso, e mi ha fatto piacere leggere i vostri) non la posso fare.

Per chi non sa di che parlo: in rete (principalmente sui social, ma anche su certi blog) gira da un po’ una specie di mini-catena in cui uno deve indicare i suoi 10 libri della vita, i suoi preferiti, quelli a cui vuole più bene, e poi nominare altre 3-4 persone che dovranno fare lo stesso.

Ecco, io ci ho provato, l’ho scritta e riscritta, ma finisce sempre che ne devo lasciar fuori uno fondamentale, e allora preferisco di no.
(10 sono troppo pochi, con 15 ce la si poteva magari fare, ma 10 sono troppo pochi).

Per esempio ogni volta che mangio la parmigiana di melanzane (tipo oggi) penso a questo libro, che è uno dei libri senza cui io non sarei io.
Ebbene, mi sono appena accorta che l’avevo lasciato fuori dalla lista tutte e tre le volte che ho provato a farla. Non si può. Se mi facessero scegliere tra questo libro e alcune persone a cui pure voglio bene, sceglierei questo libro. Quindi appunto non si può. Non si può proprio fare la lista (o almeno non sono capace di farla io).

 

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Un po’ di storia: La daga nel loden di Lella Costa, pubblicato da Feltrinelli nel 1992, è una raccolta dei primi tre monologhi teatrali di cui la Costa, oltre che interprete, è stata anche autrice: Adlib -che è del 1987-, Coincidenze -1988- e Malsottile -1990-.
Lo rubai ragazzina dalla libreria del compagno di mia mamma e non lo restituii mai: è vecchissimo, tutto sgarrupato (io lo tengo con grande cura però), e ha il prezzo ancora in lire.

È legato anche a un aneddoto buffo: qualche anno fa al Salone del Libro c’era Massimo Cirri (co-autore insieme a Lella e a Sergio Ferrentino di due di questi spettacoli: Coincidenze e Malsottile) che parlava allo spazio Ibs, a pochi metri di distanza dallo stand della casa editrice in cui lavoro. Io non potevo andarlo a sentire perché dovevo, appunto, lavorare (nella settimana del Salone siamo tutti trottole, almeno per 16 ore al giorno: è un tour de force pazzesco -bello, ma pazzesco-). Ero però così emozionata a saperlo lì, a poca distanza da me, che mi dissi «Devo fare qualcosa, devo assolutamente fare qualcosa».
Andai allo stand Ibs e chiesi a uno dei ragazzi di passare un bigliettino a Cirri.
Ci avevo scritto: «La daga nel loden è uno dei libri della mia vita. Grazie, di tutto».
Vidi il bigliettino arrivare a destinazione, e lui aprirlo. Non ho mai saputo che faccia avesse fatto, perché me ne andai prima: ero imbarazzata, emozionata, e credo anche di aver pensato «Ecco, adesso magari non capirà che cosa volevo dire, adesso penserà che io pensi che La daga nel loden sia, che ne so, un libro che ha scritto lui».

Io invece sapevo benissimo che cosa intendevo, e spero tanto l’abbia capito anche lui.

La daga nel loden non è un libro, ma appunto una raccolta di monologhi che Lella Costa scrisse e mise in scena tra la fine degli anni ’80 e il 1990. Il secondo, Coincidenze, lo scrisse insieme a Massimo Cirri e Sergio Ferrentino. Il terzo, Malsottile, con Massimo Cirri, Sergio Ferrentino (Cirri e Ferrentino si conobbero l’anno in cui son nata, il 1985: ho sempre pensato che non fosse una coincidenza), Piergiorgio Paterlini e Bruno Agostini.
Solo io so quante volte l’ho letto, e quante volte mi sono esercitata su questo libro. Che non è un libro. E però è uno dei libri della mia vita.

“Malsottile? Mezzo gaudio!” (cit.)

Grazie, di tutto.

 

[P.S. Stamattina ho scritto a Irma Spettacoli chiedendo se potessero inoltrare a Lella e Massimo (I.S. li gestisce entrambi) questo post, perché altrimenti, cioè da sola, non avrei saputo come raggiungerli. Ecco, mentre premevo invio sono stata molto felice: il fatto è, vedete, che io sognavo di scrivere a Irma Spettacoli da tutta la vita].

 

Un giorno glorioso per la musica di questo reame

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Ah, che beltade! È proprio un giorno glorioso, questo qui. La faccio breve, così evito di tediarvi con le mie solite novemila parole per una cosa che potrebbe essere detta in nove.

Nel 2008 scrissi un post intitolato Un’allucinata e surreale playlist, in cui elencavo una serie di canzoni e raccontavo cose: bozzoli di sceneggiature che avevo in testa da anni, storie e immagini che m’ispirava un dato pezzo, consigli su come mettersi in ascolto, idee e robe. In una parola: sproloquiavo. Come sempre.

La cosa gloriosa che accade oggi vado a spiegarvela molto brevemente.
Al post, utilizzando i mezzi moderni che ci regala l’avanzare di questo secolo, è stata abbinata una vera e propria playlist su Spotify: ieri sera mi sono messa lì buona e brava, e con solerzia ho trovato tutte le canzoni, le ho raccolte nello stesso ordine in cui apparivano nell’elenco, e ho aggiunto tutto, appunto, al post. Che quindi da adesso si potrà leggere e anche ascoltare!

Sono molto contenta.

Chi vorrà usufruire di quest’esperienza di lettura potenziata non dovrà far altro che cliccare sulla foto qui sotto:

chasingthequeen_playlist

Federico Novaro, Love Song

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federiconovaro_lovesong
 
«Io sono nato nel 1965, sono un maschio, mi piacciono i maschi (i maschi sono tremendi, naturalmente, come tutti sappiamo, ma a me, come a molte femmine e a molti maschi, è capitato in sorte di voler fare sesso con loro, di amare loro, di ridere giocare scherzare con loro -non sto dicendo: fatevene una ragione; sto dicendo: siate felici per me poiché posso amare ciò che desidero-), negli anni Settanta diventavo adolescente, negli Ottanta ero quasi grande. Pensate a tutto quello che è successo in quegli anni. Fra peace and love, pink power e post-punk. Com’era possibile che io volessi sposarmi? Il matrimonio è il male!, continua a ripetermi il me stesso di allora. Cosa c’entra la libertà con il matrimonio?»

Dalla quarta di copertina: «Un giorno, dopo dieci anni di vita insieme, Federico e Stefano hanno deciso di sposarsi, pur sapendo che per farlo sarebbero dovuti andare fino a New York, perché la legge italiana vieta il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Hanno girato un video di pochi minuti in cui, per mezzo di alcuni cartelli, raccontano il perché di quelle nozze americane. Dopo centomila visualizzazioni e diverse prime pagine, nel febbraio del 2013 sono saliti sul palco del Festival di Sanremo, e la loro storia è entrata nelle case di dieci milioni di persone. A partire dall’esperienza privata del narratore, Love Song racconta cosa vuol dire essere una coppia gay in Italia oggi, quali sono i sentimenti che la circondano, e prova a spiegare a tutti, con leggerezza e semplicità, perché limitare il matrimonio a coppie formate da persone di sesso diverso sia una pratica inaccettabile in uno stato di diritto.
Federico Novaro ha scritto un’importante canzone d’amore e di diritti, che alterna strofe riflessive e ritornelli concitati, momenti buffi e commoventi, episodi che vi faranno arrabbiare e altri che vi faranno sorridere, dando vita a un flusso armonioso da cui non potrete fare a meno di lasciarvi trasportare».

***

Poco fa mi è arrivata questa meraviglia: mi sono emozionata molto.

Love Song, il libro di Federico Novaro, esce il 23 ottobre per ISBN Edizioni e racconta la storia del suo matrimonio con Stefano: un matrimonio avvenuto all’estero perché questo Paese due come loro non se li merita, e un matrimonio su cui io fui la prima a intervistarli, ormai quasi due anni fa, per il sito di Vanity Fair.

Quell’intervista ci ha fatto diventare amici, e sono molto fiera di stringere fra le mani un libro che, in un certo senso, ho visto quasi nascere.

Qui, per chi volesse leggerla e commuoversi per le risposte come successe a me e alle mie ex coinquiline nel febbraio del 2013, c’è la mia intervista per Vanity.

Qui, invece, vi lascio un link ancora più importante: la scheda di Love Song sul sito della casa editrice.

***

[Sì, ho cambiato foto. Prima ce n’era una di me che brandivo il libro felice, ma dopo un’attenta analisi ho deciso che era brutta: ero malaticcia, spettinata, e avevo scattato troppo da vicino, con il risultato che le dita della mia mano, cioè quelle che brandivano il libro felici insieme a me, anziché delle dita sembravano un assembramento di wurstel. E io ci tengo alle mie dita. Come tengo al libro di Federico: quindi gli ho dedicato una foto nuova, più bella.
-Così conoscete anche il passerotto giallo che abita sul filo dell’abat-jour e i tulipani che mi prese mia mamma in un viaggio ad Amsterdam: tutte e quattro le cose, il passerotto giallo, l’abat-jour e i due tulipani, stanno sulla libreria che ho in camera da letto nel Pellashire-].

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