La mia Ferrante – un evento e una mini recensione della tetralogia

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[AVVISO: stasera alle 21.00 al Circolo dei Lettori si terrà La mia Ferrante, una maratona di lettura dedicata a Elena Ferrante. Io sono stata invitata dal Circolo a leggere (e ringrazio di cuore Francesca Vittani per aver pensato a me!), e sono onoratissima ed emozionatissima. Insieme alla sottoscritta ci saranno, in carne e ossa, Elena Varvello, quella gioia di Angela Rastelli di Einaudi, Davide Ferraris della mitica libreria Therèse, Filomena Greco del Sole 24 Ore, Noemi Cuffia del blog Tazzina di Caffè, Giulio Biino, Raffaella Paisio e, in collegamento video da Roma, Sandra Ozzola Ferri, fondatrice di E/O. Tutti i dettagli QUI. Vi aspetto!]

E ora veniamo alla mini recensione.

Premetto che io amo Elena Ferrante da ben prima che scoppiasse la #FerranteFever: I giorni dell’abbandono è uno dei miei libri preferiti. Sapevo già, dunque, di amare il modo in cui la Ferrante (chiunque sia) scrive. Quel suo modo barocco, per usare un termine che tutti usano nel riferirsi a lei. Quel suo modo incessante, per dirla come la penso io.
Elena Ferrante ha questa scrittura che è appunto un fiume incessante, che butta acqua continuamente, e non è acqua limpida, non è acqua sempre pulita: è acqua necessaria. Una cascata che a volte ti porta con gioia, a volte con furia, ma che è sempre in tumulto. Se una cosa del genere ti piace (perché può anche non piacere, come può non piacere il rafting), sei perduto. Diciamo che è difficile che non piaccia, ecco. C’è talmente tanto, e alla prima immersione sei già così immerso, che quando riemergi per respirare, o mangiare, o dormire, vuoi tornare subito sotto: diventa un bisogno, una necessità.

Queste cose che sto dicendo non sono abbastanza: sono anzi molto poco. Non sono capace di rendere onore alla Ferrante senza perdere qualcosa di quel molto per strada. Perciò andate a leggervela, santo il cielo di Sant’Ilario. E poi mi direte.

 

 

La tetralogia dell’amica geniale -perché è di questa che stiamo parlando, visto che l’ho appena finita- è fatta di quattro libri che in realtà sono un libro solo, un unico grande romanzo. Non sono in grado di dirne la meraviglia in poche frasi semplici. Questo libro è molte cose, ma non una cosa semplice da definire. A leggere i quattro libri che compongono questo unico grande libro ci ho messo venti giorni, e alla fine di questi venti giorni mi sono sentita perduta, come chi smarrisce la strada di casa. Casa mia per venti giorni era stata lì dentro, e uscirne, dover tornare alla realtà, è stato traumatico, quasi doloroso.

Lila e Lenù mi mancano moltissimo. Mi manca il loro mondo, mi manca tutto. E, più di tutto, mi manca Lila. Lila che non è la voce narrante (la voce narrante è Lenù), Lila che in teoria non è la protagonista (la protagonista in teoria è sempre Lenù), ma che in realtà è il filo che tiene tutto insieme. Lila che smette di studiare dopo la licenza elementare mentre Lenù continua e si laurea addirittura alla Normale di Pisa. Lila che, quando la maestra Oliviero lotta perché i genitori di entrambe le bambine permettano loro di fare l’esame d’ammissione alle scuole medie (e i genitori di Lenù alla fine cedono cambiandole il destino, mentre quelli di Lila no), lotta più di tutti, grida in dialetto, tenta qualunque cosa pur di continuare a studiare, e ci crede fino all’ultimo, per poi finire lanciata fuori dalla finestra (il padre la butta fuori dalla finestra per sancire il suo no definitivo, lei si spezza un braccio e dice all’amica “non mi sono fatta niente”). Lila che mentre Lenù impara il latino a scuola studia il latino in segreto e aiuta l’altra a capirlo meglio. Lila che quando Lenù inizia il liceo classico impara in segreto anche il greco e costringe l’amica a fare esercizi difficili, permettendole di diventare la prima della classe, la più brava di tutti. Lila che è cattiva, cattiva, cattiva (Lenù ce lo ripete per tutto il libro, quanto Lila sia cattiva e intelligente), ma che poi sorprende con immense generosità, immense bontà, immani atti di bene. Lila che ha paura della smarginatura delle cose e delle persone. Lila che da piccola scriveva e sognava di fare la scrittrice e di guadagnare tanti soldi e di tirare fuori la famiglia dalla miseria, e Lenù che sognava le stesse cose e scrittrice da grande lo diventa sul serio. Lila che mentre scrivo queste parole mi fa venire voglia di piangere forte, pensando a quanto tutta, tutta la storia sia lei. Lei che per tutta la vita non si allontana mai dal rione. Lei che la prima notte di nozze viene picchiata come un animale. Lei che è benedetta da una cosa speciale che è l’intelligenza più viva e più autentica. Lei a cui a un certo punto capita un dolore inimmaginabile, che quando ci sono arrivata (era notte, stavo leggendo prima di mettermi a dormire) non mi ha fatto più dormire, mi ha fatto desiderare di chiudere il libro e smettere per sempre di leggere.

Lenù è la protagonista, la voce narrante, la scrittrice Elena Greco, sempre la prima della classe, la laureata alla Normale, quella bravissima, brillantissima, coltissima, quella che esce dal rione, che sposa un professore universitario figlio di un professore universitario e di una traduttrice. Lenù è un personaggio che in un modo o nell’altro si fa amare perché la storia ce la racconta lei, e allora, per questo, le vogliamo bene: perché è grazie a lei che sappiamo tutto, che possiamo guardare anche Lila. La storia di Lenù -la sua università, la fuga da Napoli, gli amori, il marito, le figlie, i libri che pubblica, l’amore grande, i dolori grandi- ci interessa, ci coinvolge, vogliamo sapere, tifiamo moltissimo, ma aspettiamo trepidanti di sapere anche e sempre che cosa, nel frattempo, stia succedendo a Lila. Che è la sua amica più cara e anche la sua nemesi. Che è la persona a cui Lenù tiene di più al mondo, ma anche quella che più detesta e di cui ha più paura, perché sa che in fondo, nonostante tutti i libri e lo studio e l’emancipazione, lei (lei Lenù) continua e continuerà sempre a vivere nella sua ombra, e a chiedersi: che cosa sarebbe stata, Lila, se avesse avuto le possibilità che ho avuto io? Sapendo che sarebbe stata qualcosa di immenso, perché in fondo è riuscita a esserlo per tutta la vita anche così, senza avere niente.
Lila da sempre chiama Lenù “la mia amica geniale”. Ma il segreto che si capisce subito, e quindi non è un segreto, è che in realtà l’amica geniale è lei.

 

Sappi che tutte le strade, anche le più sole, hanno un vento che le accompagna

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“Sappi che tutte le strade, anche le più sole
hanno un vento che le accompagna
e che il gomitolo, forse
non ha voluto diventar maglione
che preferisco non imparar la rotta
per ricordarmi il mare”.

 
Oggi festeggio il destino, che non si ferma mai e finalmente mi porta un po’ più via di quanto non sia già da dieci anni a questa parte, riguardandomi la foto quassù, che scattai due anni fa nella strada che corre dietro alla mia casa natale. Fuggo da sempre e fuggirò ancora, ma è da lì che vengo, e pur fuggendo e volendo fuggire ancora, non lo dimentico mai. Che il vento mi accompagni sempre.

 

Alle strade che sono infinite, alla vita che sa essere buffa e stupefacente

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Oggi è il 23 marzo, il compleanno di Tommaso. E io come ogni 23 marzo -ma oggi con una commozione particolare, perché gli anni che ci dividono da quel 23 marzo lì sono tondi, sono DIECI- ho ripostato su Facebook e Twitter il link a questo post, gridando: sono passati esattamente DIECI ANNI da quando, a diciannove, decisi di vendere il mio regno per un Tommaso. Dieci anni!

Qualche ora dopo mi è arrivata questa mail da una personcina speciale che mi ha scritto una cosa per cui mi sono messa a piangere in ufficio, così, davanti allo schermo del computer.

In un momento in cui la mia vita pratica sta per cambiare e io ho molta paura e molto bisogno di sapere che quello che scrivo ha un senso, un valore e uno scopo, questa mail mi ha fatto tanto bene. Ne copio un pezzo qui, perché è troppo bella per non condividerla, e perché voglio ringraziare.

 

«(…) Ti scrivo perché come tutti gli anni ho riletto “Il mio regno per un Tommaso” – con relativo sequel – che è davvero uno dei miei pezzi preferiti, e ogni volta che lo condividi io me lo vado a rivedere.
(…) Volevo ringraziarti perché ogni volta che sono di pessimo umore, che mi sento sballottata nella tempesta, e ignorata da tutte le forze cosmiche, le cose che scrivi, e il modo in cui le scrivi, mi ricordano che invece le strade sono infinite, le possibilità sono infinite e la vita può essere ancora buffa e stupefacente. Grazie».

 

Ma grazie a te, dal cassetto più nascosto e fragile e soffice che ho nel cuore. Grazie a te.
 

Fiumi, America, correnti, pepe magico

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Son giorni che ogni cosa va a posto da sola, senza che io debba preoccuparmene, come se nell’aria ci fosse del pepe magico.
Ora per esempio mi hanno fatto sapere che nel corso di letteratura americana a cui volevo iscrivermi con tutto il cuore (si chiama Magic Louisiana, è un corso speciale sulla cultura nera schiava delle piantagioni di cotone, su certi scrittori mitici, sul grande Sud della cosa più bella del mondo: gli Stati Uniti d’America), un corso che era sold out e a cui non potevano aggiungere nemmeno uno spillo, e che inizia domani sera, si è appena liberato un posto. Adesso. Nell’ultimo giorno utile, dopo giorni in cui ci ero stata male come una capinera caduta dal nido in picchiata.
Com’è bello questo fiume, com’è bella questa corrente, come sai esser bella tu, vita cara, quando decidi di collaborare.

 

«One night I dreamed that I painted a large American flag». (Jasper Johns, Flag - MoMA, New York).

«One night I dreamed that I painted a large American flag».
(Jasper Johns, Flag – MoMA, New York).

 

Auguri, sei sempre più bello

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Oggi è il compleanno del mio amato Paolo Virzì.

Amo tutti i suoi film, ma il più caro rimane Ovosodo, che è, fin da quand’ero piccola, uno dei film cult miei e della mia mamma (sono fortunata: son cresciuta con una mamma che mi ha fatto amare il cinema, e abbiamo molti film cult).

 
ovosodo
 
Sapete che Livorno è l’unica città italiana di medie dimensioni ad avere un nome in inglese? Dalla metà del Cinquecento fino all’Ottocento fu un porto franco frequentato da mercanti di tutte le provenienze, sede di compagnie di navigazione e consolati stranieri. Si guadagnò perciò un nome internazionale, proprio come succede alle grandi città: Leghorn.

 

[Il titolo, dopo «Auguri, virgola», è una citazione da Ovosodo, eh].

 

Some magical thinking on The Year of Magical Thinking

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brooklyn_childrensbookfair
 
One thing I really care about is finding the right bookmark for every single book I read. Something that reminds me of the city in which the story takes place, something that reminds me of the author for some bizarre reason, or something that just seems proper, that just sounds as a good idea.
The best bookmark I’ve had so far was the one I used for Colum McCann’s Let The Great World Spin: I was told to read it by a person I hold very dear, and since that person said to me «this book has Dublin and New York in it», I recycled as a bookmark my entrance ticket to The Tenement Museum in the Lower East Side (where I had taken the Irish Outsiders tour); the ticket had this «Irish Outsiders» written on it, and it was perfect: it carried both Dublin and New York with it, and -just like that masterpiece of a book does- it carried the poors and the desperates too.

Now I’m reading The Year of Magical Thinking by Joan Didion, and I didn’t know what to use. Just when I was starting to lose hope (and I never lose hope, that’s one thing you need to learn about me if you care to know me), surrendering to the shitty idea of using an ordinary bookmark, or no bookmark at all, I found this. It is the leaflet of Brooklyn Museum’s Children’s Book Fair, something that happened on November 23, 2013.

I was born on November 23. It is my birthday, on November 23. It was my 28th birthday, on that November 23, 2013. And I was in New York.

This amazing, powerful, heartbreaking book tells the heartbreaking story of a death. A death which takes place in New York. I somehow thought this was a nice coincidence: my most important day celebrating, as a bookmark, someone else’s OTHER most important day. Because that’s what death is: our other most important day. A day we do not see, a day we do not know, a day we spend unaware of its meaning, year after year, until the right one.

This was the right bookmark.

Thanks Joan for all the pain you are showing me, and for all these little pains of mine you are healing with the power of this one. Thanks for everything.
Hope the Universe appreciates this stupid way I found to celebrate you.

 

 

“Life changes fast. Life changes in the instant. You sit down to dinner and life as you know it ends”.
 

“I remember thinking that I needed to discuss this (Jonh’s death) with John. There was nothing I did not discuss with John. Because we were both writers and we both worked at home our days were filled with the sound of each other’s voices. I did not always think he was right nor did he always think I was right but we were each the person the other trusted”.
 

I see now that my insistence on spending that first night alone was more complicated than it seemed, a primitive instinct. Of course I knew John was dead. (…) Yet I was myself in no way prepared to accept this news as final: there was a level on which I believed that what happened remained reversible. That was why I needed to be alone. After that first night I would not be alone for weeks (my brother Jim and his wife Gloria would fly in from California the next day, Nick would come back to town, Tony and his wife Rosemary would come down from Connecticut, José would not go to Las Vegas, our assistant Sharon would come back from skiing, there would never not be people in the house), but I needed that first night to be alone. I needed to be alone so that he could come back. This was the beginning of my year of magical thinking“.

 

John, Joan, Quintana

John Gregory Dunne, Joan Didion, and their daughter Quintana Dunne.

 

John and Joan

John Gregory Dunne and Joan Didion

 

[E se poi volete fare una bella cosa, andatevi a leggere la recensione che di questo libro ha scritto la cara Francesca Crescentini: nella libreria ho un’intera pila di libri che son stati scritti a causa di Joan Didion da altri (qui uno su tutti), ma non avevo mai letto lei, LEI. Ringrazio perciò tanto anche Francesca per avermi fatto venire molta voglia di leggerla senza poter aspettare neanche un secondo di più].

 

[Sì, quella verde nella prima foto è una borsina da libro; di borsine da libro ne ho molte, giacché io i libri me li porto a spasso sempre con grande cura (non li butto mai in borsa nudi: li ripongo in borsa protetti da un’altra borsa: la loro borsina da libro, appunto). Questa, nella fattispecie -la scritta non si vede tutta, ma c’è scritto Lieblings Buch-, è un bellissimo regalo della mia amica Gioia].

 

Io voglio che stravedi

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patriziacavalli_datura

 

E se mi guardi davvero e poi mi vedi?
Io voglio che stravedi non che vedi!

 

Nuovi acquisti che mi fanno immensamente felice.

 

(Per leggerne un bell’estrattino sul sito dell’Einaudi, cliccate QUI.
L’estrattino contiene anche una delle poesie che ho amato di più nell’intera raccolta: Destino figurato. Beltade spinta ad alti livelli).

 

patriziacavalli

 

O mondo, trovami 1.400 euro, ché in America voglio andar

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Devo trovare il modo di mettere insieme 1.400 euro entro il 27 febbraio 2015. Grazie al cielo un lavoro ce l’ho, ma di risparmi non ne ho neanche l’ombra, quindi 1.400 euro da prendere e investire in uno sfizio (per quanto bello, per quanto nobile), non li ho.
Vorrei, però, provare a guadagnarmeli.

No joke: fatemi fare qualcosa.
Non so: traduzioni eng>ita, traduzioni fra>ita, insegnamento di mitologia greca, celtica, norrena, lezioni di politica americana, lezioni su Harry Potter, lezioni sulle commedie di Nora Ephron, lezioni su tutti i film con Julia Roberts, lezioni sui Subsonica e De Gregori, lezioni su Boris Vian, lezioni su Kafka, pulizia di case di bambole, andar per boschi ad ammazzare i cacciatori di draghi, sbobinatura di nastri, un po’ di lavoro da freelance in qualunque veste (copy, proofreader correttrice di bozze, via-, ufficio stampa per piccoli progetti, social media manager, bibidibobidibù), insegnarvi i social media, insegnarvi il linguaggio HTML, insegnarvi qualche rudimento di SEO, insegnarvi l’alfabeto segreto con cui ci scrivevamo letterine io e il mio nonno marinaio (oh, è un alfabeto bellissimo).

Non lo so, ma trovate la maniera di far sì che a voi o a qualcuno che conoscete serva qualcosa, e che quella cosa possa venire a farla io. Sono seria. No scherzi. No commenti scemi. No commenti inutili (fatene, e verrete uccisi nel sonno da uno dei troll di montagna dell’esercito magico del Pellashire: non si prende in giro la gente che ha un sogno, grazie). Questo è un vero annuncio, un vero SOS.

 
– Perché? Perché Marta Ciccolari Micaldi, che non è una donna, ma un miracolo, a maggio parte con i Book Riders per un viaggio letterario in Illinois di una settimana, e io ci voglio andare.

– Perché di avere quella somma lì ne ho bisogno entro fine febbraio? Perché le iscrizioni scadono a fine febbraio.
 

Torna a fare la cameriera, dite? La cameriera l’ho fatta per più di un anno, di notte, con un turno massacrante che finiva alle 3 del mattino quando andava molto bene ma più di frequente (cioè quasi sempre) alle 4. Ho fatto molti lavori, nella mia vita. Adesso che di anni ne ho 29 mi piacerebbe provare a vedere se, in mezzo alla moltitudine dei tanti che sanno vendersi bene (meglio di me) e riescono a guadagnare con le competenze che hanno acquisito e con quello che sono bravi a fare/realizzare, riesco a fare una cosa del genere anch’io, che sono geneticamente incapace di vendere fuffa, di far passare per arrosto quello che in realtà è solo fumo, e quindi l’arrosto ve lo preparerei davvero e ve lo preparerei pure bene.

Sono a vostra disposizione. Qui, per farvi un’idea su che cosa, di preciso, potrei venire a fare per voi, c’è il mio profilo LinkedIn, con il mio curriculum messo proprio per intero (e c’è pure l’anno da cameriera, perché per me è valso quanto un master).
L’unica cosa che manca è quel periodo assurdo in cui gestii il sito di una compagnia teatrale lavorando su protocollo FTP, una roba che non augurerei neanche a Satana, neanche se volessi augurargli il male. Chissà perché non ce l’ho messo? Adesso in effetti magari lo aggiungo.

Ad ogni modo. Se non riusciamo a mettere insieme questi 1.400 euro per fine febbraio, non preoccupatevi: Marta di viaggi con i Book Riders ne ha già in programma altri due, su altre strade e sulle tracce di altri scrittori. Uno in California nell’autunno del 2015, e uno nel Pacific Northwest (Seattle, Portland, etc) nella primavera del 2016. Potendo vorrei farli tutti e tre, ma anche solo uno andrebbe bene.

Mi aiutate? Mica vi chiedo di regalarmeli, eh. Vi chiedo solo di farmi lavorare.

***

(Marta, io mi ripeto, ma insomma, è necessario: tu non sei una donna, sei un miracolo).

bookriders

Là c’è una porta rossa

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Là c’è una porta rossa.
La vorrei tinta in nero.
Niente colori, tutto dipinto in nero.
Io volterò la testa fin quando arriva il nero.
Là c’è una fila d’auto, e sono tutte nere,
coi fiori, e col mio amore, che non tornerà più.
Io se mi guardo dentro vedo il mio cuore nero.
Poi forse svanirò e non dovrò più guardare la realtà.
Come si fa
ad affrontar le cose
se tutto il mondo è nero?

 

 

Questa roba qui, questo video di Youtube, questo stralcio di Turné, è una delle mie cose preferite al mondo. Non ringrazierò mai abbastanza la persona che anni fa ha deciso di metterlo online; non ho idea di chi sia, ma le dico grazie.

Da dove partire per spiegare perché?

Chi mi conosce un po’ sa che il mio film preferito è Marrakech Express.
Uscì quando avevo quattro anni, nel 1989, e insieme a Mediterraneo -1991- e Turné -1990- compone la trilogia della fuga di Salvatores (in realtà ne fa idealmente parte anche Puerto Escondido, uscito nel 1992, appunto una specie di quarta appendice “morale” della trilogia).

Io vidi Turné prima di Marrakech Express; e se è per questo vidi pure Mediterraneo prima di Marrakech Express, e quando poi alla fine, e finalmente, vidi davvero Marrakech Express (ero già grande, avevo 23 anni, che se vogliamo è un’età piuttosto avanzata per incontrare il proprio film preferito), provai una sensazione molto strana: mi sembrò di conoscerlo da tutta la vita. Mi sembrò che fosse stato sempre con me, di averlo visto per la prima volta quand’era uscito -anche se io in realtà ero troppo piccola per vedere qualcosa di diverso dai cartoni animati-, e poi di avere continuato a rivederlo tutte le settimane di tutti i mesi di tutti gli anni della mia vita. Fu una sensazione così forte che per i successivi tre giorni lo riguardai due volte al giorno, non so se per provare a recuperare il tempo perduto o perché non riuscivo più a farne a meno.

Ora, non so se voi abbiate mai letto Jack Frusciante è uscito dal gruppo (se non l’avete mai letto, dovreste). Bene, quello fu uno dei libri-culto della mia gioventù. Non lo lessi presto: avevo 17 anni, che per un libro-culto della gioventù forse sono già troppi, esattamente come a 23 magari si è già grandi per incontrare il film preferito, ma ricordo in maniera molto nitida come quel libro andò poi a segnare una certa parte di tutto il resto, come mi raccontò delle cose di me.

Lo cito adesso perché in Jack Frusciante c’è un passaggio che dice così (vado a copiare a mano):

“Era come se lì, seduto contro il poggiaschiena di quella panchina, lui ci fosse già stato, come se Aidi l’avesse già conosciuta. Tra le pieghe della memoria, nelle videocassette d’archivio della scuola elementare, gli sembrava ci fosse qualcosa di lei: Villa Spada, dove andava a giocare con la divisa da lupetto; i pranzi dagli zii a Casalecchio, la domenica; la Renault blu che il Cancelliere aveva comprato quando lui aveva sei anni; lo specchio del bagno, alonato di condensa, su cui il frère de lait aveva scritto «W Inter»; e poi certi riff distorti di Fender Jaguar nella memoria… Ebbene, c’era qualcosa di lei, in tutto questo, e il vecchio Alex riusciva a essere più che simpatico e più che naturale, ma senza calcolo, e insomma ne era quasi sicuro, adesso: gli sembrava di conoscere Aidi da sempre, poiché quando si dice il sentimento, ragazzi”.

Quella è, da allora, e poi sempre, ma forse pure da prima, la mia idea di che cosa voglia dire innamorarsi sul serio. Avere davanti una persona che ci fa sentire inspiegabilmente a casa anche se lui/lei è una cosa tutta nuova, una terra inesplorata. Che ci fa sentire come se dentro a quel posto nuovo che è lui/lei potessimo trasportarci senza sforzo anche tutto quello che siamo.
(Nella mia idea archetipica di un amore che nasce, poi, c’è anche sempre di mezzo una panchina su cui stare a parlare per diciassette ore senza rendersi conto del tempo che passa, e pure di questo mi dico che non so se lo devo a Jack Frusciante o se invece è una cosa mia che ha trovato corrispondenza in quel passaggio lì).

Ad ogni modo.

L’unico uomo che credo di avere amato per davvero una volta mi disse: «Come farei senza di te? E soprattutto: come facevo, prima, senza di te?

Mi spiegò che quasi non ricordava più com’era, il prima, perché per certi versi era come se io ci fossi sempre stata. Fu molto bello (rimane tuttora una delle cose più belle che mi abbia mai detto una persona), e a me sembrò di capire esattamente che cosa volesse dire.
Ricordai che una notte gli avevo raccontato della grande casa ai piedi delle montagne in cui vivevano i miei nonni prima di trasferirsi a Città dei Sette Assedi: la casa in cui avevo trascorso tutte le mie estati di bambina. Aveva un grande giardino e nel giardino quattro alberi altissimi; uno era un pino argentato, un altro lo chiamavamo La Signora, gli altri non ricordo.
Gli avevo raccontato che quando i miei due canarini erano morti -prima uno, due anni dopo l’altro- li avevamo seppelliti sotto a quegli alberi, e che in certi giorni, anche adesso, anche da grande, ogni tanto se chiudevo gli occhi era lì che andavo, e mi sembrava di esserci davvero, di sentir soffiare il vento, e i passerotti cantare, e di rivedere tutto il verde, tutta la luce filtrare tra i rami, di sapere ancora esattamente com’era tutto quanto.
Quando mi disse quella frase fui quasi certa di capirlo e pensai che in fondo, chiudendo gli occhi un po’ più forte, era vero: se lui quasi non ricordava un prima, anche io vedevo lui in quel giardino, insieme a me.

Oltre al fatto che andò poi a finire malissimo tutto (e non per colpa mia), c’è da dire pure che quella sensazione che volevo sentire a tutti i costi -un po’ perché ero condizionata dal vecchio Alex di Jack Frusciante e un po’ perché, se mi ero lasciata condizionare dal vecchio Alex di Jack Frusciante, forse quella cosa lì la sentivo come necessaria da sempre anche dentro di me, necessaria a riconoscere l’amore-, in realtà non la sentivo.
Per questo mi dico che magari, quando e se m’innamorerò davvero e per sempre, quel lui che non so chi sia avrà questo, di speciale: me lo ricorderò in quel giardino, insieme agli alberi, al vento, a me da piccola, ai canarini morti, ai passerotti vivi. Me lo ricorderò lì anche se non può esserci stato, e me lo ricorderò lì perché in un certo senso c’era già o avrebbe potuto esserci senza fatica: e non dovrò sforzarmi di crederci, perché sarà così. E perché l’unico futuro possibile forse è davvero quello che in un modo o nell’altro ci dà la sensazione di contenere dentro di sé anche tutti i prima.

Una persona a cui tengo molto (per comodità lo chiameremo Ugo, anche se Ugo non è il suo nome) di queste mie idee sull’amore autentico qualche tempo fa mi ha detto: Francesca, ma la pianti con certe cazzate da ragazzina?
Io però non credo che lo siano. Altrimenti un amore varrebbe l’altro. E invece, diamine, ci dovrà pur essere un amore diverso. Un amore che, senza farci scomodare stronzate come l’idea di anima gemella (che, con sette miliardi di persone sulla Terra e cento milioni di vite possibili per ciascuno di noi, penso sia un concetto molto sbagliato), possa farci dire: io amo te, proprio te, perché sei tu, e non un altro, e tutti quei ragazzi come te non hanno niente.

Ecco. Con Marrakech Express mi successe esattamente quello che ancora aspetto mi succeda con una persona: mi sembrò di conoscerlo da tutta la vita.
Di conoscerlo e amarlo già alle elementari, e che fosse lì, insieme a me, in mezzo ai temi in classe del lunedì, al pacchettino di cracker col succo di frutta che mi portavo come spuntino per l’intervallo e agli occhiali che il mio papà mi lavava con acqua e sapone ogni mattina. Che fosse con me alle medie quando mi tagliai i capelli corti, scoprii di avere un amore enorme per la lingua inglese, mi fracassai una gamba cadendo sugli sci e fui operata e rimasi una settimana in ospedale d’inverno e una settimana in ospedale d’estate; che fosse lì quando andai per la prima volta nella terra da cui viene il mio cognome e quindi sicuramente anche una parte dei miei geni, chissà quanto lontani nel tempo (no, non è la Sardegna, santo diamine di una miseria: è la Grecia); che fosse lì quando i miei compagni di classe mi sembravano tutti alieni.
Che fosse con me soprattutto al liceo, quando invece mi feci certe risate che poi mai più nella vita, e incontrai la maggior parte dei miei amici fondamentali, e iniziai a fare teatro, e scoprii De Gregori convincendomi che come lo amavo io, De Gregori, non avrebbe potuto amarlo nessun altro, mai.
Che fosse lì anche quando lessi Jack Frusciante è uscito dal gruppo, che fosse lì mentre leggevo quel passaggio e mi dicevo: oddio, è vero, è questo, è questo l’amore.

Marrakech Express è il mio film preferito perché quando a 23 anni lo vidi per la prima volta mi sembrò subito di riconoscere una cosa mia, che mi accompagnava da sempre anche se non era vero perché appunto non l’avevo mai visto, e fui subito certa, pur conscia di tutta l’assurdità della situazione, di questo fatto inspiegabile e al contempo molto semplice: cioè che Marrakech Express era sempre stato con me anche quando non c’era.

 

Tutto questo per dire che cosa? Ah, sì. Che nonostante il mio film preferito sia appunto un altro, ricordo molto distintamente di aver passato l’intero inverno del 2008 a rivedere ogni giorno questa scena di Turné, proprio grazie a questo video messo su Youtube da chissà chi.
Un po’, ma solo in maniera marginale, perché Fabrizio Bentivoglio da giovane era una delle cose più belle dell’intero universo, e mi viene voglia di ammazzarmi ogni volta che penso che giovane così io non l’ho mai visto e non lo potrò mai più vedere, perché Fabrizio Bentivoglio da giovane non esiste più, e che certo è ancora un bell’uomo e tutto, ma non è più quella cosa lì, non è più il Marco di Marrakech Express, non è più il Federico Lolli di Turné, e non esiste più quella faccia lì: lo scoramento che mi prende è simile a quello che ho sperimentato quando il mio cugino diciottenne Gabriele (l’unica persona al mondo per cui sarei disposta a morire o a vendere un rene a una banda di trafficanti di organi colombiani senza battere ciglio, se lui fosse in pericolo e questo servisse ad avergli salva la vita), da cucciolo che era è diventato grande e grosso e ha messo su una voce da pugile tabagista, e io ho pensato «oddio, oddio, lui a 9 anni non lo vedrò mai più, non esiste più, non c’è più la sua faccetta, non ci sono più le sue manine, e io a questo qui che è diventato voglio un bene dell’anima, ma mi sembra più accettabile andarmi a buttare subito da un ponte, piuttosto che pensare al fatto che lui da piccolo, lui com’era, lui pulcino, non lo rivedrò mai più».

Soprattutto, però, guardai questa scena ogni giorno per l’intero inverno del 2008 (me lo ricordo molto bene, è un ricordo bellissimo) per il motivo più semplice di tutti: è meravigliosa.
Anche adesso, mi viene in mente spesso. Giusto l’altro giorno un’amica mi raccontava delle porte rosse che ha la casa dell’uomo che ama, e io sono partita con Là c’è una porta rossa / la vorrei tinta in nero, e poi è finita che le ho mandato il link a questo video, ed è piaciuto molto pure a lei.

E ce n’è un terzo: il terzo motivo per cui passai quell’inverno là a rivedermelo è lo scambio di battute finale (come lo si spiega, a uno che non lo sa, che l’inizio di Turné ha una splendida battuta finale? Che la fine dell’inizio di Turné è strepitosa? E che anche tutto il film che viene dopo non è niente, ma niente male?):

«Senta, Lolli, quel testo… García Lorca, no?»
«Mick Jagger»

Ecco. Ora voi ditemi se «Mick Jagger» non è un modo straordinario per chiudere una qualsiasi faccenda.

(Ah, la canzone naturalmente è Paint It Black).

 

Gone Girl – una recensione

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“He promised to take care of me, and yet I feel afraid. I feel like something is going wrong, and that it will get even worse. I don’t feel Nick’s wife. I don’t feel like a person at all: I am something to be loaded and unloaded, like a sofa or a cuckoo clock. I am something to be tossed into a junkyard, thrown into the river, if necessary. I don’t feel real anymore. I feel like I could disappear”.

Gillian Flynn, Gone Girl, Crown Publishing (Random House Group)
[In Italia è pubblicato da Rizzoli col titolo L’amore bugiardo]

 

*****

 

Non so che cosa sappiate o non sappiate di Gone Girl. Ora che è uscito il film di David Fincher penso che, se non l’avete già visto, vi siate quantomeno imbattuti nel trailer, e quindi una vaga idea di quale sia la storia ce l’abbiate, ecco. Io però farò come se non ne sapeste niente, eviterò gli spoiler -che in ogni caso dovrebbero essere dichiarati illegali e puniti con dieci frustate-, e, prima di dirvi la mia, vi snocciolerò una breve sinossi.

 

Ma facciamo le cose per benino, orsù.
Il libro inizia nel giorno del quinto anniversario di matrimonio dei due protagonisti, e la loro storia viene raccontata man mano con un sapiente gioco di flashback (gioco di cui parleremo meglio in seguito). Mi sembra quindi opportuno stendere qualche riga di biografia dei due fringuelli al tempo in cui son giovani, belli, spensierati e s’innamorano. Cioè qualche anno prima che la loro splendida vita se ne vada a puttane con un gran fracasso.

Lui: Nick Dunne
Un ragazzone del Missouri trasferitosi a New York, dove lavora per una rivista maschile: scrive di cinema, robe da maschi, quelle cose lì, ma ha ambizioni da scrittore vero e sogna, prima o poi, di scrivere libri. Decisamente bello. Di sé dice di avere una faccia da schiaffi, la tipica faccia del bello insensibile del liceo, il quarterback figo e stronzo dei film americani per teenager. Nonostante ne abbia l’aria, lui non è così: si porta anzi dietro tutta una serie di debolezze e sensibilità (vedremo meglio tra poco). Ha una gemella, Margot (nel film è interpretata da un’attrice che a me piace molto: Carrie Coon -magari l’avete vista in The Leftovers-). I loro genitori sono divorziati da anni: Nick e Margot hanno, da sempre, un brutto rapporto col padre (che nel frattempo si è ammalato di Alzheimer), e sono invece molto legati alla madre. Nick detesta il padre, che ha fatto molto soffrire la madre, ma ammette di essere stato condizionato dalla sua figura: non piange (non è da maschi), non chiede mai scusa (non è da maschi), e per certi versi non sa prendersi le sue responsabilità. Più invecchia e più scopre, con orrore, di avere dei tratti in comune con lui.

Lei: Amy Elliott
Nata e cresciuta a NYC (come dicono là: “a born&raised New Yorker”, che è proprio una categoria umana a parte, una specie di casta braminica, al di là di quale sia il censo o lo status sociale) e, come se non bastasse, pure di famiglia molto ricca. Decisamente bella. Laureata in psicologia col massimo dei voti, scrive quiz per una rivista femminile. Figlia di due celebri psicologi di Manhattan che hanno fatto i milioni con una serie di libri per bambini intitolata Amazing Amy, ispirata a lei. Non c’è un solo americano dell’età di Amy che non sia cresciuto con quei libri. La vera Amy com’è? Un po’ più umana del suo alter ego cartaceo, meno perfetta di lei, ma sempre abbastanza perfetta rispetto al marito e a tutti gli altri.

 

Amy e Nick si conoscono a Brooklyn a una festa di gente YEAH (creativi brooklyniani, scrittori brooklyniani, designer brooklyniani, eccetera). Per farla breve, s’innamorano. Ma proprio moltissimo. Sono una coppia perfetta, degna di Amazing Amy: belli, di successo, felici di una felicità violenta, potente, bellissima. Si sposano. Passano, da sposati, tre anni magnifici.

Poi succede il disastro. Nick perde il lavoro. Poco dopo lo perde Amy.
E non è finita: lei, che ha i milioni e lavora praticamente solo perché le piace, si vede costretta a prestare buona parte dei suoi soldi ai genitori, che nel frattempo hanno sperperato i loro.
Basta così? Manco per sogno. Alla madre di Nick viene diagnosticato un cancro.

Nick allora decide che la cosa giusta da fare è lasciare New York (tanto sono entrambi senza lavoro, no?) e trasferirsi in Missouri: hanno aiutato i genitori di sua moglie, adesso devono aiutare sua madre. È, appunto, la cosa giusta da fare.

All’inizio del libro li troviamo lì. A New Carthage, cittadina del Missouri in riva al Mississippi, gravemente danneggiata dalla crisi economica: ci abitano da due anni. Lui ha aperto un bar con la gemella (grazie agli ultimi soldi della moglie) e insegna scrittura creativa al college per qualche ora a settimana. Lei fa la casalinga. Sta a casa, legge molto (e, prima che la suocera morisse, si occupava di lei -perché ecco, nel frattempo la madre di lui è morta-).

Pensate che vi abbia raccontato troppo? Nemmeno per idea: tutta questa roba si scopre nelle prime pagine.

E il libro, come già dicevo, inizia il giorno del loro quinto anniversario.
Un giorno in teoria lieto, in realtà per niente: gli ultimi anni li hanno cambiati; non sono più felici, non stanno più bene insieme, non sono più i magnifici Dunne, protagonisti perfetti di una storia d’amore che faceva invidia a tutte le altre. Stanno per festeggiare il quinto anniversario di matrimonio, e si detestano profondamente.

Mentre Nick è al lavoro (al bar, insieme alla sorella), riceve una chiamata da un vicino: la porta di casa è spalancata da una buona mezz’ora, forse è il caso che lui torni a controllare.

Nick torna. Amy è scomparsa. In salotto, segni di lotta.
Chiama la polizia, che arriva, lo interroga. Tutto sembra andare bene, nel senso che lui non è sospettato come invece succede di solito (i primi sospettati, come gli dice anche la polizia, sono sempre i mariti).

Invece no. Non va bene niente. E di lì a poco andrà ancora peggio.

In camera, il primo indizio dell’annuale caccia al tesoro che Amy ogni anno prepara per il loro anniversario. In cucina, tracce di sangue. Nella tasca di Nick, un telefono che non dovrebbe esistere che continua a squillare, e a cui lui non risponde. Nulla è come sembra. Lei è pazza. (Non sto spoilerando niente eh, perché si capisce quasi subito). Ma proprio pazza da legare, pazza da sempre. Amazing Amy è Satana. E, quel che è peggio, è un Satana molto, molto, molto intelligente.

 

*****

 

La prima cosa da sapere su questo libro è che, quando l’avrete iniziato, non riuscirete più a metterlo giù. Leggerete in autobus, per strada, al cesso, nella pausa caffè in ufficio, appena avrete tempo e appena riuscirete a ritagliarvi un minuto. Leggerete, cioè, come leggiamo ogni santa volta in cui un libro ci cattura e ci arpiona per le viscere: praticamente senza poter fare altro.

La seconda cosa da sapere è che è scritto come Dio comanda: Gillian Flynn è una figa. Sa scrivere, santo cielo. E sa inventarsi intrecci, ingranaggi, espedienti sofisticati e anche espedienti semplici, ma geniali. Il libro, per esempio, è a capitoli alternati: in uno parla Nick, nell’altro parla Amy. I primi capitoli in cui parla Amy sono in realtà pagine del suo diario (i flashback di cui dicevo prima): una cosa molto semplice, che però si rivelerà fondamentale.

La terza cosa da sapere l’ha detta meglio di me Francesca Crescentini nella sua recensione, più breve della mia (quindi meno noiosa), e forse anche migliore:
“È una strabiliante analisi di quello che ci passa per la testa. Di come scegliamo di cambiare per adattarci ai desideri degli altri e del perché pensiamo che, così come siamo, non potremmo mai trovare qualcuno che ci ami davvero. La cosa veramente interessante, a parte la costruzione chirurgica della trama, è proprio l’alternanza dei punti di vista, lo strano crepaccio che si spalanca quando due persone raccontano –in maniera radicalmente diversa– la vita che condividono”.

La quarta cosa da sapere è che Gillian Flynn, con questa maledetta struttura narrativa, ci porta a credere a una verità diversa ogni tre minuti: ci convince di una cosa e subito dopo ci scaraventa da tutt’altra parte, prende il nostro cervello e ci gioca con gran divertimento, mentre noi ci reggiamo a una scialuppa e in mezzo al caos gridiamo: ma no, ma no!, ma io ero convinta del contrario fino a un attimo fa! Mi hai infinocchiata! Mi hai infinocchiata, maledetta!

La quinta cosa da sapere -e la più interessante di tutte- è che Gillian Flynn non dà giudizi morali: ci srotola la storia davanti e lascia che a farci un’idea in merito siamo noi (come in effetti dovrebbe essere sempre).

Non ci dice chi è il buono e chi è il cattivo.
Non c’è un cattivo.
Sono tutti cattivi.
E hanno tutti qualcosa che ce li fa amare.

Come accade nelle storie migliori, poi, si finisce col parteggiare per Satana. Perché è quello che sa fare un bravo narratore: prende un cattivo e, se vuole, riesce persino a fartelo amare.
Forse perché siamo stufi dei buoni, stufi dell’apparenza, stufi della normalità, e siamo grati quando personaggi che a un primo sguardo sembrano irreprensibili rivelano squarci di follia: vogliamo il male raccontato sotto una luce che ce lo faccia capire. Vogliamo che quegli stessi squarci di follia abbiano un senso, una causa, una storia.
Prendete House of Cards. Frank Underwood (l’immenso, ineguagliabile Kevin Spacey) è un demonio. Disposto a tutto pur di raggiungere i suoi scopi: a qualunque compromesso, a qualunque bassezza, anche all’omicidio. Bene: c’è uno solo di noi che non tifi per lui con tutto il cuore? No, certo che no. Amiamo Frank Underwood, lo amiamo! E tifiamo, e lo vogliamo alla Casa Bianca.

Forse ce ne siamo resi conto solo da grandi che tra Biancaneve e la Matrigna il personaggio davvero interessante era la Matrigna, e certo non Biancaneve, ma adesso finalmente non abbiamo più bisogno né di un giudizio morale già servito, né dell’ennesimo buono delle fiabe, e nemmeno di un autore che si metta lì e faccia vincere la logica dicendoci anche per chi dobbiamo tifare. Nessuno di noi vuole prendersi la responsabilità di fare o essere il male, però il male vogliamo capirlo, e poterlo guardare.

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