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[AVVISO: stasera alle 21.00 al Circolo dei Lettori si terrà La mia Ferrante, una maratona di lettura dedicata a Elena Ferrante. Io sono stata invitata dal Circolo a leggere (e ringrazio di cuore Francesca Vittani per aver pensato a me!), e sono onoratissima ed emozionatissima. Insieme alla sottoscritta ci saranno, in carne e ossa, Elena Varvello, quella gioia di Angela Rastelli di Einaudi, Davide Ferraris della mitica libreria Therèse, Filomena Greco del Sole 24 Ore, Noemi Cuffia del blog Tazzina di Caffè, Giulio Biino, Raffaella Paisio e, in collegamento video da Roma, Sandra Ozzola Ferri, fondatrice di E/O. Tutti i dettagli QUI. Vi aspetto!]

E ora veniamo alla mini recensione.

Premetto che io amo Elena Ferrante da ben prima che scoppiasse la #FerranteFever: I giorni dell’abbandono è uno dei miei libri preferiti. Sapevo già, dunque, di amare il modo in cui la Ferrante (chiunque sia) scrive. Quel suo modo barocco, per usare un termine che tutti usano nel riferirsi a lei. Quel suo modo incessante, per dirla come la penso io.
Elena Ferrante ha questa scrittura che è appunto un fiume incessante, che butta acqua continuamente, e non è acqua limpida, non è acqua sempre pulita: è acqua necessaria. Una cascata che a volte ti porta con gioia, a volte con furia, ma che è sempre in tumulto. Se una cosa del genere ti piace (perché può anche non piacere, come può non piacere il rafting), sei perduto. Diciamo che è difficile che non piaccia, ecco. C’è talmente tanto, e alla prima immersione sei già così immerso, che quando riemergi per respirare, o mangiare, o dormire, vuoi tornare subito sotto: diventa un bisogno, una necessità.

Queste cose che sto dicendo non sono abbastanza: sono anzi molto poco. Non sono capace di rendere onore alla Ferrante senza perdere qualcosa di quel molto per strada. Perciò andate a leggervela, santo il cielo di Sant’Ilario. E poi mi direte.

E ora veniamo alla recensione vera e propria: quella alla tetralogia.

 

 

La tetralogia dell’amica geniale -perché è di questa che stiamo parlando, visto che l’ho appena finita- è fatta di quattro libri che in realtà sono un libro solo, un unico grande romanzo. Non sono in grado di dirne la meraviglia in poche frasi semplici. Questo libro è molte cose, ma non una cosa semplice da definire. A leggere i quattro libri che compongono questo unico grande libro ci ho messo venti giorni, e alla fine di questi venti giorni mi sono sentita perduta, come chi smarrisce la strada di casa. Casa mia per venti giorni era stata lì dentro, e uscirne, dover tornare alla realtà, è stato traumatico, quasi doloroso.

Lila e Lenù mi mancano moltissimo. Mi manca il loro mondo, mi manca tutto. E, più di tutto, mi manca Lila. Lila che non è la voce narrante (la voce narrante è Lenù), Lila che in teoria non è la protagonista (la protagonista in teoria è sempre Lenù), ma che in realtà è il filo che tiene tutto insieme. Lila che smette di studiare dopo la licenza elementare mentre Lenù continua e si laurea addirittura alla Normale di Pisa. Lila che, quando la maestra Oliviero lotta perché i genitori di entrambe le bambine permettano loro di fare l’esame d’ammissione alle scuole medie (e i genitori di Lenù alla fine cedono cambiandole il destino, mentre quelli di Lila no), lotta più di tutti, grida in dialetto, tenta qualunque cosa pur di continuare a studiare, e ci crede fino all’ultimo, per poi finire lanciata fuori dalla finestra (il padre la butta fuori dalla finestra per sancire il suo no definitivo, lei si spezza un braccio e dice all’amica “non mi sono fatta niente”). Lila che mentre Lenù impara il latino a scuola studia il latino in segreto e aiuta l’altra a capirlo meglio. Lila che quando Lenù inizia il liceo classico impara in segreto anche il greco e costringe l’amica a fare esercizi difficili, permettendole di diventare la prima della classe, la più brava di tutti. Lila che è cattiva, cattiva, cattiva (Lenù ce lo ripete per tutto il libro, quanto Lila sia cattiva e intelligente), ma che poi sorprende con immense generosità, immense bontà, immani atti di bene. Lila che ha paura della smarginatura delle cose e delle persone. Lila che da piccola scriveva e sognava di fare la scrittrice e di guadagnare tanti soldi e di tirare fuori la famiglia dalla miseria, e Lenù che sognava le stesse cose e scrittrice da grande lo diventa sul serio. Lila che mentre scrivo queste parole mi fa venire voglia di piangere forte, pensando a quanto tutta, tutta la storia sia lei. Lei che per tutta la vita non si allontana mai dal rione. Lei che la prima notte di nozze viene picchiata come un animale. Lei che è benedetta da una cosa speciale che è l’intelligenza più viva e più autentica. Lei a cui a un certo punto capita un dolore inimmaginabile, che quando ci sono arrivata (era notte, stavo leggendo prima di mettermi a dormire) non mi ha fatto più dormire, mi ha fatto desiderare di chiudere il libro e smettere per sempre di leggere.

Lenù è la protagonista, la voce narrante, la scrittrice Elena Greco, sempre la prima della classe, la laureata alla Normale, quella bravissima, brillantissima, coltissima, quella che esce dal rione, che sposa un professore universitario figlio di un professore universitario e di una traduttrice. Lenù è un personaggio che in un modo o nell’altro si fa amare perché la storia ce la racconta lei, e allora, per questo, le vogliamo bene: perché è grazie a lei che sappiamo tutto, che possiamo guardare anche Lila. La storia di Lenù -la sua università, la fuga da Napoli, gli amori, il marito, le figlie, i libri che pubblica, l’amore grande, i dolori grandi- ci interessa, ci coinvolge, vogliamo sapere, tifiamo moltissimo, ma aspettiamo trepidanti di sapere anche e sempre che cosa, nel frattempo, stia succedendo a Lila. Che è la sua amica più cara e anche la sua nemesi. Che è la persona a cui Lenù tiene di più al mondo, ma anche quella che più detesta e di cui ha più paura, perché sa che in fondo, nonostante tutti i libri e lo studio e l’emancipazione, lei (lei Lenù) continua e continuerà sempre a vivere nella sua ombra, e a chiedersi: che cosa sarebbe stata, Lila, se avesse avuto le possibilità che ho avuto io? Sapendo che sarebbe stata qualcosa di immenso, perché in fondo è riuscita a esserlo per tutta la vita anche così, senza avere niente.
Lila da sempre chiama Lenù “la mia amica geniale”. Ma il segreto che si capisce subito, e quindi non è un segreto, è che in realtà l’amica geniale è lei.