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Là c’è una porta rossa.
La vorrei tinta in nero.
Niente colori, tutto dipinto in nero.
Io volterò la testa fin quando arriva il nero.
Là c’è una fila d’auto, e sono tutte nere,
coi fiori, e col mio amore, che non tornerà più.
Io se mi guardo dentro vedo il mio cuore nero.
Poi forse svanirò e non dovrò più guardare la realtà.
Come si fa
ad affrontar le cose
se tutto il mondo è nero?

 

 

Questa roba qui, questo video di Youtube, questo stralcio di Turné, è una delle mie cose preferite al mondo. Non ringrazierò mai abbastanza la persona che anni fa ha deciso di metterlo online; non ho idea di chi sia, ma le dico grazie.

Da dove partire per spiegare perché?

Chi mi conosce un po’ sa che il mio film preferito è Marrakech Express.
Uscì quando avevo quattro anni, nel 1989, e insieme a Mediterraneo -1991- e Turné -1990- compone la trilogia della fuga di Salvatores (in realtà ne fa idealmente parte anche Puerto Escondido, uscito nel 1992, appunto una specie di quarta appendice “morale” della trilogia).

Io vidi Turné prima di Marrakech Express; e se è per questo vidi pure Mediterraneo prima di Marrakech Express, e quando poi alla fine, e finalmente, vidi davvero Marrakech Express (ero già grande, avevo 23 anni, che se vogliamo è un’età piuttosto avanzata per incontrare il proprio film preferito), provai una sensazione molto strana: mi sembrò di conoscerlo da tutta la vita. Mi sembrò che fosse stato sempre con me, di averlo visto per la prima volta quand’era uscito -anche se io in realtà ero troppo piccola per vedere qualcosa di diverso dai cartoni animati-, e poi di avere continuato a rivederlo tutte le settimane di tutti i mesi di tutti gli anni della mia vita. Fu una sensazione così forte che per i successivi tre giorni lo riguardai due volte al giorno, non so se per provare a recuperare il tempo perduto o perché non riuscivo più a farne a meno.

Ora, non so se voi abbiate mai letto Jack Frusciante è uscito dal gruppo (se non l’avete mai letto, dovreste). Bene, quello fu uno dei libri-culto della mia gioventù. Non lo lessi presto: avevo 17 anni, che per un libro-culto della gioventù forse sono già troppi, esattamente come a 23 magari si è già grandi per incontrare il film preferito, ma ricordo in maniera molto nitida come quel libro andò poi a segnare una certa parte di tutto il resto, come mi raccontò delle cose di me.

Lo cito adesso perché in Jack Frusciante c’è un passaggio che dice così (vado a copiare a mano):

“Era come se lì, seduto contro il poggiaschiena di quella panchina, lui ci fosse già stato, come se Aidi l’avesse già conosciuta. Tra le pieghe della memoria, nelle videocassette d’archivio della scuola elementare, gli sembrava ci fosse qualcosa di lei: Villa Spada, dove andava a giocare con la divisa da lupetto; i pranzi dagli zii a Casalecchio, la domenica; la Renault blu che il Cancelliere aveva comprato quando lui aveva sei anni; lo specchio del bagno, alonato di condensa, su cui il frère de lait aveva scritto «W Inter»; e poi certi riff distorti di Fender Jaguar nella memoria… Ebbene, c’era qualcosa di lei, in tutto questo, e il vecchio Alex riusciva a essere più che simpatico e più che naturale, ma senza calcolo, e insomma ne era quasi sicuro, adesso: gli sembrava di conoscere Aidi da sempre, poiché quando si dice il sentimento, ragazzi”.

Quella è, da allora, e poi sempre, ma forse pure da prima, la mia idea di che cosa voglia dire innamorarsi sul serio. Avere davanti una persona che ci fa sentire inspiegabilmente a casa anche se lui/lei è una cosa tutta nuova, una terra inesplorata. Che ci fa sentire come se dentro a quel posto nuovo che è lui/lei potessimo trasportarci senza sforzo anche tutto quello che siamo.
(Nella mia idea archetipica di un amore che nasce, poi, c’è anche sempre di mezzo una panchina su cui stare a parlare per diciassette ore senza rendersi conto del tempo che passa, e pure di questo mi dico che non so se lo devo a Jack Frusciante o se invece è una cosa mia che ha trovato corrispondenza in quel passaggio lì).

Ad ogni modo.

L’unico uomo che credo di avere amato per davvero una volta mi disse: «Come farei senza di te? E soprattutto: come facevo, prima, senza di te?

Mi spiegò che quasi non ricordava più com’era, il prima, perché per certi versi era come se io ci fossi sempre stata. Fu molto bello (rimane tuttora una delle cose più belle che mi abbia mai detto una persona), e a me sembrò di capire esattamente che cosa volesse dire.
Ricordai che una notte gli avevo raccontato della grande casa ai piedi delle montagne in cui vivevano i miei nonni prima di trasferirsi a Città dei Sette Assedi: la casa in cui avevo trascorso tutte le mie estati di bambina. Aveva un grande giardino e nel giardino quattro alberi altissimi; uno era un pino argentato, un altro lo chiamavamo La Signora, gli altri non ricordo.
Gli avevo raccontato che quando i miei due canarini erano morti -prima uno, due anni dopo l’altro- li avevamo seppelliti sotto a quegli alberi, e che in certi giorni, anche adesso, anche da grande, ogni tanto se chiudevo gli occhi era lì che andavo, e mi sembrava di esserci davvero, di sentir soffiare il vento, e i passerotti cantare, e di rivedere tutto il verde, tutta la luce filtrare tra i rami, di sapere ancora esattamente com’era tutto quanto.
Quando mi disse quella frase fui quasi certa di capirlo e pensai che in fondo, chiudendo gli occhi un po’ più forte, era vero: se lui quasi non ricordava un prima, anche io vedevo lui in quel giardino, insieme a me.

Oltre al fatto che andò poi a finire malissimo tutto (e non per colpa mia), c’è da dire pure che quella sensazione che volevo sentire a tutti i costi -un po’ perché ero condizionata dal vecchio Alex di Jack Frusciante e un po’ perché, se mi ero lasciata condizionare dal vecchio Alex di Jack Frusciante, forse quella cosa lì la sentivo come necessaria da sempre anche dentro di me, necessaria a riconoscere l’amore-, in realtà non la sentivo.
Per questo mi dico che magari, quando e se m’innamorerò davvero e per sempre, quel lui che non so chi sia avrà questo, di speciale: me lo ricorderò in quel giardino, insieme agli alberi, al vento, a me da piccola, ai canarini morti, ai passerotti vivi. Me lo ricorderò lì anche se non può esserci stato, e me lo ricorderò lì perché in un certo senso c’era già o avrebbe potuto esserci senza fatica: e non dovrò sforzarmi di crederci, perché sarà così. E perché l’unico futuro possibile forse è davvero quello che in un modo o nell’altro ci dà la sensazione di contenere dentro di sé anche tutti i prima.

Una persona a cui tengo molto (per comodità lo chiameremo Ugo, anche se Ugo non è il suo nome) di queste mie idee sull’amore autentico qualche tempo fa mi ha detto: Francesca, ma la pianti con certe cazzate da ragazzina?
Io però non credo che lo siano. Altrimenti un amore varrebbe l’altro. E invece, diamine, ci dovrà pur essere un amore diverso. Un amore che, senza farci scomodare stronzate come l’idea di anima gemella (che, con sette miliardi di persone sulla Terra e cento milioni di vite possibili per ciascuno di noi, penso sia un concetto molto sbagliato), possa farci dire: io amo te, proprio te, perché sei tu, e non un altro, e tutti quei ragazzi come te non hanno niente.

Ecco. Con Marrakech Express mi successe esattamente quello che ancora aspetto mi succeda con una persona: mi sembrò di conoscerlo da tutta la vita.
Di conoscerlo e amarlo già alle elementari, e che fosse lì, insieme a me, in mezzo ai temi in classe del lunedì, al pacchettino di cracker col succo di frutta che mi portavo come spuntino per l’intervallo e agli occhiali che il mio papà mi lavava con acqua e sapone ogni mattina. Che fosse con me alle medie quando mi tagliai i capelli corti, scoprii di avere un amore enorme per la lingua inglese, mi fracassai una gamba cadendo sugli sci e fui operata e rimasi una settimana in ospedale d’inverno e una settimana in ospedale d’estate; che fosse lì quando andai per la prima volta nella terra da cui viene il mio cognome e quindi sicuramente anche una parte dei miei geni, chissà quanto lontani nel tempo (no, non è la Sardegna, santo diamine di una miseria: è la Grecia); che fosse lì quando i miei compagni di classe mi sembravano tutti alieni.
Che fosse con me soprattutto al liceo, quando invece mi feci certe risate che poi mai più nella vita, e incontrai la maggior parte dei miei amici fondamentali, e iniziai a fare teatro, e scoprii De Gregori convincendomi che come lo amavo io, De Gregori, non avrebbe potuto amarlo nessun altro, mai.
Che fosse lì anche quando lessi Jack Frusciante è uscito dal gruppo, che fosse lì mentre leggevo quel passaggio e mi dicevo: oddio, è vero, è questo, è questo l’amore.

Marrakech Express è il mio film preferito perché quando a 23 anni lo vidi per la prima volta mi sembrò subito di riconoscere una cosa mia, che mi accompagnava da sempre anche se non era vero perché appunto non l’avevo mai visto, e fui subito certa, pur conscia di tutta l’assurdità della situazione, di questo fatto inspiegabile e al contempo molto semplice: cioè che Marrakech Express era sempre stato con me anche quando non c’era.

 

Tutto questo per dire che cosa? Ah, sì. Che nonostante il mio film preferito sia appunto un altro, ricordo molto distintamente di aver passato l’intero inverno del 2008 a rivedere ogni giorno questa scena di Turné, proprio grazie a questo video messo su Youtube da chissà chi.
Un po’, ma solo in maniera marginale, perché Fabrizio Bentivoglio da giovane era una delle cose più belle dell’intero universo, e mi viene voglia di ammazzarmi ogni volta che penso che giovane così io non l’ho mai visto e non lo potrò mai più vedere, perché Fabrizio Bentivoglio da giovane non esiste più, e che certo è ancora un bell’uomo e tutto, ma non è più quella cosa lì, non è più il Marco di Marrakech Express, non è più il Federico Lolli di Turné, e non esiste più quella faccia lì: lo scoramento che mi prende è simile a quello che ho sperimentato quando il mio cugino diciottenne Gabriele (l’unica persona al mondo per cui sarei disposta a morire o a vendere un rene a una banda di trafficanti di organi colombiani senza battere ciglio, se lui fosse in pericolo e questo servisse ad avergli salva la vita), da cucciolo che era è diventato grande e grosso e ha messo su una voce da pugile tabagista, e io ho pensato «oddio, oddio, lui a 9 anni non lo vedrò mai più, non esiste più, non c’è più la sua faccetta, non ci sono più le sue manine, e io a questo qui che è diventato voglio un bene dell’anima, ma mi sembra più accettabile andarmi a buttare subito da un ponte, piuttosto che pensare al fatto che lui da piccolo, lui com’era, lui pulcino, non lo rivedrò mai più».

Soprattutto, però, guardai questa scena ogni giorno per l’intero inverno del 2008 (me lo ricordo molto bene, è un ricordo bellissimo) per il motivo più semplice di tutti: è meravigliosa.
Anche adesso, mi viene in mente spesso. Giusto l’altro giorno un’amica mi raccontava delle porte rosse che ha la casa dell’uomo che ama, e io sono partita con Là c’è una porta rossa / la vorrei tinta in nero, e poi è finita che le ho mandato il link a questo video, ed è piaciuto molto pure a lei.

E ce n’è un terzo: il terzo motivo per cui passai quell’inverno là a rivedermelo è lo scambio di battute finale (come lo si spiega, a uno che non lo sa, che l’inizio di Turné ha una splendida battuta finale? Che la fine dell’inizio di Turné è strepitosa? E che anche tutto il film che viene dopo non è niente, ma niente male?):

«Senta, Lolli, quel testo… García Lorca, no?»
«Mick Jagger»

Ecco. Ora voi ditemi se «Mick Jagger» non è un modo straordinario per chiudere una qualsiasi faccenda.

(Ah, la canzone naturalmente è Paint It Black).