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“He promised to take care of me, and yet I feel afraid. I feel like something is going wrong, and that it will get even worse. I don’t feel Nick’s wife. I don’t feel like a person at all: I am something to be loaded and unloaded, like a sofa or a cuckoo clock. I am something to be tossed into a junkyard, thrown into the river, if necessary. I don’t feel real anymore. I feel like I could disappear”.

Gillian Flynn, Gone Girl, Crown Publishing (Random House Group)
[In Italia è pubblicato da Rizzoli col titolo L’amore bugiardo]

 

*****

 

Non so che cosa sappiate o non sappiate di Gone Girl. Ora che è uscito il film di David Fincher penso che, se non l’avete già visto, vi siate quantomeno imbattuti nel trailer, e quindi una vaga idea di quale sia la storia ce l’abbiate, ecco. Io però farò come se non ne sapeste niente, eviterò gli spoiler -che in ogni caso dovrebbero essere dichiarati illegali e puniti con dieci frustate-, e, prima di dirvi la mia, vi snocciolerò una breve sinossi.

 

Ma facciamo le cose per benino, orsù.
Il libro inizia nel giorno del quinto anniversario di matrimonio dei due protagonisti, e la loro storia viene raccontata man mano con un sapiente gioco di flashback (gioco di cui parleremo meglio in seguito). Mi sembra quindi opportuno stendere qualche riga di biografia dei due fringuelli al tempo in cui son giovani, belli, spensierati e s’innamorano. Cioè qualche anno prima che la loro splendida vita se ne vada a puttane con un gran fracasso.

Lui: Nick Dunne
Un ragazzone del Missouri trasferitosi a New York, dove lavora per una rivista maschile: scrive di cinema, robe da maschi, quelle cose lì, ma ha ambizioni da scrittore vero e sogna, prima o poi, di scrivere libri. Decisamente bello. Di sé dice di avere una faccia da schiaffi, la tipica faccia del bello insensibile del liceo, il quarterback figo e stronzo dei film americani per teenager. Nonostante ne abbia l’aria, lui non è così: si porta anzi dietro tutta una serie di debolezze e sensibilità (vedremo meglio tra poco). Ha una gemella, Margot (nel film è interpretata da un’attrice che a me piace molto: Carrie Coon -magari l’avete vista in The Leftovers-). I loro genitori sono divorziati da anni: Nick e Margot hanno, da sempre, un brutto rapporto col padre (che nel frattempo si è ammalato di Alzheimer), e sono invece molto legati alla madre. Nick detesta il padre, che ha fatto molto soffrire la madre, ma ammette di essere stato condizionato dalla sua figura: non piange (non è da maschi), non chiede mai scusa (non è da maschi), e per certi versi non sa prendersi le sue responsabilità. Più invecchia e più scopre, con orrore, di avere dei tratti in comune con lui.

Lei: Amy Elliott
Nata e cresciuta a NYC (come dicono là: “a born&raised New Yorker”, che è proprio una categoria umana a parte, una specie di casta braminica, al di là di quale sia il censo o lo status sociale) e, come se non bastasse, pure di famiglia molto ricca. Decisamente bella. Laureata in psicologia col massimo dei voti, scrive quiz per una rivista femminile. Figlia di due celebri psicologi di Manhattan che hanno fatto i milioni con una serie di libri per bambini intitolata Amazing Amy, ispirata a lei. Non c’è un solo americano dell’età di Amy che non sia cresciuto con quei libri. La vera Amy com’è? Un po’ più umana del suo alter ego cartaceo, meno perfetta di lei, ma sempre abbastanza perfetta rispetto al marito e a tutti gli altri.

 

Amy e Nick si conoscono a Brooklyn a una festa di gente YEAH (creativi brooklyniani, scrittori brooklyniani, designer brooklyniani, eccetera). Per farla breve, s’innamorano. Ma proprio moltissimo. Sono una coppia perfetta, degna di Amazing Amy: belli, di successo, felici di una felicità violenta, potente, bellissima. Si sposano. Passano, da sposati, tre anni magnifici.

Poi succede il disastro. Nick perde il lavoro. Poco dopo lo perde Amy.
E non è finita: lei, che ha i milioni e lavora praticamente solo perché le piace, si vede costretta a prestare buona parte dei suoi soldi ai genitori, che nel frattempo hanno sperperato i loro.
Basta così? Manco per sogno. Alla madre di Nick viene diagnosticato un cancro.

Nick allora decide che la cosa giusta da fare è lasciare New York (tanto sono entrambi senza lavoro, no?) e trasferirsi in Missouri: hanno aiutato i genitori di sua moglie, adesso devono aiutare sua madre. È, appunto, la cosa giusta da fare.

All’inizio del libro li troviamo lì. A New Carthage, cittadina del Missouri in riva al Mississippi, gravemente danneggiata dalla crisi economica: ci abitano da due anni. Lui ha aperto un bar con la gemella (grazie agli ultimi soldi della moglie) e insegna scrittura creativa al college per qualche ora a settimana. Lei fa la casalinga. Sta a casa, legge molto (e, prima che la suocera morisse, si occupava di lei -perché ecco, nel frattempo la madre di lui è morta-).

Pensate che vi abbia raccontato troppo? Nemmeno per idea: tutta questa roba si scopre nelle prime pagine.

E il libro, come già dicevo, inizia il giorno del loro quinto anniversario.
Un giorno in teoria lieto, in realtà per niente: gli ultimi anni li hanno cambiati; non sono più felici, non stanno più bene insieme, non sono più i magnifici Dunne, protagonisti perfetti di una storia d’amore che faceva invidia a tutte le altre. Stanno per festeggiare il quinto anniversario di matrimonio, e si detestano profondamente.

Mentre Nick è al lavoro (al bar, insieme alla sorella), riceve una chiamata da un vicino: la porta di casa è spalancata da una buona mezz’ora, forse è il caso che lui torni a controllare.

Nick torna. Amy è scomparsa. In salotto, segni di lotta.
Chiama la polizia, che arriva, lo interroga. Tutto sembra andare bene, nel senso che lui non è sospettato come invece succede di solito (i primi sospettati, come gli dice anche la polizia, sono sempre i mariti).

Invece no. Non va bene niente. E di lì a poco andrà ancora peggio.

In camera, il primo indizio dell’annuale caccia al tesoro che Amy ogni anno prepara per il loro anniversario. In cucina, tracce di sangue. Nella tasca di Nick, un telefono che non dovrebbe esistere che continua a squillare, e a cui lui non risponde. Nulla è come sembra. Lei è pazza. (Non sto spoilerando niente eh, perché si capisce quasi subito). Ma proprio pazza da legare, pazza da sempre. Amazing Amy è Satana. E, quel che è peggio, è un Satana molto, molto, molto intelligente.

 

*****

 

La prima cosa da sapere su questo libro è che, quando l’avrete iniziato, non riuscirete più a metterlo giù. Leggerete in autobus, per strada, al cesso, nella pausa caffè in ufficio, appena avrete tempo e appena riuscirete a ritagliarvi un minuto. Leggerete, cioè, come leggiamo ogni santa volta in cui un libro ci cattura e ci arpiona per le viscere: praticamente senza poter fare altro.

La seconda cosa da sapere è che è scritto come Dio comanda: Gillian Flynn è una figa. Sa scrivere, santo cielo. E sa inventarsi intrecci, ingranaggi, espedienti sofisticati e anche espedienti semplici, ma geniali. Il libro, per esempio, è a capitoli alternati: in uno parla Nick, nell’altro parla Amy. I primi capitoli in cui parla Amy sono in realtà pagine del suo diario (i flashback di cui dicevo prima): una cosa molto semplice, che però si rivelerà fondamentale.

La terza cosa da sapere l’ha detta meglio di me Francesca Crescentini nella sua recensione, più breve della mia (quindi meno noiosa), e forse anche migliore:
“È una strabiliante analisi di quello che ci passa per la testa. Di come scegliamo di cambiare per adattarci ai desideri degli altri e del perché pensiamo che, così come siamo, non potremmo mai trovare qualcuno che ci ami davvero. La cosa veramente interessante, a parte la costruzione chirurgica della trama, è proprio l’alternanza dei punti di vista, lo strano crepaccio che si spalanca quando due persone raccontano –in maniera radicalmente diversa– la vita che condividono”.

La quarta cosa da sapere è che Gillian Flynn, con questa maledetta struttura narrativa, ci porta a credere a una verità diversa ogni tre minuti: ci convince di una cosa e subito dopo ci scaraventa da tutt’altra parte, prende il nostro cervello e ci gioca con gran divertimento, mentre noi ci reggiamo a una scialuppa e in mezzo al caos gridiamo: ma no, ma no!, ma io ero convinta del contrario fino a un attimo fa! Mi hai infinocchiata! Mi hai infinocchiata, maledetta!

La quinta cosa da sapere -e la più interessante di tutte- è che Gillian Flynn non dà giudizi morali: ci srotola la storia davanti e lascia che a farci un’idea in merito siamo noi (come in effetti dovrebbe essere sempre).

Non ci dice chi è il buono e chi è il cattivo.
Non c’è un cattivo.
Sono tutti cattivi.
E hanno tutti qualcosa che ce li fa amare.

Come accade nelle storie migliori, poi, si finisce col parteggiare per Satana. Perché è quello che sa fare un bravo narratore: prende un cattivo e, se vuole, riesce persino a fartelo amare.
Forse perché siamo stufi dei buoni, stufi dell’apparenza, stufi della normalità, e siamo grati quando personaggi che a un primo sguardo sembrano irreprensibili rivelano squarci di follia: vogliamo il male raccontato sotto una luce che ce lo faccia capire. Vogliamo che quegli stessi squarci di follia abbiano un senso, una causa, una storia.
Prendete House of Cards. Frank Underwood (l’immenso, ineguagliabile Kevin Spacey) è un demonio. Disposto a tutto pur di raggiungere i suoi scopi: a qualunque compromesso, a qualunque bassezza, anche all’omicidio. Bene: c’è uno solo di noi che non tifi per lui con tutto il cuore? No, certo che no. Amiamo Frank Underwood, lo amiamo! E tifiamo, e lo vogliamo alla Casa Bianca.

Forse ce ne siamo resi conto solo da grandi che tra Biancaneve e la Matrigna il personaggio davvero interessante era la Matrigna, e certo non Biancaneve, ma adesso finalmente non abbiamo più bisogno né di un giudizio morale già servito, né dell’ennesimo buono delle fiabe, e nemmeno di un autore che si metta lì e faccia vincere la logica dicendoci anche per chi dobbiamo tifare. Nessuno di noi vuole prendersi la responsabilità di fare o essere il male, però il male vogliamo capirlo, e poterlo guardare.