Tag

, , , , , , , , , , ,

La storia di questo pezzo in breve: è successo che il mio amico Paolo Armelli mi ha chiesto di scrivere una recensione a Tutte le mie preghiere guardano verso ovest di Paolo Cognetti, sapendo che l’avevo letto da poco e amato molto (e da qui l’innamorata del titolo: sono di parte, come capita con tutti i libri che adoriamo e sentiamo, per qualche motivo, più nostri di altri). Quel pezzo l’avrebbe inserito in una sua cosa più grande, ovvero una serie di recensioni a tre libri dedicati ad altrettante città, assegnate ognuna a una persona diversa: Berlino alla nostra amica Giulia Taddeo, New York a me, Londra a se stesso (Paolo, insomma, è un uomo elegante e ha idee molto eleganti e molto belle).

E questa è la prima cosa che è successa.

La seconda cosa che è successa è che io mi sono lasciata prendere la mano e quella che ne è uscita è una roba troppo lunga per ogni canone umano, alieno e divino. Paolo, amorevole come la batuffolosa meraviglia che è, mi ha detto «France’, io pensavo a pezzi da mille battute e questo ne ha più di ottomila: se riesci a tagliarlo fino a farlo arrivare a, non so, duemilacinquecento, lo pubblico con gioia».

La terza cosa che è successa è che io ci ho provato: mi sono messa lì, con pazienza e dedizione, e ho cercato di portarlo a duemilacinquecento battute.

La quarta cosa che è successa è che non ci sono riuscita: provateci voi, a ridurre di tre quarti un pezzo in cui avete riversato quattro quarti del vostro cuore, togliendovelo dal petto e andando a intingere la penna proprio lì, in quei litri di inchiostro di cuore. Ad ogni frase tagliata mi sembrava che niente di quello che avevo scritto avesse più senso. E non perché ritenga le mie parole così importanti, anzi: sono certa che se si fosse trattato solo di me avrei falciato il testo senza problemi. Qui però di problema ce n’era uno, e bello grosso: parlavo di una cosa non mia; e per raccontare questo libro bellissimo, per rendere onore a questa piccola meraviglia, servivano davvero tutte quelle parole lì. Non una di più, non una di meno.

Perciò ringrazio tanto il mio adorato Armellino che con la sua richiesta mi ha molto onorata e, dispiaciuta di non essere riuscita a esaudirla, pubblico tutto qui. Sono certa che le altre recensioni saranno bellissime e più professionali, e non appena avrò un link per farvele leggere tutte vi avviserò. Nel frattempo, se volete venire a fare un giro in questo cuore incontenibile, io e il cuore vi diciamo benvenuti: accomodatevi, e buona lettura.
 
 

Tutte le mie preghiere guardano verso ovest – una recensione innamorata

 “Una settimana fa mi svegliavo in una baita di legno e pietra, la faccia leccata da un cane impaziente di uscire. Ora i muri tremano al passaggio dei camion e dal mio letto ascolto le sirene delle navi. Per colpa del fuso orario è già da un pezzo che mi giro e mi rigiro, sperando di riuscire a dormire ancora un po’ prima che faccia giorno. Poi però si sente questo fischio lungo, inconfondibile: in molti quartieri te lo puoi anche scordare che New York è un porto, ma dove abito io vieni svegliato dai mercantili in partenza, e basta salire sul tetto per vederli prendere il largo. Allora mi alzo, come per un senso di solidarietà verso i marinai in servizio. Penso al mio cane e a cosa farà stamattina. Mentre aspetto il caffè mi affaccio alla finestra, a salutare il fico e i cortili di Brooklyn che una volta erano campi e pascoli. Se il cibo è il legame dell’uomo con la terra, mi dico, allora la mia indagine dovrebbe riguardare questo: i modi in cui le persone hanno arato, concimato, innaffiato e seminato la città, e i modi in cui la città le ha affamate o nutrite. Tra loro mi ci metto anch’io, non è una posizione più giusta? Non dovrei dire loro, dovrei dire noi. Ci conquistiamo un fazzoletto di terra dove affondare le nostre radici, e subito dopo cominciamo a chiamarlo casa.

Quando il cielo si schiarisce prendo la bici ed esco. In fondo alla mia strada ne comincia un’altra, e in fondo a quest’altra c’è un bar segreto dove vado spesso, nelle mattine di sole, per stare un po’ davanti al mare prima di fare qualsiasi altra cosa. È nascosto tra gli imponenti, monumentali magazzini del tardo Ottocento, conservati con un rispetto per nulla newyorkese, o forse dimenticati per loro fortuna, chissà. Da fuori ricordano i porti del Nord Europa e l’età dell’oro della marina mercantile, ma dentro vanno via via trasformandosi in laboratori e gallerie d’arte, case sempre più costose, ristoranti raffinati e bar come il mio. Anche se in realtà è solo l’angolo di un supermercato: entri dal reparto ortofrutta, superi corridoi di scatolette, arrivi alla caffetteria e da lì puoi uscire a fare colazione in una specie di veranda sul retro. La veranda è affacciata verso sud, così Manhattan rimane alle spalle e tutto quello che si vede è la baia, l’atollo su cui è conficcata la Statua della Libertà, la lunga costa industriale del New Jersey e quella più verde di Staten Island, e poi il ponte di Verrazzano che collega Staten Island con Brooklyn. Ora l’acqua è più pulita di un tempo e il viavai di battelli e navi ridotto a poca cosa, e tra i motoscafi della polizia e le chiatte dell’immondizia capita perfino di vedere qualche barca a vela.

Oltre il ponte c’è l’oceano aperto. Ma è difficile notarlo se non lo sai, è solo un breve tratto di mare nella foschia: sembra un punto dell’orizzonte senza nessuna importanza, non si direbbe che siamo tutti arrivati da lì”.

Paolo Cognetti, Tutte le mie preghiere guardano verso ovest (EDT)

 

cognetti

 

Non è stato facile scegliere un estratto: fosse per me, il libro ce lo metterei tutto. Questo passaggio però mi sembrava molto rappresentativo di un qualcosa, che credo si possa chiamare cognettitudine, oppure la New York di Cognetti.

Leggendo Cognetti (a proposito, leggete anche il suo New York è una finestra senza tende, mi raccomando: è uscito per Laterza e in un certo senso è il prequel di quest’altro, è un discorso che non s’interrompe, una lunga lettera di stupore e amore a New York) si deve capire subito una cosa fondamentale: la sua New York è Brooklyn, e quasi per niente Manhattan. Quasi per niente Manhattan se non, forse, in certi angoli del Lower East Side, ogni tanto, ma comunque sempre per un tempo molto breve: il tempo di fare un giro, magari mangiare, e poi saltare sulla bici, riattraversare il ponte e tornare a casa.

L’altra cosa fondamentale da sapere, questa però non su Cognetti ma su New York in generale, è che, come dice lui citando Colson Whitehead all’inizio di New York è una finestra senza tende (ancora una volta: leggeteli entrambi), ognuno ha la sua personale New York, e ne esistono tante quante sono le persone che ci abitano, o che la amano.

Non vi dovrete stupire perciò se in questo libro non ci ritroverete la vostra: è la sua. Fatta di angiporti, vecchi magazzini, dei pontili di Red Hook, di corse in bicicletta, e di Coney Island, e insomma di tanta Brooklyn, e poi di viaggi in metropolitana lunghissimi per andare nel Bronx a mangiare il pastrami in un minuscolo deli segreto che conosce quasi solo lui, e ancora, come già dicevamo, di qualche breve incursione a Manhattan per girovagare nel Lower East Side, la parte di Manhattan più vicina in linea d’aria a Brooklyn, quella che di certo meno somiglia a qualunque idea uno abbia di Manhattan.

Anche il fatto che l’autore viva molto in montagna da solo (leggete Il ragazzo selvatico, uscito per Terre di Mezzo) e poi, appena può, vada a New York, non deve stupire: “New York è solo un altro tipo di solitudine”.

In questo libro troverete molto cibo, e molto amore per una città che non è una città e basta, ma senza dubbio la cosa più vicina che esista al cuore del mondo, sempre che il mondo abbia un cuore.

La Fallaci, raccontando del suo trasferimento a New York negli anni Sessanta, scrisse: “Nel 1963, un anno dopo la pubblicazione di Penelope alla guerra, disfeci la mia casa milanese, una mansarda di quattro stanze, assai graziosa, misi l’indispensabile in due piccoli bauli e, ripetendo il gesto del giorno in cui m’ero recata a Roma senza saper neanche dove avrei abitato, andai a New York. Ho un tale bisogno di vedere New York, questo ponte teso tra la vecchia Europa e l’allucinante mistero che chiamano America”.

Da qualche altra parte diceva anche una seconda cosa per cui io, che amo la Fallaci moltissimo e amo New York con la stessa feroce intensità con cui la Fallaci amava New York e con cui io amo la Fallaci, mi emoziono sempre molto. Non la metto tra virgolette perché non la ricordo con esattezza, ma diceva più o meno così: se fossi stata una ragazza di Cartagine, nata duemila anni fa, so che da adulta mi sarei voluta trasferire a Roma. Perché io ho bisogno di stare al centro del mondo, dove succedono le cose. Per lo stesso motivo, oggi vado ad abitare a New York.

Ed è così che la penso anch’io: New York è la Roma imperiale dei giorni nostri. Ma -o forse proprio per questo- è anche un posto dove ognuno può trovare la sua città privata dentro alla città di tutti. Un posto dove si può scegliere se scintillare in quella che i nativi americani della foce dell’Hudson nella loro lingua (l’unami) chiamavano Mannahatta -la land of many hills-, oppure stare a guardare il mare senza vedere nemmeno un grattacielo, scintillando in altri modi e luoghi.

Ancora Cognetti: “Io preferisco la mattina presto alla sera tardi. Preferisco i margini di Brooklyn a tutti i possibili centri di Manhattan. Preferisco i marciapiedi deserti alle strade gremite, le vecchie fabbriche in mattoni rossi ai grattacieli. Non è New York a essere così, sono io. Il marciapiede deserto sono io. La fabbrica di mattoni rossi sono io”.

E in effetti il primo estratto dal libro, quello con cui inizia questo pezzo, l’ho scelto, sì, perché rappresenta bene Cognetti, ma perché in fondo somiglia anche a me: per motivi che in questo momento non è importante io vi stia a raccontare perché non stiamo parlando di me, una cosa di New York che per me conta molto è appunto il mare.

Le nostre due New York non sono uguali: io ho la mia, lui ha la sua, sono molto simili in certe cose ma anche molto diverse in altre. La cosa straordinaria, però, è che possono coesistere; possono essere reali e vere entrambe, e noi viverci dentro, ognuno nella sua.

Sempre Cognetti: “Il punto non è il paesaggio che hai intorno, ma il modo in cui ci vivi dentro. Le parti di mondo che osservi più spesso sono quelle in cui riesci a rifletterti, le cose che ti colpiscono sono scoperte di te. Probabilmente amo New York anche per questo: perché, tra le infinite città che contiene, ce n’è una che mi somiglia come se l’avessi inventata io”.

È meraviglioso che un libro così piccolo possa contenere tanta bellezza. È meraviglioso che ti faccia venire voglia di cadere in quelle pagine e andare in giro su quella bici, o anzi: su una bici vicina, di fianco all’autore.

Una mia vecchia insegnante di teatro, tanti anni fa, parlando di che cosa fosse la bellezza oggettiva ci diceva: “Su ciò che è o non è carino, su ciò che è o non è emozionante, ognuno la pensa a modo suo; sul BELLO, invece, siamo tutti d’accordo”.

Credo sia lo stesso anche per l’amore: quella che queste pagine contengono è una tale dichiarazione d’amore e di resa a New York che non potrete non amarle molto, non immaginarvene parte, non voler trovare un posto nel mondo che vi faccia sentire vivi con la stessa intensità.

Io sono convinta che ognuno di cuore del mondo ne abbia uno suo (e forse il mio avete capito qual è): può essere New York, Roma, un villaggio in Siberia, un’isola di pescatori oppure invece la città in cui sei nato e cresciuto, o ancora quella dove hai fatto l’università o trovato lavoro e dove stai bene e vuoi fermarti a vivere. Il nostro cuore del mondo, però, il nostro centro della Terra, può sì essere diverso per ciascuno di noi, ma deve avere una caratteristica fondamentale: farci sentire capaci di un amore così, di un bene di quel tipo verso la sua bellezza e la sua bruttezza, e verso le strade, gli alberi, le sirene delle navi (o qualunque altro rumore ci sia, foss’anche il canto di un gallo o il silenzio più assoluto); farci sentire capaci di essere vivi; farci trovare tutta la vita lì davanti: finalmente possibile, finalmente prensile, finalmente nostra.

Per quanto mi riguarda, quando sono atterrata a New York sono stata vinta da una felicità fino ad allora mai provata: mi trovavo nel luogo che aspettavo di vedere da tutta la vita e sentivo di essere, per la prima volta, dalla parte giusta dell’oceano Atlantico; mi guardavo da fuori e vedevo la mia puntina finalmente conficcata nel punto giusto sul planisfero. Non avevo mai visto New York, eppure, in qualche modo, stavo conoscendo casa mia.

Cognetti dice: “Da dove mi trovo adesso, a New York e nella vita, l’est è un ricordo da gettarsi alle spalle. Tutte le mie preghiere guardano verso ovest”.

Anche le mie, Paolo. Anche le mie.