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Questa frase di Enzo Baldoni, rapito in Iraq nell’estate del 2004 e “giustiziato presumibilmente in data 26 agosto” (cioè oggi), la conservo con cura da quell’estate lì: avevo 18 anni e mezzo e già allora mi sembrò una delle cose più belle che avessi mai letto. Scritta da un uomo ignaro della morte che l’avrebbe trovato di lì a poco, un uomo spavaldo e burlone, che aveva il cuore simile al mio: capace di emozionarsi, più che di avere paura, all’idea di poter eventualmente morire sotto a un cielo antico come quello iracheno, tra il Tigri e l’Eufrate.
Sono certa che scherzasse e basta, e che quella fosse appunto spavalderia, e che chissà cos’ha provato, davvero, quando ha capito che stava per morire. Però è bello pensare, anche se forse è una bugia, che sotto a quelle stelle antiche come la notte sia morto felice.

“Guardando il cielo stellato ho pensato che magari morirò anch’io in Mesopotamia, e che non me ne importa un baffo, tutto fa parte di un gigantesco divertente minestrone cosmico, e tanto vale affidarsi al vento, a questa brezza fresca da occidente e al tepore della Terra che mi riscalda il culo. L’indispensabile culo che, finora, mi ha sempre accompagnato”.

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(Immagine: Mauro Biani – Il manifesto).