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«Today I had a thought.
What if I… What if I had never met you?»

(Carrie alle sue migliori amiche, l’ultima sera a New York prima di trasferirsi a Parigi).

Ieri, 10 anni fa, la HBO mandava in onda l’ultima puntata dell’ultima serie di SATC, la serie tv che ha cambiato per sempre le serie tv, un po’ come i Beatles hanno fatto con tutta la musica che è venuta dopo (almeno stando a quanto dice mio padre, giacché a me i Beatles -e lo dico consapevole di attirarmi auguri di morte e crocifissione- non piacciono).

Festeggio le mie ragazze, Charlotte, Miranda, Samantha e Carrie, con questa citazione meravigliosa presa da An American Girl in Paris, Part Une (l’ultima puntata è divisa in due episodi, An American Girl in Paris, Part Une -quello in cui Carrie si trasferisce per sempre a Parigi- e An American Girl in Paris, Part Deux – quello in cui dopo venti giorni a Parigi si ri-trasferisce a New York-, entrambi indimenticabili, entrambi per sempre scolpiti dentro al mio cuore).

Qui, un altro pezzetto tutto da piangere, questa volta da An American Girl in Paris, Part Deux: l’ho appena rivisto e ho come sempre le lacrime agli occhi. Da quando Charlotte è nella casa ormai vuota di Carrie e parte la segreteria ed è Big, e lei è lì seduta sul letto che sta a sentire zitta e quando lui dice «I can’t lose you again Carrie. I love you», prende il telefono (che bel momento, quello lì) e dice «Hi, it’s Charlotte» (cuori, mille cuori), a quando Big arriva al loro solito caffè e le altre due sono incazzate come due iene, alla frase di lui che le scioglie «Look, I need your advice. You three know Carrie better than anyone. You are the loves of her life. And a guy is just lucky to come in fourth», fino naturalmente al «Go get our girl» di Miranda, che mi sconquassa i condotti lacrimali ogni volta.





Auguri, ragazze. Anche se non esistete, vi voglio bene. E, come dice Paolo Cognetti in New York è una finestra senza tende: «New York è fatta di isole, ponti, palazzi, e di infinite pagine di carta. È popolata da otto milioni di abitanti e da quelli che nessuno si è mai messo a contare, i personaggi che vivono dentro i racconti, i romanzi, le poesie*. Questa città è un luogo fisico e un luogo della mente, e per ricordarmelo, a volte, invece di usare il nome di New York ho usato l’altro. La città degli scrittori e delle storie. Gotham».

*(E i film, e le serie tv).
Quindi anche voi ci siete davvero, in qualche modo. Auguri.

(Ah, a proposito di universo reale e immaginario che s’incontrano -com’è anche giusto che sia, diamine-, questa l’ho scattata durante il mio viaggio a New York dello scorso novembre. Sono capitata in zona per caso: ero lì vicino, NON POTEVO NON.
Qualcosa nel mio cuore si sarebbe accartocciato e spento, se non ci fossi andata. Perciò, appunto, ci sono andata.
Ragazze: questo è il numero 66 di Perry Street.
Casa di Carrie).


Perry St.


P.S. Kristin, questa primavera vengo a vederti recitare a Londra, al mitologico Theatre Royal Haymarket nel West End, in questo spettacolo qua. E se ci penso mi viene già (o di nuovo, in questo caso) un po’ da piangere per l’emozione, mi viene.