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Siccome siamo a metà febbraio ed è già tardi ma poi diventa davvero TROPPO tardi e non ha più senso farlo, son qui a scrivere i miei propositi per l’anno nuovo. O meglio: non i propositi, ma i desideri. Le cose che chiedo a questo 2014 di farmi la cortesia di realizzare, i buoni propositi che lui, lui 2014, deve mantenere con me.

Sono solita farla ogni anno, questa cosa di chiedere all’anno appena iniziato il favore di realizzare alcuni miei desideri.

Al 2011, per esempio, avevo chiesto “2011, sorridimi. Siimi roseo. Amami. Stupiscimi (sempre in bene)”. E il 2011 l’ha fatto. L’ha fatto come poteva, nel senso che non mi ha stupita sempre in bene e a volte non mi ha amata, ma ha impiegato tutte le sue forze per far sì che, la maggior parte delle volte, la mia richiesta fosse ascoltata, i miei desideri esauditi. Sono cambiate tante cose e posso dire che è da lì che hanno preso il via le vere svolte, quelle fondamentali.

Il primo gennaio 2012, l’anno dopo, avevo chiesto “2012, portami a ballare”, intendendo naturalmente non l’andare a ballare come atto in sé, ma qualcosa di grande, di bello, un ballo interiore, una svolta di vita. E oh, se il 2012 l’ha fatto! L’ha fatto eccome, facendo germogliare alcune cose piantate l’anno prima, dandomene di nuove e inaspettate, e regalandomi, come poi scrivevo all’inizio dell’anno successivo, la sola che davvero desiderassi più di (e prima di) ogni altra: un lavoro che mi facesse alzare contenta la mattina.

All’inizio del 2013, però, ho fatto uno sbaglio: sono stata ingenua e ho chiesto troppe cose (se volete leggerle tutte, eccole QUI). Ho commesso l’errore degli impazienti: ho desiderato tutto subito. Il bello è che io neanche lo sono, una persona impaziente, ma anzi: sono una persona che sa aspettare fin troppo, che ha sempre avuto fin troppa pazienza. Lì, ecco, ho avuto la conferma del fatto che forse sia la cosa migliore: saper aspettare, non chiedere a se stessi e al mondo che tutto succeda immediatamente, ma fare un piccolo passo per volta. Tanto le cose cambiano, vanno avanti e accadono/arrivano comunque. Non è necessario che lo facciano subito, no? Non c’è bisogno che accada tutto insieme. Ogni avvenimento ha il suo momento, e chi sono io per sapere qual è?

Di una cosa però sono sicura: che, anche quando non me ne sono resa conto, il 2013, pur essendo difficile, pur essendo a volte cupo, ha fatto il possibile per accontentarmi. Sono certa che non si sia risparmiato, e anche certa che, se alcune cose non sono successe, è solo perché lui non poteva fare altrimenti: quelle cose lì non erano in suo potere. Non era ancora venuto il momento, per quelle magie lì.

In altri casi, sono sicura che abbia aperto canali e strade che ora non vedo ma che ci saranno, e che prima o poi inizierò appunto a scorgere in lontananza, oppure a percorrere di botto un giorno, tuffandomici dentro, cadendoci sopra. Perché non è detto che le cose non successe non ci siano: magari ci sono in potenza, non ancora in atto. Magari il terreno va preparato. Forse un anno, o due, o tre, seminano, e il quarto anno -o quando meno te lo aspetti- ti trovi a raccogliere, a veder germogliare, a veder accadere.

Sì, sono certa che sia così. Che ci siano cose non ancora successe perché non era ancora il loro momento, il loro anno, e altre cose invece a lunga lievitazione: cose per cui il destino sta solo preparando il terreno, arando, seminando (eccetera), perché è così che deve essere.
Lo penso per una cosa in particolare: la porta segreta.
Al 2013, tra le mille e cento cose chieste (per esempio: “Realizza un sogno che ancora non so di avere. Insegnami a vivere all’incrocio dei venti. Insegnami che l’impossibile è possibile, e, soprattutto, che è possibile anche il possibile, perché è quello che ho più bisogno di sapere. Fa’ che ci siano altre fiere del chi l’avrebbe mai detto, e che siano eclatanti”) avevo chiesto anche questo, forse la cosa a cui tenevo di più: “Apri una porta segreta sul mio cammino”.

Neanche sapevo di che parlavo esattamente, ma sapevo che, nonostante nemmeno io fossi a conoscenza di che cosa potesse nascondersi dietro a quella porta che chiedevo in dono, era quello il desiderio a cui tenevo di più. Quello lì, anche se non era un desiderio preciso, e non era il volerci trovare dietro una cosa o vita specifica, ma il dire anzi alla vita: te ne prego, sorprendimi con ogni mezzo che hai.

Ebbene, io ci credo. Credo al fatto che, anche se per ora non posso vederla, il 2013 l’abbia fatta, quella cosa per me: che l’abbia aperta, quella porta segreta. È vero che io, ingenua come una pigna come mio solito, chiedevo anche di trovarla, varcarla, oltrepassarla, certo. Ma ora ho capito, ho finalmente capito: il fatto che io non l’abbia ancora trovata, il fatto che io ancora non la veda -e nemmeno intraveda da lontano- non significa che quella porta, da qualche parte, in un punto della mia strada, a una qualche altezza in questo corridoio che percorro, non sia già stata aperta.

Perché io mi fido, dei desideri che esprimo. Mi fido di loro e mi affido a loro, affinché accadano. Anche quando non so bene nemmeno che cos’ho chiesto esattamente, come in questo caso. “Apri una porta segreta sul mio cammino”: se è segreta, chi lo sa su che cosa si aprirà, e quale sarà la stanza, o la vita, o il terrazzo, o il giardino, oppure l’altra strada a cui porterà. Non ho chiesto di sapere, ma ho chiesto a lei di aprirsi. E so che, dietro a una qualche curva nascosta, dietro a qualche angolo a cui ancora non sono arrivata, lei mi ha ascoltata, e il destino mi ha sentita, e il mio desiderio si è già realizzato.

Perciò a questo 2014 chiedo solo una cosa: 2014, mi senti? Fammela trovare. Aperta lo è già, tu mi ci devi solo far arrivare. Non ti chiedo di portare lei da me, perché essendo una porta non è lei a potersi muovere, no? Esatto: quella che sta percorrendo questa benedetta vita, questo corridoio, questa strada (comunque la vogliamo chiamare, ci siamo capiti), sono io. E allora io non ti chiedo niente che tu non stia già facendo: fammi continuare ad andare, e fammela trovare. Voglio varcarla e oltrepassarla e vedere che cosa c’è dietro.
Se non puoi fare tutto questo, se non è ancora in tuo potere, almeno portami più vicina che puoi. Ma preferibilmente fammela trovare.

L’anno scorso, quando l’ho immaginata e l’ho chiesta, me la sono figurata piccola. Una piccola porta da nani. Si sa che le cose segrete devono essere così: piccole e magiche. Ho immaginato me stessa lungo questo corridoio buio, camminare e trovare finalmente questo pomello, o questa maniglia, e abbassarla, e realizzare che si apre perché appunto la porta non è più chiusa a chiave, e passarci attraverso, e vedere dove mi porta. È bella, no, questa cosa? Le porte portano. Apro una porta perché mi porti da qualche parte.

Adesso la scena è cambiata, è migliorata: immagino questo corridoio buio e non vedo nessun pomello, o maniglia. La porta è già aperta, è spalancata.

L’altro giorno ho letto una cosa molto bella che ha scritto la mia amica Ljuba, una citazione che ha trovato non so dove:

God only gives three answers to prayer:
1. Yes!
2. Not yet.
3. I’ve something better in mind.

Ecco, diciamo che io ‘Dio’ preferisco sostituirlo con la parola destino, perché come tutti i codardi che non sanno dire sì del tutto o no del tutto a Dio, penso di crederci ma in un modo molto mio. Credo fermamente nel destino, ecco, ma da intendersi anche alla spagnola, giacché in spagnolo vuol dire meta, destinazione. Un’altra volta magari approfondiamo la mia idea precisa di destino, che non si limita per nulla al credere che sia tutto già preordinato, deciso, organizzato, ma che vede la vita come una sorta di libro-game, quelli con i finali altenativi che andavano molto verso la metà degli anni Novanta. Credo che per noi ci siano una serie di vite possibili, quelle sì già scritte da qualche parte, in una sorta di Grande Libro dei Destini, e che poi le nostre scelte, consapevoli o inconsapevoli, plasmino un cammino che ci porta a far chiudere delle porte (anche senza che lo sappiamo e magari senza che nemmeno le abbiamo mai viste), e a lasciarne aperta una. Le vite dietro alle porte che si chiudono diventano mai-vite, cioè le vite che avremmo potuto avere ma non avremo, e quella dietro alla porta aperta diventa il nostro destino, la nostra destinazione.
Questa porta segreta vorrei che fosse la deviazione inaspettata, lo scarto improvviso, il destino che si manifesta in tutt’altra direzione rispetto a quella prevista: quella che non osavo immaginare, o che sì, sognavo, ma senza sapere come poterci arrivare. Il mio desiderio più grande sarebbe comunque che fosse una cosa di cui ancora non ho idea, e che però, anche senza che io lo sappia, è l’unica possibile.

Sì, la penso davvero come dice quella citazione lì. Il destino (che oltre a essere la destinazione è anche la forza nascosta che guida il treno, è la meta ma è anche il viaggio e soprattutto è lo scopo) dà solo tre risposte ai desideri: sì; non ancora; ho qualcosa di meglio in mente.

Il fatto che io ancora non la veda non significa affatto che la mia porta segreta non sia già aperta. Ne sono certa: so che si è aperta quando gliel’ho chiesto, quindi se voglio trovarla non mi resta che chiedere di poterla trovare.

2014, mi fido di te. Desiderio che ho espresso, mi fido anche di te.

[E voi? Che cosa chiedete, voi?]