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[Nel senso: che non è mai stata pubblicata, proprio]

Riassumo brevemente: nell’estate del 2011, grazie a un amico comune che ci presentò (Tommaso, grazie!), intervistai Alberto Bianco, in arte Bianco, giovane cantautore torinese bravissimo di cui era uscito da poco il primo cd: Nostalgina. L’idea originaria era d’intervistarlo per una roba online su cui scrivevo (gratis) all’epoca, ma poi decidemmo tutti insieme (io, lui, la casa di produzione) che l’intervista era venuta fuori così bella, ma così bella, che volevamo provare a farla uscire su un magazine musicale vero, anziché sul giornale online generico su cui scrivevo (gratis) io. Chiesi quindi al mio compagno di liceo e amico fraterno Nicolò, che fa il fotografo, di venire a Torino e scattare ad Alberto delle foto, così da avere delle immagini esclusive per la nostra intervista bellissima. Lui venne, organizzammo un pranzo tutti insieme a casa mia (io, Alberto, Nicolò e anche Tommaso, che era appunto l’amico che ci aveva presentati, permettendomi di scrivere l’articolo), e dopo questo pranzo Nicolò scattò le foto. All’ultimo ci sembrò bello avere una chitarra con cui far posare Alberto, che però non aveva dietro la sua. Telefonai al mio coinquilino del tempo -faceva il batterista- e lui mi diede il numero del chitarrista della sua band, che poteva portarmi sì la chitarra, ma solo di lì a un paio d’ore. Noi di tempo ne avevamo poco, e così finimmo col coinvolgere due suonatori zingari che passavano per caso nella via in cui abitavo, portandoceli dietro per metà pomeriggio e pagandoli in soldi e sigarette: fu molto divertente.

L’intervista, grazie a quelle foto, non era più bellissima: era diventata una cosa pazzesca. Ci sembrava scontato e semplicissimo che Rolling Stone o XL o un qualunque altro magazine potessero volerla e accogliercela a braccia aperte, anche se io non ero assolutamente nessuno.

Aspettammo, ci provammo. Ci provammo in molti modi. Io le speranze non le persi mai, ma fu tutto vano: non ci -non MI- cagò mai nessuno. L’intervista, quest’intervista bellissima (perché davvero, bando alla falsa modestia che è la cosa più odiosa che ci sia al mondo: è un’intervista BELLISSIMA, soprattutto, chiaro, per le risposte di Alberto e le foto di Nicolò), non fu mai pubblicata da nessuna parte. Mai.

Rimane uno dei dispiaceri più grandi della mia vita. Ho deciso pertanto, con il consenso di Alberto Bianco (cuore) e di Nicolò Filippo Rosso (immagini), di pubblicarla qui. Anche se è vecchia, anche se sono passati due anni e mezzo, anche se nel frattempo sono successi altri mondi e altre galassie, e Alberto non solo ha pubblicato un altro disco (Storia del futuro), ma ha fatto un’altra quantità di cose, le più notevoli delle quali sono aver lasciato finalmente il lavoro all’autonoleggio e aver aperto i concerti di Niccolò Fabi per un’intera tournée (per citarne, davvero, solo un paio).

Questo non è un magazine di musica, non è un giornale, e non è certo qui che doveva stare. Era giusto, però, che fosse pubblicata. Era giusto che qualcuno, prima o poi, la leggesse.

Un grazie speciale al mio amico Tommaso: noi tre (io, Alberto e Nicolò) eravamo già tutti d’accordo sul pubblicarla qui, ma la sottoscritta, in mancanza sia del pc che aveva all’epoca, sia della collaborazione della vecchia e mai più utilizzata casella mail su cui ne aveva archiviato varie copie, non riusciva più a trovarla. È stato Tommaso a recuperare sul suo pc sia l’intervista sia le foto, e a mandarmele, senza scomporsi. Grazie Tommy! E buona lettura a voi tutti.

(Sì, l’intervistato di cognome fa Bianco e il fotografo Rosso: ci abbiamo riso su anche noi. E sì, ci sono casi in cui le mie domande sono più lunghe delle sue risposte: a mia discolpa posso solo dire che sono un’entusiasta di natura, e che questa era la prima intervista che facevo in vita mia).

 

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Bianco by Nicolò Filippo Rosso

Foto di Nicolò Filippo Rosso

 

Bianco by Nicolò Filippo Rosso

Foto di Nicolò Filippo Rosso

 

«Se è vero che Torino ha molti cuori, buona parte dei quali se ne sta acquattata in riva al Po o nelle sue vicinanze, è vero allora che i Murazzi sono le sue viscere pulsanti e radioattive. Sono il limbo in cui vive tutto ciò che cede al sonno solamente quando, come scriveva uno dei cinque Subsonica nel duemila e qualcosa, anche “la notte cede al giorno il piedistallo del cielo”. E’ qui che l’aria odora di albe, di piscio e di fiume, è qui che succedono le cose, si fa musica, ci sono i musicisti, ed è sempre qui che nasce Bianco, ormai un intero inverno fa.

In arte si chiama Bianco e suona, di nome Alberto Bianco e lavora in un autonoleggio, in anagrafe è registrato come nato nell’84, in arte precisamente non si sa.

Il fatto è che ha suonato di tutto, da sempre, anche il punk. La svolta è arrivata quando è venuto fuori il suo lato più strettamente cantautorale e lui gli ha dato nome Bianco, portandolo a esibirsi sul fiume.

Ecco, è giunto il momento di dirlo, a beneficio dei non torinesi: i Murazzi sono locali ricavati da ex rimesse per le barche. Da queste parti è passata l’intera storiografia musicale cittadina, ed è qui che Bianco ha appunto iniziato i suoi quarti d’ora chitarra e voce da Giancarlo, il locale più vecchio e mitico di tutti.

Quarti d’ora, esattamente. Aveva suonato qualunque cosa, e con chiunque, ma di Bianco e basta c’erano ancora poche canzoni e il tempio murazziano per eccellenza gli sembrava una cosa enorme per poterci suonare più di quindici minuti per volta.

Cominciò però a farlo tutti i giovedì: un quarto d’ora ogni settimana. Qui il caso, non a caso, fece sì che a sentirlo ci fosse spesso Davide Pavanello, frequentatore assiduo di Giancarlo e componente dei Linea 77. Passarono spesso mezz’ore e ore intere a parlare, dopo i quindici minuti di concerto di Bianco, e una di quelle sere Davide detto Dade gli disse «Tu dovresti fare un disco. Vorrei essere il tuo produttore. Che ne dici, ti va?»

Chiaramente, lui disse di sì. Da quel momento sono trascorsi diversi mesi, e in mezzo ci sono state, come scrive Bianco sulla sua pagina Facebook, «giornate e nottate di musica, sognata e vissuta dalla prima all’ultima nota», che hanno portato a un disco di debutto intitolato Nostalgina (sì, come la nostalgia e la Novalgina), molti concerti, il primo video (Mela), il tour insieme ai Linea 77 e l’apertura dei loro live, l’apertura di un concerto di Niccolò Fabi, il secondo video (Raccontami) e, a novembre, la proclamazione di Bianco come artista del mese da parte di Mtv New Generation.

Si è fatta molta strada da quell’inverno di quarti d’ora, che poi era solo un inverno fa. Alberto Bianco si è anche sposato. Noi cercheremo, in quest’intervista, di conoscere meglio il Bianco musicista. Di capire chi è, che cosa sogna e perché, lasciando spazio persino a qualche piccola curiosità; quali sono le sue paure, i suoi miti, le sue inconfessabilità. Parleremo di Bianco con Alberto Bianco: eccolo qua.

 

Bianco by Nicolò Filippo Rosso

Foto di Nicolò Filippo Rosso

 

Bianco by Nicolò Filippo Rosso

Foto di Nicolò Filippo Rosso

 

Domanda: Il fatto che Davide Pavanello ti abbia “scoperto”, ascoltato da Giancarlo, si sia proposto come tuo produttore, credendo molto in te, è una di quelle cose stupende che un giovane artista sogna chiedendosi «Ma a me succederà mai?». Prima di quel momento avevi mai pensato seriamente di poter pubblicare un disco? E, se non fossero arrivati Davide e la INRI, come pensi che ti staresti muovendo per far conoscere te e la tua musica?

Bianco: Una delle cose più belle di tutto questo progetto e di questa sua fase iniziale penso sia proprio il mio incontro con Davide. Non mi sono mai chiesto se sarebbe successo, ma un po’ ci speravo. Ho sempre stimato e ammirato il suo gusto musicale e artistico. Immaginavo che il fatto di poter anche solamente parlare della mia musica insieme a lui avrebbe incallito la mia convinzione di suonare, e così è successo.
Non so bene che cosa starei facendo in questo momento se Davide e la sua INRI non mi avessero incontrato, sicuramente starei cercando da solo il modo per suonare il più possibile e per crescere musicalmente.

Qual è la situazione, o il luogo, in cui ti senti più ispirato per scrivere?

A me piace scrivere quando arrivano le parole. Ho mille foglietti sparsi per tutte le tasche dei miei vestiti, il cellulare pieno di note, il computer con i tasti trasparenti.
Non ho un luogo preferito o un momento. Mi affido al flusso incostante della mia creatività: passano giorni in cui non prendo in mano la penna e altri in cui non faccio altro che scrivere o ricordare quello che mi è sembrato di aver pensato.

Torino. Qualunque cosa ti venga in mente su che cosa sia Torino per te.

Torino è il mio paese, è la casa dei miei amici, è l’ambiente dove è nata fino ad ora la mia musica.
La combinazione di colori, odori, amori di questo posto è la benzina per l’emisfero destro del mio cervello.

Cito due cose da A lavorare, la quarta traccia dell’album: “Lavoro no, questo non mi va / la musica è aria / ne respiro un po’ / ma l’affitto è puntuale” e “Piacerebbe anche a me vivere di cachet”. Tu lavori part-time in un autonoleggio, e per il resto del tempo fai musica. Qual è il timore maggiore che si ha quando si investe così tanto in un sogno?

Il mio timore è quello di dover smettere un giorno di dedicare così tanto a questo sogno. Mi piacerebbe trovare un tesoro e suonare senza l’inquinamento dato dal pensiero di dover guadagnare dei soldi.
Tu hai un tesoro da prestarmi?

La tua giornata tipo?

Mi sveglio presto, tipo alle 7.20, vado a lavorare, e cerco di non permettere a quelle quattro ore di rovinarmi l’intera giornata. Dopo pranzo mi chiudo in studio a provare o, quando si può, a scrivere cose nuove. Non so mai bene a che ora andrò a letto.

L’ultima volta che hai pensato «Adesso lascio perdere tutto, sogni, musica, e vaffanculo».

Succede abbastanza. Non troppo ma abbastanza.
La situazione italiana in questo momento è molto difficile per un artista emergente.
Ogni volta che parlo con un promoter o con qualcuno che in teoria dovrebbe “pagare” mi viene voglia di smettere, non tanto per la questione economica, ma per il fatto che è un mestiere sempre più sottovalutato.
Ma pensate ad un mondo senza musica…

L’ultima volta che hai pensato «Ho fatto bene a non lasciar perdere mai i sogni, la musica. E vaffanculo!»

Questo pensiero grazie a Dio mi accompagna ogni giorno. Ogni minuto.

C’è una frase, molto bella e già molto citata, contenuta in Splendidi, in cui canti “Sarebbe un sogno mantenere un figlio con il rock, avere una famiglia sana ed uno stereo”, e in un’intervista che hai fatto per la web radio dell’Università di Torino dici «Sicuramente mi piacerebbe essere una persona responsabile facendo questo tipo di vita, la vita del musicista. Secondo me è una cosa fattibile, cioè conosco gente, esistono! Sono persone adulte con le loro responsabilità e fanno questa vita qua». Partendo da questo presupposto, diciamo da questo proposito di vita, tu come ti vedi tra una decina d’anni? Che cosa non farai più, che cosa invece farai di più, che cosa farai sempre, e che cosa farai che adesso non puoi ancora fare?

Tra una decina di anni ascolterò quello che sto suonando adesso come l’opera di un pivello, probabilmente diventerò noioso e super critico.
Spero che la passione per la musica non svanisca mai, che cresca e che possa diventare la mia vita, in tutto e per tutto.
Sì, mi auguro di poterne fare sempre di più, di avere montagne di tempo da dedicare alla musica.

Qual è il disco, il musicista, il gruppo, che nella tua vita ti ha fatto dire per la prima volta «Io voglio fare questo mestiere»?

Sicuramente i Medusa.
Li ascolto da quando sono bambino e sono cresciuto ai loro concerti.
Mi hanno insegnato molto su come usare la musica per dire delle cose che altrimenti rimarrebbero dentro a marcire.

Qual è la canzone che sei più fiero di aver scritto?

Arpeggi e sigarette. È quella che in questo momento mi rappresenta meglio.
L’ho scritta solo ed esclusivamente per me stesso.
Sono stato egoista.

Tiziano Ferro dichiarò a Rolling Stone di essere andato più volte in incognito ai concerti dei Linea 77, e di essersi proposto lui per quella famosa collaborazione che ci fu in una canzone contenuta nell’album Horror Vacui. Cristina Donà, in un vecchio programma di top ten “vip” su All Music, incluse nella sua classifica Toxic di Britney Spears, dicendo che si trattava di un pezzo pop perfetto, e che non c’era motivo di non apprezzarlo solamente perché lei faceva musica completamente diversa. Per finire, in una vecchia intervista Riccardo Cocciante disse che la sua band preferita in quel momento erano i Korn. Ci si potrà stupire, ma è indubbio che un musicista possa ascoltare e amare anche cose molto lontane da quella che è la sua musica. Per te forse vale un discorso un po’ diverso, perché prima hai suonato di tutto, anche il punk. Qual è però la musica più “inaspettata” che ascolti? La cosa più diversa da te (non solo dall’ultimo, anche eventualmente dai te passati) che apprezzi? Anche inconfessabile.

Io mi emoziono ogni volta che ascolto Gli anni degli 883.
È un problema che ho da tantissimo tempo, ma quella e altre loro canzoni mi fanno questo effetto.
In realtà non li ascolto spesso, anche se vorrei; però rimangono lì, ai piani alti della mia classifica.

In Bum, la seconda traccia dell’album, canti la crisi del mercato discografico e ti auguri la sua rinascita. Al giorno d’oggi in Italia sembra che ci si possa far conoscere al grande pubblico solo attraverso i talent show, e che quello sia l’unico modo per arrivare ad un successo di una certa estensione, per non sentire e subire, appunto, la crisi. Credi che ci sarà prima o poi un’inversione di tendenza?

Penso che la squadra della musica pura tornerà a vincere; le persone capiranno che sono più importanti i contenuti rispetto a un acuto altissimo.
Sicuramente i talent show e i cantanti di successo hanno il potere di arrivare a chi della musica se ne frega e bada più all’interprete che alla canzone, ma questo è un fenomeno destinato a scemare: il mondo di internet, e cioè il vedere e l’ascoltare quello che ti interessa davvero, porterà ad un’inversione di tendenza molto presto.

Internet e musica. Musica da scaricare. MySpace, Facebook, player multimediali, mille nuovi modi per farsi conoscere da parte di chiunque, per diffondere qualità, o a volte anche no. Quale pensi che sia la cosa migliore di questo nuovo modo di diffondere la musica e di fruirne? E, di contro, la cosa peggiore?

Proprio per il discorso di prima è importante essere presenti e “belli” su internet: è una piattaforma enorme che bisogna sfruttare al meglio. Chiaramente tutti possono accedervi e quindi la qualità non è sempre ottima.
La cosa migliore è la velocità. Penso a Bon Iver e ho già il disco. La cosa peggiore è la velocità. Penso a Bon Iver e ho già il disco. Ma il negozio di dischi?

Nuovissime tecnologie e musica. Björk e il suo Biophilia, uscito a fine settembre, che non è un album ma un’applicazione per iPad che associa alle canzoni esperienze grafiche, videogiochi minimali, tecnologia iperconcettuale. Morgan che annunciava, sempre per settembre, un suo disco interattivo «con uno stile molto stratificato, in cui l’iPad incontrerà la musica sinfonica e molti altri linguaggi». Bianco ne è affascinato e vede un futuro aperto alla sperimentazione?

Il video di Raccontami l’abbiamo girato tutto con l’iPad. Girato e montato in circa un giorno.
Personalmente mi affascina molto il progresso tecnologico, vorrei usufruirne di più, sperimentando nuove forme di promozione o addirittura di produzione.

In questo disco ci sono diverse collaborazioni. Una su tutte: quella con Gionata Mirai del Teatro degli Orrori. In futuro, e sognando anche alla grande, esageratamente, idealmente, con chi ti piacerebbe collaborare?

Vorrei fare un disco con uno squadrone pazzesco composto da Davide Pavanello, Gionata Mirai e Alberto Ferrari.
La vedo difficile ma sarebbe molto divertente.

Visto che ad agosto hai aperto un suo concerto, prendiamo da lui un piccolo spunto: Niccolò Fabi tanti anni fa cantava il fatto che i suoi capelli fossero inscindibili dal suo essere, dalla sua persona. Senza che cosa Bianco non sarebbe Bianco?

Non sarei Bianco se sapessi che cosa dire tra una canzone e l’altra ai miei concerti.

La cosa più emozionante che ti è capitata da quando Nostalgina è stato pubblicato?

Ci sono stati tanti episodi incredibili, ma la cosa più bella è stata sentir cantare il pubblico al concerto di presentazione di Nostalgina, circa 3 settimane dopo l’uscita del disco.
Ho rischiato di commuovermi.

Una domanda che avresti voluto sentirti fare (da me o da chi ti ha intervistato prima) e non ti è stata fatta? Scrivila e rispondi!

Ma chi sono i musicisti che suonano con te dal vivo?
Sono Gianluca Mangione alla batteria, Fabrizio Porro al basso e Eugenio Odasso al pianoforte. Grazie».

(Intervista ad Alberto Bianco dell’estate 2011, di Francesca Pellas. Foto di Nicolò Filippo Rosso, ottobre 2011).

 

Bianco by Nicolò Filippo Rosso

Foto di Nicolò Filippo Rosso

 

Bianco by Nicolò Filippo Rosso

Foto di Nicolò Filippo Rosso

 

Bianco by Nicolò Filippo Rosso

Foto di Nicolò Filippo Rosso