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Bene, come spiegavo QUI, ho da poco deciso d’inaugurare una rubrica di recensioni e blablabla, in cui parlare di tutte le ultime cose che ho letto e mi son garbate, o che ho visto al cinema e mi son garbate. Come spiegavo appunto nel post che ho linkato alla prima riga -ma che immagino siate stati troppo pigri per aprire-, «io leggo tanto e vado tanto (tantissimo) al cinema. Come tanti. E, come tanti, ho deciso che adesso, quando mi andrà, quando riterrò necessario farlo per fermare una cosa bella o semplicemente per dire la mia, farò una recensione per ognuno dei libri o dei film che mi andrà di recensire. Anche per non parlare sempre dei cazzi miei, cosa che faccio fin troppo e mi viene fin troppo facile. Perché ho preso questa decisione? Così, perché mi va. E per trovare altri modi, forse, di parlare dei cazzi miei attraverso le cose che mi sono piaciute».

In questa seconda puntata della rubrica di recensioni e blablabla, parliamo di film. Vado appunto molto al cinema. Una volta a settimana quando butta malissimo, diversamente non dico tutti i giorni, ma quasi. I film che ho visto nelle ultime settimane sono quindi parecchi. Nemmeno l’essere a New York, e il dovermi pertanto -com’era giusto- godere New York, ha saputo fermarmi: sono riuscita ad andare al cinema anche là. Scoprendo che hanno poltrone più grandi e mobili, nel senso che sono delle specie di giganteschi dondoli imbottiti (non dondolano tantissimo, ma ti ci puoi comunque dondolare un po’), e che fanno 45 minuti di trailer prima dell’inizio del film. Una figata.

Ma non voglio divagare. Iniziamo.

Tra le cose che ho visto e mi sono piaciute ultimamente, c’è il nuovo di Polanski, La venus à la fourrure (qui tradotto come Venere in pelliccia), che sono andata a vedere in lingua originale (francese) al cinema Centrale di via Carlo Alberto, dove vado ogni volta che posso, avendo deciso appunto che non vedrò più film doppiati se avrò la possibilità di vederli in lingua originale nelle due lingue straniere che conosco (inglese e francese). Così, perché è bene esercitarsi sempre e in modo costante, non impigrirsi, non lasciare che il cervello si addormenti, non cedere terreno all’accidia, soprattutto se, come me, quando eravate ragazzini l’inglese e il francese erano le vostre più grandi, più grandi passioni, insieme a Leonardo DiCaprio e Nick Carter dei Backstreet Boys. Non amando AFFATTO scaricare i film quando i film in questione sono ancora in sala, l’unica possibilità che ho di vedere i film attualmente in sala in lingua originale è quindi: andare al cinema Centrale -sia sempre benedetto-.

Dicevamo? Sì, La venus à la fourrure. Straordinaria Emmanuelle Seigner, bello il film, Polanski è il solito mito che si riconosce dal primo nanosecondo anche per la musica sconvolgi-budella che sceglie, e niente: voto sì.

Un château en Italie di Valeria Bruni Tedeschi. Ne avevo sentito parlare molto bene dai miei due cinematografari di riferimento (Paola Jacobbi e Mattia Carzaniga), ed ero quindi ben disposta. Non sono rimasta delusa. Voto: sì. Menzione speciale per Marisa Borini (una mia collega, amica di famiglia dei Bruni Tedeschi, che come saprete -e se non lo sapete sciò, siete sul blog sbagliato- sono torinesi, GARANTISCE che Marisa è Marisa normale e non Marysa come si trova scritto quasi sempre), madre di Valeria -e di Carla, ovviamente-, che recita credo per la prima volta ed è molto brava, molto divertente.

Il film che ho visto a New York: Hunger games, di Francis Lawrence, con Jennifer Lawrence e con coso, come si chiama, il fratello piccolo di Chris Hemsworth. Ah, sì, Liam Hemsworth. E poi altri attori di cui in questo momento francamente non ho la forza di stare a cercare il nome. Commento? MH. Non ho idea di quanto possa capirci chi non ha visto il primo capitolo della trilogia. Il film è ben fatto, ma io Jennifer Lawrence la sopporto poco, trovandola indubbiamente bella MA espressiva come un panzerotto scotto e dotata della stessa verve recitativa che potrebbe avere, non so, un mocassino? Ad ogni modo. Figo, effettoni, eccetera, ma in giro ho letto che la Lawrence sarebbe LA NUOVA MERYL STREEP e il mio commento è: hahaha. Hahaha. Assolutamente no. Devono sorgere ancora molti soli e molti secoli, prima che nasca la nuova Meryl Streep. E, quando sarà, non si tratterà di Jennifer Lawrence. Che cosa? NO. Ho detto di NO. Il mondo, l’universo e Meryl Streep meritano molto di più. Voto al film, comunque: MH.

Don Jon, di e con Joseph Gordon-Levitt. Voto: sì.
Ci recitano Scarlett Johansson e Julianne Moore. È la storia di questo sexaholic -anzi, pornaholic- interpretato appunto dal sempre caro Joseph Gordon-Levitt, che io personalmente amo molto sin dai tempi di 500 Days of Summer (un film delizioso, adorabile, indimenticabile). Gli attori in questo Don Jon sono bravissimi, ma detto di questi tre non è una novità. La cosa nuova è la regia: per JGL è la prima prova da regista. E, a mio modesto avviso, è una prova RIUSCITA. Ci sono idee molto carine, che mi sono piaciute e mi fanno credere che lui abbia un suo occhio interno giusto per la regia e per il raccontare storie piccole in modo speciale e non convenzionale. Sono contenta, per lui e per me che gli voglio del bene. Andatevelo a vedere.

Blue Jasmine, di Woody Allen. Il voto è ovvio: sì (beh, non così ovvio; To Rome with Love bello non lo era di certo). Cate Blanchett è pazzesca. Io non sono sua fan in modo particolare, ma in questo film è indubitabilmente pazzesca. E infatti è appena stata candidata ai Golden Globes come miglior attrice protagonista. Che altro? Sono contenta che Alec Baldwin sia dimagrito. Dopo il divorzio da Kim Basinger era diventato un cinghialotto, ma è chiaro che il successo di It’s Complicated con Meryl Streep l’ha tirato fuori dal vortice di salsiccette e hamburger in cui era finito e l’ha spronato a DARSI UNA MOSSA, come poi in effetti avevamo già constatato in To Rome with Love, dove un po’ dimagritino era già. Non dico niente sulla trama perché detesto in maniera profonda chi lo fa e penso che, a meno che non sia ESSENZIALE (e ogni tanto lo è, per carità, ma spesso no), la cosa migliore da fare sia LASCIARE CHE OGNUNO, QUEL CHE SUCCEDE NEL FILM, LO VEDA DA SÉ. Uh, menzione sconvolgimento a Sally Hawkins, che in Blue Jasmine interpreta la sorella di Cate Blanchett: è brutta di una bruttezza devastante, magra che sembra morta, piena di denti inutili, brutta proprio in modo fastidioso. Va bene che per recitare non bisogna esser belli, ma bravi, però il metterla di fianco alla Blanchett, che invece anche da pazza, anche coi capelli bagnati, anche con l’ascella pezzata è bella come una divinità del pantheon norreno, l’ho trovata una cosa inutilmente crudele.

Questione di tempo (in inglese About Time) del mio meraviglioso, immenso Richard Curtis, il regista di certi film che sono veri e propri CAPISALDI DELLA MIA INTERA VITA, cioè Quattro matrimoni e un funerale, Notting Hill, i due Bridget Jones (e Love Actually, che cito perché è suo e lo conoscerete senz’altro e a me piace molto, anche se non è uno dei CAPISALDI DELLA MIA INTERA VITA come gli altri quattro).
Uh, mi è piaciuto tanto. Mamma mia, quanto mi è piaciuto. Sono uscita di lì piangendo come un piccolo vitello in procinto di essere sgozzato, col cuore pieno di gioia, e di emozione, e boh, altre cose, alcune tristi, alcune bellissime e scintillanti. Richard Curtis è speciale. E le sue non sono AFFATTO semplici rom-com. Proprio no. Sono piccoli mondi speciali, speciali come lui. Svelano sempre qualche intima verità e devastante piccola bellezza della vita. Ti fanno venire voglia di essere felice, o di fare del tuo meglio per esserlo o per crederci. Ti fanno venire voglia di innamorarti, o di ridere, o di cantare, o almeno di volare a Londra subito, istantaneamente. Richard Curtis per me è tanto e, come tutte le persone che senza saperlo (scrittori, sceneggiatori, registi, musicisti) fanno o hanno fatto parte della mia vita, non so mai spiegare bene il come e il perché io voglia loro così bene senza iniziare a parlare a vanvera, come un’oca sciocca che non ha più idea di dove vuole andare a parare. Quindi la smetto qua. Sappiate però che, se lo trovate ancora in sala, dovete andarlo a vedere ora, subito, appena potete. Fa ridere e fa anche molto piangere. È delicato e spezza il cuore, e tutt’e due le cose contemporaneamente. Menzione speciale a Bill Nighy, che fa il papà del protagonista e ha una parte bellissima: quella che spezza appunto il cuore. Altra menzione speciale al protagonista, Domhnall Gleeson. Applausi. E menzione speciale finale a Rachel McAdams, che è la mia attrice preferita dopo Julia Roberts (e ci sarà un perché), e che ritrovare qui è stato proprio bello. Voto: sì.

Bene, questi erano i film che mi sono piaciuti (o abbastanza piaciuti) in quest’ultimo mese e un po’. Volevo scrivere da tempo questo post e poi, per un motivo o per l’altro, non riuscivo mai.

Ne manca uno, che ho lasciato alla fine perché vince il Premio Pellastar del periodo fine ottobre-novembre-inizio dicembre. Ed è La vie d’Adèle, di Abdellatif Kechiche, con Adèle Exarchopoulos e Léa Seydoux.
Ragazzi, che cos’è quel film lì. Quanto spacca il cuore e quanto disintegra i condotti lacrimali, buon Gesù. Tralasciando il fatto che l’ho visto a una fila di distanza da un MANIACO SESSUALE che continuava a scatarrare e a compiere movimenti molto sospetti (si sapeva che le scene di sesso sarebbero state parecchie e molto esplicite: sarà stato attirato da quello), è un film importante. È potentissimo, indimenticabile. Ne ho parlato a lungo QUI, e penso che la cosa migliore da fare sia riportare quello che ho già scritto, perché l’ho scritto davvero con tutto il mio cuòr e quando le cose ti vengono dritte da lì poi è difficile farle uscire di nuovo uguali senza perdere per strada qualcosa di essenziale. Riporto quindi direttamente dalla mia rubrichina su Cosmopolitan:
«Se il film non l’hai ancora visto, corri: non è solo bellissimo, ma è anche potente, struggente. Rimane dentro per giorni, settimane, e non è affatto “un film su un amore omosessuale”, ma un film sull’amore e basta, l’amore punto, come poi, in effetti, amori e basta, amori punto, sono tutti gli amori. Un film in cui chiunque abbia sperimentato il dolore ghiacciato per la fine di un amore enorme potrà riconoscersi, sentendo sue quelle lacrime, quel senso di vuoto, quella voragine pesante tonnellate e allo stesso tempo incolmabile. Non sto facendo spoiler perché è dichiarato fin dall’inizio, anche nella sinossi della trama su MyMovies, che La vie d’Adèle parla di un amore che poi finisce. Peraltro io sono contraria agli spoiler, penso proprio che dovrebbero essere vietati per legge, o puniti con un colpo di scimitarra alla testa del colpevole. Ma non divaghiamo. E torniamo per un momento alla coppia del film: Adèle e Léa, o Adèle ed Emma, visto che il personaggio della Exarchopoulos porta anche il suo stesso nome, mentre quello della Seydoux no. Prima di tutto, sono d’accordo con quello che ha scritto Lia Celi su Twitter: “Bellissimo. L’unica cosa poco credibile è che qualcuno possa lasciare Adèle Exarchopoulos”. Che è meravigliosa, piena di una sensualità talmente naturale da far venire voglia di urlare, o di mettersi a saltare, o almeno di pregare per poterle guardare la bocca per un giorno intero. Ha una bellezza viva e straordinaria, mobile, esagerata. Fa lo stesso effetto che immagino potrebbe procurare l’incontro con una fetta di torta Sacher parlante che cammina e che grida «sesso, sesso, sesso!». In più è giovanissima: il 22 novembre (un giorno prima di me) ha compiuto vent’anni. Una menzione speciale comunque va a Léa Seydoux: sono bravissime entrambe, ma lei è artefice di una metamorfosi recitativa straordinaria. L’ho vista in molti film, notando sempre la sua femminilità molto chic: qui invece diventa un maschiaccio, un tomboy, una lesbica burbera credibilissima. Insomma: non sei ancora andata a vederlo? Che cosa stai aspettando? Non aspettare!»

Bene. Premio Pellastar per La vie d’Adèle, e arrivederci alla prossima puntata di recensioni e blablabla.