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Mi sono detta che non potevo partire per il Nuovo Mondo (a proposito, parto tra poche ore) senza aver prima sparpagliato un po’ di gioia nella galassia.
Ho quindi deciso di fare un’INTERVISTA MATRIMONIALE DOPPIA a Francesca e al suo fidanzato.

Francesca, come chi mi legge sa, è una delle mie donne preferite al mondo. Se ancora non conoscete il suo blog, Tegamini.it, o non la seguite su Twitter (@tegamini), dovreste proprio farlo.

A luglio sposerà il suo grande amore: Marco. Nome in codice con cui lei lo chiama sul blog e nella vita: Amore del Cuore. (Mi raccomando le maiuscole: Amore del Cuore).

Amore del Cuore fino ad ora era stato per me solo un’entità astratta: conosco lei, ma lui no, e ne avevo solo e sempre molto letto e molto sentito narrare. Il bello di quest’intervista, vedrete, è che Amore del Cuore dimostra anche di avere un bel cuore, oltreché un nome in codice comprendente la parola cuore.

Entrambi sotto i trent’anni, entrambi con un lavoro nell’editoria libraria, entrambi con una casa a Milano (la stessa), e un gatto (lo stesso) e un matrimonio da organizzare (sì, sempre lo stesso).

Mi sono chiesta spesso come mai io abbia questa gigantesca smania d’indagare l’amore, di annusarlo, osservarlo, analizzarlo con il piglio dell’entomologa. Domando a tutti, sempre, “Come vi siete conosciuti?”, e mi appassiono alle storie, ai dettagli, alle minuzie, ai “da lì tutto è iniziato”, eccetera.

Con il tempo sono arrivata a darmi due spiegazioni molto semplici: la prima è che mi piace sentir raccontare storie, in generale. La seconda è che l’amore è Tír na nÓg.

Sono cresciuta tenendo in camera e sfogliando ogni sera, mentre imparavo a leggere e poi anche più tardi, quando di leggere ero già capace, un librone di fiabe irlandesi e scozzesi. Ce n’era una che raccontava appunto la leggenda di Tír na nÓg. E io la leggevo, e rileggevo, sera dopo sera, settimana dopo settimana, mese dopo mese. Anni dopo, all’università (ho studiato Storia, non ho mai finito -ma prima o poi, giuro, finirò-), per prendermi una pausa dagli ottocento esami di storia medievale e filologia romanza e storia del monachesimo che dovevo dare, decisi di mettermi tra gli esami a scelta letteratura irlandese antica, per onorare la me che ero stata da piccina. E mai, mai mi divertii tanto a preparare un esame. Fu bellissimo, e scrissi anche una relazione che devo ancora sicuramente avere, da qualche parte. Fu emozionante soprattutto una cosa: studiare Tír na nÓg. Fu come tornare a casa, nella casa di una vecchia amica.

Tír na nÓg è l’isola incantata al largo delle coste irlandesi su cui si ritirarono a vivere i Tuatha Dé Danann (il quinto popolo preistorico che abitò l’Irlanda, poi divinizzato) quando se ne andarono, appunto, dall’Irlanda. In realtà c’è anche una versione alternativa -anche questa raccontata nel mio libro di favole- che dice che i Tuatha Dé Danann si costruirono delle case dentro alle colline (colline che si aprivano solo di notte e a Samhain, cioè Ognissanti, cioè Halloween), senza andarsene mai dall’Irlanda.

La versione che c’interessa, però, è quella di Tír na nÓg. L’isola sperduta al largo delle coste irlandesi (ma non si sapeva dove), il regno dell’eterna giovinezza, dell’eterna felicità, dell’assenza della fame, della sete, della morte e della vecchiaia, l’isola della gioia perpetua. L’isola trovata per caso da alcuni fortunati eroi raminghi che vagavano per mare e che, una volta approdati a Tír na nÓg, là potevano smettere d’invecchiare ed essere per sempre felici, a patto di non andarsene mai (altrimenti, lasciando l’isola e tornando sulla terraferma, sarebbero invecchiati di colpo, di tutti i secoli trascorsi a Tír na nÓg). Scoprii, dando quell’esame, che la storia che leggevo da piccina non era nient’altro che il mito di Oisìn, un mito antico come la notte. Di leggende come quella di Oisìn ce ne sono di simili in molte altre mitologie e presso molti altri popoli: ne esiste una pressoché identica -e antichissima pure quella- in Giappone.

Penso che il mio interesse per l’amore, se non entomologico almeno antropologico, abbia a che fare assolutamente con Tír na nÓg. Perché come tutte le persone non innamorate, non so se davvero esista, né dove sia.
E, come tutti quelli che hanno sperimentato, sì, amori, ma amori che non si sono rivelati quell’amore là, non posso avere -e in effetti non ho- la certezza di essere stata, se mai ci son stata, sulla vera Tír na nÓg.

Pertanto guardo con interesse e incanto tutti quelli che, invece, quell’isola non solo l’hanno trovata, ma hanno trovato proprio quella vera, e ci abitano. Sapere che Tír na nÓg esiste è bello. Molto bello.

Ora però basta, basta sproloquiare. Godetevi l’intervista a Tegamini e Amore del Cuore.

 

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Nome di battesimo

Francesca: MADRE voleva chiamarmi Isotta, ma poi qualcosa dev’essere capitato. Ed è finita che sono diventata una Francesca.

Marco: Marco.

 

Nome in codice

Francesca: Tegamini. Se facciamo il giochino palato-lingua tipo Lo-Li-Ta diventa quasi un serio nome d’arte. Te-Ga-Mi-Ni. In alternativa sono Ducky, la dinopapera nuotatrice della Valle Incantata.

Marco: Amore del Cuore. AdC quando voglio darmi un tono con la CREW. Ho imparato l’altroieri che i rapper chiamano così la CUMPA. Io ho sempre preferito gli ZARRI, comunque.

 

Età, da dove vieni, che cosa fai nella vita

Francesca: Sto al mondo volentieri da 28 anni. Sono nata a Piacenza. Il Duomo di Piacenza è fantastico perché sul campanile c’è ancora appesa una gabbia di ferro che serviva per chiuderci dentro i malvagi. Nel Duomo, in cima alle colonne, ci sono delle strabilianti formelle con le corporazioni cittadine del medioevo. E no, il ciabattini e i calzolai facevano due mestieri ben diversi. Scarpe a parte, diventavi davvero qualcuno solo se decidevi di fare il tintore. Piacenza è anche l’unica città che festeggia il patrono – Sant’Antonino – in concomitanza con l’Independence Day.
Nella vita cerco di fare moltissime cose, ma è un po’ difficile perché ho bisogno di dormire parecchio. Comunque, lavoro al marketing dell’Einaudi, traduco dei libri, scrivo delle cose buffe su un blog e cerco di generare contentezza.

Marco: 26 anni, anche se tendo sempre ad aumentarmeli. Sono nato a Lecco, ho vissuto per molti anni a Casatenovo e ho fatto le scuole a Monza. Ecco, tra Casatenovo e Monza esiste una cittadina di un pugno di migliaia di abitanti che si chiama Arcore. Non ha mai contato quasi nulla nella mia vita, ma ci tenevo a dirvelo perché quando mi presento in pubblico tiro sempre fuori che ad Arcore, checché se ne dica, c’è sempre stata la giunta di centro-sinistra.
Nella mia vita aiuto una casa editrice di discrete dimensioni a vendere i suoi libri. Se controllate su LinkedIn, però, ho scritto “Marketing Project Manager at Adriano Salani Editore”. Non so se ho fatto bene, perché il mio profilo viene visitato con cadenza regolare solo da mio padre, dalla mia ex e dagl’immancabili compagni di liceo (tutti già milionari).

 

Libro preferito

Francesca: Cielo, è una difficoltà. Però mi viene da dire il Manuale di zoologia fantastica di Borges. Anche perché è l’unico libro che ho volontariamente sottolineato, anche se poi nessuno mi doveva fare delle domande.

Marco: Tirando le somme direi Factotum, anche se ammetto di aver tenuto sulle gambe per più tempo l’Almanacco del Calcio Panini 1995. Generalmente, però, per attaccare bottone chiedo alle persone se hanno letto Harry Potter. Ma il bello è che lo chiedo come lo chiederebbe Bukowski.

 

Film preferito

Francesca: Gli Avengers. E attaccatevi al tram.

Marco: Il Signore degli Anelli. Ci ho pure comprato il blu-ray da un centinaio di euro. Che poi sono 2 blu-ray per film. Quindi ho comprato 6 blu-ray. Ho comprato il COFANETTO, mi suggerisce il mio cervello al terzo tentativo.

 

Piatto preferito (o cibo preferito, nel caso volessi rispondere, che so, «uova», o «focaccia»)

Francesca: Gli anolini in brodo che si mangiano a casa mia a Natale o quando succede qualcosa di importante.

Marco: Pizzoccheri, che è anche l’unica ricetta complessa che so eseguire. Per anni è stato il cavallo di battaglia mio e di un mio amico al mare. Praticamente si andava in Sardegna, o in Grecia, e si invitavano le persone simpatiche a mangiare i pizzoccheri e a bere Rosso Valtellina.

 

Piatto che sei più brava/o a cucinare

Francesca: Che vergogna. So fare questo pollo con i pomodori e le olive che se chiedi a qualsiasi passante è capace anche lui. E gli viene anche più saporito.

Marco: In realtà i Pizzoccheri li so solo eseguire, perché la mia specialità sono le pennette panna, salmone e whiskey.

 

Canzone preferita

Francesca: Sono tragicamente a-musicale. Però proverei con Like the Angel dei Rise Against.

Marco: Cerco di Rino Gaetano.

 

Canzone preferita quando avevi 14 anni

Francesca: Quella canzone dei Backstreet Boys che non voleva dire niente. Quella che nel video sono tutti conciati da mostri (è Everybody – Backstreet’s back, n.d.a.)

Marco: Credo qualcosa tipo La spirale ovale. Ah, visto che mi viene in mente, vi siete mai accorti del coretto GEI-AAAAAX verso la metà di Tranqi Funky?

 

Poster che avevi in camera a 14 anni

Francesca: Poster? Siamo matti? Per attaccare i poster bisogna appiccicarli al muro con lo scotch. IL MURO BIANCO DI MADRE! Di cosa stiamo parlando! Ad un certo punto, però, dopo anni e anni di “Non ti azzardare ad attaccare niente sul muro”, passai un pomeriggio a stampare tutte le mie cose preferite e a ritagliarle per bene e alla fine assemblai questa maestosa PARETE FOTONICA DELLA GIOIA che, vi giuro, era una roba tre metri per due così piena di foglietti che non mi ricordo nemmeno che cosa diamine c’era su. Fu strabiliante. MADRE imbiancò dopo tre mesi.

Marco: Anna Kournikova e Marat Safin. Tra l’altro la mia cameretta era enorme, perché era il solaio.

 

Colore preferito (no, sto scherzando, non rispondere)

 

Città del cuore

Francesca: A New York stavo un gran bene. Ma devo dire che qua a Milano sono proprio contenta. Sarà che è la città dove sono diventata grande.

Marco: Milano. Milano è una figata, non rompete le balle. Diciamo che forse è peggio solo di Berlino.

 

Supereroe del cuore

Francesca: Stonecipher Lavache Beadsman III, detto l’Anticristo.

Marco: Pippo Inzaghi.

 

Forza oscura del cuore

Francesca: Trovo che la creatura delle tenebre più spettacolare di sempre sia Alien. Non c’è un mostro più bello di Alien, o più malvagio e imperscrutabile. Bava acida, amici, bava acida e doppia mandibola. E occhi piccoli piccoli.

Marco: Malefica della Bella addormentata mi fa paura ancora oggi. Per questo motivo la ergo a Forza oscura del cuore.

 

Un sogno (non che fai mentre dormi, proprio un sogno nel senso di desiderio)

Francesca: Voglio una diavolo di casa col balcone. Anzi, se proprio devo allargarmi, voglio una casa con la cabina armadio, in qualche posto che si esce – con un volpino di Pomerania al guinzaglio – e si può zampettare in giro e ci sono tante cosine da fare a da vedere. Un grosso nido, voglio, con lo spazio per metterci dentro la credenza bianca bellissima che sonnecchia in una stalla-ripostiglio in campagna in attesa di qualcuno che le voglia bene sul serio. Niente, anche questa volta, ho perso l’occasione di rispondere “la pace nel mondo”. O un sempre rilevante “liberarmi per sempre dei peli superflui”.

Marco: Qualche anno fa avrei risposto senza esitazioni “vincere il Roland Garros”. Ora, riflettendoci, vorrei invece vincere Wimbledon. Il tutto perché il mio gioco s’è fatto più aggressivo; vuoi per i chili che ho messo su, vuoi perché è un po’ più mainstream.

 

Ora le domande serie, sul vostro amòr, sulla presto eterna alleanza Tegamini-Del Cuore.

Ci raccontate come vi siete conosciuti? Io lo so già, ma ditelo a chi ci leggerà

Francesca: Amore del Cuore l’ho incontrato alla festa Fandango, che è una di quelle feste che succedono la sera negli spaventosi giorni del Salone del Libro, a Torino. Io alla festa Fandango non ci volevo nemmeno andare perché ero stata al danzadanza di Minimum Fax e non ci si girava. La morte. Esseri umani ovunque. Il terrore che qualcuno ti fotta la giacca. L’assoluta impossibilità di automedicarsi con dei gin tonic, che c’era troppa fila anche per berci su. Poi ho deciso di andare lo stesso, che tanto poi si muore. Mi sono messa lo stesso vestitino della sera prima – non so più il perché, ma non ne avevo un altro – e sono arrivata in questo posto che si chiama Hiroshima Mon Amour e che somiglia per davvero a un posto appena raso al suolo da una deflagrazione atomica. Sono stata un po’ lì a vagare – era l’anno delle parrucche afro, che il cielo li stramaledica – e poi è arrivata la mia collega con i suoi compagnucci di master. E in mezzo a questi compagnucci c’era anche Amore del Cuore, che al tempo sfoggiava un testone di riccoli e la classica tenuta maglietta del cazzo+camicia seria da rampollo brianzolo. E lì per lì ho pensato “ma pensa un po’, ciao”.

Marco: Chiunque lavora seriamente nel mondo dell’editoria sa che alle Fiere del Libro l’unica cosa che conta sono le feste notturne. Vuoi rubare un autore a una casa editrice rivale? Vuoi offrire un gin lemon a Giuseppe Cruciani? Vuoi conoscere la tua futura moglie? Ecco, succedono cose così. Per esempio, una delle tante che colorano di gioia sociale il Salone di Torino è la Festa Fandango. Tre anni fa decisi di affrontarla senza garbo, con una t-shirt improponibile. Successo mirabile: Francesca era un’amica di un’amica, passammo praticamente tutta le sera insieme a snocciolare cazzate su noi stessi. I chiari e immediati segnali di affinità furono, nell’ordine, l’amore per i dinosauri e quello per David Foster Wallace. Non posso non citare, per il loro contributo al corretto svolgimento dell’incontro del secolo, tre persone tutt’ora del cuore: in preciso ordine cronologico Andrea, Manuela, Andrea (lo stesso di prima) e Simone.

 

Avete capito subito che l’altra/o era la persona giusta?

Francesca: Ah, io ho vissuto una regressione da scuola media che mai più al mondo. E’ anche vero che avevo mal di denti, ma dopo quella sera lì non ho mangiato per un mese. E mi ricordo distintamente di aver detto a chiunque che ero proprio innamorata. Una rincoglionita. Ad un certo punto, convinta che tali fortune non potessero succedere alla gente tipo me, gente che si dimentica il bucato bagnato nella lavatrice e campa a pezzi di focaccia e va nei negozi a comprare i Minipony fingendo che siano per fantomatiche sorelline e cuginette mai conosciute, ecco, per tutte queste ragioni mi ero convinta di aver immaginato Amore del Cuore, perché non ci credevo nemmeno io.

Marco: Le aveva proprio tutte, non poteva non essere giusta.

 

Francesca, ci fai un riassuntino della sera in cui Marco ti ha fatto la proposta di matrimonio?

Francesca: C’è questo ristorante messicano superbuono dove andiamo a cena tutte le volte che ci sentiamo irragionevolmente benestanti e, la sera del nostro glorioso terzo anniversario, Amore del Cuore – dopo aver osato dire “Mi raccomando, vestiti bene” – mi ha afferrato la mano e siamo andati là. Ignara e pacifica, ho ordinato tutte le mie robine preferite e siamo rimasti lì a fare dei piccipicci davanti a dei MOITI giganti e a rievocare le gloriose imprese della nostra rispettabilissima storia d’amore. Che contentezza. Poi siamo usciti e Amore del Cuore ha iniziato a dare segni di squilibrio. Ha smesso di parlare – costringendomi a un fantasioso monologo -, ha cercato di imboccare strade assurde e assolutamente incompatibili con la nostra meta ed è quasi finito sotto un autobus. Costernata, l’ho preso sottobraccio e ho cercato di scuoterlo dallo stato di autolesionistica confusione in cui era sprofondato. In una sconfortante traversa di via Vitruvio, però, davanti a un numero impressionante di cartelli VENDESI e AFFITTASI, Amore del Cuore si è piantato in mezzo al marciapiede e, insensibile a un mio “cazzofai?”, ha prodotto la seguente affermazione: “oggi è un giorno molto importante per noi”. Senza saper bene dove mettere l’ombrello, poi, Amore del Cuore si è messo in ginocchio, ha estratto uno scatolino e mi ha chiesto se lo volevo sposare. E una fenice gigante è esplosa nel cielo, scatenando una pioggia di lapilli a forma di unicorno fiammeggiante glitterato.

 

Marco, ci racconti il backstage e i retroscena della proposta di matrimonio?

Marco: A Natale mia nonna, presa da quegli insani desideri da nonna di diventare bisnonna, mi regalò un anello ben fornito di gemme di famiglia. Quelle gemme lì, che ti immagini un giorno Vittorio Emanuele II abbia donato a un tuo trisavolo per il suo contributo alla causa italiana. Ottenuto il mezzo, bastava solo stendere un piano. Avvisai tutti i miei amici dell’irrevocabile decisione. Chi dalla scrivania accanto, chi davanti a un piatto di pasta al tonno, chi da un pub a Lubiana, chi dal telefono mi confermarono che stavo facendo la cosa giusta. Rinfrancato dall’appoggio amicale arrivai a una conclusione. Stabilii che sarebbe accaduto a Praga, dove avevamo programmato un weekend primaverile. Poi accadde che in sogno uno sbirro aeroportuale mi sgamava l’anello e sputtanava il piano. Cattivo presagio. Altri rimuginamenti, per poi individuare il giorno del nostro terzo anniversario da quella notte torinese. Io sono uno che condivide parecchio, quindi anche questa volta ascoltai altri suggerimenti: “Daglielo al ristorante”. “Ma sei pazzo? Deve accadere dopo”. Optai per la seconda, da vigliacco.

 

Qual è la cosa che più ti piace dell’altro? Dato che sono una donzella pratica, voglio saperne una fisica e una shpirituale (quindi dimmene due, via)

Francesca: Amore del Cuore, in pratica, ha la presenza scenica di Capitan America. Il che è strabiliante, a livello di abbracci e di quanto ti senti importante e al sicuro vicino a lui. Al di là dell’involucro, Amore del Cuore è stupefacente perché rende possibili anche le cose che a te sono sempre sembrate improbabilissime.

Marco: Lei rappresenta l’ideale di donna che mi ero sempre immaginato. Quando hai 14 anni pensi che la madre dei tuoi figli sarà la sintesi di Heidi Klum e – dio mi scampi – Jenna Jameson. Non hai bisogno di altro. Ora che ho 14 anni e mezzo ho maturato altre aspettative. Sono fiero di affermare che Francesca riesce a unire, nell’insolito cocktail, anche qualcosa di magico: la genuina voglia di trasformare ogni piccolo momento in una festa a sorpresa.

 

Qual è, invece, il difetto dell’altro che t’infastidisce di più, la cosa che più spesso vi fa scontrare?

Francesca: Covo un rancore invincibile per la storia della sbarra appendiabiti dell’armadio. Nel nostro armadio ci sono tre ante e una di queste è tragicamente sprovvista della sbarra per appenderci i vestiti. Non so perché – che si tratti di un retaggio preistorico tipo l’uomo caccia e la donna raccoglie? -, ma ho deciso che è una cosa che dovrebbe sistemare Amore del Cuore. Che ne so, prendere le misure e andare a cercare uno che ci fabbrichi una benedetta sbarra. Ecco, viviamo insieme da più di un anno, e la sbarra non è mai e poi mai apparsa. Lo so, son problemi. Un’altra cosa che mi fa indispettire – ma che un po’ mi intenerisce anche – è che Amore del Cuore non è in grado di fare due cose insieme. Il che, alla fine, non mi creerebbe problemi, se una delle due cose che cerchi di fargli fare è ascoltare quello che stai dicendo. Non c’è speranza. Se Amore del Cuore si allaccia una scarpa, si allaccia una scarpa. Non può sentirti e/o conversare costruttivamente con te se si sta allacciando una scarpa. Ah. Amore del Cuore si assopisce al cinema. E si rifiuta di vedere le serie in lingua originale… sempre per la storia che non riesce a fare due robe insieme.

Marco: Lei non ha voluto unire le librerie. Siamo andati a convivere, abbiamo preso un gatto, abbiamo praticamente fuso i miserrimi conti corrente, ma lei non ha voluto affiancare i nostri tomi. Questo lo posso capire quando il tuo fidanzato legge Fabio Volo; eppure posso giurare che tra le mie letture più disdicevoli posso annoverare solo cose come l’autobiografia di John McEnroe e un paio di saggi di Alfio Caruso. Roba che il 98% delle ragazze ti piglierebbe per un intellettuale. Eppure lei niente. Si tiene da soli i suoi originali inglesi di Pynchon e Shteyngart, salvo RUBARMI qualcosa solo per rendere più nutrita la sua piletta di Special Books ISBN.

 

Il ricordo più imbarazzante che avete insieme

Francesca: È una storia che mi imbarazza più per la sua rocambolesca stupidità, che per l’effettiva entità di quello che stavamo facendo. Perché, per una volta, non stavamo facendo proprio niente di fraintendibile. Era Capodanno e ci trovavamo nel bagno di questo nostro amico. Ma pensa come sarebbe divertente nascondersi dietro alla tenda della doccia e fare BU! a Tommaso quando entra a fare la pipì! Pensa! Animati da queste solidissime motivazioni, ci siamo dunque nascosti nella doccia. Dopo un’attesa di circa ventiquattro secondi, qualcuno è entrato, scatenando una reazione a catena di imprevedibili proporzioni. Ci siamo agitati a tal punto da inciampare nel gradino della doccia, tirare giù tenda di plastica – con tanto di sostegno Lillholmen Ikea – e rotolare in terra tra il lavabo e il bidé. Ed erano le 21 e 40, quindi si stava ancora bene. Comunque, abbiamo demolito il bagno, io ho preso una distorsione al ginocchio sinistro e mi sono piantata un tacco in una tibia. E Amore del Cuore si è messo a piangere perché l’ho accusato di avermi fatto perdere l’equilibrio, azzoppandomi per sempre. E tutto questo senza nemmeno un bacio appassionato nel piatto doccia.

Marco: Festa di nonsoqualeanniversario Martini. Un sacco di gente, un sacco di bellaggente, un sacco di Martini. Verso la fine della serata ci spaparanziamo su di un divanetto a parlare di noi e, incidentalmente, degli altri. Un altro era un tizio bellone che reggeva il moccolo a un’altra coppia. Francesca ha già raccontato sul suo blog, io rivedo dal mio punto di vista.

F: Ma quello è il tizio del Nemico alle porte che voleva farsi la tizia della Mummia.
M: Ma va, al massimo è Christian Maggio.
F: No, è lui [intermezzo iPhone per individuarne il nome], è Joseph Fiennes.

M: Excuse me, are you an actor?
JF: Yes.
M: Ah, wow, did you play with Jude Law in The Enemy….
JF: At the gates, yes i did.
M: Ah, ecco, because my girlfriend said yes, I said no and…
JF: She won.
M: Eh… Yes.

F: Te l’avevo detto, è quello anche di Shakespeare in love.
M: Cazzo, mi sa che ci teneva di più a quello.

 

Il ricordo più bello che avete insieme

Francesca: Io sono molto affezionata al primo “ti amo” ufficiale. Perché è arrivato dopo una serie di tragicomici falsi allarmi. Per svariati mesi, sia io che Amore del Cuore pensavamo di aver sentito l’altro che diceva “ti amo” quando, in realtà, non stava capitando niente del genere. “Ci alziamo?”… MIHADETTOTIAMO? MI HA DETTO TI AMO. MA HO SENTITO BENE? AIUTO, MAGARI NON HO SENTITO BENE, CHE COSA FACCIO CHECOSAFACCIO. SE GLI RISPONDO TI AMO ANCH’IO E POI NON ME L’HA DETTO VERAMENTE? NO, NO, NON SI PUO’. MA SE NON GLI RISPONDO NIENTE POI PENSA CHE IO NON LO AMO E ALLORA MI ABBANDONA E MI DIMENTICA E MORIRO’ SOLA E RAMINGA IN MEZZO A UNA PALUDE FALCIATA DAI MONSONI SIBERIANI. CHECOSADEVOFARE. PERCHE’ NON HO UN OTORINO DI FIDUCIA, PERCHE’. Comunque, quando poi me l’ha detto sul serio, l’ho sentito molto bene.

Marco: Ce ne sono moltissimi. Il nostro secondo incontro è stato eccezionale. Lei stava prendendo il treno Torino-Piacenza. Io me ne stavo tornando dai miei. Messaggio dopo messaggio capiamo che dobbiamo vederci. Lei scende da un treno praticamente in corsa; io rubo la macchina di mia madre farfugliando di un “convegno a Pavia” e corro da lei. Ci baciamo subito. E l’umanità insegna che il secondo bacio è quello più importante.

 

L’avventura più mirabolante che avete affrontato insieme

Francesca: Con Amore del Cuore siamo sopravvissuti a una sosta della circolare 90-91 al deposito Molise alle 4 del mattino. Io indossavo uno strabiliante abito Diesel trasparente e stavo lì in mezzo alla strada come l’ultimo baluardo dell’umanità, fra a drogati e derelitti, cartacce e bottiglie vuote di Moretti. Siamo anche sopravvissuti a un paninaro sudamericano che voleva prenderci a cinghiate perché gli avevamo parcheggiato dietro al camioncino e a una serie di incursioni al Plastic che hanno messo a dura prova il nostro bioritmo e la nostra dignità. L’avventura più grande che affrontiamo quotidianamente, però, è la convivenza con il gatto Ottone. Ottone von Accidenti non ci fa dormire, non impara niente, ci morsica i metacarpi, rovescia l’acqua quando non gli dai retta,  divora i cavi di ogni marchingegno domestico, caga come un triceratopo anziano e ci assale mentre facciamo le scale. Difendersi da Ottone è un atto di eroismo quotidiano, e non ce la farei mai senza l’aiuto di Amore del Cuore.

Marco: Quando parti da Orio al Serio, i cosoni in cui ficcare il trolley per misurarne le dimensioni sono grossi come la Puglia. Quando riprendi l’aereo da Berlino, quegli stessi cosoni sono più piccoli di un pacco di Fagolosi. Non si tratta di un’avventura mirabolante, ma una delle piccole scene di vita quotidiana che caratterizzano la mia esistenza da quel dì. Per farla breve, salii su quel benedetto aereo easyjet con indosso tre maglioni, due sciarpe, una cintura a tracolla e brandendo in mano un confezione da 36 di preservativi. Tra gli applausi dell’intera Germania Est e di Francesca.

 

La volta in cui l’altro ti ha fatto più ridere

Francesca: Nella seconda casa milanese di Amore del Cuore – una spelonca di dieci metri quadri lontana dalla civiltà – c’erano seri problemi di climatizzazione. D’inverno si crepava di freddo e d’estate c’erano novemila gradi: Amore del Cuore viveva sul pianeta Venere, in pratica. All’improvviso, in una torrida notte d’estate, manifestai il desiderio di andare a dormire sul ballatoio, in cerca di un po’ di refrigerio. Amore del Cuore, ferito nell’orgoglio dall’inadeguatezza dell’abitazione che aveva scelto, decise all’improvviso di aggiustare il derelitto Pinguino Delonghi che non poteva funzionare perché, come già abbondantemente verificato, mancava un qualche tipo di tubo importantissimo. Seguirono attimi di puro terrore. Tra bestemmie, cassetti svuotati e martellate al Pinguino, Amore del Cuore tornò sul soppalco – completamente nudo – informandomi che il marchingegno non si poteva sistemare ma che, se poteva essere d’aiuto, aveva lasciato aperto lo sportello del freezer.

Marco: Non è Francesca la protagonista, ma non credevo ne sarei mai uscito. Amsterdam, coffee shop di ‘sticazzi. In Germania esiste una parola bellissima che indica l’amicizia indissolubile tra due persone dello stesso sesso, è la mannerfreundschaft. Questa cosa ti porta a condividere le partite della squadra del cuore, le gite in barca o un boccale di birra all’HB. Ecco, in Olanda esiste la stessa cosa, ma più che altro ci si condivide le canne. La goffaggine di due uomini, due grammi di ganja e una tazza di cioccolata è la cosa che, così su due piedi, mi ha più fatto morire dal ridere nella mia vita. E ovviamente ero con lei.

 

C’è un libro (o un film) che amate e che mai confessereste all’altro di aver letto o comunque di amare? Bene: confessatelo

Francesca: Non siamo vergognosi, per robe del genere. Voglio dire, facciamo la collezione dei DVD di Nicolas Cage, che diavolo potrà mai esserci di peggio?

Marco: Mia sorella, quando avevo una roba tipo 19 anni (e lei 15), mi convinse a guardare un film che le aveva cambiato la vita. S’intitolava I passi dell’amore. Tratto da un romanzo del mortale Nicholas Sparks. Arrivai a piangere. Me ne vergogno molto.

 

Che cosa vi piace fare insieme? Intendo robe tipo «andare al cinema», «andare al lago», «cucinare», «sparare ai cinghiali o ai tordi», non robe che coinvolgano un materasso, giacché quelle le diamo per scontate (ora però non rispondete raccontando robe che coinvolgano il tavolo di cucina o la cabina di uno stabilimento balneare: mi sono limitata a dire «no materasso», ma intendevo quelle cose lì in generale)

Francesca: Ci piace andare in libreria e indicare col dito le malefatte di cui siamo responsabili, ci piace vagare per mano, fare tardi a chiacchierare seduti fuori da qualche parte. A me, poi, piace proprio l’idea che Amore del Cuore sia lì vicino a me, anche se non ci mettiamo a salvare il mondo tutti i santi giorni e ci limitiamo, di tanto in tanto, a comprare le tagliatelle.

Marco: Nonostante si viva insieme, io e Francesca aspettiamo il venerdì sera a partire dal sabato pomeriggio. Si potrebbe pensare che la parte più influente della nostra vita si svolga tra il venerdì sera e il sabato pomeriggio, e invece non è così. A noi piace cucinarci cose strane tutti i giorni, farci un gin tonic notturno brindando a noi, ordinarci il sushi buono, giocare a God of War, andare al cinema a guardare film stupidoni pur sapendo che io mi addormento sempre, darci i bacini, appellare Ottone di soprannomi nuovi (l’attuale è Barile). Quel momento tanto atteso tra venerdì sera e sabato pomeriggio, invece, lo sputtaniamo dormendo.

 

L’aspetto più divertente del vivere insieme al tuo grande amore?

Francesca: Che torni a casa e ci trovi dentro un Amore del Cuore che ti informa che voleva mettere su l’acqua ma non ce l’ha fatta perché non riusciva a smettere di coccolare il gatto.

Marco: C’è sempre. Quando tu vuoi una cosa sempre, e c’è sempre, allora hai vinto. Se vogliamo parlare di cose pratiche, per esempio, adesso mi sto alzando per farle le pernacchie sulla pancia. Questo è divertente.

 

E invece l’aspetto più aberrante, del vivere insieme al tuo grande amore? A che cosa avete fatto proprio fatica ad abituarvi?

Francesca: Lui ce l’ha con me per la storia dei libri. Non ho voluto mescolare le librerie. Non ce la faccio, è più forte di me. I libri sono l’unica cosa che nella vita mi sia mai interessato tenere in ordine. Mi piace vederli, mi piace sapere dove li ho sistemati, mi piace il fatto di averli messi uno vicino all’altro, giorno dopo giorno. Non è che tutta quella roba si legge in tre quarti d’ora: è bello girarsi e dire “cavolo, eccolo lì, tutti quanti i miei libri”, la libreria è un simbolo di conquista. E Amore del Cuore ha gusti sanissimi e aristocratici – sulla spiaggia di Miami c’era solo lui, che leggeva Le benevole -, ma non ci riesco, non ci riesco a mischiare le librerie.

Marco: Le sessioni notturne a Football Manager. In tre notti di fila, senza dormire, riuscivo a portare il Monza in Champions League. Ora, per spirito di conservazione e perché non voglio che lei si addormenti senza di me, mi tocca staccare verso l’una. Con il Sassuolo che arranca in zona retrocessione come nella realtà.

 

Una domanda che non si può non fare a due futuri sposi: che cosa non manca mai nel vostro frigo?

Francesca: La pancetta a cubetti e l’acqua tonica. In realtà, le cose che non mancano mai nel frigo sono quelle robe che usi una volta due anni prima e poi non le finisci mai e le lasci lì per sempre. Tipo, le cipolline sottaceto. Le ho messe nell’insalata di riso nel settembre del 2012 e stanno ancora là. Poi c’è una marmellata di prugne che nessuno si ricorda di aver comprato. E un dado Star che potrebbe recitare a memoria il codice di Hammurabi. La verità è che le cose che non mancano mai nel frigo sono quelle che non vuoi mai mangiare perché ti fanno schifo.

Marco: Partendo dal presupposto che nel nostro frigo manca sempre praticamente tutto, quando andiamo a fare la spesa buttiamo sempre nel carrello un etto di crudo. Perché il crudo è un ottimo collante per qualsiasi rapporto maturo.

 

L’oggetto per te imprescindibile che hai fortemente voluto in casa (anche opponendoti al volere dell’altro, eventualmente)

Francesca: Amore del Cuore è stato molto accomodante. Mi ha permesso di importare una lampada a forma di papera, innumerevoli pupazzi con tre occhi, una gabbietta bianca tragicamente shabby-chic, una biscottiera rosa con su dei frollini-danzerini e uno scolapasta-portaoggetti. Finalmente, però, abbiamo un tappeto. Nelle case della mia infanzia, ci sono sempre stati dei tappeti. Il tappeto mi fa proprio calore domestico. E’ stata una gioia immensa, dunque, estorcere a MADRE uno dei tappetacci meno nobili – mi riterrà degna di qualcosa di bellissimo e delicato quando avrò più o meno cinquant’anni – e srotolarcelo in mezzo a casa. La cosa davvero importante, però, è la presenza dell’elettrodomestico più sacro e illuminato mai inventato dall’umanità: LA LAVASTOVIGLIE. Durante il processo di selezione, le case in affitto sprovviste di lavastoviglie sono state spietatamente depennate.

Marco: Forse fin troppo infatuato dalle vicende di Mad Men, ho sempre pensato che in una casa di creativi fosse imprescindibile un angolino con tutta la materia prima per un buon Old Fashion. Non sapendo però preparare l’Old Fashion, ho solo insistito perché nella nostra casa fosse presente una bottiglia di Oban, i sacchetti Cucki per il ghiaccio e un paio di bicchieri da medio-borghese. Devo ammettere però di non aver incontrato enorme opposizione.

 

Un regalo inaspettato che ti ha fatto lui/lei

Francesca: Amore del Cuore è molto astuto. Ben sapendo che odio i fiori e non me ne frega niente di cioccolatini e altre tacconate, ha risolto il problema dei regali a sorpresa con un’uscita di magistrale paraculaggine. “Ma Ducky, non hai bisogno di sorprese. Ci sono già io. Sono io il tuo regalo”. Io, nel dubbio, continuo a trascinarlo nel mezzanino delle borse alla Rinascente, chiamando per nome tutto quello che credo sia degno di me.

Marco: Al mio venticinquesimo compleanno ho assistito in prima persona al più grande suicidio amoroso della storia. Un harakiri in tutto e per tutto. Francesca mi ha regalato la Playstation 3. Credevo di avere il mondo in mano, e in effetti ce l’avevo. Eppure lei aveva fatto i conti per bene. La Playstation portò, a mie spese, un televisore 32 pollici di prima scelta e un’infinità di film da guardarci assieme sul divano.

 

Pensate di riprodurvi?

Francesca: Mai in tutti i secoli avrei pensato di dirlo, ma mi piacerebbe molto.

Marco: Sì, e con grande gioia. Abbiamo anche pensato che, se sarà maschio, potrebbe chiamarsi LEONE. Inoltre abbiamo fatto i conti. Se ci va bene, avrà i capelli biondi, gli occhi azzurri giganti, una vista da falco, la mascella di Ridge, il fisico di Capitan America e un’innata predisposizione per tutti gli sport. Se ci va male, sarà nero corvino, con gli occhi piccoli e cecati, il naso alla francese (ma enorme), sarà rigido come Robocop e con le gambe storte. Se sarà una femmina sarà comunque bellissima.

 

Se sì, avete già dei nomi in mente per i vostri eventuali bebè? Intendo: avete mai pensato, ognuno per i fatti propri, magari anni fa, magari molto prima di conoscervi, a come vi sarebbe piaciuto chiamare i vostri figli del futuro?

Francesca: A me, da maschio, piaceva Ermanno. Poi ho conosciuto Ermanno, il compagno di banco di Amore del Cuore alle superiori – un uomo che è riuscito a rompersi due braccia insieme – e ho capito che non potevamo farcela. L’Ermanno che c’è già è più che sufficiente, l’universo non riuscirebbe ad assorbirne un altro. Quindi, ho deciso che mi piace Leone. Che lo so, è una tonante assurdità, ma non è ridicolo come, che ne so, MUFASA. Ecco, Mufasa non va bene, ma Leone mi piace e, da quel che ho capito, anche Amore del Cuore è piuttosto convinto. Da femmina, voto per Minerva. E partorirò gridando GRIFONDORO!

Marco: LEONE. E Gaia.

 

A che punto stanno le matrimoniadi?

Francesca: Chiesa, fatto. LOCHESCION, fatto. Catering, dobbiamo scegliere il menu e andare a farci dare da mangiare. Corso prematrimoniale, a marzo. Musica, a posto. Siamo in ottime mani. Tutto il resto è dubbio e tenebra.

Marco: Ci siamo quasi. Manca solo qualche dettaglio. Lei ha il polso della situazione.

 

Dove andrete in viaggio di nozze?

Francesca: Ci garberebbe molto fare un girone in America – che ne so Nevada e i super parchi e la California – e finire spiaggiati in uno di quegli strabilianti villaggioni messicani con le iguane che corrono in giro e il bar in mezzo alla piscina. E le rovine. Voglio vedere ogni genere di piramidona Maya piena di liane.

Marco: Costa ovest americana. Parti da Seattle, passi per San Francisco, le gigasequoie, ti risposi a Las Vegas e fai il bagno coi ricchi a Malibù. Poi, ambitissima, una settimana relax in Messico. In uno di quei villaggi dove la piscina ha i seggiolini che danno direttamente sul bar. Il braccialetto dell’all-inclusive farà il resto.

 

Domanda solo per Francesca: ci puoi svelare un dettaglio (anche piccino picciò) sul tuo vestito da sposa?

Francesca: Non ho ancora provato niente. Ma se Vivienne Westwood avesse voglia di recapitarmi qualcosa, di sicuro sarei contenta. In alternativa, sarò la Maria Antonietta della Val Trebbia.

 

Domanda solo per Marco: dato che come si veste lo sposo non interessa mai a nessuno, vuoi dirci (a meno che tu non abbia qualcosa di eccezionale da svelarci sul tuo vestito, tipo, che so «mi sposo con un chiodo vintage e le Converse nere») come immagini il vestito di Francesca?

Marco: Tasto dolente. Sono ormai sei mesi che casa nostra è letteralmente invasa da cataloghi, Vogue sposa, inviti vari e pensate che abbiamo pure fatto un salto al Forum di Assago per la fiera degli sposi. Io al Forum di assago c’ero stato nella mia vita solo per giocare a squash alle medie e per vedere gara 4 di Olimpia-Fortitudo nel 2005. In tutto questo, per lei TUTTI i vestiti fanno schifo. TUTTI. Ecco, non m’importa moltissimo di come sarà vestita. Sono solo sicuro che da questa pedissequa selezione uscirà qualcosa che mi farà senitre l’uomo più felice del mondo. Be’, se proprio dovessi scegliere io, non farei la modesta sul decolleté.

 

Fa paura promettere amore eterno a qualcuno?

Francesca: Dopo essermi resa conto delle innumerevoli circostanze assurde che hanno permesso il nostro incontro e di quanto ci si possa sentire a casa promettendo amore eterno a qualcuno, direi proprio che no, non fa paura. Anzi, ti fa sentire in pace, ti fa ritrovare tutti i pezzi e ti fa vivere in un perenne scoppiettamento di stelle giganti.

Marco: No, per niente.

 

Come si riconosce il grande amore, quando lo si incontra?

Francesca: Se ad un certo punto ti ritrovi a pensare di aver immaginato tutto, probabilmente è il tuo grande amore sul serio.

Marco: Da come ti sorride e dagli occhioni. Giganti.