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«Non posso dimenticare il mio arrivo in città. L’estate dei venticinque anni, uno zaino pieno di libri come sedile, e la corriera che emerge dal buio del Lincoln Tunnel. Anch’io cercavo qualcosa laggiù -le strade degli scrittori che amavo, la loro ispirazione segreta- ma non ero pronto all’accoglienza che mi aspettava. Sbarcando dal New Jersey, Manhattan apre il sipario all’improvviso: poco prima stavo contemplando un paesaggio di fabbriche e svincoli autostradali, e subito dopo ero tra i grattacieli. L’edificio davanti a me, nella fuga prospettica della trentaquattresima strada, assomigliava del tutto all’Empire State Building. Non ho fatto in tempo ad abituarmi alla luce che l’autista ha accostato, ha annunciato il capolinea e mi ha scaricato a terra. Di colpo ho smesso di osservare la città dal finestrino -e di studiarla, immaginarla, desiderarla, perfino averne un po’ paura- e ho cominciato a farne parte.

Ho sentito molti racconti come questo negli anni. Colson Whitehead, uno dei miei spiriti guida alla città, ha scritto: “Cominci a costruire la tua New York privata appena posi gli occhi su di lei”. Rispetto ad altre cronache di viaggio, chi c’è stato parte sempre da lì. Dal primo fotogramma. La prima guglia sparata in cielo, il primo marciapiede gremito, il colore della pelle del primo incontro. Il primo odore inatteso, che per qualcuno è di oceano, o di carne arrostita, o di zucchero a velo, o di ruggine e foglie marce, anche se quello che sta marcendo è legno, cemento, ferro, mattoni, perché l’intera città sembra attaccata dalla ruggine e dalla muffa. Sono inaspettati anche i colori. Non il bagliore freddo del vetro e dell’acciaio, ma le tonalità pastello del rosso, dell’arancio, del marrone. La sorpresa di sbarcare nel Nuovo Mondo e scoprire una città vecchia: non come sono vecchie quelle europee, che sono vecchie come monumenti, ma vecchia come una fabbrica abbandonata, o una casa di famiglia, o gli edifici ferroviari che si vedono appena fuori dalle stazioni, o i luna park in disuso.

Ancora Whitehead: “Magari eri su un taxi partito dall’aeroporto, quando hai visto sorgere l’orizzonte urbano. Tutti i tuoi beni terreni nel bagagliaio, e nella mano un pezzo di carta con l’indirizzo. Da qualche parte in quel caos glorioso e fantastico c’era il posto indicato sul foglietto, la tua prima casa qui”.

La mia non era una casa ma un ostello di Greenpoint, il quartiere polacco di Brooklyn. La prima persona con cui ho parlato era un venditore di spiedini, un portoricano che mi ha indicato la metropolitana dicendo “Bienvenido in America”. Le prime cose che mi sono ritrovato a contemplare: le scale antincendio sulle facciate dei palazzi e le cisterne d’acqua sui tetti. “Ferma quel momento: è il tuo primo mattone”.

Subito dopo ha iniziato a farsi strada un’altra sensazione. Fermarsi al semaforo e approfittarne per guardare in su, o attraversare l’incrocio e voltarsi verso un punto lontano chilometri nel saliscendi del viale, o lasciarsi trasportare dalla corrente umana lungo i marciapiedi, sembravano cose già fatte molto tempo prima. Cose che stavano in quella zona della memoria dove vanno a finire i ricordi dell’infanzia, o in un posto molto vicino. Mi sentivo come uno che ritorna, ritrova, riconosce: eppure io a New York non c’ero mai stato. Quelle cose, era la prima volta che le facevo. Ma se non erano ricordi miei, allora di chi erano?

[…]

Mi trovavo nella capitale dell’immaginazione. Questa è una piccola guida a quella città. Non ero sicuro del nome con cui chiamarla, perché ne ha avuti tanti nel tempo e nessuno sembrava adatto al posto che avevo in mente io. “La città delle meraviglie”. “La città che non dorme mai”. “La città impero”. I suoi primi abitanti la chiamavano Mannahatta, “L’isola delle colline”. I coloni olandesi Nieuw Amsterdam, i conquistatori inglesi New York. Credo che gli americani abbiano sempre rimpianto di non averla battezzata un’altra volta dopo la rivoluzione, e così hanno cominciato a inventarsi soprannomi. Il più celebre è «La grande mela». Viene dal gergo degli schiavi africani e allude alla fortuna, alla ricchezza e forse pure al peccato, tutti frutti proibiti che chi emigrava dalle campagne sperava di riuscire a cogliere qui. Ma il nome che preferisco fu coniato da Washington Irving, il primo grande scrittore americano, verso l’inizio dell’Ottocento. Lavorando ai suoi articoli di costume locale, Irving venne a conoscenza di una cittadina inglese nota per l’eccentricità degli abitanti: Gotham. Pare che in Inghilterra la parola fosse entrata nei proverbi: quello è un po’ strambo, un po’ svitato, che cosa vuoi farci, viene da Gotham. Irving pensò di avere scoperto un antenato della sua città, già allora piuttosto lunatica. Il nome fu ripreso da diversi scrittori nell’Ottocento – lo stesso Edgar Allan Poe curava una rubrica intitolata Cronache da Gotham – e reso immortale da Bob Kane nel 1939, quando creò il personaggio di Batman e la città di Gotham City, infestata da pazzi criminali.

Come la patria di Batman, anche il posto che ho cercato di raccontare è una città molto simile a New York, ma che non è davvero New York. Come New York è costruita sul granito, ma anche sul materiale impalpabile dell’immaginazione. È fatta di isole, ponti, palazzi, e di infinite pagine di carta. È popolata da otto milioni di abitanti e da quelli che nessuno si è mai messo a contare, i personaggi che vivono dentro i racconti, i romanzi, le poesie. Questa città è un luogo fisico e un luogo della mente, e per ricordarmelo, a volte, invece di usare il nome di New York ho usato l’altro. La città degli scrittori e delle storie. Gotham».

Paolo Cognetti, New York è una finestra senza tende (Laterza, pag. 160, euro 14,00 -con DVD-).


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Io leggo tanto e vado tanto (tantissimo) al cinema. Come tanti.
E, come tanti, ho deciso che adesso, quando mi andrà, quando riterrò necessario farlo per fermare una cosa bella o semplicemente per dire la mia, farò una recensione per ognuno dei libri o dei film che mi andrà di recensire. Anche per non parlare sempre dei cazzi miei, cosa che faccio fin troppo e mi viene fin troppo facile.

Perché ho preso questa decisione? Così, perché mi va. E per trovare altri modi, forse, di parlare dei cazzi miei attraverso le cose che mi sono piaciute. Ad ogni modo. Il libro che inaugura questa nuovissima rubrica di recensioni è appunto New York è una finestra senza tende di Paolo Cognetti, il primo libro (no, il secondo, perché il primo è stato L’ospite di Andrea Marinelli) che ho comprato per festeggiare il volo per New York che avevo appena prenotato insieme alla mia migliore amica. Era luglio. L’ho quindi letto quest’estate, ma ne parlo adesso perché è stato il primo libro che mi ha fatto venire quest’idea di recensire tutta la roba che leggo e che vedo al cinema. In breve (ché ho deciso, per i libri, di dare più spazio alle parole dell’autore, piuttosto che alle mie): è una specie di guida magica ed emozionale alla città. Un percorso che ti porta attraverso tanti percorsi: quelli degli scrittori, delle storie, e anche quelli personali di Paolo Cognetti, che mi piace immaginare come un grandissimo bastian contrario, che ama tutto ciò che è poco amato dagli altri (non so se per reale inclinazione ad affezionarsi alle realtà più reiette e sconsolate, o per semplice spirito di contraddizione). Cognetti mi ha suscitato due sensazioni: la voglia di sposarlo subito e con foga e furia (non ho mai amato particolarmente il genere boscaiolo, ma in compenso ho un debole per i rossi e lui ha un fascino tutto suo: eccolo), e la voglia -forse anche più grande- di prenderlo spessissimo a sberle, dato che io i bastian contrari, quelli che devono sempre fare e dire le cose in modo diverso dagli altri, quelli a cui non piacciono i posti che piacciono a tutti ma amano invece quei posti che non piacciono a nessuno, quelli con la passione per tutto ciò che è strano e/o derelitto, quelli che devono distinguersi sempre e comunque, non li sopporto proprio per niente.

New York è una finestra senza tende comunque mi è piaciuto molto e mi ha fatto anche sognare un sacco, ma davvero un sacco. Si sente e si percepisce tutto l’amore di Cognetti per la città, e c’è tanto, davvero tanto mondo, dentro a quelle 160 pagine. Oltre a tanto mondo, c’è anche un DVD allegato al libro: è un bel documentario di Cognetti e di Giorgio Carella (s’intitola Il lato sbagliato del ponte), che io ho visto subito, prima di leggere il libro: quattro scrittori -Shelley Jackson, Jonathan Lethem, Rick Moody, Colson Whitehead- raccontano se stessi, il loro lavoro e Brooklyn. Qui potete vedere il trailer.

E ora la griglietta del giudizio (brutta parola, ma comunque) complessivo:

Consigliato? Molto.
Stelline? Parecchie. Più una menzione speciale che chiameremo “menzione emozioni” (ne fa provare molte, tutte belle).
Come scrive l’autore?* Bene. Decisamente bene. (Eh, che Cognetti sia bravo si sa, ma diamine: è veramente bravo).

*Si sa che pubblicare ormai pubblicano tutti. Ci tengo perciò a precisare e sottolineare sempre, nella mia gliglietta, la differenza tra:

1) un bel libro che si legge volentieri, che ha una storia fichissima, che ha un intreccio DELLA MADONNA, e che ti tiene incollato lì come una cozzetta allo scoglio, incatenato e incapace di staccartici o anche solo di respirare, scritto però da uno che è più un industriale del racconto che uno scrittore (esempio soggettivo -soggettivo nel senso che: a) non pretendo sia universale; b) non me ne frega un cazzo di quello che ne pensate voi, è quello che penso io e che mi sembra possa spiegare al meglio tutto il pippotto che ho appena scritto quassù-: I pilastri della Terra di Ken Follett);

2) un libro che tutte queste cose che ho appena detto non le ha, ma in compenso è scritto benissimo, da un cesellatore della parola, da un poeta eccelso, che a volte ti fa spalancare gli occhi di meraviglia leggendo certe frasi, epperò ti fa anche venire voglia di strapparti le mutande dalla noia, mettertele in testa, e andare a prendere a cragnate i vetri di casa urlando “Eddaje, eddaje cazzo, sveglia!” (esempio soggettivo -rileggere quello che ho scritto al punto 1 sugli esempi soggettivi-: Cuore cavo di Viola Di Grado;

3) un libro (son rari ma son quelli che noi, cercatori d’oro, dobbiamo cercare avidamente e premiare) che presenta entrambe le caratteristiche. Nel senso che è bello il libro in sé, e che la persona che l’ha scritto sa pure scrivere e cesellare (cosa non scontata).

Il libro di Cognetti appartiene a questa terza categoria.

(Ovviamente c’è una quarta categoria, quella dei libri brutti, che non parlano di un cazzo, e che son pure scritti male: ecco, qui non li troverete recensiti).

P.S. A proposito: parto tra meno di due settimane, per New York. E mi scoppiano il cuore e il cervello dalla gioia.