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Mi sembra incredibile, mi sembra irreale, ma invece no, è vero: tra meno di un mese, il 21 novembre, io e la mia migliore amica partiamo per New York. Andiamo là a festeggiare il mio compleanno, che è il 23 novembre (per chi se lo stesse chiedendo, compio 28 anni: sì, ormai se un ragazzino mi dà del lei non posso nemmeno fargli tagliare la testa) e ci staremo per una settimana abbondante: dal 21, appunto, al 29.

È la prima volta di entrambe sia a New York, sia negli USA. Non potete capire la meraviglia, la gioia. Io mangio e sogno tre cose, da sempre: Roma, l’Inghilterra e l’America. A Roma voglio andarci a vivere, e piango ogni volta che vado via. Ma ho un amore immenso per tutto ciò che ha a che fare con il mondo anglosassone, sia oltremanica, sia oltreoceano: l’Inghilterra è la mia Patria spirituale, il posto in cui avrei voluto nascere; è i miei sogni da piccina, le mie estati da ragazzina, e l’idolatria perpetua che avrò sempre per quella terra magica e speciale. Gli USA invece, come dicevo QUI, sogno da sempre di vederli tutti, stato per stato, andando là per viaggiare in lungo e in largo e in alto e in basso, e per scriverne, scriverne moltissimo. Come mi faceva notare una volta un amico saggio, dico spesso «uno dei sogni della mia vita è» e poi parto raccontando le cose più strampalate. «A stare a sentire te, quasi tutte le cose sono o potrebbero essere il sogno della tua vita», dice.

Non è proprio così, però sicuramente l’America c’è in molti di questi sogni, e nel sogno più grande di tutti ci sarei dovuta arrivare in nave. A chi non lo sa, racconto brevemente il perché: mio nonno, il mio nonno paterno, padre appunto di mio papà (che è di Genova), era marinaio. Navigò per anni sulla rotta dell’Australia e poi per anni sulla rotta del Nord America, come racconto in un post che ho intitolato Io non ho paura di niente, mio nonno era marinaio. Stava via sei mesi, tornava a Genova per due settimane quando la nave attraccava e poi ripartiva per altri sei mesi. Mio papà e i suoi fratelli -un gemello e una sorella più grande di otto anni- non lo vedevano mai: crebbero con la loro mamma, cioè mia nonna, Agnese detta Lina (si sa che ogni famiglia ha soprannomi che sono dei grandi misteri irrisolti). Fu operato di appendicite a Boston, e aveva le braccia completamente tatuate. Aveva àncore, sirene, velieri. È morto quando avevo quindici anni, e lo ricordo così: con le maniche corte, gli avambracci raggrinziti pieni di tatuaggi color verde scuro/bluastro (che è appunto il colore dei tatuaggi vecchi di tanti anni), a fare colazione al tavolo di cucina pescando le fette biscottate da una scatola di latta con lo stemma del Genoa. Il mio bisnonno, suo padre, era ingegnere navale: ho un bisnonno che è stato ingegnere navale in piena belle époque, nell’era dei grandi transatlantici, del Titanic. E io non riesco e non sono mai riuscita a togliermi dalla testa questa cosa dei miei avi che andavano per mare, che erano il mare, che costruivano le navi. Sono cresciuta in montagna sapendo di essere una barca nel bosco. Questo sono: una barca nel bosco. Come tutti sono fatta di tante cose, storie, racconti, di tanti posti e della somma di tutte le strade che ha preso il destino. Casa mia è la mia bella valle vicino a Città dei Sette Assedi, ma so che dentro a certi spuntoni di roccia larga di cui è fatto il mio cuore, dentro a certe brume piemontesi, e all’aria che chiamo appunto casa mia, si dibattono anche onde e prue di navi, perché è dal mare aperto che arriva l’altra metà dei miei geni.

Detto questo, ed essendo stata alla fine molto meno breve di come avrei voluto, torno al punto da cui ero partita: il sogno della mia vita sarebbe stato arrivarci via nave, in America, per onorare gli antenati che vivono dentro di me. Siamo tutti il risultato di una somma di cromosomi che si intrecciano e si incontrano per caso, destino, fatalità, che danno vita a bambini che a loro volta diventeranno genitori di altri bambini, e così nei secoli dei secoli, e chissà chi c’è stato prima, e chissà chi arriverà poi. Chissà chi saranno, se ci saranno, i miei nipoti e bisnipoti. Chissà se avranno qualcosa, di me, in loro. Chissà che cos’avranno, di me. Intanto, dentro di me ci sono i geni di almeno due persone che hanno fatto e vissuto navi. Mi ero informata, sapevo tutto di come poter arrivare in Nord America via mare. Poi però sapevo anche che, se fosse capitata l’occasione di arrivarci con mezzi moderni, non avrei potuto lasciarmela scappare. In me vive ancora la convinzione che un giorno, chissà quando, mi imbarcherò a Southampton su una nave della Cunard Line, per arrivare a New York e poi, da lì, partire per il mio viaggio all’interno degli Stati Uniti, vedendo tutto ciò che occhio e cuore umano possano vedere, stando via due anni, scrivendone, e niente, sono sogni, lasciatemi sognare.

Ad ogni modo. Tornando alle cose pratiche (tanto ho già dato un ampio contributo alla causa “Sei psicopatica? Dimostracelo in mezzo minuto”). Io e la mia amica di una vita, A.S. detta C., metteremo le chiappe su un aereo diretto a New York il 21 novembre. Atterreremo al JFK. E di tutti i posti in cui avrei sognato di atterrare in aereo, non potendo sbarcare in nave, io che oltre ad avere molti sogni ho anche molti miti ed eroi, sognavo davvero tanto di atterrare all’aeroporto John Fitzgerald Kennedy. Mi viene in mente ora, tra l’altro (e sento già il naso frizzare, segno inequivocabile che sto per mettermi a piangere) che arriveremo esattamente alla vigilia del cinquantesimo anniversario del suo assassinio (Dallas, 22 novembre 1963).

Atterreremo il 21 novembre. Andremo via (col cuore rotto da una delle cose più indimenticabili che mai ci siano successe) il 29. Nel frattempo, io avrò festeggiato il compleanno. Ho già in mente che cosa voglio fare quel giorno (andare a Ellis Island e poi a mangiare una fetta di torta da Serendipity -spero mi si perdonerà: son cresciuta a pane e rom-com, come ogni sociofobica disadattata che si rispetti-). Sono tante le cose che vogliamo fare in quei giorni e, come spiegavo qualche settimana fa a un amico carissimo che mi dava consigli su che cosa fare/vedere dicendomi «a destra di Central Park», oppure «eh, la parte a sinistra di Central Park» (che è un po’ come si spiegherebbe New York a un orangotango sordocieco, cioè dando per scontato che non sappia i nomi di nessun posto, eccetera): io New York la conosco già, grazie. Cioè: non ci sono mai stata, ma perbacco, sono una ragazza il cui cuore è stato allevato da Nora Ephron, santo cazzo. Sono residente onoraria dell’Upper West Side. Ho comprato libri per tutta la vita nel negozio di Kathleen Kelly. E frequento l’Upper East Side, pur non amandolo, perché ci vive la mia amica Charlotte York (Sex and The City non solo lo conosco a memoria, come è bene che sia, ma ad agosto ho rivisto tutte e 6 le serie, perché insomma, vuoi non ripassare prima del viaggio?). Sono anche tante le cose che devo a Woody Allen, chiaramente. O a Michelle Pfeiffer e George Clooney. Di sicuro esiste una vita parallela in cui l’ho frequentata pure io, la scuola elementare Montessori del West Side. E chissà quanti traghetti ho preso, per andare a Staten Island. Non c’è angolo di New York con cui io non abbia una familiarità, foss’anche solo auricolare. Nel senso che sento nominare tutti i suoi posti e le sue strade da così tanto tempo, ma da così tanto tempo, che so, nel profondo, di conoscerla già. Di averci già vissuto molte felicità. Di aver lavorato, di essermi innamorata, di aver avuto bambini, a New York. Uh, dimenticavo il mio film preferito di quand’ero piccola: quel capolavoro di Three Men and a Little Lady con Tom Selleck, Steve Guttenberg e Ted Danson, che è una specie di inno d’amore a New York.

Ossantocielo. Quanto vorrei esser sempre breve e quanto invece riesco puntualmente a essere dilania-cazzi. Il concetto è: chiunque abbia vissuto in questo mondo, interessandosene, ha un cuore che già conosce New York. Certo vederla sarà diverso, esserci sarà la somma di tutto il resto, di tutto ciò che può avvenire solo vivendole, le cose, e non immaginandole e basta, o leggendole e basta, o vedendole nei film. Mi viene in mente quella scena di C’è posta per te in cui Meg Ryan vede una farfalla sul vagone della metro e scrive a Tom Hanks: «Una volta ho letto di una farfalla in metropolitana e oggi… ne ho vista una! Molto di ciò che vedo mi ricorda qualcosa che ho letto in un libro. Ma non dovrebbe essere il contrario?».

Ecco, per me vale la stessa cosa, ma la estendo anche ai film. Ho abitato molte volte, a New York. Ci son stata molto felice. Ora che il vederla, vederla sul serio (ed esserci e poterla calpestare e baciare e prendere per le foglie e i lampioni), sta per accadere davvero, non so proprio se sono pronta. Devo ancora capire se sto per andare per la prima volta in un posto, o se sto tornando in qualche modo a casa.

Quello che voglio (vogliamo, io e A.S. detta C.) chiedere a chiunque sia arrivato alla fine di questo post senza morire di stracciacuore per il mio essere così inutilmente prolissa, è questo: desideriamo avere una guida umana a New York City.

Certo, a modo nostro, pur non essendoci mai state, la conosciamo già. Come chiunque. Siccome però ci atterreremo tra un mese per la prima volta, e siccome i film e i libri sono un modo spettacolare di vivere tanta parte di vita e tante vite, ma non sono la realtà (anche se di questo magari dobbiamo riparlare, perché non ne sono così convinta), vogliamo i consigli reali di gente che ci sia già stata. Per davvero però.

Abbiamo, come dicevo su, le nostre idee e i nostri piccoli itinerari e mete di pellegrinaggio. Abbiamo ovviamente una Lonely Planet (e un altro paio di guide in inglese che mi ha prestato un’amica per metà -beata lei- americana). Quello che vorremmo creare, però, è una guida viva alla città, fatta da chi c’è già stato. Poche cose al mondo animano gli animi come il parlare di New York. Quindi forza, fatevi sotto. Diteci le vostre cose irrinunciabili. Che cosa, secondo voi, dovremmo proprio fare. Che cosa non dovremmo lasciarci scappare. Da che cosa, invece, dovremmo, sì, scappare. Cioè che cosa dovremmo evitare. Che cosa vi ha delusi? E che cosa invece vi ha elettrizzati e abbacinati e vi ha incatenato il cuore? Dove ci mandereste a mangiare? Io per esempio sogno da tutta la vita di andare ad assaggiare il pastrami on rye da Katz’s Deli. Faccio bene? E che cos’altro dobbiamo fare? Quando chiudete gli occhi in mezzo alle strade e alle case delle vostre Torino, Milano, Napoli, Ancona, Pescara, Civitanova Marche, Pizzo Calabro, Trecate, Cologno Monzese, Barcellona Pozzo di Gotto (provincia di Messina), o anche Londra, Edimburgo, Roma, che cos’è che vedete, di New York? Se poteste dare un consiglio alla persona che più amate al mondo, e dirle «vai lì/fai questo», che cosa le direste? Potete dirlo anche a noi?

Abbiamo alcuni punti fermi, chiaro. Alcuni son quelli ovvi, perché comunque siamo ragazze di provincia e siamo già pronte a tenere la testa in su e gli occhi spalancati, a darci di gomito e a dirci tante e tante volte «Mamma mia, ma non mi sembra vero, siamo a New York. New York!» e a fare tanti «oh» e «ah» di meraviglia. Altri invece sono sogni nostri, personali, magari anche un po’ più inusuali, perché saremo sì due ragazze di provincia, ma in gamba: mica sceme.

Ve li dico, così state tranquilli e sapete quello che, di sicuro, sappiamo già che faremo. Sì sì, certo, saliremo sull’Empire State Building. Vuoi mica non. Sì, santo cielo, andremo a Times Square, non vi agitate (anche perché credo che non passarci sia impossibile, cioè che sia proprio un punto di transito obbligato). Andremo a vedere il monumento ai caduti del WTC, naturale. Quelle vasche enormi con l’acqua che scende e i nomi di tutti i morti nell’attacco alle Torri. So già che si piangerà molto, ma anche qui non si può non. E poi andremo a Ellis Island: sogno di vedere Ellis Island da quando, in quinta elementare, ce ne parlò il maestro U. Proprio perché è la cosa a cui tengo di più, vorrei andarci il giorno del mio compleanno. Poi so che all’isolotto della Statua della Libertà ti ci portano con lo stesso traghetto che va a Ellis Island, perciò perfetto, due piccioni con una fava. Andremo al MoMa. Andremo a passeggiare un po’ a Brooklyn, a calpestare le vie di tutti gli scrittori che ci abitano. Andremo a Brooklyn Heights, a Red Hook, a Williamsburg, a DUMBO, e ci faremo un bel giretto sulla Brooklyn Bridge Promenade, tornando a Manhattan. E a proposito di Manhattan: anche la High Line dev’essere una figata assoluta. Uh mamma, pure il Meatpacking District vorrei girare in lungo e in largo. E TriBeCa, certo, e SoHo, e il Greenwich Village, e tutte quelle cose là. E i pontili del porto. Magari un giro sulla Circle Line. E come ho già detto l’Upper West Side, perché Nora Ephron diceva che in C’è posta per te (che è uno dei miei film-guida, lo si sarà capito, ed è ambientato appunto nell’UWS), il quartiere era da considerarsi il protagonista principale, insieme a quelli umani, cioè Meg Ryan e Tom Hanks. Andremo alla Grand Central Station (per diversi motivi: perché si deve, perché dicono sia bellissima, per vedere tutti i pendolari che di mattina arrivano, che ne so, da Buffalo o dal Connecticut, per entrare un momento a guardare i soffitti leggendari di quel benedetto Oyster Bar che tanto piace al mio eroe principale e nume tutelare Gabriele Romagnoli, per immaginare di veder scendere da un treno Meryl Streep e Robert De Niro in Innamorarsi, e naturalmente anche perché la stazione è citata in Telephone di Lady Gaga, che nel 2010 avevo come suoneria). Oddio, adesso ci sono un bel po’ di cose che non mi vengono in mente. Anche perché io e A.S. detta C. ce ne siamo dette solo alcune, e abbiamo concordato che, a parte quelle cose ovvie che non puoi non fare se vai a New York, le altre ce le diremo man mano, tipo in aereo («Uh, vorrei andare lì!», «E io vorrei andare lì e là!»). Che altro? Ah, sì: vorrei andare al Tenement Museum nel Lower East Side. E a vedere la sinagoga storica del Lower East Side. Andremo ovviamente alla New York Public Library. E da Strand, di cui sento parlare da tutti quelli che stimo e che sono stati a New York (la descrivono come la libreria più bella del mondo). Vogliamo andare a Coney Island (principalmente perché C. -non ce la faccio a continuare con questo A.S., basta: io mica la chiamo mai con il suo nome vero- vuole vedere l’Oceano per bene, a perdita d’occhio). Andremo a mangiare un paninetto (dipende quanto freddo fa, magari ci portiamo solo un caffè) davanti al GE Building, perché è il grattacielo che stavano costruendo gli operai fotografati in pausa pranzo in Lunch atop a skyscraper, e quella foto lì è una delle cose preferite al mondo, per la mia migliore amica. Al liceo aveva il quadro in camera, e una cartellina, e un segnalibro (regalo mio), e forse anche altre cose che adesso non ricordo. Quindi mi sono informata per bene su che palazzo è, eccetera, e ce la porto. Come già dicevo, andremo a mangiare da Katz’s Deli. E a fare merenda da Serendipity. Poi mi han detto (e siccome me l’ha detto pure la mia amica che è mezza americana mi fido) che gli hamburger più buoni della galassia li fanno da Shake Shack, quindi niente, non è che uno va in America e non si mangia neanche un hamburger. Sogno anche di mangiare una Red Velvet Cake come Dio comanda. Mi piacerebbe poi andare a cena in un ristorante tutto blu con quadri di caccia alle pareti -l’ho visto su Vanity Fair ed ero andata a cercarmi il sito-, ma è troppo caro. Oddio, sento che sto dimenticando delle cose. Coney Island l’ho già detta? Sì. Ma sì sì, chiaro, andiamo a fare un giro a Central Park. Anche più di uno, si capisce. Certo che sarebbe bello andare a vedere uno spettacolo a Broadway, ma qui nessuno può pagare a reni. Sì, me l’han detto in tanti che il MoMa PS1 nel Queens è uberfigo e ubercool, ma andiamo già al MoMa normale e in ogni caso i giorni non è che sian tantissimi, bisogna vedere quello che riusciamo a fare, fermo restando che la priorità è vedere la città. Uh, mi piacerebbe molto passare davanti alla sede della Random House, dove credo che mi farò la pipì nei pantaloni per l’emozione. Già che ci siamo, passerei volentieri anche davanti alla sede del New York Times. E davanti al Dakota Building. E davanti alla casa di Carrie Bradshaw (tre mie colleghe ci sono andate: mi faccio spiegare l’indirizzo e ci vado pure io). Poi, siccome andremo via il 29 e il giorno prima, il 28, sarà il giorno del Ringraziamento, andremo a vedere la storica parata di Macy’s. AH! Un’altra cosa per cui mi sto già emozionando come una cinciallegra canterina è che vedremo il Flatiron da dentro. Cosa che sogno da sempre. Non so, se entrarci e salirci è una cosa normale abbiate pazienza: sono una ragazza di provincia, non sopravvalutatemi. Il fatto è che la mia Lonely Planet dice che siccome dentro ci son solo uffici privati, l’edificio si può vedere solo da fuori. E qui viene la figata. Perché io sono una piccola strega che trama, e quando tramo, tramo per bene. In pratica: ho scoperto che nel Flatiron, tra i vari uffici, c’è anche la sede di una casa editrice. La St. Martin’s Press, che fa capo al gruppo Macmillan. E siccome, come qualcuno già saprà, lavoro anch’io in una casa editrice, mi son detta «Molto bene. Qui bisogna fare qualcosa». Così ho scritto alla St. Martin’s Press, ho detto appunto che lavoro in una casa editrice in Italia e che sogno da sempre di vedere il Flatiron dall’interno, che sarò lì nel periodo del mio compleanno e che, essendo alla fine una “collega”, mi sarebbe piaciuto far loro visita, vedere la sede e vedere il palazzo da dentro. Mi hanno detto di sì. Se aveste visto la mia faccia in quel momento, tutte le waka-waka di Shakira e tutte le vuvuzela di questo mondo avrebbero cessato di avere un significato, credetemi. Il mio cuore era un’esplosione di sorrisi che neanche le orecchie sarebbero mai state sufficienti a fermare.

Ad ogni modo. Sono certa di aver dimenticato qualcosa di fondamentale, qualcosa che mi farà sentire scemissima, quando prima di andare a dormire mi metterò a rileggere questo post per le solite, immancabili, 20 o 30 volte (come faccio ogni volta che scrivo una roba, per trovare errori di battitura, refusi, vedere se fila tutto, se tutto è musicale e altre gnegnerie -giuro: voi potete non crederci ma è vero; ogni cosa che scrivo passa a un vaglio inumano, che consiste anche in 30 riletture nello stesso giorno-). Sento di aver dimenticato qualcosa, ma non importa: a ricordarmelo ci penserete voi. Aspettiamo i vostri consigli. Vogliamo una guida viva a NYC, fatta da tutta la gente che vorrà partecipare. Inizio postando quattro mail che abbiamo ricevuto in privato, ma che appunto è necessario stiano qui perché questo post si pone l’obiettivo di archiviare tutto: tutte le vostre parole su New York. Ho detto a più di una persona «Mandami una mail!», ma poi ho pensato che no, avesse molto più senso archiviare tutto in un posto solo (senza dover poi andare a cercare commenti o messaggi inbox su Facebook, o nella casella di posta, o chissà dove).

Ho già un quadernetto pronto per prendere nota di tutto. Giuro. Eccolo qui. Fatevi sotto! E grazie.
:-)

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