Tag

, , , ,

Ogni tanto qualcuno osa -ancora- chiedermi come mai io legga il Foglio, pur votando da sempre Rifondazione Comunista o ciò che ne rimane (SEL alle ultime elezioni, per esempio). Ebbene, io leggo il Foglio perché la gente che ci scrive su scrive da dio, e quando non scrive da dio scrive da divinità olimpica minore. Leggo il Foglio perché è l’unico giornale italiano in cui si dà ancora importanza alla bella scrittura. Leggo il Foglio per godermi le facce scandalizzate di quelli che me ne chiedono conto, come se, anziché un giornale, io leggessi agiografie di assassini. Leggo il Foglio per la gioia perfida che mi regala il poter dire all’edicolante, ogni sabato mattina, «Buongiorno, prendo il Foglio e D di Repubblica senza Repubblica» e a lui che ribatte «Eh, ma io D non posso venderglielo senza Repubblica» rispondere «No guardi, io le pago prezzo pieno, ci mancherebbe, però Repubblica glielo lascio qui: non mi interessa», per poi andarmene fiera lasciandolo lì raggelato. Leggo il Foglio perché sono certa che nessuno di quelli che tanto me lo criticano si sia mai preso la briga di leggerne anche solo una riga. Leggo il Foglio perché il suo direttore è schierato, schieratissimo (e ha idee totalmente diverse dalle mie su tutto), ma la redazione è libera, liberissima, tanto che un terzo vota come me (e se non ci credete, leggete QUI, alla voce ‘Collocazione politica’). Leggo il Foglio perché in certe cose che ci scrivono alcune sue firme non mi ci ritrovo per nulla (una su tutte: l’articolo vergognoso che scrisse Camillo Langone quando a Napoli bruciò Città della Scienza), ma in tutte quelle che scrivono tanti altri sì. Leggo il Foglio perché ha allevato una mia penna-mito (Guia Soncini), e leggo il Foglio perché l’ho scoperto grazie a un’altra mia penna-mito (Annalena Benini). Ricordo giorni felicissimi passati unicamente a leggere tutti gli articoli arretrati di Annalena: era l’aprile o forse il marzo del 2009, e io leggevo vorace tutto l’archivio del 2008, un mese al giorno, senza fermarmi mai. Poi, da lì, ho scoperto anche il resto del giornale. Mi sono detta che forse, se ci scriveva lei che era (è) così straordinaria, il Foglio non doveva essere poi tanto male. E infatti. Sarò sempre grata a me stessa per aver superato i miei pregiudizi. Sarò sempre fiera di averlo fatto. Voi lo fate, ogni tanto?
Mi sono persa, scusate: dicevamo? Ah sì: leggo il Foglio soprattutto per ricordarmi che in un Paese flagellato dalla mancanza di talento, da qualche parte, in qualche nicchia felice e meravigliosa, c’è ancora qualcuno che scrive così.

Vi lascio qui l’ultimo articolo della mia Annalena, gente. Usatemi la cortesia di leggerlo, prima di parlare. Quando avrete finito, se ancora oserete fiatare, tenete a mente una cosa: sono anni che sopporto i vostri parerucci su una cosa che io amo e che voi non conoscete. Dovreste ormai aver capito che a me i pareri degli altri non interessano poi molto. Soprattutto quando vengono da chi non sa neanche di che parla.

(Se poi proprio non riusciste a dormirci la notte -ma non credo-, vi lascio anche una cosa che scrissi qualche anno fa per Tr3nta Magazine, su che cosa significhi -per me- essere di sinistra).

 

Piccoli principi guerrieri – di Annalena Benini

«Negli anni pazzi le cose succedono come negli incubi di notte, in cui ci si sveglia e si prova sollievo, perché era finto, era un sogno. Invece è vero. Gli anni pazzi sono quelli in cui tutto va al contrario. Di come avevamo immaginato, dato per certo. Perfino temuto. Ci si scivola dentro, come se sotto i nostri piedi, mentre camminiamo tranquilli oppure angosciati per sempre e per tutto, per un’influenza o per un lavoro, per i soldi o per un tradimento, si aprisse all’improvviso una botola, un buco, uno squarcio, che ci precipita in un altro mondo. “Tu pensavi solo: perché non a me, che magari posso sopportarlo? Perché a mio figlio? Proprio a mio figlio?”. Lo squarcio non si è aperto esattamente sotto i nostri piedi, ma ci siamo buttati dentro per afferrare lui, bambino che non dovrebbe scivolare mai, che non dovrebbe conoscere il male. Non ancora, non adesso che il mondo è appena incominciato ed è fatto di animaletti di stoffa, di dinosauri di gomma e dei sorrisi di tutti. Ma succede anche questo, succede a millecinquecento bambini ogni pazzo anno in Italia, e chi c’è stato e chi l’ha visto sa che è come quando sott’acqua trattieni il respiro e gonfi le guance e senti i rumori lontani. Solo che non puoi risalire quando vuoi. E’ come la guerra, bisogna stare là e combattere, scrivere qualche lettera dal fronte, concentrarsi sulla via del ritorno, e intanto caricare lavatrici, lavare via il betadine, darsi il cambio per una doccia. Gli altri pensano: che cosa terribile, che cosa impronunciabile. E spesso dicono frasi idiote: com’è potuto accadere?, è ereditario? che sfortuna, dove trovate la forza?, e viene voglia di incendiargli la macchina. Voi siete lì, sospesi nel vuoto, aggrappati con i denti a un ramoscello, e quelli vi chiedono se la malattia è ereditaria. Manca soltanto che si informino sulle possibilità di contagio, ma potrebbero perfino raccontarvi della loro intolleranza al glutine (nell’ultimo film di Valeria Bruni Tedeschi, “Un chateau en Italie”, il fidanzato di Louise chiede al fratello di lei: “Che cos’hai agli occhi?”, il fratello risponde: “Ho l’Aids”, e lui di rimando: “Ah, io sono astigmatico”). Il primo istinto è di tirare giù una saracinesca sul mondo, senza nemmeno salutare, perché la guerra è dichiarata e bisogna risparmiare ogni respiro. Risparmiare le parole, anche. In pochi minuti, con una frase, il mondo che esisteva prima non c’è più, o meglio esiste, ma riguarda soltanto gli altri. Quelli che accompagnano i bambini a scuola, che li portano al mare, che si preoccupano per le vaccinazioni e per un po’ di tosse, che si arrabbiano se sudano e se la baby sitter arriva in ritardo, se hanno sporcato con il gelato il vestito nuovo. Mentre dall’altra parte del vetro si firmano consensi informati per Tac, risonanze, biopsie, trasfusioni. “Tumortown”, il pezzo di mondo raccontato da Christopher Hitchens, non fa spazio soltanto agli adulti, capaci di parlare di “alieno cieco e privo di emozioni” e di rispondere con ironia: “E’ un po’ presto per dirlo”, a chi continua a chiedere: “Come stai?”. Tumortown cattura i bambini, è difficile anche solo dirlo, che magari arrivano con le ciabattine da mare, o con lo zaino di scuola, o stringendo fra le braccia una gallina di pezza o un Nintendo, accompagnati da genitori annichiliti. O, come dentro questa storia piena di forza e di vita, Tumortown cattura un neonato di due mesi, attaccato al seno della mamma, con gli occhi appena spalancati sul mondo. Dorothy da un tornado viene sollevata da terra e portata nel regno di Oz, insieme a tutta la casa, insieme al cane Toto, e non sa come tornare in Kansas dagli zii. Angelo viene catapultato da un ecografista con i baffi neri e folti nel regno di Op (oncologia pediatrica, ma Paola Natalicchio ha trovato questo nome quasi buffo, da fiaba che finisce bene) insieme a tutta la sua famiglia, insieme ai progetti per l’estate, l’inserimento all’asilo nido, le gite al mare con i nonni, tutta la vita che all’improvviso si arresta, va a sbattere. “La sensazione è stata quella di un incidente. Uno schianto sul guardrail. Solo che non ci siamo ritrovati ribaltati sull’asfalto, ma sbattuti – senza preavviso – in una stanza con un letto, un tavolo, un piccolo frigorifero e un bagno, al decimo piano del Policlinico Gemelli, dove Angelo era nato. Il decimo piano. L’ultimo, il più nascosto. Quello dove nessun bambino, se ci fosse una qualche logica nelle cose, dovrebbe finire mai”, scrive Paola Natalicchio, giornalista e da poche settimane sindaco di Molfetta, in questo libro appena uscito per Einaudi, “Il regno di Op”, che toglie il respiro e poi lo restituisce, che fa paura e poi la caccia via, e apre la porta, con precisione e luce, su un mondo dove i guanti delle infermiere a un certo punto sono blu, e ai bambini piacciono, dicono che sono i guanti dei Puffi, ma servono per maneggiare i farmaci della chemioterapia. Non per giocare. Puzzano di plastica bruciata. Ma le mani che si muovono dentro questi guanti anti veleno (il veleno che deve sciogliere l’alieno cieco e che non si commuove nemmeno davanti a un bambino) sembrano farfalle e Angelo ride e cerca di afferrarli, mentre la sua mamma, che vive con lui nel regno di Op, gli cambia il pannolino, e se lui ride anche lei sente un po’ meno dolore.

Allora anche i guanti dei Puffi non sono così male, dentro quel mondo dove sulla porta c’è un cartello con su scritto: “Reparto di isolamento. Vietato entrare” che nessun genitore vorrebbe mai dover vedere, ma se il tornado ti porta fin lì, allora da lì non vuoi nemmeno uscire, non da solo, non senza il tuo bambino, nemmeno per dormire, nemmeno per scendere al bar. E’ un mondo al contrario, ingiusto e popolato di piccole persone che dovrebbero stare a scuola, al parco, in piscina, nell’erba a rotolarsi e a sudare, a prendersi il raffreddore con leggerezza. Invece sono lì, e come Dorothy cercano il modo di tornare a casa. Ma in questo mondo al contrario, in tutto questo dolore, succede una cosa molto importante e Paola Natalicchio, che è scesa in fondo al pozzo e poi è risalita, portata in spalla dal suo bambino che adesso ha due anni e una cicatrice sul cuore, l’ha vista, compresa e raccontata: i bambini restano bambini, e sono sempre più bambini che malati. E guariscono. Sono in fiduciosa attesa di ritornare al mondo, ma intanto continuano a disegnare, a mangiare i pop corn che le infermiere distribuiscono alle sei del pomeriggio, a volere fare i compiti o a non volerli fare (ci sono i maestri, i maestri di sostegno che vanno a fare lezione ai bambini in trincea che non vogliono restare indietro con il programma), nel regno di Op ci sono le microconfezioni di Nutella, le feste di compleanno, le calze della Befana, le infermiere come mamme, con gli occhi lucidi quando le cose vanno male, e i medici che telefonano dalle ferie per sapere come stanno oggi Bernardo, Anna, Sofia, Michele, Alberto, cosa dice la Tac, cosa dicono le facce. Sorride? Gli va di giocare? Questi bambini fortissimi hanno sempre voglia di giocare, di ascoltare una canzone, di vedere il mondo che si muove, anche se il mondo è diventato soltanto un corridoio, con in fondo la ludoteca, anche se le siringhe nelle gambe sono uno schifo, e anche i capelli, quando volano via. Ma poi ricrescono, come ai supereroi. Molto più che ai supereroi. Quando succede, che si viene strappati via dal solito mondo, che con un bambino è già un mondo-tornado, e trasportati da uno schiaffo nel regno di Op, con il caffè del bar dell’ospedale un minuto al giorno, con azzerate le possibilità di avere un minuto di non cattivi pensieri, scrive Paola Natalicchio che “vorresti incendiare tutte le porte, gli ascensori, i bar, i parcheggi. Vorresti vedere andare in briciole tutte le famiglie che la mattina bevono serenamente il cappuccino davanti al giornale. E un po’ d’odio lo provi, per ogni cosa. Stupidamente. Indistintamente”. E strazio per chi arriva, per chi non smette mai di arrivare, per le facce smarrite che si trascinano dietro un trolley, per le madri che dicono: “Abbiamo preso solo le pantofole e il pigiama, qualche maglietta a caso”, e strazio e senso di colpa per i bambini che hanno ancora quel magnifico sorriso a riempire la faccia, ma che lo perderanno, per poi ritrovarlo alla prima cosa buffa, alla prima partita a Monopoli.

Ma questo libro non è un grido di dolore, è una battaglia di disvelamento. Della fatica, ma della possibilità intatta, di ribaltare il punto di vista, di alzare la saracinesca (anche sulle domande idiote: com’è potuto succedere?, così magari chi legge impara a non farle più, oppure chi le riceve impara a farci sopra una risata) e vedere la bellezza anche da lì. I medici eroi, le fate infermiere, gli amici che girano lo zucchero nel cappuccino di carta e te lo porgono in silenzio, i pop corn e la vita quotidiana. Guardare il mondo dal regno di Op per aiutare il mondo a guardare il regno di Op: non è un braccio della morte, è un posto dove i bambini vivono, vengono curati e guariscono. Dove la guerra è dichiarata, come nel bellissimo, euforizzante film di Valérie Donzelli che uscì un anno fa e racconta la guerra per suo figlio, che era malatissimo e adesso corre sulla spiaggia, e quanto amore serve per salvare l’amore, e quanto champagne serve per brindare in ospedale a una battaglia combattuta e vinta. Dal regno di Op si torna, e soprattutto nel regno di Op si continua a vivere: nel film “La guerra è dichiarata”, per continuare a vivere si fanno patti, e si danno istruzioni ai genitori: giurami solennemente che non andrai mai a cercare notizie su Internet; vendiamo la casa perché abbiamo finito i soldi; non stiamo fermi a piangere, al massimo andiamo a ballare, di notte; continiuiamo ad amarci; facciamo jogging per allenare il corpo alla guerra; continuiamo a camminare sulla lava bollente, a pensare pensieri che gli altri non sanno, ma lasciamo entrare il mondo, anche le cretinate che a chi sta fuori dal mondo di Op, continuano normalmente a sembrare uragani. Paola Natalicchio e suo marito si erano cancellati da Facebook la sera stessa del ricovero nel regno di Op, avevano mandato sms agli amici per salutare, perché sul fondo del mare mica si può chiacchierare, andare alle feste, progettare un weekend al mare. “Chiesi a tutti, educatamente, di lasciarmi in pace”. Una porta blindata e via, non lo vedi che c’è anche scritto sul cartello, “Vietato entrare”, sai a che cosa servono i guanti dei Puffi, sai a cosa serve quella coda di plastica azzurra che ha mio figlio cucita sul cuore? “Fortunatamente, la comunità dei nostri amici si è comunque organizzata in modo anarco- insurrezionalista per scassinare quest’idiozia”. Questo libro è un’insurrezione anarchica, come quando prepari i pop corn e se non metti il coperchio il mais esplode per tutta la casa, come le nonne che portano in ospedale le teglie di pasta al forno calda e ordinano: “Va’ a mangiarla in terrazza, che prendi aria”. Come Martina che ha quattro anni e cinque chili di chemio addosso, la maglietta di Titti e Gatto Silvestro e al telefono dice: “Dài nonna. Adesso ho preso un’altra medicina per far andare via la bua che mi resta. Tu non ti preoccupare che quando la medicina fa effetto torno a casa”. E’ entrata nella camera antisettica, le hanno trapiantato le cellule staminali e ce l’ha fatta (anche sua madre, senza marito a portarle il caffè nel bicchiere di plastica, senza più nemmeno una sigaretta). Ci sono i parenti che arrivano al Gemelli con il treno ogni venerdì, e le mozzarelle fresche dentro la borsa termica, ci sono le infermiere che distribuiscono il cocomero, e che alla sera passano con il carrello e fanno l’unica domanda giusta, possibile, utile: “Camomilla?”. In mezzo c’è la guerra, che si impara, e la necessità di pronunciare parole altrimenti indicibili, soprattutto perché riguardano un bambino. Maria Pia Veladiano ne “Il tempo è un dio breve” (Einaudi stilelibero) scrive che “il male ha sfiorato la vita di tuo figlio e lo può fare tante volte quante sono le stelle del cielo ora e sempre, anche quando tu dormi, e tu allora devi vegliare e prevenire e mai più dormire. Finché puoi”. Ma così non restano più forze per fare spazio al bene, che ci sfiora tante volte quante sono le stelle del cielo, e anche ci travolge. Il risultato della Tac, atteso dentro la solita notte insonne, ritirato mano nella mano. “E’ pulita, andatevene a casa, avete già passato abbastanza tempo qui dentro”. E un giorno invece, quando le cose vanno molto male, quando sembra non esserci più nemmeno il tempo dilatato del regno di Op, dirsi: “Sposiamoci”, e ordinare le pizze la sera prima e mangiarle in stanza con le infermiere. I bambini del reparto lanciavano il riso, i portantini hanno lasciato un Bacio Perugina sul vassoio del vitto, e poi il matrimonio è stato bellissimo, pieno di tutto, come il ballo di un gruppo tribale per mandare via gli uragani. Gli uragani passano, a un certo punto finiscono, è questo il senso. “Esiste sempre un punto di leva per ribaltarlo, il dolore, e trasformarlo in qualcos’altro”, per Paola Natalicchio la cosa più facile degli ultimi suoi anni è stata diventare sindaco di Molfetta.

Christopher Hitchens aveva trasformato il dolore in una continua dissertazione adulta, amichevole e ironica, in una valanga di parole intelligenti e prive di autocommiserazione, invettive contro le scartoffie (“una calamità di Tumortown”), battute (“La gente dice: sono in città venerdì, tu ci sarai? BELLA DOMANDA!”) e perfino consigli: “Se qualcuno che conoscete potrebbe trarre beneficio da una vostra lettera o da una vostra visita, non rinviate la cosa, per nessun motivo. Ciò farà comunque la differenza più di quanto possiate immaginare”. Paola Natalicchio ha preso il dolore e la paura per suo figlio, per tutti i nostri figli, e l’ha trasformato in una danza della pioggia, nella capacità di camminare sul filo, guardando giù ma senza cadere, e trovarci sopra anche qualcosa di allegro. Ha aperto la porta, quella con scritto: “Vietato entrare”, quella degli incubi di tutti, e ha detto: vi racconto com’è, vi spiego, vi faccio vedere che si continua a vivere, anche a ridere, ché i bambini ne hanno il talento, e l’invincibile forza, che i medici hanno scelto di stare lì e portare il bene dentro il male, come le zie che arrivano, già attaccano la lavatrice e fanno avanti e indietro fra il corridoio e il bar, magari sbaciucchiando un santino. Aspettando e facendo a botte (e sono i bambini a fare a botte, e i genitori ad avere bisogno di forza per sopportare la vista della lotta in corso) perché la vita torni di nuovo tutta intera, con il raffreddore, la scuola, senza il treppiedi per la flebo, senza più quell’angolo tra il tavolo e la finestra, e il lettino con le sbarre di ferro e la poltrona letto per la madre (i padri arrivano la mattina, bussano piano alla porta, tengono in mano una maglietta di ricambio, un giornale, un bacio). “Hasta la victoria, qui nel regno di Op”».

di Annalena Benini – @annalenabenini – FOGLIO QUOTIDIANO ©