Tag

, , , , , ,

Candela Nico

 

[Dedicato al fratello che sa di pelle e sigaretta, al mio amico più bello, al mio amico più buono. E al mio Gesù personale -ci sarà foto a dimostrare-]

Questa bella candelina me l’ha regalata il mio amico Nicolò quando facevamo quarta ginnasio. Ci conoscevamo solo da settembre, ed era il nostro primo Natale insieme, da compagni di classe e amici: quello del 1999. Sono passati tanti anni da allora (quattordici, cioè esattamente quanti ne avevamo all’epoca), e in mezzo ci sono state litigate, abbracci, codini, grattate di schiena, teatro, altro teatro, occhi truccati -miei e suoi-, Puglia, Busca, Borgo, la Tunisia, libri prestati, cd prestati, musica, la sua meravigliosa festa dei diciassette anni, la mia orrenda festa dei diciott’anni, grasse risate, la mia prima sigaretta (che ho fumato con lui sul ponte della nave che ci portava in Grecia, tossendo molto), la mia prima sigaretta+ (che ho fumato sempre con lui, sotto a un pino a Capodanno, senza sapere che proprio lì un altro nostro compagno ci avesse pisciato due minuti prima), anni al liceo in cui non ci siamo sopportati e anni invece un sacco belli, giorni in cui scoppiavo a piangere in classe perché avevo il cuore spezzato e lui mi teneva la mano e mi faceva pat-pat, mentre il nostro compagno di banco (lo stesso della pipì sotto al pino) mi passava un fazzoletto e tutti insieme cercavamo di non farci beccare dai professori, anni dopo il liceo in cui non ci siamo visti per niente e anni in cui ci siamo visti molto, fotografie, Torino, casa, Camper nel senso di scarpe, lui che partiva per l’America latina stando via per mille mesi (fotografando cose e lavorando come raccoglitore di caffè in Colombia) e io che rimanevo sempre a Torino, lui che poi andava a vivere per un po’ a Beirut e io che rimanevo sempre a Torino, molte chiacchierate lunghissime di cui alcune in macchina, altre sul Po, altre in casa, ma la maggior parte dove capitava, pizze e minestroni, la consapevolezza di avere un fratello non di sangue ma di cuore, e tanto bene, tanto tanto bene. La candelina è sempre qui, nella camera in cui dormivo a quattordici anni, su una librerietta bianca che qui non si vede, vicino a una scatola bianca e rosa presa in Costa Azzurra e a due tulipani di legno che arrivano da Amsterdam, sotto alla cartina politica dell’Italia e a due mensole cariche di libri, di cui si vedono un Jack Frusciante, alcuni Harry Potter, il libro di Vassalli che ci fece leggere il nostro prof di greco del liceo e da cui ho preso tutta la teoria dell’Urobòros che è poi diventata uno dei quattro motivi dietro al mio tatuaggio sul gomito, un Ragazzi della via Pàl, una biografia di De Gregori, La schiuma dei giorni di Boris Vian e alcune altre robe, tipo il Dizionario dell’Occidente Medievale pubblicato da Einaudi (che è la cosa a cui tengo di più al mondo, dopo o forse insieme a mio cugino), e Diario di una tata, da cui poi trassero un film trascurabile con Scarlett Johansson. E niente, tutto questo per dire due cose, anzi tre: che è sempre qui, che profuma ancora (te lo giuro) e che ti voglio tanto bene, ovunque sei, ovunque andrai.

 

Nico