Tag

, , , , , , , , , , , , , ,

Quello che mi accingo a scrivere è il mio primo photo-post. No, non sto scherzando.

Il “non sto scherzando” non è da riferirsi al fatto che penso ci si stupisca (nel senso: “Ma davvero non hai mai scritto un photo-post?”) perché questo è il primo. Al contrario: chiunque mi legga saprà che non è una cosa molto da me. Ho però deciso, come tutta una schiera di travel-food-fashion-pink-sweety-sailcielo blogger (gente sciamannata) decide ogni giorno, di voler mostrare ai miei fan qualche fotografia scattata dammè (lo so che non ne ho, di fan, non costringetemi a spiegarvi l’ironia e lasciatemi vivere in pace i miei due minuti da finta mitomane). Dicevo, vorrei postare qualche foto, un po’ per l’allegria che mi prende all’inizio della primavera, un po’ perché mi ripeto sempre che dovrei imparare a onorare le stagioni, a celebrarle, a godere amélianamente delle piccole cose anche raccontandole agli altri, non solo a me stessa, e poi però non lo faccio mai, troppo presa come sono ad avercela sempre per qualcosa, reale o inventata che sia. Un po’ per queste due cose e un po’ perché, oltre alle orde di sciamannate che si fotografano col telefono davanti allo specchio tutte le mattine, con la loro brava duckface, in pose ogni volta più storte e più strane (un esempio), o fotografano qualunque cosa capiti loro a tiro solo perché è:

  • colorata
  • simpatica
  • un gatto
  • un cane
  • un macaron
  • eccetera,

ci sono anche tutta una serie di blog bellissimi, e bellissimi veramente -scritti bene, divertenti, che dicon cose intelligenti- in cui un photo-post ogni tanto, qui e là, spunta (due su tutti: quello di Machedavvero e quello della mitica, mitica, mitica Tegamini -che è una delle poche persone al mondo capaci di farmi ridere di puro cuore, e anche la donna che probabilmente chiederei in moglie se fossi un uomo-). E io è da quei blog lì che vorrei prendere esempio, perché appartengono a gente che sa godere del buono e del bello della vita senza farlo sembrare banale.

Non che il buono e il bello della vita siano cose banali, intendiamoci, ma c’è una differenza sottile tra il godimento delle minuzie, il saper raccontare la bellezza e la dolcezza delle piccole cose trasmettendo allegria, e lo smaronare con foto di pigne, foglie secche, tazze di tè fotografate da ogni angolazione, o foto della propria facciazza, o del proprio pranzo, della cena, di ogni braccialetto o collanina, ogni geranio, ogni cosa. C’è una sottile differenza tra la scelta di uscire ogni tanto dai pozzi in cui ognuno annega la sua routine (e la sua stanchezza, la sua mal sopportazione del prossimo, il suo catrame interiore, il suo non avere tempo per soffermarsi sul bello, la sua solitudine, il suo sacrosanto male di vivere) per trovare il tempo di lanciare un cinguettìo di speranza, e il costringersi a trovare a tutti i costi il bello e il senso dell’esistenza in ogni fottutissimo momento della quotidianità.

Con quest’idea in mente, parto dunque con il mio primo (e si spera non ultimo) photo-post, che dedico al weekend di Pasqua per una serie di ragioni.
Prima di tutto perché non tornavo a Città dei Sette Assedi, mia città natale, da più di un mese, ed ero quindi emozionata come se stessi ritornando da un biennio in Patagonia, e immaginavo di trovarla già molto cambiata, con negozi nuovi appena aperti e altri negozi chiusi con le spranghe, monumenti sorti nella notte, avenue di rappresentanza là dove prima c’erano quartierini medievali (la conoscete la storia di via dei Fori Imperiali?), e tutta un’altra serie di robe. Invece poi no.
Comunque, dicevo, per quello, e anche perché quei pochi giorni sono stati l’occasione di fare alcune belle cose, di rivedere amici cari che non vedevo da tempo (e altri amici cari che vedo invece sempre ma che ho in ogni caso sempre piacere di vedere), di salire su su su per la mia valle e anche di andare al mare.

E ora via alle foto.
[Se volete una colonna sonora andate su Spotify (o su Youtube) e cercate “You are a tourist” e “Soul meets body”, entrambe dei Death cab for cutie. É quello che ascoltavo mentre scrivevo e aggiungevo foto, perciò sono certa che saprà essere un buon accompagnamento].

 

*******

 

Giovedì mattina. Mi sveglio a Casa Redellas (fusione dei cognomi Migliore-Degioanni-Pellas) e, allegra come un fringuello, mi preparo per l'ultima giornata prima delle vacanze (vabbè, quattro giorni).

Giovedì mattina. Mi sveglio a Casa Redellas (fusione dei cognomi Migliore-Degioanni-Pellas) e, allegra come un fringuello -o una colomba pasquale-, mi preparo per l’ultima giornata prima delle vacanze.

 

Saluto la mia Queen Elizabeth a energia solare ed esco dall'ufficio diretta alla stazione.

Ore 6 di pomeriggio: saluto la mia Regina Elisabetta a energia solare ed esco dall’ufficio diretta alla stazione, garrula come una torta pasqualina (continua…)

 

ab0f66ec918111e2837022000a1fa4bb_7

(…) bullandomi del mio bello smalto primaverile.

 

Ho portato con me i cioccolatini che mi aveva regalato la mia nanerottola, alias Coinquilina S.

Porto con me i cioccolatini che mi ha regalato Coinquilina S.

 

In treno, ho constatato con orgoglio come, da quando ho questo smalto, tutto sembri magicamente abbinarcisi.

E in treno constato con orgoglio come, da quando ho messo questo smalto, tutto sembri magicamente abbinarcisi.

 

Giovedì sera: sono a casa.
Venerdì: foto non pervenute.
Passiamo al sabato.

 

Sabato: "In nessun’altra valle vicina o lontana c’è quell’aria. Io la riconosco all’odore leggero, che sa di latte, di strame, di erbe amare".

Sabato. Rivedo la mia valle. E “in nessun’altra valle vicina o lontana c’è quell’aria. Io la riconosco all’odore leggero, che sa di latte, di strame, di erbe amare”.

 

E la sera vedo vecchie amiche (già colleghe ai tempi in cui s'era cameriere al pub Pandemonium -nome di fantasia- di Borgo Chiocciola) con cui, appunto ai tempi del pub Pandemonium, si son condivisi turni massacranti, risate pazze, pianti folli, e degeneri di vario genere.

E la sera vedo vecchie amiche (già colleghe ai tempi in cui s’era cameriere al pub Pandemonium -nome di fantasia- di Borgo Chiocciola) con cui, appunto ai tempi del pub Pandemonium, si son condivisi turni massacranti, risate pazze, pianti folli, e degeneri di vario genere.

 

A Pasqua, poi, decidendo di fare una cosina piccola e speciale io e mia Matre, si pensa: dove andare? Matre dice montagna, io dico mare. Si giunge a un compromesso, ci si viene incontro: si fa quel che voglio io.

Quindi mare. Mare e in treno, ché noi da Città dei Sette Assedi siamo si sa molto comode. Comode però non così tanto per andare nel posto in cui abbiamo la casa di famigghia (in quel luogo pieno di bene e di anima mia piccina, infante e felice ch’è il paese adagiato tra Capo Mele e Punta Murena, cioè Alassio), ché a raggiungerlo ci voglion tre ore di treno.
Avendo scelto di far cosa rapida si sceglie pertanto di limitarci a scendere a Ventimiglia, nota anche come La Morte dei Sensi o Ma No, Ma Dai, Ma Uccidetemi Subito. Ci fermiamo per un tempo sufficiente a prendere il terzo caffè della mattinata (si sa che da una madre caffeinomane non poteva venir fuori figlia diversa) e a osservare questa curiosa passerella.

 

Su cui se siete fichi vi consiglierei di non passare.

Su cui se siete giovini di bell’aspetto vi consiglierei di non passare.

 

E poi via, togliamoci di qui, via verso altre avventure! Andiamo a Menton.
Andiamo a Menton, che ha due pregi e un difetto: è adorabile, a un tiro di schioppo, ma invariabilmente invasa da italiani molto spesso provenienti proprio da Città dei Sette Assedi. In pratica si varca il confine francese per passare il resto della giornata a salutare i vicini di casa.

 

Non si può però dire che non sia carina.

Non si può però dire che non sia carina.

 

E ora. Siete pronti? Siatelo. Perché di qui in poi sarà un florilegio di colori colorini e coloretti. Che cosa ci si va a fare nel sud della Francia, se poi non si può imitare la marmaglia e fotografare frutta, saponette, e roba colorata?

 

Saponette

E quindi ecco: i limoni e LE SAPONETTE.

 

Parentesi: anche la mia cover (fotografata la mattina col sole abbagliante che brillava su Città dei Sette Assedi e Borgo Chiocciola) era in tinta con LE SAPONETTE.

 

LA COVER.

La cover in tinta.

 

Poi, ormai risucchiata dal vortice dell’originalità, mi son messa a fotografare i macaron.

 

E le tovaglie fucsia con un sacco di robine fucsia sopra.

 

E i negozi di sardine.

E i negozi di sardine.

 

E poi eh, c’era il mare.

 

E come dice mio padre, genovese trapiantato a Città dei Sette Assedi: «Perché le montagne son belle eh, non è che non sian belle. Ma guardare fuori e vedere il mare sarà sempre un'altra cosa. Il mare è il mare».

E come dice mio padre, genovese trapiantato a Città dei Sette Assedi: «Perché le montagne son belle eh, non è che non sian belle. Ma guardare fuori e vedere il mare sarà sempre un’altra cosa. Il mare è il mare».

 

Il mare e quelle meravigliose borse da mare che vendono in Francia al mare. E siccome io sono solita dare un nome alle mie borse nuove, ora fatemi un favore e dite tutti ciao a Marissa.

 

Marissa.

 

E dite ciao anche alla mia augusta Madre.

 

Non paga di cotante avventure, la sera, di ritorno dal mare (ho scritto poche volte la parola ‘mare’, forse è il caso di ripeterla un altro po’: mare) avevo in programma una cosa con vecchi amici. Quello qui sotto è E., detto Norberto drago dorsorugoso di Norvegia, amico caro a cui devo la mia idolatria per Massimo Carlotto e alcune tra le sganasciate più indimenticabili della mia vita.

 

Norberto, drago dorsorugoso di Norvegia (guardate con quanta ammirevole noncuranza porta in giro il suo soprannome).

Norberto, drago dorsorugoso di Norvegia (guardate con quanta ammirevole noncuranza porta in giro il suo soprannome).

 

Ma si può forse non tornare per un mese e poi, quando si torna, non passare a trovare i nonni? No, non si può.
Lunedì:

 

Mia nonna poi ha bellissimi asciugamani da cucina.

I miei nonni oltretutto han bellissimi asciugamani da cucina.

 

E astronavi in salotto.

E astronavi in salotto.

 

Astronavi che atterrano nei quadri.(Paura eh?)

Astronavi che atterrano nei quadri.
(Paura eh?)

 

E cimeli di materna gioventù (a sinistra mia madre, a destra, sotto la frangia, mia zia).

E cimeli di materna gioventù (a sinistra mia madre; a destra, sotto la frangia, mia zia Roby).

 

Bene, io ho finito. Ho finito il photo-post. Fatemi sapere eh! Fatemi sapere se vi è piaciuto. E se non vi è piaciuto, cortesemente, non fatemi sapere. Grazie.

Ci son naturalmente diverse cose che mancano, e non perché non volessi farcele stare, ma perché in quei momenti lì magari non ho scattato foto e quindi niente, questo è pur sempre un photo-post: no foto, no party. Manca per esempio la merenda con tè da bere e nulla da mangiare che ho preparato per D., il mio amico più antico in assoluto. E manca la fuga da casa alle undici di venerdì sera per incontrarmi con la mia amica Ciaki in un posto che si chiama Filatoio rosso anche se poi è blu (azzurro chiaro, in realtà), lasciare lì la macchina, salire sulla sua e andare a sperderci in un bar in mezzo ai boschi. Mancano le foto del cibo, di alcuni accadimenti inaspettati, e di quello che leggevo (The Casual Vacancy, di J.K. Rowling, ch’è il suo primo libro dopo la saga di Harry Potter -e oh boy!, la signora sa sempre scrivere, accipicchia se sa sempre scrivere-). Mancano le foto delle mancanze che ho sentito (ma del resto come si può fotografare una mancanza?), e mancano le foto delle montagne immense che si stagliano fiere di fronte alla casa in cui sono cresciuta, perché c’era sempre foschia e l’unico giorno in cui invece faceva bellissimo e si vedevano bene io me ne sono andata al mare e ciao. Manca anche una foto del mio ciliegio in fiore (il ciliegio è mio perché è stato piantato in mio onore, quando son nata; e la foto manca perché non era ancora in fiore).

Che c’è? Ah, vi state chiedendo il perché del titolo?
Eminchiajohnny è un intercalare tipico della mia collega F. Significa, almeno nella mia interpretazione, una cosa simile a ‘eccetera’, ma detta alla fine di una frase in cui si parla di roba noiosa o senza capo né coda. Tipo: «E poi bisogna mandare questa cosa a Pinco Pallo e ques’altra cosa a Tizio Caio, e Sempronio chiede la stessa roba ma corredata di foto, scheda eminchiajohnny», oppure ancora: «La presentazione sarà là a quell’ora lì e ci sarà coso con Bibì e Bibò, e si discuterà di questo, quello, quell’altro eminchiajohnny».
Eminchiajohnny mi sembrava insomma un titolo adatto al mio primo photo-post.

Vi state chiedendo anche perché abbia messo foto di tutto ma una foto mia no? Beh ma io una la metto, percarità. Sappiate però che mi son da poco tagliata i capelli, e che nelle mie intenzioni questa roba che vedrete doveva essere solo una spuntatina al mio solito caschetto. E invece no. Un parrucchiere allegro ha deciso di tosarmi come una siepe.
Ma c’è un lato positivo eh. Il bello è che adesso posso camuffarmi con molta facilità, e sembrare indifferentemente o una suora laica, o uno di quei lesbiconi grossi e cattivi che ci sono il venerdì sera davanti al Centralino di via delle Rosine a Torino.

No ma anzi, un attimo. Facciamo un before&after. Vediamo com’era il mio taglio prima.

 

Before.

Before.

 

E vediamo com’è il mio taglio ora.

 

After.

After.

E con quest’espressione di desolato basìmento (mio e del gatto), vi lascio. Statemi bene.