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A novembre ho cambiato casa e mi sono trasferita a un isolato di distanza dalla casa vecchia. Ho cambiato anche coinquilini: prima vivevo con due maschi, e a novembre sono andata a vivere con S, una mia amica carissima, e V, un’amica carissima di lei. Inutile dire che siamo presto diventate amiche anche V e io, e che la vita con due amiche femmine è di qualità decisamente superiore rispetto alla vita con due maschi.

Ma non divaghiamo. Non sono qui per parlare di noi: sono qui per parlare dei nostri vicini.

Si dà il caso che il padrone di casa abbia due appartamenti sullo stesso ballatoio. In uno ci siamo noi, e in uno ci sono loro, che in teoria, stando a quanto dice lui (lui il padrone) sono padre e figlio.

Ora, perché mai un padre e un figlio debbano avere la stessa età, non è dato sapere. Perché quei due, signore e signori, hanno inequivocabilmente la stessa età. Me l’hanno riferito le mie coinquiline: io esco di casa la mattina e rientro la sera, e non li ho mai visti, se non di sfuggita, e uno per volta, e al buio, e peraltro senza mai sapere che si trattava dei nostri vicini di casa. Non ho quindi un’idea molto chiara in proposito, diciamo.

No, non sono una coppia gay. Perché, vedete, le mie coinquiline dicono anche un’altra cosa: che non sono solo in due. Che ce ne sono tre, quattro, cinque. O che ci sono tre, quattro, cinque -anche sei- tizi che entrano ed escono da quella casa a qualsiasi ora. Ho obiettato che anche noi, da quando abitiamo qui, abbiamo già ricevuto amiche e amici, e, se i vicini seguissero il loro stesso ragionamento, allora anche noi dovremmo essere non tre, ma almeno una ventina.

S e V però dicono di no, dicono che questi sono strani, che c’è appunto gente a qualsiasi ora, e che poi son tutti vecchi o comunque non giovani, e quindi -s’immagina- poco inclini a invitare amici per studiare o per mettere in piedi dei piccoli pigiama party improvvisati.

Io non li vedo quasi mai. In compenso, li sento moltissimo. Li sento perché per entrare in casa devono passare davanti alla porta-finestra della nostra cucina. Ce n’è uno che m’inquieta in modo particolare: ha una di quelle voci da tabagista grave, da quattro pacchetti al giorno, una voce che sembra arrivare da una decina di oltretomba diversi, tutti molto lontani tra loro.

Una sera, immaginando chi e quanti potessero essere, ho suggerito un’ipotesi: “Magari sono dei ricettatori”.

“Figurati!” mi ha risposto Coinquilina S mettendosi a ridere.

A me sembrava probabile, invece, ma ho lasciato perdere. Nei miei primi anni di università vivevo dirimpetto a un bordello clandestino: che saranno mai tre quattro cinque o sei ricettatori?

Qualche giorno dopo, non so perché, abbiamo tirato nuovamente fuori l’argomento.

“Bah. Secondo me comunque sono tipi loschi”

“Infatti, ti ho detto che secondo me sono ricettatori ma tu mi dici figurati”

“Ricettatori? Non avevi detto RICERCATORI? Io pensavo stessi dicendo che potevano essere dei ricercatori universitari!”

“E perché mai avrei dovuto dire una minchiata simile?”

“Ah non ne ho idea, ma io ho capito ricercatori”.

Immaginarli tutti e sei (o cinque, o quattro, o quanti diavolo sono) al microscopio in un laboratorio universitario, o chini su incunaboli medievali, o alle prese con l’esegesi di qualche lirica trobadorica, mi ha fatto scoppiare a ridere talmente di cuore che credo mi sia esplosa l’aorta.

Se sono ancora viva è solo perché, il giorno in cui dovesse arrivare la polizia, voglio essere presente e vivere una di quelle scene al cardiopalma che sogno di vivere più che altro per poterne un giorno scrivere, oppure raccontare ai miei nipoti da vecchia: “Sapete bambini, c’era una volta nonna da giovane. E nonna da giovane era una tipa tosta che visse mille avventure (menzogna), e un anno abitò persino vicino a un gruppo di ricettatori universitari”.