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Caro amore del futuro,

io nel San Valentino non ci ho mai creduto molto, ma siccome oggi si sposano due belle persone, ho iniziato a crederci un po’ di più.

E allora volevo dirti che era da tanto che ti dovevo scrivere, seguendo l’esempio di una blogger che amavo molto -adesso non scrive più- che tanti anni fa pubblicò una lettera intitolata proprio così: Caro amore del futuro.

Ho sempre, sempre pensato che un giorno ne avrei scritta una anch’io, non so nemmeno bene perché.

Quello che volevo dirti, caro amore del futuro, è che io ti penso, anche se non so chi o come sei. Non ti penso così spesso come magari adesso crederai che io faccia, perché comunque ho la mia vita, cose da fare, anche altro a cui pensare, grazie al cielo. Però ti penso. Non quando mi sveglio e neanche quando vado a dormire, perché tu non ci sei e non essendoci non puoi abitare i miei pensieri come succede quando gli amori sono persone reali, concrete, vive.

Certo, io lo so che tu sei vivo, e anche reale, e concreto, ma -vedi- lo sei da qualche altra parte. Non qui. Non so nemmeno se ci sei veramente, e questo è un problema che a volte in effetti mi pongo, ma poi penso che se non ci dovessi essere vorrebbe dire che il mondo è un posto veramente ingiusto, quindi evito di pensarci. La gente si ama a questo mondo, no? Sarebbe giusto che a non amarci fossimo proprio io e te?

Mi piace pensare, ogni tanto, appunto quando non sono impegnata a fare altro o a vivere più o meno la mia vita, che un giorno arriverai e che io sarò capace di riconoscerti in mezzo alle facce di mille sconosciuti. Che arriverai e anche tu riconoscerai me, e penserai: perbacco, ho sempre creduto fossi bionda, e invece no, guarda un po’, sei così, sei tu.

Da anni dico scherzando alle amiche che l’uomo della mia vita avrà occhi da gufo (sono un tipo particolare d’occhio che se dovessi descriverti non saprei neanche come fare), ma chissà se sarà vero.

Ecco: io penso a te in certi momenti particolari, tipo quando finisce l’anno e ne comincia uno nuovo, e la gente festeggia (si chiama Capodanno), e tutti escono in strada o magari no ma comunque brindano e ridono e si fanno gli auguri. Quest’anno ho brindato all’anno nuovo stappando una bottiglia di vino su Ponte Sant’Angelo, sotto Castel Sant’Angelo, cioè nel centro esatto di uno dei miei posti nel mondo: Roma. E ricordo chiaramente che prima di uscire ho pensato: chissà dov’è, lui, stasera. Chissà dove sei, tu. Che cosa farai. Se hai buoni propositi per quest’anno che arriva, se son molti, oppure pochi, oppure anche nessuno. Chissà se brindi, e chissà con che accento.

Penso a te in certi momenti topici tipo quegli eventi collettivi socialmente riconosciuti come cosa festeggiabile, perché mi riesce più facile immaginarti. Penso a te impegnato in una situazione simile a quella che sto vivendo io: a Natale a tavola, durante la partita dei mondiali davanti alla tv. Non vedo la tua faccia, ma so che in qualche modo sei lì anche tu. E ridi e brindi e gridi quando il tuo Paese fa gol, e mi chiedo: parliamo la stessa lingua? Tifiamo per la stessa nazionale? Oppure sei inglese, o meglio ancora scozzese, come vado cianciando da quand’ero ragazzina?

Che faccia hai? La conosco già? Com’è la tua voce? E nella vita che fai? Mi pensi mai?

Io faccio il tifo perché tu sia felice, lo sai? Perché tu lo sia anche molto prima di conoscermi, perché tu lo sia subito, adesso, ora, in questo momento e domani, per tanti domani anche prima di me.

Non c’è cosa più straniante al mondo che pensare a una persona che forse un giorno arriverà e che -qualora arrivasse- sarà l’amore della tua vita (nel caso non lo si fosse capito: Amore del Futuro è quello, non “un qualsiasi amore che potrebbe arrivare in futuro” -però speriamo pure ci siano anche quelli, percarità, nessuno sta dicendo che ci si debba sistemare subito-), ma senza sapere che faccia ha.

Vorrei conoscerti già, e poter ipotizzare un nome, magari anche un indirizzo, ma non è così. Se posso permettermi, spero che tu non sia spagnolo perché con gli spagnoli io ho un problema di sopportazione della lingua, che superati i cinque minuti d’ascolto mi fa desiderare di suicidarmi forte, tipo sparandomi o una cosa così.

Però non importa.

Forse mi piacerebbe che non fossi di qui e avessi quindi un accento diverso dal mio, ma in fondo appunto, non è importante.

Sarebbe bello non dico che arrivassi subito, questo no, ma non vorrei che il nostro fosse uno di quei grandi amori vissuti nella terza età. Certo ce ne sono, e Karen di Desperate Housewives insegna, ma io vorrei vederti giovane.

Vorrei conoscerti giovane e vorrei conoscere i tuoi capelli, metterci le mani.

Vorrei vedere le tue rughe diventare rughe, il tuo viso farsi vecchio piano piano. Vorrei che la tua voce mi fosse compagna di vita, e non vorrei dovermici abituare quando sarò già vecchia. Vorrei poter mordere il tuo sedere, e vorrei che fosse un sedere nel pieno della sua meraviglia rotonda e sederica.

Vorrei i figli. Ecco, io sono una che i figli desidererebbe avere la fortuna di farli proprio con l’uomo della sua vita, non incontrarlo dopo (o prima, o mai).

Dei miei figli non conosco le facce ma conosco i nomi, che sono Carlo, Pablo e Linda, oppure Carlo, Pablo e Amelia: poi lo so che non è detto che arrivino tutti, o che siano due maschi e una femmina. So anche che non è detto che ti piacciano questi tre (ehm, quattro) nomi, e sappi che anche le mie amiche mi cazziano dicendo che non dovrei imporre tutto io, però ti prego di considerare una cosa: tu a loro daresti già il cognome. Che almeno il nome sia scelto con una votazione che valga, non so, settanta per me e trenta per te.

Chi sei? Arriverai mai? E quel giorno che cosa succederà? Arriverai con una colonna sonora? Arriverai cioè accompagnato da una musica che sa di destino e accadimenti importanti, come nei film?

Come sarebbe bello, riconoscerti subito. Sentire una voce dall’alto, o da dentro, che mi dice che sei tu. Mi stupirai facendoti trovare diverso da tutto ciò che ho immaginato fino ad ora? Oppure no? A volte penso che per riconoscerti dovrei avere la fortuna di trovarti simile a qualche mia categoria mentale, sepolta in chissà quale anfratto del mio cervello e da chissà quanto tempo, magari persino da prima della mia nascita. Ma poi penso anche di no: penso che tu sarai come sarai, che tu sei come sei, e che, molto semplicemente, arriverai.

Oppure: pensa un po’ come sarebbe bello se invece fossi io ad arrivare da te? Nella tua città, nel tuo Paese, nel posto dove stai tu. A proposito, dov’è che stai? Io scrivo da una via del centro di Torino, sei vicino? Anche tu pensi che avere la fortuna di trovarsi in piazza Vittorio nell’esatto momento in cui si accendono i lampioni sia una di quelle meraviglie della vita a cui non ci si potrà abituare mai?

Sei qui oppure sei lontano? All’inizio mi starai antipatico? E io a te? Lo sai che c’è una parte di me che prega da sempre che tu abbia i capelli rossi? E lo sai che ce n’è un’altra convinta invece che siano neri? Che cosa vuoi fare? Vuoi venire qui e smentirle entrambe? Oppure succederà che una di queste due parti avrà effettivamente ragione?

Sarebbe bello che avessi anche gli occhiali, un po’ perché è una cosa su cui se non altro ci troveremmo, e un po’ perché comunque l’ho sempre pensato, che li avresti avuti. Ma se invece volessi non averli, e regalare così qualche cromosoma non fallato alla voce ‘vista’ a Carlo, Pablo e Linda/Amelia (ti ricordo che i nomi sono negoziabili, ma fino a un certo punto; quando pensi di dover insistere, ricorda che di cognome non si chiameranno Pellas e cerca per cortesia di sentirti non dico in colpa, ma almeno in debito, come in effetti voi maschi siete, tutti), andrebbe bene lo stesso.

Sei bello? Bello non dico nel senso di BELLO, ma nel senso di bello per me. Certo, è vero che quando si ama diventa bello tutto, anche ciò che oggettivamente è brutto, ma io preferirei che tu potessi essere oggettivamente bello o comunque fine, perché così mia nonna sarebbe pazza di te e io di sapere mia nonna pazza di te sarei tanto contenta.

Rendimi, ti prego, capace di amare. Rendimi capace di essere meno scassacazzi. Fai di me una persona leggiadra. So che non sarebbe giusto e non avrebbe senso far dipendere la mia felicità solo da te, e infatti credimi, lavoro ogni giorno per fare in modo che non sia così. Ma sii capace di farmi prendere la vita per il verso giusto: di questo, ti assicuro, ti sarei per sempre grata. Rendi il mondo un posto migliore in cui vivere. Il mondo è già bello, a volte anche molto, e lo sarebbe anche se né tu né io esistessimo, ma con te in mezzo alla mia vita e io in mezzo alla tua so che lo sarebbe, lo sarà, di più. Prendimi in giro. Ridi alle mie battute. Considerami la persona più divertente che tu abbia mai conosciuto. Scardina la mia insofferenza per il cliché del “voglio un uomo che mi faccia ridere”, il mio preferire di molto l’idea di essere io quella che sa far ridere e non viceversa e, diamine, fammi ridere tantissimo. Rendimi fiera di te. Smonta le mie paure. Sii più solido di me. Dimostrami che di te mi potrò sempre fidare. Dimostrami che merito un amore meraviglioso. Sii un bravo padre: sarebbe una cosa al contempo bellissima e fondamentale. Fammi cantare. Non c’è miglior auspicio per la giornata che verrà di una me che si sveglia la mattina cantando. Vai a genio ai miei amici. Stimami. Amami. Amami molto. E portami a Pescara: io sogno da tutta la vita di vedere Pescara, non ho idea del perché (anche se immagino c’entri il fatto che De Gregori abbia vissuto lì da bambino e che, quando da ragazzina l’ho letto, mi sia nato questo desiderio di andarci).

Sarebbe bello che il nostro fosse uno di quegli amori benedetti dagli dèi che il destino manda sulla Terra una volta ogni cent’anni, uno di quegli amori che fanno dire agli altri “Santo cielo, che bella coppia che siete!” e “Guarda quei due, sono fatti per stare insieme”. Sarebbe bello se i nostri nipoti un giorno potessero raccontare con occhi sognanti di quanto eravamo divertenti, di quanto dannatamente ci siamo amati, e di come sia carina la storia di quel lontano giorno in cui ci siamo conosciuti.

Sappi che non ti dirò mai cose prive di senso come “Sei tutta la mia vita”, perché io non vorrei mai che tu, e solo tu, fossi tutta la mia vita. Ci sono gli amici, che sono amori grandi, e le cose a cui ci si appassiona, e la famiglia, e il lavoro, che se è un amore grande pure quello ti rende l’esistenza assai più facile e bella da vivere perché ti fa alzare la mattina contento di andarci, al lavoro, e questo è gran parte di ciò che si può chiedere alla vita (e infatti per questo io dico: grazie, vita. Grazie di avermi fatto questo regalo immenso, grazie, di cuore, davvero, grazie).

Non ti dirò né penserò che tu e solo tu sei tutta la mia vita, ma so che, quando arriverai, se mai lo farai, tutto sarà finalmente vivo.

Come dice Benigni in quel monologo bellissimo che c’è in La tigre e la neve, “Se non vi innamorate è tutto morto. Innamoratevi! Vi dovete innamorare e diventa tutto vivo”.

E allora io so che la mia vita non ti apparterrà, perché quella appartiene a me, e so anche che non sarai l’unica sua bellezza, perché altrimenti non sarebbe la vita che vorrei (né sarebbe la vita che chiunque merita di vivere, cioè una vita bella anche di, per, e grazie ad altro), ma so che per merito tuo sarà più viva, più vivida, più vita. Che inizierò a notare quelle sciocchezze a cui non ho mai badato, come le farfalle, i fiori, i cani al parco, due gradi in più sul termometro, i sorrisi della gente, e tanti altri aspetti della vita in generale, e ogni cosa mi sembrerà magica, anche la più piccola, come se finalmente, con te accanto, riuscissi a coglierne tutti i significati nascosti.

Il mondo sarà sempre il mondo, sarà sempre uguale, ma io, forse, avrò più voglia di ballare. E le mie orecchie sentiranno di più, i miei occhi vedranno più cose, il mio olfatto sarà più sensibile. Ci sarai tu e, a prescindere da come potrai essere, indipendentemente dai tuoi eventuali occhiali, o dai tuoi capelli rossi -o neri-, non mi avrai regalato il mondo, però avrai forse dato più senso al suo girare.