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C’è stata una mia vita, alcune vite fa, in cui facevo teatro e volevo fare proprio l’attrice di mestiere, tanto da essermi preparata per circa un anno all’esame d’ammissione al Centro Sperimentale di Cinematografia. Andò poi molto male, nel senso che non passai l’esame, ma non è questo il punto.

In quell’anno la mia preparazione comprese anche un corso con una compagnia teatrale surreale e futurista, corso che seguivo tre volte alla settimana e per pagare il quale usavo di nascosto i soldi che mia madre mi dava per i buoni della mensa universitaria (neanche allora, comunque, mi riuscì d’esser magra).

Facevamo sempre esercizi molto particolari, tipo fingere d’essere un ragno, o fingere d’essere non so che altro, comunque tante cose. Un giorno l’insegnante, una donnina piccola e nodosa come un vecchio albero e alternativamente o molto simpatica o molto cattiva, ci disse: “Muovetevi per la stanza mulinando le braccia con grazia, come se vi dimenaste tentando di uscire da un bozzolo o da una camicia di forza ma al rallentatore e, mentre lo fate, recitate dei versi a vostra scelta”.

E ci fu chi recitò Shakespeare, chi recitò Totò, chi scelse una poesia.

Io recitai questo:

“Resto fermo a guardare / il cambiamento nell’immobilità e / sospeso nell’aria sento / lo scorrere del tuo pensiero fuori e dentro di me / mi sembra inutile restare / sospeso tra l’ebbrezza e la vertigine / di una scelta inevitabile / restare immobile non mi salverà”.

“Che bello!” mi disse più di una persona quando ebbi finito.

“Che bello!” mi disse l’insegnante “È una poesia? Che poesia è, un autore contemporaneo?”

E io: “Sono i Linea 77”.

Erano i Linea 77 e, più precisamente, era Emiliano Audisio, che dei Linea 77 è sempre stato, oltreché uno dei due cantanti, il principale autore di molti testi (tutti no, molti sì).

Mi è successo tante volte, di dire o scrivere da qualche parte una frase dei Linea 77 e che qualcuno mi dicesse “Che bello! Che cos’è?” e alla risposta “Sono i Linea 77”, conoscendo i Linea 77 come un gruppo nu metal (qualunque cosa voglia dire) strabuzzasse gli occhi e non ci credesse.

Quando ho iniziato ad amarli, li ho amati proprio per questo: per le loro parole così inaspettate in mezzo a tutto quel casino, per i loro testi che sapevano avere un loro lirismo, una loro poesia, anche se ruggiti, urlati e ruttati fuori tempo e con uno strano ritmo (cosa che per me che ero abituata a musica più musicale non è stata subito facile da accettare e da capire).

Qualche anno fa, poi, vennero a suonare nella fortezza dove in estate faccio la guida: la mia capa fu carina e mi fece fare da responsabile dei camerini, permettendomi di vantarmi come una matta con chiunque mi capitasse a tiro e, soprattutto, di conoscerli e di passarci insieme un intero pomeriggio e una serata, rendendomi conto di quanto fossero inaspettatamente deliziosi e di come ciascuno di loro avrebbe potuto stare simpatico anche ai miei nonni (parametro, questo, che utilizzo per dirmi se una persona sia secondo me educata e buona di animo o meno).

Bene. È di ieri la notizia che Emiliano Audisio è stato invitato a lasciare il gruppo per “insanabili divergenze artistiche” (qui trovate il comunicato completo), ed è da ieri che non riesco a pensare ad altro. La cosa che mi dico in questi momenti è un po’ sempre la stessa, cioè: fatti una vita.

Anche se, in effetti, loro e la loro musica fanno parte da anni della mia vita. Sono con me da prima che avessi un lettore mp3, da quando cioè me li portavo in giro in un lettore cd pesantissimo che più di una volta ha rischiato di farmi cedere la cucitura laterale della tasca della giacca. Chissà che anno era. Ricordo che saltavo su e giù dall’autobus numero 61 e andavo a lezione di Antropologia in via Accademia Albertina ascoltando Third Moon, e mandavo sempre indietro l’intro di Fantasma perché era troppo bella e volevo sentirla tante volte e poi ancora e di nuovo.

Non so che cosa dire di questa cosa che è successa, ma stamattina mi commuovevo su questo video, che è splendido, emozionante e dell’anno scorso, e non riuscivo a pensare che le parole che avevo letto il giorno prima fossero vere. Soprattutto perché, proprio in questo video, c’è un punto in cui Dade dice:

“Sono sicuro che nel momento in cui uno di noi cinque crolla, i Linea 77 finiscono”.

Non è andata così. E io mi rendo conto che da fuori possa sembrare ridicolo questo mio prendermela, questo mio avere un piccolo segno rosso sul cuore, questo mio pensare ad Emiliano e chiedermi: chissà come sta, come starà.

Il fatto è che c’è un tot di gente che, anche se non ci si conosce, mette qualcosa nelle nostre vite: ci diventa familiare, ci lascia le sue parole e ci permette di affezionarcisi e di usarle come se fossero anche nostre, si fa portare in autobus e nella tasca di una vecchia giacca, ci regala una visione, una canzone, qualcosa che s’insinua nella nostra quotidianità, ci diventa caro, ci diventa fratello.

Grazie al cielo è molta la musica con cui sono cresciuta, e di tanta parte di quella musica io mi sento parente, amica, madre, moglie, figlia.
I Cure sono parte dei miei organi vitali, De Gregori vive tutto dentro al mio cuore, i Subsonica sono i miei fratelli (tranne Boosta che è mio marito) e i Linea 77 sono i miei cugini, i miei amici del campo estivo, sono quella familiarità e quel bene particolare che si può provare solo con e per quelli con cui sei stato amico da piccolo.

Per loro sento un affetto che non so spiegare. Ho tentato, ma non credo di esserci riuscita. Amen. Non voleva essere una vera spiegazione, ma piuttosto un vomitare qualche parola a caso per buttare un po’ fuori questo dispiacere che ho, quest’empatia che provo, questo dolore che riesco a percepire. Perché non è che sia difficile, percepire il dolore di una persona che a 37 anni si ritrova fuori dal gruppo in cui stava da vent’anni e per cui ha scritto tante parole che sono diventate spesso anche le mie. Non è difficile capire il dolore dell’escluso, specie quando quell’escluso è forse l’ultima persona che sarebbe giusto perdere, specie quando tutto quello che si può pensare è: ma adesso, senza di lui, come pensate di fare?

È capitato anche a me, anni fa, di essere l’esclusa, di essere quella sbagliata, e non parlo di quando durante l’ora di educazione fisica al liceo venivo sempre scelta per ultima per qualunque merdosissima partita di pallavolo, ma di quando sono stata l’innominabile, la cancellabile, quella da mandare via per il bene di chi mi mandava via. E badate, non è una cosa detta in modalità vittima, ma una considerazione oggettiva, un “prendo atto”. Infatti: prendo atto che è stato proprio così. Prendo atto che c’è qualcuno per cui io sono stata quella tutta sbagliata, quella a cui è stato giusto dire: fai fagotto e vattene via, quella a cui si poteva spezzare il cuore per il bene di qualcun altro, certo non il mio.

O almeno è questo che pensavo all’inzio, a dolore appena arrivato, a cosa appena successa. Capita, certo, che la vita ti percuota in pieno viso con una spranga, e ti dia calci in culo e nello stomaco, facendo il possibile per farti a brandelli. Ma se sei capace di resistere, di dirti che tutto passa e se non sarà sereno si rasserenerà, e che se non lo è adesso lo sarà anche se adesso in effetti sembra impossibile perché c’è un piccolo branco di cani randagi che ti mangia il cuore, è la vita stessa a darti di lì a poco (magari non poco in senso stretto, ma sempre e comunque prima di quanto ti aspettassi) una mano a rialzarti, a tirarti su e a toglierti la polvere e lo schifo di dosso, a dirti: vai avanti.

La vita stupisce in modi inimmaginabili, quasi sempre in bene. Sa regalare l’inaspettato e sa spiegare tutti i motivi, anche se non subito. Riesce persino a far dimenticare -o se non altro a convincerci di aver dimenticato- quanto uccida il vedere come invece la vita di chi ci ha mandati a quel paese vada avanti senza apparente dolore e forse più felice e leggera di prima, mentre noi siamo accartocciati su noi stessi in pozzi che fino al giorno prima non solo non sapevamo tanto profondi, ma nemmeno pensavamo esistessero.

Il male capita. E anche se non è facile essere quelli sbagliati, non è detto che sia meglio essere quelli giusti, che sia meglio essere gli altri.

 

A Emiliano auguro tante cose belle, e buone stelle, e che destino e felicità vengano a prenderlo, che siano prepotenti, che lui si faccia trovare pronto e sappia sempre, in ogni momento, che ogni morte che accada in vita non è mai una fine, ma solo un’occasione per capire che il meglio, evidentemente, deve ancora venire.