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Il prequel di ciò che mi accingo a raccontare fu scritto nell’ottobre del 2008. Dai fatti narrati erano trascorsi quasi quattro anni, e mai e poi mai avrei immaginato che un giorno, cioè oggi, mi sarei ritrovata a scrivere un sequel. Se non l’ho fatto fino ad ora c’è un motivo, e quel motivo è il naturale pudore verso le cose a me più care. Questo giorno porta però con sé un compleanno da festeggiare, e ho pensato che, dopo tanti anni, certe evoluzioni si potessero anche raccontare. Che anzi, fosse giusto, fosse bello. E che un post di compleanno sarebbe stato meglio di un biglietto d’auguri (anche perché io i biglietti d’auguri proprio non li so scrivere).

Ad ogni modo, il prequel lo trovate QUI. E vi invito veramente ad andarlo a leggere.

Sul serio: non proseguite con la lettura di questo post se non avete letto quell’altro. Perché altrimenti vi perdereste la metà fondamentale della storia, e soprattutto l’occasione di regalare al seguito lo stupore che merita.

Avete letto? Bene. Se non avete letto andate a leggere. Non transigo su questo punto.

Non avete letto? Se non capirete niente di quello che seguirà non venite a lamentarvi con me.

 

Il giorno dopo, Tommaso C. non era a lezione. In quel 23 marzo del 2005 il mio amico Nicolò mi scrisse un messaggio, sapendomi in gran trepidazione, e mi comunicò: “Guarda che qui non c’è. Non sarà venuto a lezione”.

Fu una grande delusione.

Sapevo che lui era fidanzato perché l’avevo visto più volte insieme a una ragazza vicino all’università. Di conseguenza, non avevo intenzione di presentarmi o di farmi avanti o chissà che. Non avrei nemmeno saputo come fare: non conoscendolo, non avendo il suo numero o la sua mail (parliamo di anni in cui Facebook manco si sapeva che cosa fosse), l’unica maniera di, che so, invitarlo a bere un caffè nel bar di fronte alla facoltà sarebbe stata prendere coraggio e andare a presentarmi dopo una lezione. A lui e ai due tizi a cui stava sempre appiccicato. Cosa da escludersi. Non l’avrei mai fatto, non da sobria. E rimaneva comunque il problema di questa fidanzata. Decisi quindi che la scritta di compleanno sarebbe stata il mio unico gesto nei suoi confronti, già sapendo che probabilmente il modo di conoscerlo non ci sarebbe stato mai.

Avrei fatto quella scritta, mi sarei goduta la contentezza passiva di sapere attraverso Nicolò che faccia avesse fatto quel giorno in aula 1 alla vista della lavagna e poi, a meno che il destino non avesse avuto in serbo per me un qualche asso nella manica, me lo sarei dimenticato.

Di lì a due mesi, comunque, presi una cotta stratosferica per Boosta dei Subsonica (avevo diciannove anni, ricordiamolo -nemmeno adesso è del tutto sopita, però-) e mi dedicai totalmente a scoprire la loro discografia e ad andare ai loro concerti (per fortuna scoprii anche che mi piacevano molto, altrimenti sarebbe stato assai più impegnativo di come effettivamente fu). Tommaso C. avrebbe sempre avuto un piccolo posto speciale in una qualche parte del mio cuore, ma in un modo o nell’altro, insomma, lo dimenticai.

Per agevolare la memorizzazione della storiografia di questa vicenda, ecco un piccolo riassunto delle date:

  • sera del 22 marzo 2005: faccio la scritta alla lavagna;
  • mattina del 23 marzo 2005: scopro che Tommaso C. non è venuto a lezione;
  • ottobre 2008: scrivo il post intitolato Il mio regno per un Tommaso, in cui racconto la storia della scritta alla lavagna;
  • primavera 2009: prendo una decisione. Cercarlo su Facebook. Pensando: “Se lo trovo, gli scrivo e gli mando il link al post, così può leggere questa vecchia storia che lo riguarda”.

Mi sembrava un’idea carina. Dopotutto erano passati quasi quattro anni: gli andavo a confessare una cotta molto antica, decaduta, non più attiva, quindi non c’era figura di merda. Gli davo il link affinché potesse leggere di quella cosa che avevo fatto per lui, e che lui non aveva mai saputo. Mi sembrava giusto che, avendo scritto la storia su internet, lui potesse leggerla. Che a distanza di anni, soprattutto, sapesse di quella scritta alla lavagna che non aveva letto.
(Preciso che non l’avevo mai più visto: dopo la scritta e fino alla fine dell’anno accademico avevo continuato a incrociarlo in facoltà, ma negli anni successivi non seppi più che fine avesse fatto. Nel 2009, pertanto, per quel che ne sapevo poteva anche essere espatriato, o non più vivo, o tutte e due le cose).

Ma lo trovai.
E gli scrissi.
E mi rispose.

Mi rispose subito. Io all’epoca lavoravo nell’ufficio turistico di una località sciistica in provincia di Città dei Sette Assedi, tutti i weekend. Arrivavo col treno e mi sedevo alla scrivania. Aspettavo gli sciatori, i vecchi, i francesi. Avevano tutti domande, o bisogno di indicazioni generiche, di orari dei treni, di chiacchierare. In primavera però non c’era quasi nessuno. Né sciatori, né vecchi, né francesi. E io aspettavo, stavo seduta tutto il giorno alla scrivania, un po’ studiavo, un po’ scrivevo, un po’ navigavo in internet. Quando quel pomeriggio mi rispose, in ufficio non entrava un’anima da ore. Ricordo che mi portai una mano alla bocca: ero rimasta senza parole.

Mi scriveva che era rimasto stupito nel leggere la mia mail, che gli aveva fatto piacere e l’aveva anche un po’ imbarazzato, che aveva letto il post e avrebbe voluto chiedermi delle cose (tipo, immaginai io: “Come diavolo hai scoperto la mia data di nascita, estranea pazza?”, e anche: “Come stracazzo hai saputo che abito vicino alla Gran Madre?” -tutte cose che effettivamente era lecito si chiedesse; tutte cose che al suo posto mi sarei chiesta anch’io-). Aggiunse che era fidanzato, anche se non con la ragazza del 2005, e che era sicuro che lei non avrebbe avuto nulla da ridire se io e lui ci fossimo visti per un caffè. Perché voleva conoscermi.

Poi arrivò la parte che mi fece piangere (poco, percarità, in maniera sabauda e discreta). Finì dicendo: “Ah, tra l’altro. Non so che cosa avesse in testa il tuo amico Nicolò quel giorno, ma io a lezione c’ero. La scritta l’avevo vista. Mi sono chiesto per una vita chi potesse essere stato, e non ero MAI riuscito a darmi una risposta. Fino ad ora”.

Piansi, appunto. Mi commossi come ci si può commuovere scoprendo che un avvenimento su cui per anni si è avuta una determinata idea in realtà è andato in un altro modo. Mi commossi perché avevo scoperto l’altra parte della storia, il finale alternativo. Piangevo di stupore. Un po’ come quando, qualche mese  fa, in una serata femminile con una mia cara amica e un’amica di lei ci si disse “Raccontiamoci delle cose bizzarre”, e la mia amica mi chiese “Oh ti prego, racconti a Elisa la storia di Tommaso C?”, e io gliela raccontai, e arrivata al punto in cui lui mi scrive “Io la scritta l’avevo vista”, l’amica della mia amica si commosse. Eravamo sedute molto vicine, perché nel ristorante dove si era andate a mangiare i tavoli erano finiti e ci avevano fatte appollaiare su tre sgabelli davanti a uno di quei tavoletti lunghi e corti fronte finestra, e fui proprio in grado di vedere le lacrime che le arrivavano negli occhi compiendo un giro fulmineo dal condotto lacrimale fino all’inzuppamento di tutto il bulbo oculare. Rise e mi disse “Oddio, oddio! È incredibile”. Fu una cosa molto da donne e molto tenera. E si era commossa per la stessa cosa per cui, nella primavera del 2009, mi ero commossa io. Gliene sarò sempre grata.

Dicevo, comunque, che lui mi propose di vederci. E così ci vedemmo, il primo aprile. In una data in cui il resto dell’umanità si fa piccoli scherzi che chiama pesci d’aprile, io andavo a conoscere Tommaso C.
Pioveva. Mi ero già liberata di tutte le giacche pesanti, lasciate a Città dei Sette Assedi, e a Torino avevo con me solo giacchettucole leggere. “Non posso uscire così, congelerò”, mi dissi. “Oltre a fargli pensare di esserti messa una giacca leggera per fare la spavalda” aggiunse la mia voce interiore. Fortunatamente, in un angolo dell’armadio se ne stava quasi nascosto il mio cappotto nero di Zara, quello preso perché di taglio ricordava la giacca di Corto Maltese. Era la cosa giusta per una giornata piovosa d’aprile. Le April sweet showers di Chaucer mi attendevano al varco e io le avrei affrontate col mio cappotto da marinaio. Uscii. Avevo l’eyeliner, come sempre. I capelli mossi, per via di quella pioggia di merda. Ero abbastanza emozionata. No, senza abbastanza: ero emozionata. Mentre camminavo verso la piazza dove ci eravamo dati appuntamento mi specchiai in una vetrina e pensai: “O cielo. Con questo cappotto non sembro Corto Maltese. Sembro Andreotti”.

Le mie amiche mi pensavano. Tutte. Stavo per conoscere l’eroe della mia -e in un certo senso anche della loro- età più lieve e spensierata, protagonista di tanta parte dei discorsi che avevamo fatto a diciannove anni, e anche di alcuni piccoli litigi:

“È uguale a Seth Cohen”, dicevo io
“Ma per niente, proprio”, replicava la mia amica Meri
“Comunque è molto carino”, diceva Ljuba
“Però di viso dimostra sedici anni”, aggiungeva Marti
“Bah, io non lo trovo carino”, sentenziava Ciaki
“No no, secondo me è carino invece. Però non somiglia a Seth Cohen”, concludeva Meri.
E via a battibeccare.

Un giorno, per dimostrare che avevo ragione, attaccai all’armadio una foto di Seth Cohen (che poi sarebbe l’attore Adam Brody) presa da un giornale. Gli disegnai gli occhiali: era diventato Tommaso C. Tale e quale. Un paio d’ore dopo Meri entrò nella mia stanza. Io non dissi niente perché stavo leggendo e la foto mi era passata di mente. La vide prima che potessi dirglielo e sbottò con un: “Oddio, oddio!! Hai ragione, è vero, è uguale!” Mi levai dal letto su cui stavo appollaiata con un sorriso trionfante, andai vicino alla foto e risposi: “Vero?”

Che cosa stavamo dicendo? Ah, sì: che sembravo Andreotti.
Intanto la piazza si avvicinava. Stavo per arrivare e continuavo a ripetere, tra me e me: “Mi raccomando, quando arrivi non arrossire. Non arrossire!”
È che l’arrossire è un mio terribile problema. Basta che io sia lievissimamente imbarazzata, anche per un nonnulla, e BAM!, succede. Un cane abbaia nella mia direzione e io arrossisco. Incontro per caso qualcuno che non mi aspetto di vedere e arrossisco. Parlo di un argomento che mi appassiona e arrossisco. L’ultima volta sono arrossita parlando di Oriana Fallaci, per dire.

Ebbene, finalmente raggiunsi la dannata piazza. Sapevo che avrei dovuto essere io a riconoscere lui, ma quella piazza è fatta strana, è fatta allungata, e noi non ci eravamo detti il punto preciso. Pensai: “La circumnavigo”.
Quando ero ormai a un quarto della mia circumnavigazione, lo vidi: era seduto nel dehor di un locale che si chiama Pastis. Mi avvicinai. Aveva smesso di piovere. Avanzai sorridendo imbarazzata, ripetendomi “Somigli ad Andreotti” e “Mi raccomando, non arrossire, ti prego, non arrossire”.
Arrivai. Si alzò. Mi disse “Ciao” e mi strinse la mano. L’ultimo flebile “Non arrossire” si andò a schiantare contro le pareti della mia faccia. BAM: ero già viola.

Ci sedemmo. Iniziammo a chiacchierare. Mi fece alcune domande (esattamente quelle che avevo immaginato, solo in tono più gentile ed educato). Ridemmo un po’. E parlammo.

“Pensa un po’ se lo vedi e te ne innamori? Dopotutto è stato una tua mega-cotta”, aveva detto una parte delle mie amiche.
(Tranquilli: non successe).
“Pensa un po’ se invece lui si innamora di te?”, aveva replicato l’altra parte di amiche.
(Tranquilli: non successe nemmeno quello).

Sono passati quasi tre anni da quel primo aprile 2009, e Tommaso C. oggi è un mio amico. Caro amico. È stata ovviamente una cosa molto graduale: non è che ci siamo conosciuti quel giorno e siamo diventati subito amici. Per dire: la seconda volta che ci siamo visti era passato un anno dalla prima. E poi niente, non so com’è successo, ma ci siamo visti un’altra volta, e poi un’altra ancora, e un’altra ancora, e poi un’altra ancora, e un’altra ancora, e ancora, e poi ancora, e ancora e ancora e ancora, eccetera, e oggi siamo amici. È una persona a cui tengo molto, a cui voglio molto bene. Sa infinitamente più cose lui di me di quante non ne sappiano per esempio i miei coinquilini, o altre persone che al liceo o nei primi anni di università ritenevo fondamentali e oggi non fanno più parte della mia vita (quelle che cito qui, però, ci sono ancora tutte quante).

Non mi capita spesso di pensarci, che lui è quel Tommaso C. là. Per me oggi è un amico, molto semplicemente, e non c’è giorno in cui io non sia grata per la persona che è. Ogni tanto, però, mentre gli sto parlando o lui sta parlando a me, raramente e per brevi momenti succede che l’angolo del mio occhio interno lo osservi fugace, mi dia una gomitata e mi dica “Ehi, ma ti rendi conto che lui è il mitologico Tommaso C? Il mitologico Tommaso C!”

Già. Il Tommaso C. che dovevo sposare dentro la Gran Madre nel maggio del 2015 (avevo pensato a quella data perché lui avrebbe già avuto trent’anni e io, nata a novembre, ancora ventinove. Avere tecnicamente un anno di differenza nel giorno delle nozze mi sembrava cosa più consona e anche più sexy -non chiedetemi il perché: non ne ho idea-), arrivando dal ponte che collega piazza Vittorio e la Gran Madre a bordo di una vecchia Due Cavalli decappottabile, ma non seduta: in piedi.

Era successo che avessi visto una puntata di Sottovoce (il programma di Marzullo) in cui era ospite la moglie di Raf (che era una storica soubrette del Bagaglino, ma più fine delle altre). Siccome in ogni puntata l’intervistato doveva portare una serie di sue foto personali dall’infanzia al momento presente, lei aveva portato le sue. E me ne rimase impressa una bellissima del loro matrimonio (celebrato in Messico o giù di lì) in cui stavano credo andando via dalla chiesa con una vecchia macchina scoperchiata. Lui guidava e lei era girata verso l’obiettivo del fotografo, con le spalle rivolte alla strada e quindi in senso contrario al senso di marcia, in piedi. Era una foto meravigliosa. E io, armata da sempre di una buona dose di bizzarria e psicofollia, pensai che in quel maggio del 2015 avrei voluto uno scatto simile, ma non andando via: arrivando. Io e le mie amiche progettavamo ridendo molto, quindi, questa mia futura fotografia in cui io sarei stata sul ponte della Gran Madre nel posto del passeggero, in piedi come la moglie di Raf ma -attenzione- non messa come lei, cioè in senso contrario al senso di marcia. Io avrei avuto il busto fronte-chiesa e le spalle rivolte all’obiettivo. E al momento dello scatto mi sarei piegata in una mossa alla Raffaella Carrà, ridendo e portandomi il dorso di una mano alla testa.

Insomma, niente che una volta dichiarato non possa valermi un ricovero in neurologia.

Bene, continuo a perdermi e vorrei invece finire.
Quando io e la mia amica Ciaki scoprimmo (eravamo insieme, come raccontavo nella prima puntata) che Tommaso C. era nato il 23 marzo, io trasalii, mi girai verso di lei e dichiarai: “Questo è un segno! È l’uomo della mia vita!”
Vedete, è che il 23 è il mio numero. Io sono nata il 23 novembre. La mia casa natale è al numero civico 23. Fin da piccola sono cresciuta in questo doppio 23, e il 23 è sempre stato con me. Mi accompagna, si fa trovare sull’orologio, o scritto su uno scontrino, o lampeggiante da uno di quei termometri digitali che si vedono sotto le insegne delle farmacie, ovunque, sempre, comunque. Sto andando a dare un esame e vedo i 23 in giro. Sto andando a fare una cosa bella e spuntano i 23. Il 23 è il mio numero, appunto. Perciò capirete come mi venne naturale pensare, a diciannove anni e con una buona dose di cretinaggine che mi scorreva nelle vene, che quello fosse un segno, e lui l’uomo della mia vita.
Non è stato così.
C’è però una cosa che, ormai a distanza di sette anni dal compleanno dei suoi vent’anni e dalla scritta alla lavagna, ho capito: quello che è successo non me lo sarei mai aspettato. Mai. Forse in una qualche sceneggiatura più prevedibile e scontata sarebbe stato persino più facile che il fato ci mettesse, che so, un “E poi si conoscono e si innamorano et voilà” (ma per che cosa? Per mollarsi malamente dopo poco? O per stare insieme tutta la vita? E felici sì o no? E se poi è un no?). Ma a immaginare che saremmo diventati amici, così tanto e veramente amici, io non ci sarei arrivata mai, e neanche una qualche sceneggiatura, e nemmeno il fato, penso. O forse sì, il fato lo sapeva? Chi può dirlo. Non lo sapremo mai.

C’è solo una cosa che possiamo dire e sapere e dichiarare a gran voce: ci sono casi in cui gli uomini della vita sono sopravvalutati. Rispetto per esempio a certe invenzioni irrinunciabili, come le sedie. E il cinema. E la focaccia di Recco. E rispetto alla meraviglia di certe amicizie preziosissime.

Buon compleanno, Tommaso C.

 

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Qui Tommy, io e i rispettivi menti in giro in motorino.