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Cara Roma,

non è questa la vita che volevo e non è questa la vita che mi sono lasciata promettere a ottobre. Lo so che non si dovrebbero fare piagnistei sulla pubblica piazza, ma io ho un blog, e che diamine. Questo certo non mi autorizza ad ammorbare gli altri quando mi sento una poveretta, però mi autorizza a scriverne, se ho voglia, e quando ne ho voglia, e soprattutto senza dovermi preoccupare di prendere carta e penna e buttar giù le stesse cose su un diario che comunque non avrei né ho mai avuto (perché per inciso penso che la mia grafia sia assolutamente orribile).

Dicevo, Roma, che quando sono venuta da te alla metà del mese di ottobre per fare quella cosa là (di cui avevo già scritto qui), che poi sì, diciamolo pure, era un colloquio, ti ho creduto: ho creduto al fatto che sarebbe successo. Che sarebbe andata bene, che ce l’avrei fatta, che tu mi avresti accolta, e che la mia vita sarebbe iniziata.

Io ti voglio bene Roma, e tu lo sai. Sai che è da te che vorrei venire a vivere. Sai persino che c’è stato un momento in cui ho avuto paura anche al solo pensiero, in cui la mia vita scorreva molle e placida pure qui, e io mi ero detta che forse non era il caso, che magari davvero non ce l’avrei fatta ad abitare in un posto dove non sanno che cosa siano la focaccia ligure e gli agnolotti, e lontano dalle mie amiche, lontano da mia mamma, lontano da quelle montagne che non avevo mai considerato eppure all’improvviso mi sembravano bellissime, uniche, non lasciabili, casa mia.

Il fatto è, vedi, che tu mi hai ripresa. Senza che me lo aspettassi, senza che me ne accorgessi. Un giorno ho visto l’annuncio sul sito del posto più figo del mondo, l’unico in cui io abbia mai pensato di poter fare una cosa che non è il mio sogno assoluto (cioè: scrivere libri), e l’unico posto di quel genere (dove cioè non si scrivono libri, ma altro) per cui avrei potuto preparare una mail, e mandare il curriculum, e dire “Vi prego”, e pregare io stessa tutti i santi e gli dèi mentre premevo invio e anche in tutti i giorni successivi.

Il fatto è anche -ascoltami- che ho mandato il curriculum pregando appunto credo l’intero Olimpo, ma dicendomi un sacco di “Seee, vabbè”, e non pensando per niente che avrebbero risposto proprio a me. Che un giorno mi avrebbero chiamata (il 6 ottobre, era il 6 ottobre, avrei voluto lasciare intonso l’elenco chiamate salvando solo quell’unica telefonata, ma poi me ne sono dimenticata) e qualcuno mi avrebbe detto “Pronto? Sono X dal X, abbiamo ricevuto il tuo curriculum, vorremmo vederti per un colloquio, quando puoi venire a Roma?”

Mi sembrava tutto incredibile: salire sul treno e tornare da te sapendo che c’era la reale possibilità di trasferirmici, di prendere me stessa e tutti i miei bagagli e venire a viverci, ma soprattutto -e questa è forse la cosa più bella di ogni altra- essendo cosciente che tu, tu Roma, in tutta quella mia felicità c’entravi forse un dieci per cento. Certo, era meraviglioso sapere che se la cosa fosse andata in porto io mi sarei trasferita tra le tue braccia, potendo finalmente smettere di sognarlo e basta o di interrogarmici su. Era meraviglioso, ma io sapevo che la sola cosa che volevo più di tutte, e più di qualunque altra cosa mi sia mai capitato di volere e desiderare in vita mia, era quel posto. Tu c’entravi molto meno, ed era bello essere consapevoli anche di questo: se tutto va bene vado a vivere a Roma, Roma, Roma, e per una cosa che farei ovunque e non importa che sia a Roma.

Lo so che non sei stata tu a tradirmi, questo lo so. Così come so che nonostante sembri davvero che l’unica persona destinata per chissà quale scherzo dell’universo a non venire a vivere lì sia proprio io, non devo pensare che tu non mi voglia, che non mi abbracceresti, che non mi riconosceresti. So che sai che sono tue le strade su cui vorrei camminare e vivere le mie giornate, tue le trattorie in cui cenare a parmigiana di melanzane sapendo di essere a Roma e non sognandolo e basta, e poi tua tutta l’aria, e tutto il cielo, e la luce color arancio, e il bene verso la vita in generale.

So anche che forse mi aspetti, come io aspetto te, e spero che un giorno ci sarà data l’opportunità di volerci bene vivendoci a vicenda, io camminando e guardandoti ad ogni ora e tu dandomi un indirizzo, lasciandomi camminare, proteggendomi e sorridendomi dall’alto con tutta una serie di mezzi tipo vento, tramonti, tramontane, luce di primavera, sera, Trastevere, Prati, pizza bianca con fiori di zucca mozzarella e alici, Natale, magia, estate, ottobrata romana, vita, bellezza, amore.

Già, l’amore. In quei giorni lì, proprio nei giorni in cui sono saltata su un Frecciarossa e ho dormito in uno sgalfissimo albergo che per dirla bene era ad un passo da Santa Maria Maggiore (sempre immensa e magnifica) e dal Rione Monti (ovvero il tuo primo e più antico Rione), e per dirla male era nella via più brutta tra quelle vicine a Termini, nei giorni in cui ho dovuto comprare un copriocchiaie d’emergenza al Sephora della stazione perché per chissà quale scherzo del destino io, regina delle occhiaie, il mio l’avevo dimenticato a casa, avevo un oroscopo pazzesco alla voce amore. Un oroscopo che continuava a ripetermi ch’erano giorni speciali, incredibili, in cui avrei potuto subire da un momento all’altro un colpo di fulmine allucinante, e innamorarmi per davvero e in maniera assoluta, e incontrare l’uomo della mia vita.

Ecco. Bene. A me, in quei giorni, dell’amore non fregava assolutamente un cazzo. E mi arrabbiavo, e molto, mi dicevo che insomma, accidenti, non stiamo a prenderci in giro, chi è che non lo vuole, l’amore?, e il colpo di fulmine pazzesco, e l’uomo della vita. “Ma perché adesso?”, mi ripetevo. “A me, ora come ora, nonostante fino all’altroieri fosse un evviva, sì, magari!, dell’amore non interessa proprio niente, è l’ultima cosa a cui penso, e anche l’ultima cosa che vorrei, perché la sola e unica, unica, unica cosa che sono impegnata a desiderare è che questo colloquio vada per il meglio, che io riesca ad ottenere quello che ho appena scoperto di volere più di ogni altra possibilità al mondo, almeno in questo momento, e non me ne frega niente né dei colpi di fulmine, né dell’uomo della vita, e né di nessuna vita, a meno che non sia questa”.
Avevo un oroscopo che mi prometteva meraviglie e avrei dato fuoco a ogni sua parola, purché cambiasse e mi dicesse “E va bene, che ti arrivi in dono altro”, purché la mia vita iniziasse, e pur di vivere quella specifica felicità.

Non dico che avrei barattato tutto l’amore di una vita per un singolo colloquio, e ammetto anche di essermi soffermata a pensarci e di aver detto a me stessa e alle mie amiche che spero non mi capiti mai, di dover scegliere tra due cose così, però sì, in quel momento avrei fatto a meno dell’amore anche per qualche anno, e anche di quello più fulgido e incredibile, per dare il via alla mia personalissima vita, ai miei privatissimi sogni, e al mio individualissimo io.

Il colloquio, ecco, è stato un sogno. È stata una cosa pazzesca, bellissima, che mi ha fatto credere e sperare per un lungo momento che mi avrebbero detto di sì, che la prescelta sarei stata io, e che la mia vita sarebbe finalmente e incredibilmente iniziata. Ho conosciuto uno dei miei miti: la mia donna preferita al mondo, la penna più bella e divertente e inarrivabile che c’è. E dopo il colloquio ho vagato per la mia amatissima Trastevere senza una meta, sedendomi al tavolino del mio sempre caro Ombre Rosse in piazza Sant’Egidio e mettendoci più di mezz’ora per ordinare perché ero presa dalla trance più sognante e goffa e interminabile del secolo, per poi chiedere un brownie (cioè un dolce che a me neanche piace), e non so che altro, non ricordo più.

Quando sono tornata a casa, ho aspettato. E intanto, non riesco a capire per quale motivo o crudeltà divina, sapevo che avrebbero preso me. Non era presunzione eh, tutt’altro. Era una sensazione: chiara, certa, enorme. Era la vita che mi diceva di avere fiducia, e che quei quattro piani di scale che salivo per arrivare al mio appartamento torinese con coinquilini presto non sarebbero più stati miei, e che le montagne di Città dei Sette Assedi le avrei riviste solamente a Natale, forse, se mi avessero lasciata venire su, perché se non mi avessero lasciata io là sarei rimasta, senza battere ciglio, a lavorare. Felice. Realizzata. Contenta e pacificata. Avrei barattato l’amore della vita non dico per la vita, ma per i due o tre anni successivi sì. Poi, tralasciando il fatto che non è saltato fuori manco questo tanto oroscopato amore (ma al momento, francamente, chissene), non mi hanno presa.

Mi è arrivata una mail, capisci, Roma? E io mi ero convinta che se fosse stato un sì mi avrebbero chiamata, e che se fosse stato un no mi avrebbero scritto, quindi quando ho visto una mail da quell’indirizzo ho subito capito.
Mi hanno detto: “Carissima cogliona (no, cogliona no, mi chiamavano per nome), carissima cretina (neanche cretina, sempre per nome), la nostra scelta è purtroppo caduta su un altro candidato”. Continuava ed era gentile, lasciava persino speranza, ma mi si è frantumato il cuore.

Non capivo e non capisco nemmeno adesso perché ci ho creduto così ciecamente. Perché no, non era solo il fatto che lo volessi con ogni me stessa che ho a disposizione. Era di più, molto di più, era la sensazione chiara e precisa che quella santa cosa chiamata vita stesse davvero per capitare a me. E, attenzione, una vita e una felicità che non sarebbero dipese da altri, ma solo da me. Niente amore, niente gente, niente promesse, niente cose. Almeno per il momento, per ora, ché per carità, poi ci si mette un attimo a risultare stronzi egoisti anche quando non è così e si sta solo dicendo che si sognerebbe un qualcosa, una volta tanto, che arrivi solo da noi e solo per noi.

E appunto, nonostante io sia ancora molto abbattuta, molto arrabbiata, e triste, e incredula, e costernata e un sacco di altre cose poco felici, e nonostante abbia poi avuto modo nel frattempo d’iniziare un’altra cosa qui, senza Roma e senza sogni particolari ma che è già tanto se c’è, e che ha sancito in ogni caso il mio ingresso alla “era ora” nel favoloso mondo degli stagisti (devo fare un’ora di viaggio per andare dal centro di Torino a Rivoli, prima cintura torinese, cambiare tre mezzi -tram, poi metro fino alla penultima fermata prima del capolinea, poi autobus da capolinea di partenza a capolinea d’arrivo- per raggiungere un ufficio pieno di spifferi e trascorrere le successive nove ore a scrivere recensioni di strumenti musicali e attrezzature per dj, cioè due cose di cui non so assolutamente nulla -ma tecnicamente sono classificata come copywriter junior-), ho capito una cosa fondamentale.

Dopo aver pianto tutte le mie lacrime a più riprese, ed essere sgattaiolata per una serie infinita di volte in bagno a scoppiare a piangere di nascosto seduta sulla tazza del cesso (chiusa) per non farmi vedere, ho realizzato che sì, picchierei selvaggiamente chiunque abbiano preso al mio posto (non dirò che gli auguro le peggio cose perché mia madre mi ha insegnato che non si augura mai il male e quindi, se lo facessi, poi mi sentirei un mostro abominevole e cattivo), ma che tutto questo mi ha anche schiuso uno spiraglio pazzesco e vitale: la potenza del dolore individuale.

Farsi spaccare il cuore da una cosa che riguarda solo noi e nessun altro fa malissimo, ma può essere un bene. Non c’è nessuno di mezzo, nessun capro espiatorio per cui poter dire a se stessi “Ma dai, vedi, per uno così non ne vale la pena”, perché per noi, per la nostra persona e basta, ne varrà sempre la pena. E questo farà male in un modo assurdo, senza fine, e sapremo in ogni momento che il consolarsi non servirà proprio a niente, per niente, e che non ci sarà nulla per cui dirsi che, appunto, il gioco non valeva la candela. Quella cosa lì valeva tutto, era e sarebbe stata la nostra vita, eravamo noi, e non ci sarebbe importato niente di preferirla all’amore, o di lasciare tutto: ci saremmo tuffati a capofitto senza nemmeno sapere che cosa ci fosse al fondo di quel posto in cui ci stavamo gettando privi di pensieri.

I pensieri non servono, quando si è felici. E dalla vita si può volere tutto, compresi l’amore infinito e i figli e un soppalco e le gite al mare, e gli amici di sempre per sempre, e poi anche qualche amico nuovo con cui ridere e capirsi come si fa con quegli altri (perché sarebbe troppo brutto se davvero da grandi non si potesse più diventare amici come da ragazzini), e insomma una vita felice grazie a qualcuno che sia altro da noi.
Ma la nostra felicità più forte e vera, la nostra più intima realizzazione, passa anche, e forse soprattutto, attraverso la scoperta della purezza immensa e potentissima dell’egoismo; di quanto possa essere bello e giusto l’egoismo inteso in senso buono, ovvero: ciò che rende felici la nostra persona, noi stessi, il nostro cuore più chiaro.

Io non sono felice manco pe’ niente, intendiamoci, ma avere il cuore rotto, spaccato e spezzato per una cosa solo mia, che avrebbe riempito di gioia e fatto sentire realizzata me per me stessa, cioè una me che aveva appena scoperto la meraviglia di spendersi per la propria persona ed esclusiva felicità, mi fa male in molti punti che neanche sapevo di avere. Questo sì, non lo nego.
Al contempo, però, mi fa godere di una qualche cristallina verità e bellezza insita nel fatto di sapere che io per me ci sono, che potrei abbandonare tutte le altre felicità per regalarmene una che sia solo mia e per questo infinita (infinita se non nella vita almeno nel mio povero cuore), e che questo non è egoismo cattivo, ma significa, se mai, che qui dentro si dibatte qualcosa, che lì in fondo sono viva, che sono stata pronta a esserlo, e che quindi potrò esserlo ancora e di nuovo in qualsiasi momento.