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C’è un curioso fenomeno, che potremmo chiamare “moltiplicazione delle somiglianze ad minchiam”, che tende a manifestarsi come effetto collaterale dell’aver amato. Amato non poco, ovvio. (E non importa quanto tempo è passato o quanto ridicolo sia ormai il tutto, né quante cose e nuovi interessi, persone, e magari amori ci siano stati nel frattempo: c’è qualcuno che rimane, resta impigliato nel cervello, tra i pensieri, nel mezzo degli occhi, e da lì non si schioda).

Sì, parlo di nuovo di te. Come sono sciocca e piccola, vero? Fattene una ragione. Facciamocela entrambi.

Ne pago le conseguenze, dicevo, perché è vero che tu grazie a Dio sei espatriato, ma lo stesso non posso dire che sia successo per la tua faccia. Perché, sai, io ti vedo. Ti vedo non nel senso che sono pazza (o non sempre, almeno), ma nel senso che ti vedo in tante facce, sempre, da sempre, e non ho mai capito bene perché.

Come tutti i poveretti affetti da moltiplicazione delle somiglianze ad minchiam, vedo somiglianze che non esistono nella realtà, e capita che chiunque possa ricordarmi te.

Capisci, è grave.
Andrew Howe nella pubblicità del Kinder Bueno mi ricorda te.
Steve Jobs nelle foto di quand’era giovane mi ricorda te.
Trovi ci sia una qualche somiglianza tra Steve Jobs e Andrew Howe? Ecco, neanch’io. Vedrai il resto.

Ivan Bacchi mi ricorda te.
Il marito di Jennifer Love-Hewitt nella serie The Ghost Whisperer mi ricorda te.
Logan Huntzberger mi ricorda te. Non sai quanto.
Patrick Swayze mi ricorda te. Patrick Swayze mi ricorda te tantissimo.
Gianluca Palladini di Un posto al sole mi ricorda te (avrà diciott’anni, povera stella).
Il membro di spicco del partito che voti mi ricorda te.
Il vicedirettore di quel quotidiano là mi ricorda te.
Errol Flynn mi ricorda te. E per inciso sono da sempre convinta che la frase che apre la biografia di Errol Flynn su Wikipedia (“Alto, agile, scattante, elegante nel portamento, fu un idolo delle platee”) in realtà sia stata scritta per te.
Le basette di Andrew Garfield mi ricordano te.
Chi porta camicie azzurre mi ricorda te.
Chi porta i mocassini mi ricorda te (e per questo un giorno me la pagherai: mai, dico mai nella vita, avrei pensato di poter accettare o anche solo guardare un paio di mocassini da fighetto pariolino).
Ci sono perfino cravatte che mi ricordano te.
Ti vedo riflesso in ogni caffè (ecco, non è proprio vero, non vuol dire che penso a te ad ogni caffè anche perché per quanti ne bevo dovrei pensarti praticamente ogni mezz’ora, ma è un modo carino e che mi sembrava facesse rima con non so bene quale parte del discorso per dirti che penso a te ogni giorno, anche adesso, sì).

Penso a te ogni giorno. È la verità. Magari poco, magari anche meno, ma non c’è alba che arrivi sulla terra senza portare con sé la certezza che in quella giornata io penserò di nuovo a te. Forse per un minuto, di striscio, per sbaglio, ma penserò a te, sapendo anche che a te probabilmente non succederà lo stesso con me. È che io faccio fatica a lasciarmele dietro, le cose.
E perciò è davvero un bene che tu ti sia trasferito in un’altra nazione.
Così come è davvero un bene che tu da lassù non debba fare ritorno almeno per i prossimi due-tre anni. Capisci, l’altro giorno me la sono presa perché ho letto un tizio su Twitter che prendeva in giro la voce di Andrew Howe e scriveva che è strabico (non è vero, comunque), e tu strabico non sei di certo, e Andrew Howe nemmeno ti somiglia veramente. Non è normale.
È bello pensare che tu non farai ritorno per anni, perché per allora, cioè per quando sarai tornato, c’è la possibilità che gente a caso abbia smesso di ricordarmi te e, se sarò fortunata, magari di te mi sarò anche dimenticata.