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So che è psicopat(et)ica questa cosa di non scrivere per eoni e dopo pochi giorni da un post virgolette intènzo virgolette pubblicarne un altro e scrivere cazzate.
Effettivamente non è mio costume scrivere spesso, ma capita che ogni tanto mi renda conto di avere un blog, e non una propaggine ombelicale su cui scrivere solo cose intènze per poi lasciarle lì a macerare.
Blog = scrivere spesso, scrivere come viene, scrivere cazzate. Capita anche che mi imponga questo mantra, più spesso di quanto non sembri, ma sempre e solamente per non rispettarlo mai.

E però niente stamattina ero in treno e pensavo alla mia tata. La mia tata, via, la mia babysitter. Adesso non vorrei si pensasse a scenari tipo Upper East Side con una me-bambina ricca con fermacodini di raso trascurata dai genitori. Niente di tutto ciò. Semplicemente, avevo (e ho, perché è giovane) una mamma con un lavoro. E anche i miei nonni all'epoca avevano un lavoro, perché erano giovani anche loro (adesso meno ma ci sono eh, percarità). Quindi io avevo una tata, V.

Siccome già da piccola ero una scassacazzi, succedeva spesso che V. mi apostrofasse con una sua frase ricorrente che era:

"SAI CHE SEI".

E io, quando me lo diceva, la seguivo per tutta la casa, per tutte le stanze, su e giù dalle scale, e ripetevo: "DIMMI CHE NON SONO SEI! DIMMI CHE NON SONO SEI!", così, in loop.

In quella frase arcana e misteriosa avevo trovato un senso tutto mio, di cui mi ero convinta, ovvero che lei mi dicesse che ero un sei. Credo sei il numero, ma non ne sono sicura. Non ero ancora in età da elementari, quindi escludo si trattasse di un mio pensare a cose tipo "Sei da sei! Vali solo sei!". E non ero nemmeno sufficientemente introdotta al satanismo* per pensare che in realtà intendesse "Sei un sei sei sei! Che tu sia maledetta!" (temo sarebbe stato in ogni caso un po' forte, anche se fossi stata una stronzetta troppo vivace -ma non ero stronza: solamente già petulante, già paranoica e già iraconda e permalosa, praticamente come ora ma ancora bionda e più piccola-).

Immagino quindi che all'epoca, senza sapere che cosa fossero i numeri né soprattutto i sottintesi, pensare che mi si dicesse "Sei un sei" avesse per me un qualche significato oscuro da mega insulto, per cui chiaramente mi dovevo offendere.

Solo molti anni dopo, ricordando all'improvviso quella frase a cui non avevo pensato per lustri, ho capito che cosa volesse dire. Sai che sei (+ sottinteso). Tipo "Sai che sei tremenda" o "Sai che sei una peste", ma anche "Sai che sei una bambina scassacazzi e maledetto il giorno che ho deciso di accettare di farti da babysitter, anche se mi fa ridere questa cosa che hai preso da me e cioè il tuo personalissimo modo di mangiare le uova. Ereditato. Da me".

C'è una scena di quel trascurabile film che è Runaway bride, cioè Se scappi ti sposo, in cui Julia Roberts ordina le uova come le sta ordinando il suo fidanzato, e lì capisce che ogni volta che è stata con qualcuno ha preso per osmosi anche il suo personalissimo modo di mangiare le uova. Strapazzate, o in camicia, o alla Benedict, sempre come il fidanzato di turno, senza rendersene mai conto, e capendo solo molto dopo come davvero piacessero a lei (non ricordo).

Bene, fateci caso. Le uova sono una delle cose più personali del mondo: ognuno le mangia a modo suo. Perché ha visto fare così, o perché gli piace così, si è inventato quel modo lì, e come tutti pensa che il suo sia anche il migliore.
Di solito non ce ne accorgiamo, perché -almeno in questa parte di mondo- non si tratta di un pasto da farsi in pubblico (se voi andate a pranzo al bar per ordinare due uova fatemelo sapere, e poi ricoveratevi), ma una cosa che si mangia a casa, da soli o quasi. Provate a chiedere per credere: prendete tre persone e domandate a ciascuna come mangia le uova (in realtà lo dico solo perché altra gente entri a far parte del club degli psicopatici, di cui sono membro onorario da quando una delle mie domande preferite da fare alla gente che ho appena conosciuto è diventata "Tu che nomi daresti ai tuoi figli?"). Non avrete tre risposte uguali. Provate, poi mi dite.

Una delle poche certezze che ho nella vita è che il mio modo di mangiare le uova l'ho ereditato da V. anche se non era mia parente, ed è quindi una cosa passata attraverso il bene, e non i geni. V. che ne aveva uno tutto suo, personalissimo e fantastico. Cioè il mio, che è anche il migliore.
Forse, ripensandoci, è questo che voleva dirmi quando io avevo cinque anni e nessun talento per i sottintesi.
Sai che sei. Una scassacazzi copiona.

*nemmeno adesso nonna, tranquilla.