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La cosa che più amavo di te era il fatto che non ti si dovesse spiegare mai niente.

Io dicevo Tullia Zevi e tu sapevi chi era.
Ti raccontavo i gossip sulla vita sentimentale dei filosofi tedeschi (ovvero l’unica cosa che mi fosse rimasta in testa della filosofia tedesca) e tu sapevi già tutto e aggiungevi particolari.
Io dicevo Twitter e tu, che odiavi qualunque social media e non eri iscritto a Facebook allora come non lo sei adesso, sapevi che cos’era.

Un’altra cosa che amavo di te era che, se in un giorno lontano che comunque non potrà più arrivare io, puta caso, ti avessi sposato, non saresti stato uno di quei mariti a cui bisogna dire come vestirsi, o dove sono i calzini, o quale cravatta stia meglio con quale camicia. Non ce ne sarebbe stato bisogno perché tu avevi un tuo stile. Magari discutibile, rivedibile, e mi riferisco in particolar modo a certi maglioni beige, ma ce l’avevi, ed era tuo, ed eri bello, e in ogni caso è colpa tua se adesso guardo i ragazzi con i mocassini.

Una cosa che amavo di te era quel tuo sorriso che ti trasformava in qualcosa di diverso. Eri sempre tu ma eri diverso, eri illuminato, e io mi illudevo di riuscire a vederti per bene, dentro, più a fondo.

La quarta cosa che amavo di te era che non fossi canonicamente bello, lasciatelo dire.
Avevi occhi non grandi, una strana bocca sottile, ma eri comunque il più bello di tutti, con belle basette, bel naso, bel portamento, e gli zigomi più belli del mondo.
Uh, non avevi delle belle mani, questo proprio no. Le tue unghie erano le più strane che mi fosse mai capitato d’osservare e nonostante questo io, proprio io, che non riesco a vedermi accanto un uomo con mani brutte, avrei sposato te anche domani, e amato molto anche quelle tue strane mani.

La quinta cosa che amavo di te era che mi leggessi sempre, e leggessi tutto quello che c’era quassù, compresi i commenti (e quelli di tutti, non solo i miei). Se non altro, mi dicevo, qualcosa per me che facessi anche senza di me c’era.

La sesta cosa che amavo di te era il fatto che mi avessi resa capace di stimare una persona (te, nella fattispecie) con idee politiche diverse dalle mie, e non nonostante, ma anche per quelle.

La settima cosa che amavo di te era la musica.

L’ottava cosa che amavo di te era ricordarmi di quella sorpresa che mi avevi fatto al mare, e di come prima di vederti, rispondendo al telefono a te che mi avevi chiamata per dirmi di uscire di casa perché tu eri lì, avessi avvertito chiaramente quanto stessi sorridendo: sentivo allargarsi il tuo sorriso anche al telefono, avevi questa voce nuova che non ti avevo mai sentito.

Una cosa che poi davvero amavo di te era che mi facessi ridere parecchio. Malgrado la mia insofferenza per il “voglio un uomo che mi faccia ridere” e il mio preferire di molto l’idea di essere io quella che sa far ridere e non viceversa, questa era una cosa di te a cui mi dovevo arrendere. Mi piaceva.

Di cose che amavo di te ce n’erano tante altre, anche se adesso non mi vengono in mente e i motivi per detestarti verso la fine erano di certo altrettanti, se non di più.
Chissà come stai, chissà che fai, chissà a chi stacchi il cuore dal petto, lassù, in Prussia.
E chissà che c’è davvero in fondo a tutti i tuoi cassetti, quando sorridi e ti lasci scoperchiare. Chissà chi sei, poi, veramente.
Spero che il tuo cielo sia sempre il più grande, che la tua notte sia sempre la più stellata.
Mazal tov, buon destino, buone stelle, A.

E sappi di nuovo che la cosa che amavo più di tutte, più di tutte anche se l’ho già detto, era il fatto che non ti si dovesse spiegare mai nulla. Tu sapevi già tutto quello che ti dicevo, o perlomeno sapevi tutto quello che c’era da sapere di ogni cosa che m’interessasse. Eri una persona che sapeva tanto di molte cose, comprese tutte quelle che piacevano a me. E questa era una cosa stranamente rassicurante, potente, affascinante, e credo che niente al mondo mi abbia mai colpita di più in una persona.

Poi, certo, avevi anche quelle bellissime cosce.