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Per distinguermi dalla massa e ribadire la mia straripante originalità, volevo scrivere un pezzo sui miei propositi per l’anno nuovo.
Poi (la regola dice che le frasi non si devono mai iniziare con un “poi” o con un “ma”. Uno dei miei propositi per l’anno nuovo è: sbattermene nella maniera più assoluta e piazzare in principio di frase tutti i poi e tutti i ma che ritengo necessari) mi sono resa conto che la cosa sarebbe stata davvero troppo, troppo originale, pregna di un’originalità per cui il pianeta non è ancora pronto.
In seconda battuta, ho pensato che la lunghezza delle liste di propositi per l’anno nuovo è nota per essere inversamente proporzionale alla possibilità che anche uno solo di quei propositi si realizzi. Detto in spiccioli: compili la tua lista pieno di belle speranze e ad anno finito ti rendi conto che quel poco che si è realizzato è successo magari per caso e comunque in maniera del tutto diversa da come speravi tu, e che i punti della lista su cui puoi tirare una riga esclamando “Fatto!” saranno uno, due, meno di dieci (e solo se la lista era davvero molto lunga).

Ho deciso quindi di cambiare rotta, di fare altro, di pensare positivo: scriverò una lista dei miei propositi irrealizzabili.
Una lista di desideri e propositi divisi in due categorie mescolate:
– cose molto al di là da venire anche nella scala delle desiderabilità, roba che magari desidero ma che è impossibile si realizzi in questo 2011, o che magari inizierò a desiderare e a propormi di fare di qui a cinque anni;
– desideri e propositi totalmente campati in aria, assolutamente privi di una qualunque logica e razionalità, ma che non mi sembra giusto non desiderare ugualmente solo perché la realtà si prende gioco di noi rendendomi chiaramente consapevole che quel desiderio lì ed io (facciamo un esempio: essere il chitarrista dei Cure) non saremo mai (che tristezza) destinati ad incontrarci e a diventare rispettivamente un desiderio realizzato e la sua realizzazione.
Una lista pazza e irrealizzabile, da compilarsi per gioco, per divertimento, per sense of humour.
Una lista così scema da non sperarci neanche un po’.

E chissà che a fine anno non mi sorprenda a spuntare con un “Fatto!” una manciata di questi desideri e propositi. Magari anche a spuntarne più qui che non sulla lista di quelli realizzabili.
In fin dei conti neanche Harry Potter o Hermione Granger si aspettavano la lettera da Hogwarts al compimento dei loro undici anni. Quindi non vedo ragioni effettive per cui io non potrei scoprire di essere il chitarrista dei Cure.

Mumble mumble. Sì, ecco, ci sono:

* radere al suolo il campetto di calcio accanto alla mia casa natale e costruirci un parcheggio, o una qualunque cosa più utile, meno rumorosa, con meno ragazzini vocianti;

* assicurarsi che Fabri Fibra sia sano di mente (non credo proprio) e avere con lui un piccolo flirt molto hot, che ovviamente non comprenda un rap misogino a me dedicato dopo la fine del flirt medesimo;

* farmi cucire molti vestiti a mano. Da Vivienne Westwood. In persona;

* mangiare molta pizza, molta focaccia, molte pizzette di sfoglia della catena di panetterie Delper (mia nuova droga) e tutto quello che al momento non mi viene in mente, senza ingrassare di un etto grazie a una speciale magia;

* bruciare molte calorie scrivendo;

* diventare straricca ricevendo l’eredità di un qualche zio d’America a me totalmente sconosciuto (perché se deve morire qualcuno a cui voglio bene rinuncio, ringrazio tutti molto ma preferisco di no);

* in alternativa, diventare straricca brevettando la speciale magia che non fa ingrassare di un etto anche mangiando pizzette di Delper a volontà;

* un arcangelo (o uno sgherro di Satana, valuterò con calma le proposte) che ogni mattina mi porti la colazione a letto. Croissant freschissimi (dolci o salati a seconda delle preferenze che quotidianamente mi sentirà balbettare durante il sonno), frutta per non farmi sentire in colpa (ma che sia già tagliata e  sbucciata, altrimenti due frustate), yogurt (il gusto del giorno verrà sempre dettato nel sonno e lui dovrà quindi essere molto attento e munito di taccuino), un buon caffè corroborante; Se io vorrò, durante la mia colazione lui potrà cantare per me (se scelgo lo sgherro di Satana, il metal è da considerarsi bandito; se scelgo invece l’arcangelo, metto il veto su tutti i canti da chiesa tipo E-ma-nu-el o “Perché questa festa non deve finire”. In caso contrario un colpo di bazooka -che farò in modo di avere sempre sotto il cuscino-);

* imparare a cucinare divinamente. E che quando non ho voglia di cucinare ci pensi l’arcangelo (o lo sgherro di Satana), preparando esattamente quello che ho in mente senza bisogno che io glielo dica; che si occupi lui della spesa (se invece preferisco andarci personalmente, lui mi segue e poi mi porta le buste di plastica); che, quando ho voglia di sushi take away, venga con me da Japs!sushimakers in via Carlo Alberto e incuta timore a quella giapponese molto antipatica che sta alla cassa e che risponde sempre in malo modo a tutto; che poi aspetti con me e mi tenga compagnia evitandomi così la figura da mentecatta che faccio di solito, appollaiata su uno sgabello come un pappagallo a fingere di leggere uno dei giornali ad uso dei clienti, mentre aspetto sola solerrima che i miei maki take away siano pronti;

* che uno dei due esseri ultraterreni di cui sopra (quello che sceglierò come assistente) mi liberi dall’incombenza di dover preparare la valigia ogni lunedì;

* tinteggiare la mia camera di fucsia o -ancora meglio- a righe fucsia su fondo bianco, senza che mia madre si faccia venire un infarto o alzi il suo muro di disapprovazione;

* comprare una casa con vista sui tetti di Roma (grazie allo sconosciuto e ricchissimo zio d’America) da dipingere come voglio io. La cucina la voglio assolutamente dello stesso colore delle pareti della catena di caffetterie Caffè Nero, la mia preferita “quando sono a Londra” (ha ha ha);

* poter dire veramente “quando sono a Londra”, e senza sentirmi una cretina che millanta cose, perché da quest’anno si aprirà una breccia nel continuum spaziotemporale che mi permetterà di fare quello che voglio quando voglio e senza che la gente se ne accorga, teletrasportandomi appunto a Londra, o in spiaggia, o in una qualche bella città qualsiasi che sceglierò sul momento, o nel Grand Canyon quando ho voglia di spazi sterminati, o in Groenlandia per riflettere, eccetera;

* fare (sempre grazie alla breccia segreta nello spazio-tempo), molti viaggetti con le mie amiche e amici più cari. Viaggi lampo o più lunghi a seconda di come preferiamo. Con una/o di loro per volta oppure a gruppetti, sempre a seconda di come ci va;

* dare un pugno megagalattico a due membri dello staff del pub in cui lavoravo fino alla settimana scorsa (cioè prima che mi licenziassi) e con cui ho passato ogni venerdì, sabato e domenica, e ogni prefestivo e festivo per più di un anno. Sarò più precisa solo per evitare che qualche lettore, conoscendo il pub di cui parlo, possa farsi un’idea sbagliata sui tizi a cui mi riferisco, o -peggio- pensare che si tratti di qualcuno a cui magari sono invece affezionata e che mi mancherà anche molto. Bene: i tizi in questione sono il cuoco (fascista -in senso umano più che politico- misogino e con un cervello grande quanto una noce) e il mio collega P. (un attaccabrighe psicopatico che dovrebbe: a) essere ricevuto al più presto alla corte di uno psichiatra; b) essere esorcizzato; c) ricevere una scarica di botte da una banda di gangster ubriachi). Un pugno megagalattico o un colpo di scimitarra, con tutto il locale ad applaudire. Entrare in cucina ed esclamare un bel “Vaffanculo!” all’indirizzo del cuoco è una cosa che ho invece incluso nell’altra mia lista, quella dei propositi realizzabili. Essendo una cosa su cui fantastico più o meno da quando sono stata assunta, e dato che mi sono sempre detta che il giorno in cui me ne fossi andata l’avrei certamente fatto e quel giorno poi non l’ho fatto, giuro a me stessa che entro breve lo farò. Tiè. (Se qualche frequentatore del pub stesse leggendo, è pregato non solo di non riferire il contenuto di queste righe ai membri dello staff citati -o a uno qualunque degli altri non citati-, ma di sigillarsi direttamente la bocca con del cemento. Grazie);

* che tutte le case editrici d’Italia mi facciano la corte ed entrino in sfrenata competizione pur di accaparrarsi il mio romanzo (nell’altra lista c’è scritto “E tu inizia almeno a scriverlo, cretina”);

* vincere il Premio Strega, il Premio Campiello, il Premio Bancarella e il Premio “Esticazzi!” (se a qualcuno venissero in mente altri premi, me li segnali. Nella propria lista dei propositi irrealizzabili è obbligatorio esagerare, mettere molti carri davanti ai buoi e quant’altro);

* che questo blog diventi uno dei più letti e sia sempre molto commentato;

* un clone che studi e lavori al posto mio quando io non ne ho voglia, e che poi travasi nel mio cervello tutte le nozioni che ha immagazzinato durante le sue ore di studio;

* che il palinsesto televisivo si modifichi a seconda delle mie necessità e dei miei desideri (è compresa anche la rimessa in onda di vecchie fiction o telefilm, se in quel particolare giorno ho voglia di vederne una puntata -o se in quel periodo desidero rivedere tutta la serie-);

* assistere alla cerimonia degli Oscar; baciare a lungo Robert Downey Jr. in uno sgabuzzino del Kodak Theatre;

* appendere i quadri che so io alle pareti color Caffè Nero della mia cucina romana (ma anche torinese, magari con vista sul fiume; o londinese, con belle finestre di legno bianche a quadrotti -non so descrivere meglio quel tipo di finestra lì, ma è la classica finestra nordica-) e trovare una meravigliosa poltroncina color carta da zucchero per il mio angolo lettura, su cui sistemare il cuscino a forma di gufo che ho comprato a Covent Garden lo scorso maggio, pensando che sarebbe stato molto bene sulla poltroncina dell’angolo lettura che sogno di avere nella mia casa-dell’età-adulta più o meno da quando ho imparato a leggere e ad intendere e volere (e da maggio lo tengo da parte, ancora impacchettato. Arriverà il giorno in cui potrò toglierlo dal pacchetto e sistemarlo sulla poltrona perfetta, accanto alla libreria perfetta, in un angolo pieno di luce. Devo solo aspettare, ma io so aspettare);

* andare in eremitaggio per tre mesi in una casa in montagna (l’alternativa era un faro a picco sul mare, che tra l’altro è uno dei sogni della mia vita, ma poi sarei troppo distratta a guardare il mare eccetera) e leggere tutti i libri che voglio, ininterrottamente. Interrompermi solo per vedere film. E basta, e nient’altro. Prima o poi devo farlo veramente;

* prendere parte a un videoclip di Lady Gaga;

* che la pizzeria Otto e tre quarti di piazza Solferino rimetta sul menu la pizza con zucchine julienne, speck e stracchino. E magari le scelga un nome nuovo, perché è vero che per quella pizza ci andavamo matte, la mia amica M. ed io, ma è anche vero che “Zucchina d’oro” poteva essere rivisto;

* partecipare alla Coppa del Mondo di sci allenata da Alberto Tomba (cosa che sogno più o meno dal gennaio del ’91, che è all’incirca lo stesso periodo in cui mi rendevo conto di essere negata per lo sci); sbaragliare tutte le avversarie arrivando prima in qualunque cosa (slalom speciale, slalom gigante, supergigante, discesa libera e combinata); essere ammirata perché anche alle gare metto sempre l’eyeliner;

* scrivere una sceneggiatura o un testo teatrale con Massimo Carlotto; diventare grandi amici;

* imparare a suonare la chitarra, la chitarra elettrica e il pianoforte, e diplomarmi al conservatorio;

* che quando sento l’impellente necessità di una tazza di latte con cioccolato e miele sia Virna Lisi a prepararmela, e che mentre me lo porta sorridente esploda improvvisa la sigla de “Il bello delle donne” (che a me appunto piaceva molto, e che mi faceva sempre venire voglia di una tazza di latte così -e quello era un momento impagabile di puro relax sul divano, pura serenità, pura casa mia-. Continuo a prepararmela anche adesso che sono passati anni, e ogni volta penso a Virna Lisi);

* che Laura Efrikian e Gianni Morandi si rimettano insieme;

* essere sempre in prima fila ai concerti ma senza dover fare coda o arrivare ore prima. Semplicemente: noi arriviamo all’ultimo, la folla si divide in stile Mar Rosso, noi camminiamo fino alla prima fila comodamente e senza fatica, con fare da star (naturalmente avremo anche e sempre dei pass per il backstage);

* avere capelli a) dalla fibra titanica (tipo quelli di mia madre, che ha dei capelli pazzeschi e non capisce che i miei non sono i suoi, perché io li ho ereditati da chissà chi ma sicuramente non da lei); b) che si automodellino all’istante seguendo i miei desideri e capricci, e siano sempre perfetti, senza che io debba badarci minimamente;

* entrare all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica, poter piangere di felicità con un pianto a fontana che ho sognato tante volte, iniziare a correre e fare la mia corsa della felicità con “Lift me up” di Moby (la canzone che ho scelto per la mia corsa della felicità -chi fosse interessato può leggerne qui-) che esplode in sottofondo;

* vivere una fugace e intensa storia d’amòr con un pirata fluviale (tipo Johnny Depp in Chocolat) che però possibilmente non somigli a Johnny Depp perché non è il mio tipo, nun me piace. Quindi qualcuno che non somigli a Johnny Depp (ma abbia un’aria equivoca e sexy e una barba incolta e uno sguardo languido che ispirino fugaci storie d’amòr), con cui navigare i fiumi e fare cose molto equivoche.  Vivere mesi conturbanti pieni di odore di zucchero grezzo e tabacco. Redimere il suo lato da amatore seriale che ha una bella in ogni porto e farlo molto innamorare. Fargli credere di esserlo altrettanto. Piantarlo da un giorno all’altro per un uomo meraviglioso alla Andrew Garfield, uno di quelli con l’aria da marito ideale e magari belle basette curate, che rispondono molto di più alla mia idea archetipale di uomo per cui potrei perdere la testa;

* lasciare il pirata fluviale a piangere sulla sua chiatta e fuggire (vediamo, dove si potrebbe andare? Facciamo Praga) a Praga con Andrew Garfield e le sue belle basette curate, passeggiare abbracciati e poi correre facendosi qualche sciocco scherzo da innamorati rincrecretiniti, andare sul Ponte Carlo e comprare un po’ di quelle casette dipinte a mano da piantare nella terra dei vasi di fiori, mangiare gnocchi di mollica di pane da U Fleku (dove io mi dirò scandalizzata per tutte quelle donne che bevono birra), baciarsi su qualche tram senza capire dove si va; tornare da Praga e andare a vivere in quella casa dipinta come so io, togliere il cuscino a gufo dal pacchetto e sistemarlo sulla poltrona perfetta nell’angolo lettura perfetto, fare sette figli e dare loro nomi bellissimi, dotare l’angolo lettura di un cupolotto protettivo invisibile che faccia rimbalzare via i miei figli appena ci si avvicinano con l’intento di toccare il mio cuscino a gufo, crescere sette figli sereni felici e dotati di senso dell’umorismo;

* laurearmi tra pochi mesi, uscire dall’università con un corteo che mi porta in trionfo, Giulio Cesare che risorge e mi festeggia, Cristoforo Colombo idem, Carlo Magno anche, JFK pure. Il preside di facoltà e il rettore dell’università che mi stringono la mano e mi fanno molti complimenti, Dio che mi promette una cattedra di Storia Medievale o Storia Contemporanea, la guerra di Troia che ri-esplode per l’occasione, soldati disposti a falange oplitica che ballano e gridano il mio nome, gli dèi dell’Olimpo che scendono dall’Olimpo e partecipano al corteo regalandomi poteri a caso, i miei genitori che improvvisamente dimenticano che mi sto laureando fuoricorso e si godono la festa, il trionfo, Giulio Cesare eccetera;

* ultimo, ma non meno importante: essere il chitarrista dei Cure.

(Tutto questo, naturalmente, entro la fine del 2011. Grazie).

PS: e i vostri? Me li dite?