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Confido nella memoria di chi passeggia da tempo nella mia personale foresta dell’immaginario, perché sicuramente ricorderà che io ho sette figli.
Quindi oggi, siccome Mtv continua a passare video di gente assurda tipo Jamiroquai -che odio se possibile più di Battisti e dei Beatles messi insieme, e quest’ultima cosa la dico certa di scatenare astio sdegno e crocefissioni augurate-, e siccome non mi va di inventarmi niente che non rientri nella categoria dei vagheggiamenti malinconici, svelerò un altro segreto a chi vorrà farselo raccontare. Io ho tre fratelli.

Cominciamo dal principio.

Sono una figlia unica da e di ormai (ahimé) venticinque anni. Sono una figlia unica che non ha mai lottato per il telecomando e ha patito molto quando ha dovuto farlo. Sono una figlia unica abituata a esserlo.
Amo infinitamente alcune grandi amicizie che considero a tutti gli effetti miei fratelli e sorelle morali, volendo loro un bene forse ancora più importante proprio perché è un bene che è successo, che è stato scelto, e non trovato per caso dalla nascita in poi, già pronto, in casa.
Ho un cugino quattordicenne per cui ho un’adorazione profonda, un affetto sconfinato, per cui so che sarei disposta a saltare nel fuoco e a vendere un rene a una banda di narcotrafficanti messicani, che è mio cugino e anche il mio vicino di casa, ma non è mio fratello.
Ho una Surela che è la figlia della migliore amica di mia mamma, con cui ho diviso l’infanzia, le vacanze, la merenda, e con cui ho spartito per anni uno sgangheratissimo divano letto nella mia casa al mare, litigando per le lenzuola, per le molle del materasso che ci si conficcavano ovunque, per la focaccia, per la colazione, per ogni cosa possibile e immaginabile, una Surela con cui ci davamo botte e ci tiravamo i capelli e la sabbia, e una Surela a cui ho fatto fare pipì sul tappeto di un negozio per il troppo ridere. Io e lei da piccole ci fingevamo sorelle ogni volta che potevamo, e rispondevamo di sì, sempre, quando qualcuno ci chiedeva se sorelle lo eravamo veramente. Con Surela è come se avessi un legame di sangue vero, che sento molto, anche se in realtà purtroppo non c’è.
Perché in realtà sono una figlia unica che non ha mai lottato per il telecomando, e di me si può dire parecchio con questa frase apparentemente insignificante. Solo io, però, so quanto a volte mi sia chiesta come sarebbe stato il contrario, come sarebbe stato avere un telecomando per cui scannarsi, qualcuno che sedesse con me sul mio stesso divano e dividesse con me una madre e un padre che sono sempre stata abituata a considerare miei e solo miei (ecco, scriverlo mi fa uno strano effetto, perché soprattutto mia mamma è mia, solo mia, solo mia, solo mia).
Sono una figlia unica che ama moltissimo i momenti trascorsi con le sue amicizie fraterne, e ne trae vera linfa vitale, e senza di loro, senza la sua Base, non potrebbe mai, dico mai, sentirsi abbastanza forte per poter mettere un piede davanti all’altro e continuare a camminare, ma gode anche nel profondo dei suoi momenti di solitudine e non sa e non osa immaginare come sarebbe stato avere qualcuno sempre con sé, volente o nolente, qualcuno di non scelto ma capitato, già trovato, pronto e confezionato, qualcuno che magari avesse anche un po’ della sua stessa faccia, e la sua stessa madre e il suo stesso padre e la sua stessa casa.
Sono una figlia unica che da piccola faceva giochi solitari e meravigliosi ma, anche adesso che ha appena compiuto questi maledetti venticinque anni, pensa ancora ai suoi tre fratelli, simpatici belli e totalmente inventati, ricordandone sempre i nomi e sperando che un giorno, chissà, magari si decidano a comparire e a regalarle un’infanzia confusionaria, casinara, e diversa. Una figlia unica che ogni tanto si volta e si chiede come sarebbe se in quel suo voltarsi trovasse qualcuno che se ne sta seduto al suo fianco in pigiama e calzini, davanti al suo stesso televisore, che magari dopo si aggirerà per la cucina preparandosi il caffè con la  stessa caffettiera che usano lei e sua mamma, e che quello è suo fratello, e lo è veramente, di sangue, di famiglia, e che lei non se lo è scelto ma lui è lì lo stesso, è lì. Qualcuno che con lei avesse condiviso tutto, ogni cosa, compresi i nonni materni che sono da sempre una delle cose più mitiche della sua vita, compreso un papà che in quelle mattine in cui si partiva tutti per Genova per andare dai nonni paterni e dagli zii -e quindi a casa sua- si metteva a cantare appena sceso dal letto “Tutta mia la città / un deserto che conosco / tutta mia la città!” dell’Equipe 84, e che quindi potesse avere ben presente che cosa significhi sorbirsi quel papà lì mentre canta e fa acuti che raggiungono inevitabilmente gli utrasuoni. Qualcuno che potesse avere ben presente anche la famiglia che siamo stati, e che poi non siamo stati più. Qualcuno che fosse su quella stessa Fiesta rossa noleggiata con cui lei e il papà ultrasuono anni dopo fecero un road trip in Scozia, molto divertente e altrettanto denso di figure di merda quasi sempre provocate dal padre e dalla sua grande padronanza dell’inglese (un giorno voleva complimentarsi con due neo genitori duri e puri delle Highlands per il loro pupo biondo. Voleva dire “Beautiful kid”. Disse “Beautiful dick”).

A volte sì, metterei da parte per un momento la mia infanzia passata a conoscermi, a volermi bene stupendomi di ogni meraviglia del mondo per poi segnarmela sul mio taccuino, a considerarmi l’unico bene a cui non avrei mai potuto rinunciare e a leggere molto, per vivere quella insieme a Luca, Giovanni e Lilliana (Luca ’82, io e Giovanni ’85 -gemelli-, Lilliana ’88 o ’89 o forse ’90, non ho mai saputo decidermi).

Ci sono momenti, giornate, in cui quel vecchio sogno mi torna su, da una porta aperta chissà dove, in una piccola parte di cuore. E allora una matassa calda e vaporosa inizia a srotolarsi, come il cielo di metallo che si srotola in certe plumbee mattinate inglesi secondo Roald Dahl. Penso sempre a loro, quando d’inverno vedo il cielo color metallo che si srotola -ed è proprio vero, è un cielo di metallo a lastra, e si srotola- e sento, in qualche parte nascosta di me, questa porticina aprirsi, questa matassa morbida iniziare a srotolarsi, a fluttuare, a farmi domande. Come sarebbe stato, se con me ci foste stati anche voi? Io vi conosco, conosco le vostre facce. E tra le molte cose che ogni tanto mi maledico per non essere stata -tipo la chitarrista di un qualche gruppo rock molto famoso-, e tra tutte le vite che a volte rimpiango di non aver vissuto e di non poter vivere più, c’è anche quella con voi tre, come vostra sorella. Naturalmente sarei stata la preferita di ognuno di voi, perché anche da figlia non più unica avrei dovuto in qualche modo dare sfogo alla mia insanabile megalomania. Chissà che vita sarebbe stata. Ogni tanto mi volto, e vi aspetto, ma non arrivate mai.