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And so, my dear, you’ve just decided to tie the knot.
E così, mio caro, il 29 aprile 2011 ti vestirai a festa, ti farai il riporto, e impalmerai nell’Abbazia di Westminster una ragazza che non sono io.
Ti ho amato molto. A undici anni ti ho amato molto. E anche a dodici anni ti ho amato molto. Tu invece mai un cenno, un ciao, una margherita spedita per posta aerea, mai.
Ti ho amato da subito, vedendoti per caso in una foto su Stop a casa di mia nonna. Sono rimasta folgorata e ti ho amato così, in un batter di ciglia, in uno schiocco di dita rapido.
E’ per te, solo per te e perché mi sembrava una cosa logica da fare -visto che sarei salita sul trono d’Inghilterra dopo averti sposato e per essere regina avrei ovviamente dovuto parlare fluently- che ho deciso di imparare l’inglese, e mi ci sono messa d’impegno come forse non ho mai più fatto per nient’altro nella mia vita.
Mi nacque una passione immensaper la gloriosa Britannia, la terra degli Angli, le bianche scogliere di Dover.
A scuola? Stavo attentissima. A casa? Vedevo solo Mtv, che all’epoca era in inglese con i sottotitoli, e prendevo appunti davanti al Jenny McCarthy Show. Ero molto seria, molto compunta, molto appassionata.
Corrispondevo con una ragazzina inglese che mi aveva assegnato la scuola e quando arrivavano le sue lettere, chiuse con lo scotch, io rimiravo questo scotch e mi dicevo “E’ scotch inglese. Inglese! Comprato in Inghilterra. Lo usa gente inglese in Inghilterra!”.
Cercavo di immaginare la tua voce che mi diceva “Francesca ài lòv iù”, sorvolando sul fatto di non sapere assolutamente come fosse, quella tua dannata voce.
Registrai il matrimonio di tuo zio Edoardo con Sophie Rhys-Jones a Windsor, e mentre Antonio Caprarica diceva che per quel giorno era stata appositamente scritta da un qualche musico di corte una marcetta chiamata Fanfare for Sophie, la fanfara per Sophie, io dicevo a me stessa che un giorno ce ne sarebbe stata una scritta appositamente per me, molto più carina, che si sarebbe chiamata Fanfare for Frannie e sarebbe diventata una hit in tutto il paese.
Immaginavo casi incresciosi in cui far valere le mie doti diplomatiche (assolutamente nulle), tipo una finale dei mondiali Italia-Inghilterra in cui sarei naturalmente stata inquadrata da tv inglesi e italiane, dovendo perciò mantenere il controllo e riuscendo a non gioire troppo per un goal dell’Italia, così da non essere apostrofata come una traditrice del trono sul quale sedevo, ma facendo contemporaneamente qualcosa -un piccolo sorriso, un guizzo nello sguardo- che, abilmente ripreso dalle tv italiane, il giorno dopo avrebbe fatto dire a tutti, nei caffè e nei negozi da parrucchiere e nell’edizione di Studio Aperto e un po’ ovunque: “La regina d’Inghilterra è sempre italiana dentro, e l’ha dimostrato ieri alla finale dei mondiali di calcio”.
E quando morì Lady Diana, oh!, quando morì Lady Diana (naturalmente successe prima del matrimonio di Edoardo e Sophie, stai tranquillo, non mi sto confondendo ma sto scrivendo a sentimento e come mi viene, perciò zitto). Io e il mio altarino di fotografie fummo per settimane la barzelletta della famiglia (della mia, io la tua mica l’ho mai conosciuta), e ricordo mio padre che diceva “Bah. Cioè, percarità, anche io e tuo zio ci eravamo fatti in camera una specie di omaggio a Niki Lauda quando rimase ustionato al Gran Premio di Germania nel ’76, ma sto parlando unicamente di una piccola foto formato cartolina con una macchinina da Formula Uno accanto. Un altarino così è una roba assurda”, e la sottoscritta che rispondeva “Se era nel ’76 vuol dire che avevate ventitré anni, eravate messi peggio di me che faccio le medie”, e lui che replicava “Ma Niki Lauda era rimasto ustionato al Gran Premio di Germania, ustionato! Era stato estratto dall’auto in fiamme ed era vivo, bisognava celebrare la cosa”. (Uomini – alzata d’occhi al cielo).

No, non ero megalomane. Semplicemente, ti amavo. Di un amore degno e fiero come può esserlo solo a quell’età, quando il biondo va molto di moda nelle cotte, e i tipi alla Leonardo Di Caprio (pre-disfacimento) e Nick Carter dei Backstreet Boys (se tu che leggi avevi una cotta per Kevin o AJ o Howie allora sciò, non eri normale) erano in voga come non lo sarebbero mai stati dopo.
Certo non disdegnavo né Di Caprio né Nick Carter. Però io avevo te, e tu eri tu, perbacco.
Eri meraviglioso. E non me ne fregava niente che tu fossi anche il Principe William.
Ero così convinta che da grande ti avrei sposato che ora non mi permetto di ridere di me stessa, né lo permetto a qualcun altro, perché mi è impossibile non rispettare quella me che ero e il suo sentimento che non vedeva ostacoli, non sentiva ragioni, e credeva fermamente che un giorno si sarebbe realizzato.
La monarchia era la cornice, il trono un grazioso optional. Ma io avrei avuto te. Io avrei avuto te.
Non rinnegai il tuo nome nemmeno davanti al bullo della scuola (di cui ho già avuto il piacere di parlare, augurandogli ogni male), che una volta mi chiese se davvero ti amassi col chiaro intento di darmi mazzate se solo avessi risposto di sì. Non dissi di sì perché appunto me l’avrebbe fatta pagare mettendomi alla berlina, ma non dissi nemmeno di no, perché altrimenti avrei tradito il mio cuore, e il cuore non va tradito.

Perciò scusami. Scusami se, nonostante io ti abbia dimenticato negli anni successivi, nonostante io abbia amato altri ranocchi credendoli prìncipi, nonostante io abbia assistito con raccapriccio al mutamento delle tue sembianze, alla tua laurea in geografia (mai cosa fu meno virile), e alla caduta inarrestabile dei tuoi capelli, ho sempre conservato per te un minuscolo posto speciale in qualche stupida parte del mio cuore.
Scusami se, malgrado la tua faccia somigli sempre più a un qualcosa di catalogabile alla voce “purezza equina britannica”, malgrado tuo fratello Henry detto Harry sia ormai chiaramente molto più gradevole di te (e vorrei sottolineare che ha la couperose), malgrado Kate Middleton, ho continuato a provare per te quell’affetto misto a incredulità che si riserva ai vecchi amori unilaterali che vedevi in tram nel ’61 andando a scuola la mattina e che rivedi nel ’94 al cimitero del paese il giorno dei morti, non riconoscendoli perché ormai molto panzoni e stempiati, e che, una volta riconosciuti, ti fanno dare di gomito a tuo figlio barra figlia e dire qualcosa tipo “Oh! Quello là mi piaceva da pazzi quando ero giovane!”.

E scusami se quando ho saputo che il tuo fidanzamento era ormai ufficiale (Ansa.it, 17 novembre 2010) ho messo per un momento da parte tutte le volte in cui mi sono derisa, le volte in cui ho ripensato a me stessa con tenerezza scuotendo la testa, le volte in cui mi è sembrato assurdo e sciocco e impossibile il fatto di aver davvero creduto a quelle cose là, e le volte in cui ho raccontato ad altri i miei trascorsi da sognatrice allucinata ridendo e volendo far ridere. Scusami se ho messo da parte tutto questo e ho sentito chiaramente un tonfo dentro al cuore. Scusami se ho desiderato di potermi teletrasportare nel tempo per poter abbracciare la me stessa undicenne, sicuramente più incredula di me.
Sii felice, William Arthur Philip Louis nato all’ospedale St. Mary di Londra (che io ho visto per caso quando sono tornata a Londra a maggio, perché era vicino al mio hotel -e sì, sono trasalita per un nanosecondo, le mie amiche possono confermare-), il 21 giugno 1982.
Sii felice, tu che hai regalato alla tua ragazza l’anello di fidanzamento che fu di tua madre Lady D (e, in quanto tale, mia vecchia conoscenza fotografica). No, io non penso come hanno detto in molti che la cosa sia di cattivo gusto e porti sfiga, perché si può fare così anche nelle famiglie non reali e anche quando le mamme sono ancora vive. E’ una cosa bella, una tradizione, un modo per onorare la donna della tua vita con una cosa appartenuta alla donna che ti ha dato la vita. Son mica bazzecole. E il fatto che quell’anello fosse di una mamma che non c’è più non è una cosa brutta e portasfiga, ma una cosa che spacca il cuore.
Non pensare al fatto che il primo matrimonio di quell’anello sia poi naufragato, tu vedici tua madre e vedici te stesso, e le cose non potranno che andar bene. Augurati un amore come quello di tuo padre e di Camilla Shand in Parker Bowles, e le cose allora sì che andranno bene. Io l’ho capito solo molto tempo dopo, che il vero amore era quello lì, che la favola era tutta lì, e che il vero sogno erano loro due. (No, non ho foto né altarini di Camilla, ma ora sono una sua fan).
Sì, Kate Middleton è bella, è meravigliosa. Questo, pur detestandola fino a poco tempo fa (poi dirò perché non la detesto più), l’ho pensato da subito. Somiglia a Lauren Conrad di The Hills ma mora, e più alta, più figa e più chic.
E insomma: governare l’Inghilterra non è mai stata la mia aspirazione principale. Tu sei sempre più brutto.  Il tempo stringe, perché ti sposi ad aprile e rubarti a Kate Middleton, per di più con un fidanzamento già annunciato ufficialmente, richiederebbe capacità organizzative che io non possiedo, non essendo Stephanie Forrester.
La mia rivale, poi, è assolutamente imbattibile. No, non la detesto più. Penso anzi che inizierà a piacermi, e che d’ora in poi farò il tifo per lei.
Sii felice, perché se hai accanto una donna capace di mettersi un vestito (splendido) dello stesso identico colore dell’anello che riceverà, non puoi far altro che inchinarti alla sua intelligenza e femminilità, e sussurarle in un orecchio, quando nessuno sentirà: “Mia Regina, sono il Suo devoto Re”.
La me undici-dodicenne si rassegna definitivamente. No, forse non l’aveva mai fatto veramente.