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Ultimamente, come il mio vastissimo pubblico sa (non c’è niente di peggio al mondo che spiegare l’ironia, ma lo dico perché sarebbe molto brutto passare per una mitomane convinta che il suo blog sia letto da un sacco di gente, e non solo da me, il mio gatto*, le mie amiche e qualcuno di passaggio: è ironico) non scrivo più una mazza.

* Sento di dover specificare che non ho un gatto.
Comunque non è che non faccia altro. Per esempio, oltre a fare la studentessa fuoricorso e la zitella acida, a dicembre ho iniziato a fare la cameriera da weekend in un pub vicino a casa mia. Non a Torino, attenzione (perché a Torino ci vivo, ma solo in settimana, per l’università), bensì nel Borgo Selvaggio, la ridente località in cui sono cresciuta, ad un passo da molte montagne, abbastanza vicina alla Francia tanto da poterla raggiungere più velocemente di quanto non si possa raggiungere Torino (la Francia è a 23 chilometri, Torino a 107), ad uno sputacchio di chilometri da -e nella conurbazione di- Città dei Sette Assedi, che invece, in quanto capoluogo di provincia munito di ospedale e scuole superiori, è la mia città natale (per intenderci, quella scritta sulla carta d’identità alla voce “Nato a”), e anche la città in cui ho fatto il liceo.
Ho iniziato, dicevo, a fare la cameriera da weekend. Ho già lavorato, nella mia vita. Durante l’estate ho fatto (e continuo a fare, da sei anni a questa parte) la guida in una fortezza che se ne sta appollaiata su una delle molte montagne di cui dicevo prima. Ho lavorato nell’ufficio turistico di una località sciistica, tutti i weekend e per più di metà del 2009, su altre montagne ma sempre in un posto vicino a casa mia. Questo lavoro però è diverso. Credo che tutti, almeno una volta durante la loro giovinezza, dovrebbero provare a fare i camerieri. Da weekend, non da weekend, da estate, da inverno, da pub, da bar, da pizzeria o da ristorante. A Londra o nel loro Borgo Selvaggio. Ne uscirebbero con la schiena a pezzi, la mente magicamente aperta, la capacità di saper fare ormai qualunque cosa. E’ meglio di un master. Cercavo un lavoro in libreria, e invece ne ho trovato uno lì. All’inizio è andata male, malissimo, è stata una vera merda allucinante. Io non ero capace di fare niente e il cuoco mi odiava, il barman non mi spiegava mai nulla, l’aiutobarman mi sgridava continuamente. Adesso le cose vanno a meraviglia: lavoro il venerdì, il sabato e la domenica, dalle 7 di sera alle 3 di notte. I weekend liberi e il sabato sera sono soltanto un ricordo. Porto molti piatti, servo molte birre (che io odio, peraltro), prendo molte ordinazioni. Quando finisco pulisco la cucina. Non mi siedo per 8 ore. A volte è sfiancante. A volte mi si accavallano i tendini delle mani e mi chiedo se alla fine avrò ancora in dotazione il pollice opponibile. A volte piango. Inspiegabilmente, mi diverto come una pazza.

Ecco, pensavo di non avere assolutamente niente da scrivere, e invece eccomi qui a menare i polpastrelli sulla tastiera. Non avevo dimenticato quanto fosse divertente. Perciò continuerò. E’ pur sempre il mio blog, santo cielo. Potrò farci quello che mi pare in santa pace? Ottimo. Ho qualcosa in particolare da scrivere? No. Allora farò quello che piace e viene bene a chiunque: parlerò di me.

Per rendere la cosa ancora più inutile, potrei fare un plazer e un enueg. O, per dirla alla Amélie e non alla medievale, scriverò una lista di ciò che mi piace e di ciò che non mi piace. Penso che potrei anche mescolare un po’ le mie liste, per mantenere la suspence (quando il gatto penserà: “Cos’altro le piace?” io, zac!, scriverò un po’ di cose che non mi piacciono) e rendere il tutto più vario e godibile. Eventualmente anche aggiungerci qualche digressione.

Dunque, mi piace scrivere, mi piace il cinema. Questo però non va bene, l’ho già detto e ripetuto, è una cosa ovvia. Allora niente ovvietà. No alle caratteristiche da descrizione classica. Non sarà classica. E non sarà breve. Saranno minuzie, e anche molte più di una, o due, o tre. Saranno le piccole cose che so io di me, quelle cose che sai principalmente tu che ti vivi dall’interno, ma che non espliciti né tantomeno elenchi mai a nessuno, perché sono quelle cose davvero minuscole che solo tutte insieme, e scoperte sulla lunga distanza, non solo dagli altri ma anche da te, fanno di te quel te che sei tu.
Vediamo. Mi piacciono i lampioni, quelli vecchi. Mi danno un senso di città ideale. Una città con porfido e palazzetti antichi di tre piani e basta, tutti addossati gli uni agli altri, proprio come nella piazzetta del teatro di Città dei Sette Assedi, dove tra parentesi c’è una casa che è una delle case dei miei sogni. E i lampioni, lì, sono così.
Mi piacciono: la luna piena che fa una bella luce fatata, la luna estiva color arancio, i grilli che cantano, l’aranciata amara bevuta subito dopo aver mangiato qualcosa al cioccolato, i libri in brossura, molto più di quelli rigidi, perché poi quelli rigidi hanno quasi sempre una copertina che devi togliere mentre li leggi sennò si rovina.
Non mi piace partire per Torino con la borsa del computer portatile, perché me la appendo alla spalla e poi la spalla mi fa sempre un male cane, è come se la tracolla me la tagliasse in due e la cosa mi dà molto fastidio. Non mi piacciono i ragazzini che al primo anno di liceo pensano già di avere idee politiche consapevoli, perché per la maggior parte sono solo una massa di cretini che si muovono per moda. Non mi piacciono quelli che vestono sempre firmati, non mi fiderei di loro. Non mi piacciono quelli che si siedono sempre per terra per fare gli alternativi peace and love, perché si può essere di sinistra anche rimanendo puliti, lavandosi spesso, e sedendosi su una sedia o almeno su un muretto.
Mi piacciono: l’Inghilterra, l’origano, Antonio Caprarica, la cultura ebraica, viaggiare in autobus ascoltando la musica,  la Grecia, tornare a casa da Torino a marzo e trovare il mio ciliegio in piena fioritura, Roald Dahl, Gianni Rodari, Vacanze all’isola dei gabbiani di Astrid Lindgren, un sacco di serie tv, le repliche estive delle serie tv, la parmigiana di melanzane, Lella Costa, l’idea di andare a vivere in un faro e scrivere libri, le parole desuete, i transatlantici, la storia nordamericana, scoprire un angolo mio in ogni città, leggere un libro ambientato in un posto e volerci andare fortissimamente, la Giulio Einaudi editore, Natalia Ginzburg, Cesare Pavese, la nebbia, Starbucks, Lady Gaga, la torta caprese, la letteratura americana, le giornate di sole e di vento a novembre quando sembra primavera ma è, appunto, novembre, gli uramaki tonno avocado e sesamo, la farinata di ceci, lo yogurt Yomo agli agrumi di Sicilia, l’Antologia di Spoon River, i bambini tantissimo, il quartiere Friedrichshain a Berlino, la Union Jack, Corto Maltese, una vecchia pubblicità del Bacardi Reserva in cui era il sole a parlare, e diceva “Io sono la luce, invece voi, voi che divorate la notte, voi che celebrate l’ambiguo” eccetera: era davvero molto bella.
Non mi piace non trovare mai l’accendino perché ho una borsa troppo grande, non trovare mai il cellulare quando squilla perché ho una borsa troppo grande, non mi piace Marianna Madia e sogno di malmenarla con una mazza da baseball e urlarle “Cretina! Cretina!”, non mi piace il fatto che io sia assolutamente incapace di svegliarmi presto la mattina.
Mi piacciono: i segnalibri, le figure retoriche, aprire un pacchetto nuovo di caffè e prepararmi la moka, il pesto fresco, la focaccia di Recco, la voce di Neil Tennant dei Pet Shop Boys, quelle sere in cui bisogna as-so-lu-ta-men-te vedere una commedia romantica, la mitologia greca, le Highlands scozzesi, guardarmi attorno in ogni Autogrill in cui capito per vedere se vendono i Grisbì, Hallowe’en, le storie e le leggende grandi o piccole, provare nostalgia per epoche mai vissute, il fatto che ogni persona abbia un modo tutto suo di mangiare le uova, i manifesti pubblicitari d’inizio e metà ‘900, Madonna, Karl Marx, certi flash improvvisi della mia infanzia in cui rivedo me, i miei genitori e certi dettagli che non ricordavo più, come le barchette fatte con un guscio di noce e la mollica di pane che mi sono tornate in mente tutt’a un tratto due giorni fa, l’avvicinarsi del Natale, la colazione al bar leggendo il giornale, le finestre illuminate, fumare sul balcone con i piedi all’insù. Mi piacciono le mie amiche, mi piace passare del tempo con loro, sentirmi accolta, capita, pacificata. Mi piace, quando non siamo insieme, pensare o leggere o vedere una cosa e sapere sempre, esattamente, quale dei loro diversi umorismi si animerebbe e riderebbe per quella stessa cosa. Mi piace scoprire il punto di vista dei miei amici maschi, chiedere un parere, pensare di capire. Mi piacciono i semi di zucca, mi ricordano l’infanzia e certi pomeriggi passati al luna park di Corso Italia, quando si andava a Genova a trovare i nonni per il fine settimana.
Mi piacciono le borse grandi, e quasi ogni tipo di borsa, a dire la verità. E’ vero: a una donna piace sempre fare shopping, e non è che a me non piaccia comprare altre cose, anzi. Il fatto è che solo le borse mi danno una pura felicità da shopping, un senso di vittoria e conquista. Devono essere come dico io, assolutamente scelte da me, e, se qualcuno me ne volesse regalare una, farebbe bene a chiedere il mio parere prima, a farsi proprio indirizzare su una borsa che già voglio, perché io seguo l’onda, la borsa mi deve folgorare, deve farsi amare al primo sguardo. Non spenderei mai cifre folli per una borsa, le cifre folli in generale mi sembrano sempre un grande spreco. Ma, se potessi, comprerei una borsa al giorno (ho anche una piccola collezione di tote bag, quelle di stoffa da pochi spicci che vendono nei musei, nelle biblioteche, in certe belle librerie: è chiaramente una patologia). E, si sappia, alle mie borse do persino un nome: ognuno ha il diritto di atteggiarsi a psicopatico come meglio crede.
Mi piace l’agitazione il giorno prima di partire per un viaggio, anche brevissimo.
Mi piacerebbe vedere tutti gli Stati Uniti, fare un coast to coast su un autobus Greyhound, vedere la Svezia, la Norvegia, Istanbul, Israele, il fiume Tigri e il fiume Eufrate, la Patagonia, il Messico.
Non me ne frega niente della Cina, del Brasile, e di certi posti assurdi con nomi ancora più assurdi. Ho letto, per esempio, che i due fondatori della Lonely Planet (io ho un’idolatria per la Lonely Planet, a proposito) ebbero l’idea di creare una serie di guide per viaggiatori durante la loro luna di miele in Timor Est. Perché, il Timor Est esiste? Non potevano andare a Praga, a Parigi, o in qualche altro posto da gente sana di mente?
Mi piace leggere chi scrive bene, stupirmi ogni volta, volerne leggere ancora. Le mie cose preferite tra quelle che ho scoperto ultimamente sono gli articoli di Annalena Benini sul Foglio e la serie sull’avvocato Guerrieri di Gianrico Carofiglio uscita per Sellerio. Sempre da poco ho preso Acciaio di Silvia Avallone, con l’intento di poterlo odiare e possibilmente denigrare, perché lei, che cazzo, ha un anno più di me e quest’anno era nella cinquina dello Strega. Sarebbe stato bello pensare che scrivesse di merda e potermi scandalizzare, invece il libro mi è piaciuto e mi sono sentita vinta, stordita, e ho cambiato idea.
Non mi piacciono Emilio Solfrizzi e Neri Marcorè.
Mi piace, in un ragazzo, la cassa toracica. Insomma il petto, la parte in cui Zidane colpì Materazzi, per essere chiari. Ho letto una volta che, nell’altro sesso, ci attrae ciò che è diverso rispetto a com’è in noi, ciò che noi non abbiamo, e che quindi il maschio, non avendole, ama le tette. Io amo la cassa toracica maschile. Mi affascina appunto che ci sia questa linea dritta che va giù filata, questa specie di parete, così diversa dal profilo femminile che è appunto, invece, tettuto, e quindi fa una curva. Questa cosa piattissima, che va giù dritta e non fa curve, la trovo molto sexy, soprattutto vista di profilo. Poi, in un ragazzo, guardo le mani, le unghie soprattutto. Ah, mi piacciono anche le cosce. Non il sedere, non sono assolutamente esperta di sederi, non riesco a dire “Quello ha un bel sedere”. Però mi piacciono le gambe, effettivamente tutta la gamba, non solo le cosce. Anche dei bei polpacci sono un’ottima cosa. Poi, certo, bado molto anche agli occhi, non è che sia un maniaco in gonnella che dei ragazzi vede solo cosce e torace senza guardarli in faccia. Il mio archetipo oculare è Boosta dei Subsonica. Gran bell’occhio. Ma, chissà perché, sono convinta che l’uomo della mia vita avrà occhi da gufo. Non so spiegarli, bisogna vederli per capire.
Non mi piacciono: i plateau nelle scarpe col tacco, gli abiti color pesca, Fiorello, la parola “auscultare”, essere osservata mentre parcheggio, Pippi Calzelunghe, chi dice di non guardare la tv e crede che la cosa sia figa, intellettuale e di sinistra, che mi si parli quando ho le cuffie, che mi si tocchino gli occhiali, avere l’assoluta necessità di lavarmi le mani e non poterlo fare, la famiglia di Gregor Samsa, i centri commerciali, chi passa la domenica nei centri commerciali, Giuliano Palma, gennaio e febbraio, Malika Ayane, il fatto che Malika Ayane stia con Cesare Cremonini, il formaggio che lancia odori orribili,  quello scassacazzi di Jacob di Twilight (toglietelo di mezzo, tanto tifiamo tutte per il vampiro), il nome Antonio dato a un neonato (ne ho sentiti due nell’ultimo mese), chi fa errori grammaticali e mette meno o più di tre puntini di sospensione. I puntini di sospensione sono tre. Non due. Non venti. Tre. Non mi piace chi fa gli smiley senza la barretta del naso. Chi non mette le maiuscole. Ignorare le maiuscole è una cosa che mi dà un fastidio profondissimo. DETESTO essere spettinata. Non mi piace la signora bionda (amica di sua madre) che ospita Liv Tyler in Io ballo da sola, mi sta sulle palle a pelle come pochi altri personaggi che io abbia mai visto in un film. La prenderei a sberle. Non mi piace quando mia madre mi rompe le palle senza sosta e non sta mai zitta anche quando le chiedo, per piacere e per favore, di stare un po’ zitta. Non mi piace e al contempo mi piace il fatto che, quando non sono a casa, se sono appena un po’ triste inizia a mancarmi da pazzi mia madre, e mi viene quasi da piangere perché so che a lei verrebbe da piangere e si preoccuperebbe se in quel momento la chiamassi e le dicessi che sono triste e che mi manca. Questa cosa non mi piace perché mi si apre una voragine dentro e sento una malinconia pazzesca e penso a come mi piacerebbe renderla fiera di me e a quanto poco, invece, lo sto facendo. Però mi piace anche un po’, perché so che in fondo il fatto che mi manchi mia madre non è una cosa brutta, e che se ti manca tua mamma non puoi essere davvero una così brutta persona.
Mi piacciono la pronuncia inglese di Franco Battiato e il modo in cui le canzoni di De André sembrano quadri, pennellate, e non parole. Voglio bene a De Gregori. Mi fa impazzire l’inizio di certe canzoni bellissime come Bitter sweet simphony dei Verve, La canzone che scrivo per te dei Marlene Kuntz, Nuvole rapide dei Subsonica, Fantasma dei Linea 77: le mando indietro decine di volte e solo poi le lascio partire.  Mi piacciono gli occhi di Robert Downey Jr., che ti afferrano, ti catturano e ti mangiano, e la bellezza che ha qualcosa d’inquietante, come quella del Pantheon, di Piazza del Campo a Siena, e della frase “Un anello per domarli, un anello per trovarli, un anello per ghermirli e nel buio incatenarli”. Mi piace il catalogo Ikea, mi fa molta allegria. Mi piacciono i tulipani e le margherite. Mi piace da pazzi la metropolitana di Londra, e anche la cartina della metropolitana di Londra, e tutte quelle stazioni con nomi evocativi e londinesi. Mi piacciono i tramezzini, Seth Cohen, guidare ascoltando gli Abba, leggere le riviste di gossip in spiaggia. Mi piace il romanticismo non classicamente romantico, e vorrei anch’io un bouquet di matite ben temperate all’inizio dell’autunno, come quello che Tom Hanks dice di voler regalare a Meg Ryan in C’è posta per te. Mi piace -quelle rare volte in cui riesco ad alzarmi- vedere il telegiornale la mattina molto presto, perché amo l’idea che l’Italia si stia svegliando e io sia lì a godermi lo spettacolo. Mi piace cazzeggiare su Facebook. Mi piacciono: i Bri-Bon al cioccolato dell’Equo e Solidale, e comprarmene uno o due quando voglio farmi un minuscolo regalo, bere il tè in una grande tazza mentre fuori è autunno o inverno e magari piove, il gelato al mandarino, al pistacchio, alla stracciatella, e soprattutto al cioccolato al rum (che nella mia città natale è una specialità), certi negozietti che sono come scrigni, pieni di piccole cose adorabili tipo fari di legno in miniatura e cuori di stoffa. Mi piace mangiare, pensare già  prima a che cosa mangerò dopo e pregustare e rallegrarmi, lasciare per ultimo il boccone più prelibato.
Non mi piacerebbe vivere in un posto in cui non sapessero che cos’è la focaccia (e questo vale anche per quella Roma che così tanto amo, perché lì si chiama pizza bianca e non è focaccia, è un’altra cosa che con la focaccia non ha niente a che fare).
Mi piacciono: l’estate, le sere d’estate, e vedere in estate un film che mi faccia venire nostalgia dell’inverno. Mi piace vestire alla marinara, e mi piace molto il fatto che in estate spuntino magliette e altre cose a righe bianche e blu. Amo l’idea del mare, il sentore di mare. C’è una ragazza che viene ogni tanto nel pub in cui lavoro, con il suo fidanzato. E’ il tipo di ragazza che vedrei benissimo vestita alla marinara. Ordina spaghetti aglio olio e peperoncino, che per me sono una cosa molto estiva. Ha i capelli lunghi, lisci e castani. Veste con jeans, camicie, ballerine. E’ molto elegante, molto semplice, molto carina. E’ quel tipo di bellezza che viene apprezzata dalle altre donne, perché si sa che noi donne badiamo alla finezza e la consideriamo una virtù, mentre i maschi molto meno. Se fossi un uomo, credo che mi piacerebbe tantissimo una ragazza così. Ma forse lo dico proprio perché sono donna. Penso comunque che, se fossi un uomo, una ragazza così non me la lascerei scappare, e che amerei molto, in lei, quel suo farmi venire sentore di mare. Una donna che faccia pensare a una barca azzurra a remi, a una spiaggia in Liguria, a un faro battuto dalle onde, ai porti del New England. Un giorno ero da Zara, a Città dei Sette Assedi, e ho visto quella ragazza intenta a scegliere una maglietta. Era a righe bianche e blu, e io ho sorriso, tra me e me.

Bene. Sto certamente dimenticando molte cose. Per esempio quanto mi piacciano lo smalto rosso, comprare Vanity Fair alla stazione ogni venerdì e leggerlo in treno mentre torno da Torino a Città dei Sette Assedi, la voglia matta che mi prende ogni tanto di vedere Aladdin o Pocahontas, anche se poi non lo faccio mai. Quanto mi piace, mentre preparo un esame, pensare già a che libro vorrei leggere poi, per evadere mentalmente. Quella voglia di preparare subito un altro esame appena ne ho dato uno, e la convinzione che sicuramente mi rimetterò a studiare dopo una settimana. La pasta ripiena. Sognare di essere, un giorno, una persona mattiniera che cucina bene e sa fare lavoretti manuali tipo collane e decorazioni e cose così. Sognare di essere una persona che sa godere delle minuzie e pensare meno ai suoi pensieri. Sto dimenticando molte cose, ma va bene lo stesso, almeno ho ricominciato a scrivere.