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Quella che sto per raccontare non è la storia della mia vita, ma la storia di quella che avrebbe potuto essere la mia vita se alcuni astri e alcuni se si fossero collocati al posto giusto.
Io credo fermamente che ogni vita ne contenga molte altre: strade che potrebbero essere prese, deviazioni che potrebbero portare altrove, situazioni diverse, incontri diversi, futuri diversi. Ogni futuro potrebbe essere molti futuri. Ti si schiudono davanti molte vite, ma poi è sempre una sola quella che diventerà la tua. Quella che, insomma, potrai chiamare la mia vita. Tutte le altre diventano mai vite.

Potremmo essere molte cose. Semplicemente, alcune fanno per noi, alcune no. Di tutte quelle porte possibili che abbiamo davanti, una rimane aperta, e le altre a un certo punto scompaiono. Non è brutto: è la vita. Bisognerà pur prendere una direzione, prima o poi. Le mai vite non sono nient’altro che le porte che si sono chiuse oppure non si sono mai aperte, le strade che per un motivo o per l’altro, con intenzione o con disperazione, non abbiamo preso.

Questa mai vita di cui sto per dire è l’unica porta tra quelle già chiuse nella quale abbia creduto davvero, l’unica che abbia tentato di scegliere, l’unica per cui provo nostalgia anche se non l’ho mai vissuta e anche se, in effetti, non l’ho mai davvero oltrepassata.

Per questa mai vita entrerò in una compagnia teatrale che farà le prove in una casa abbandonata sotto il ponte della ferrovia, studierò teatro in un gruppo surreale e futurista con una setta d’insegnanti che una volta a Milano mi recitarono nudi davanti, tutti quanti; fuggirò due volte a Roma su un treno notturno di nascosto dai miei genitori e da quasi chiunque, finirò a tentare un esame d’ammissione davanti a Giancarlo Giannini.
Questa è la vita che non mi ha scelta, e poiché l’ho amata comunque incondizionatamente, oggi le rendo omaggio.

***

La mia mai vita inizia al confine tra la Puglia e la Basilicata, anche se a essere sinceri il punto di partenza vero e proprio si colloca anni prima, cinque anni esatti, quando m’iscrissi al laboratorio teatrale del liceo.
Nel settembre del 1999 iniziavo la quarta ginnasio ed entravo nel gruppo di teatro della scuola. Andammo in diversi posti, a parecchi festival studenteschi, e nel maggio 2004, un mese prima della maturità, partimmo per la Puglia per partecipare al festival del teatro classico.
Io la Puglia non la conoscevo, non ero mai stata al Sud nella mia vita e, pur essendo tutt’altro che filo-bossiana, avevo in testa una serie di luoghi comuni: così come c’è chi pensa che il Nord sia solo nebbia, suicidi di massa e desolazione, io in verità non è che sapessi molto che cosa aspettarmi, però pensavo alla Puglia come a una terra diversissima, di sole perenne, musica in piazza, gente col cappello o che non stesse mai zitta. Ero un’ignorante, però anche molto emozionata all’idea di recitare nel tacco dello stivale, nella mitologica Magna Graecia.

Partimmo una mattina in pullman, molto presto, da Città dei Sette Assedi, accompagnati dai professori R. e C. (entrambi di latino e greco: uno mite e paterno, l’altro un colosso con voce baritonale). Attraversammo tutta l’Italia in una giornata, ritrovandoci a sbarcare la sera tardi davanti all’oratorio Don Bosco di Altamura che, previ inspiegabili accordi con la segreteria del nostro liceo, ci avrebbe ospitati in una decina di camere con letti a castello rossi per le due notti successive, tra crocifissi alle pareti e una serie di fumate collettive (per il cui, ehm, materiale era stata fatta un’apposita colletta, organizzata prima della partenza dal mio compagno N).

Com’era bella, la Puglia. Ero rimasta impressionata, durante il viaggio, dalla diversità della costa. Niente digradava sul mare, non c’erano alture, montagne, il mare non si vedeva dall’alto come invece succedeva sulla costa a cui ero abituata. Ricordo che sfrecciavamo sull’autostrada e io stupita guardavo questa costa orizzontale, e un’infilata di case parallele alla costa, e poi il mare sullo sfondo, ma non giù: là davanti.
Ero meravigliata. Mi sembrava incredibile, così strano, così diverso. Non più bello o più brutto, diverso. Orizzontale, piano, una prateria di tetti e poi il mare. Ricordo delle specie di rivette, non collinette ma una cosa più piccola, che vedevo passando col pullman e che erano tutte verdi, con quest’erba che si muoveva al vento e brillava contro l’azzurro di quel mare che non era laggiù come da me, ma appunto di fianco.
E io sorridevo già malinconica e pensavo che erano verdi adesso, a maggio, ma chissà come sarebbero state in estate. Sarebbero state gialle per il troppo sole ma io non le avrei più viste, perché sarei stata già lontana, su quella costa verticale che era il mio mare.

Altamura era bellissima. Era bianca, era verde, era antica. Altamura sapeva di sere d’estate anche se non era ancora estate, di luna color arancio, grilli che cantano, vita lieve, pensieri agili.
Ci portarono anche a Matera, perché la Basilicata distava da lì solo pochi chilometri. Ci accompagnarono due ragazze del liceo classico che avrebbe ospitato il nostro spettacolo, e noi vagammo spensierati per ore nella città vecchia abbandonata, bellissima, scattando foto col telefonino, parlando di The Passion di Mel Gibson che proprio lì era stato girato, e stupendoci molto per tanta meraviglia.

Di sera recitammo. Portavamo sul palco una rivisitazione dell’Edipo Re in chiave comica. Il mio compagno N. (l’organizzatore della colletta), amico fraterno fin dalla quarta ginnasio, era Edipo.
Il mio compagno M., timidissimo fino al terzo anno e poi inspiegabilmente uscito dal guscio e diventato una delle star del liceo, era Creonte.
La mia amica G., che su questo blog è stata citata spesso, era Giocasta. Eravamo tutti e quattro bravi. So che sembra stupido detto di uno spettacolo da liceali, ma eravamo veramente bravi, lei soprattutto. Non era in classe con me, a differenza di N. e M., ma mi era sempre andata a genio. Stavamo bene insieme, chiacchieravamo di tutto, ridevamo come matte. All’inizio di quell’anno ci eravamo proposte entrambe per la parte di Giocasta. La spuntò lei, e a me fu data la parte della sua ancella. Ero Amorgos, un’ancella inventata a cui era stato appioppato il nome di un’isola greca e che non compare nella versione originale dell’Edipo Re. La mia era una parte sfigata, ma abbastanza lunga (almeno rispetto ad altri, che dicevano una sillaba e poi uscivano di scena), e soprattutto prevedeva un dialogo molto lungo con Giocasta.

Io e Giocasta, provando durante tutto l’anno, e poi lì in Puglia, da due che si andavano a genio e ridevano insieme, diventammo grandi amiche, amiche cerebrali, amiche che anche se non si vedono per un po’ sanno sempre di avere nella testa dell’altra, e nell’umorismo dell’altra, eterno rifugio, eterna protezione. Persi la parte ma guadagnai un’amica (con cui, ancora oggi, ci si chiama non coi nomi veri, ma appunto Giocasta e Amorgos).

Quella sera recitammo, dicevo. Avevamo già recitato e avremmo recitato altre volte, perché ogni anno facevamo una specie di mini-mini-mini tourné a Città dei Sette Assedi e dintorni, anche in veri teatri (per quanto minuscoli), sentendoci ogni volta molto fighi.
Ad Altamura però fu diverso. Non credo mi sia più capitato di sentirmi così. Onnipotente, in pace, viva. Non mi ero mai sentita così viva prima di allora. Ero viva perché stavo facendo una cosa che, anche se piccola, anche se da liceo, sentivo venire dal profondo, dalle  viscere. Era una cosa che mi innalzava. Mi faceva guardare dall’alto quel tappeto volante infinito che mi sembrava essere allora il mio futuro, e io lo vedevo srotolarsi, lo dominavo, ero al centro ed ero viva.
Di lì a un mese ci sarebbe stata la maturità. Non avevo mai pensato di studiare teatro seriamente. Sapevo che c’era gente che lo faceva, come Nicola B., all’ultimo anno di liceo quando io facevo il primo, che era entrato alla scuola Paolo Grassi di Milano, aveva studiato regia teatrale, e aveva poi iniziato a lavorare con Luca Ronconi. Per me però era scontato fare l’università. Volevo studiare Storia. Che si potesse fare un’accademia teatrale lo sapevo, ma l’idea non mi sfiorò mai. Del teatro avrei conservato quel ricordo bellissimo, quella sensazione di onnipotenza, quella sera fatata. Non avrei mai dimenticato la Puglia, e non avrei mai dimenticato quello che mi aveva fatto sentire. Mi sembrava un minuscolo assaggio di quella che poteva essere la vita degli attori: lontani, raminghi, zingari, giostrai. Un saltimbanco in una sera d’estate, questo sapevo di voler essere più di ogni altra cosa, forse. L’idea romantica della recitazione, questo andare e venire costante, questo essere molti, qualcuno, nessuno. Mi sentivo viva. Non è facile descriverlo. Al posto giusto, a fare la cosa giusta.
A quell’età però le sensazioni sono una materia labile e sfrangiata. Sgusciano via se non le afferri e non le chiudi in una definizione. Non mi preoccupai di sprecare una frase per descrivere quello che avevo sentito, non me ne diedi nemmeno l’opportunità. Era tutto molto bello, ma io, semplicemente, non l’avevo mai preso in considerazione come il mio possibile futuro. Avrei conservato la mia sera fatata, e sarebbe stato sufficiente.

Tornammo dalla Puglia. Io non ci pensai più.
Almeno fino a quando non successe una cosa del tutto inaspettata.

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