Se qualcuno, puta caso, si stesse domandando se il blog è defunto, la risposta è no.
Se qualcuno, puta caso, si stesse domandando se è defunta la blogger, la risposta è sempre no.
Se qualcuno, puta caso, fosse ancora dall’altra parte dello schermo, la qui scrivente avrebbe molta voglia di tornare ad essere la qui scrivente, anziché la sempre assente.

Non saprei dire perché non ho più scritto nella mia pozza fucsia.
Avevo sì cose da scrivere, ma mai la voglia di farlo. Scrivere tanto per fare non è mai stata la mia politica, e ho preferito lasciar perdere fino a che non mi fosse venuta la voglia irrefrenabile di tornare a ticchettare sulla tastiera e di pubblicare sul blog più fucsia e meno commentato al mondo.
Il blog non è mai morto, e neanch’io (almeno non che io sappia).

Non sono stata, però, totalmente con le mani in mano. Qualcosina ho fatto, e ne sono stata molto felice. E’ una cosa piccola, ma i miei ventisette lettori saranno contenti di sapere che la pozza fucsia ha esondato per un po’ ed espanso i suoi confini. La Regina (alla corte della quale yo soy la scribacchina, olè) ha mosso guerra e ha vinto tre ettari di terra. Insomma, ho scritto tre cosette su Grazia (nel senso che ho scritto su Grazia la rivista femminile, non Grazia nome di donna o Grazia madre del mio amico del mare Luca con cui facevo sempre monumentali figure di merda -con Luca, non con la mamma-).

Lascio qui il primo pezzo pubblicato là, con la gioia di poterlo postare senza stare attenta ad evitare la pubblicità occulta, e quindi chiamando le cose con la loro marca.

Direttamente da Grazia (no, non è la mamma di Luca), ecco qui:

Quello che le donne non dicono:

Le donne della mia generazione, quelle cioè nate in un momento qualsiasi degli anni ’80, cresciute negli anni ’90, e diventate adulte nel nuovo millennio, hanno in comune una serie di cose. Comunanza, questa, più collaterale che consapevole. Ce ne accorgiamo per caso o forse non ce ne accorgiamo per niente, eppure tutte, in un modo o nell’altro, siamo contaminate.

La prima contaminazione inconfessabile è Sabrina Salerno.
Sabrina Salerno ci sta simpatica. Negheranno tutte, naturalmente. Ma non c’è ragazza della mia generazione che da piccola non abbia cantato “Siamo donne, oltre le gambe c’è di più, donne, donne, un universo immenso e più!”, della premiata ditta Jo Squillo – Sabrina Salerno. E quanto ci entusiasmava il mitico motivetto “Attento che cadi, attento che cadi”!
Non lo ammetteremo mai, ma ancora oggi, quando vediamo in tv Sabrina Salerno, soprattutto adesso che è tornata alla ribalta con un nuovo album, sorridiamo come facevamo a cinque anni, e non possiamo fare a meno di provare un moto d’affetto nei suoi confronti. Non badiamo al suo aspetto da pin-up, anche se dovrebbe ispirarci antipatia assoluta e commenti pieni di livore tipicamente femminile. No. Sabrina è un retaggio della nostra infanzia vissuta nei tragici anni ’80 e noi, sotto sotto, le vogliamo anche un po’ bene.

La seconda contaminazione inconfessabile è Mango.
Nessuna lo dice ma tutte lo sanno. Magari non compreremmo un cd, magari non andremmo a un concerto, ma se passa alla radio una canzone di Mango, noi la sappiamo. Tutta. A memoria. Senza nemmeno aver fatto lo sforzo di volerla imparare. Senza mai poter ammettere di averla imparata. Ma tant’è: Mango, così tragicamente a cavallo tra gli ’80 e i ’90, c’è.

La terza contaminazione inconfessabile è Beverly Hills 90210.
Antesignano di qualsiasi Dawson’s Creek, The O.C., Gossip Girl. Figlio di quell’epoca in cui ci si pavoneggiava infilando i pollici nelle tasche dei blue jeans (ché mai gesto fu più anni ’90). Con Kelly Brenda Dylan Brandon. C’era la fazione Brenda e la fazione Kelly, c’era chi aveva una cotta per Dylan e chi aveva una cotta per Brandon (e chi, come me, aveva una cotta per David), ci si chiedeva tutte “Ma quanto è brutta Donna?”.
Facevamo le elementari, eppure Beverly Hills era già un appuntamento imperdibile, un pretesto per litigare tra compagne di classe, un motivo per pregare in ginocchio madre e padre di poter rimanere alzate fino alle 10:30. E lo seguivano anche i maschi, questa era la cosa incredibile. Un giorno la maestra fece una domanda collettiva; ci chiese a chi volessimo somigliare, chi fosse il nostro mito ideale. Una mia compagna rispose “Raf”. Gli altri non ricordo. Io risposi “Kelly di Beverly Hills”. E dire che odiavo Kelly di Beverly Hills. Io appartenevo alla fazione Brenda.
Probabilmente -seppur piccola di età- già nei tragici anni ’90 avevo capito che per avere successo nella vita bisognerebbe nascere stronze, lagnose e acque chete. Per fortuna poi Beverly Hills finì e io capii immediatamente di aver mentito, sulla storia di Kelly.

La quarta contaminazione inconfessabile (e siamo già nel nuovo millennio) sono i Kellog’s Special K.
Naturalmente non si può dire, ma molte (non tutte, sicuramente non le magre di natura, sempre in forma, agili e scattanti come farfalle) se ne sono ingozzate, incantate dallo spot che recitava “Vuoi essere in formissima? Mangia per due settimane Kellog’s Special K a colazione, con il latte e con un frutto (il solito frutto tirato in ballo da qualunque pubblicità sulla colazione), poi un pranzo leggero, e a cena un’altra tazza di Kellog’s Special K!”
Io l’ho fatto. Un giorno, durante le mie due fantastiche settimane di latte e Kellog’s Special K, mia madre andò a colloquio dalla mia professoressa di arte del liceo, si arrivò a parlare di figlianza in generale e lei (lei la prof) disse: “Mia figlia ha vent’anni ed è sempre nervosa. Poi adesso a cena mangia i Kellog’s, quindi può immaginare”.
E si può ben immaginare. Una generazione o quasi che almeno una volta ha tentato le due settimane Kellog’s Special K, e passi per la colazione, ma alla quarta sera di cereali a cena vorresti suicidarti.
Questa comunque è stata una cosa assolutamente comune (con le ovvie eccezioni, ma abbastanza comune), completamente trasversale, che ha raccolto adepte a volte del tutto inaspettate.
In un’afosa estate torinese di qualche anno fa, in coda davanti a una gelateria, avevo accanto a me due trans. Splendide, percarità. Molto bionde molto alte molto ginniche molto femminili, ma inequivocabilmente trans, almeno a giudicare dalla stazza stile giocatore di basket dell’NBA e le mani grandezza vanga.
Erano -dicevo- accanto a me, e le sentii parlottare concitate.

“Mamma mia, non so però se me lo prendo il gelato…”
“Ma perché, stai benissimo, guardati!”
“Eh, lo so, lo so, ma devo comunque stare un po’ attenta, sai…”
“Ma dai, cosa sarà mai un gelato!”
“Beh, effettivamente forse un gelato potrei concedermelo, a cena sono stata bravina”
“Cos’hai mangiato?”
“Kellog’s”.