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È il 24 luglio 2007.
Nella mia vita di lì a poco arriverà S., ma io ancora non lo so.
Molte cose stanno per cambiare, e molte stanno per succedere.
Io però non ci penso: oggi è il 24 luglio 2007.

Sono a Roma, da sola, di nascosto.
Di nascosto da tutti, anche dai miei genitori.
Sono venuta a Roma in segreto e lo sanno solo poche amiche.
Me ne sto su Ponte Fabricio, guardo il fiume.
Domani tenterò l’esame d’ammissione al Centro Sperimentale di Cinematografia.

Non andrà bene.
Il 5 settembre scoprirò che non è andata, che hanno preso otto ragazzi e otto ragazze, e tra le otto ragazze io non ci sono. Controllerò le graduatorie sul sito internet, e continuerò a premere il tasto sinistro del mouse sulla freccia che va giù anche quando la pagina sarà finita, in cerca del mio nome. Continuerò per un minuto, forse di più. E più che piangere, credo.
Scoprirò di non avercela fatta, cercherò chi c’era quel giorno insieme a me,  provando a ricordare i nomi, chiedendomi se qualcuno avesse deciso di tentare anche all’Accademia, o altrove, e avesse quindi un’altra possibilità.

Domani, dicevo, tenterò l’esame d’ammissione al CSC, avrò davanti a me in commissione Giancarlo Giannini, mi tremeranno le gambe, farò il monologo della portinaia di Amélie Poulain e reciterò una poesia di Pascoli. Poi uscirò, tornerò in centro e vagherò senza meta, pranzerò alle 4 del pomeriggio, calpesterò sampietrini roventi con le mie scarpe leggere, ascolterò molte volte Into the groove della Madonna anni ’80 nell’mp3.

Di quella che fu sicuramente una delle più drammatiche, esaltanti, meravigliose giornate della mia vita, parlerò magari un’altra volta. Lo farò, perché quella giornata merita di essere raccontata.

Ma non adesso. Oggi è il 24 luglio 2007, il giorno prima, e io me ne sto su Ponte Fabricio.
Ho scelto questo posto perché amo arrivare fino a qui passando da Trastevere, e amo molto l’Isola Tiberina.
Mi piace vedere la cupola della Sinagoga dall’altra parte del fiume; guardo la cupola e piango un po’, sempre, ma con discrezione, senza farmi vedere.
Due lacrime che mi salgono su dalle viscere, e poi basta, discrezione.
Oggi mi sono fermata, sono su Ponte Fabricio e non sto proseguendo.
Dovrei fare un passo, poi un altro, un altro ancora, attraversare la strada, andare nel Ghetto.
È facile, fallo.
Invece sono lì, guardo il fiume.

Sto osservando il Ponte Rotto, sono assorta.
Non ci ho mai fatto questo gran caso, prima d’ora.
Un troncone di ponte romano rimasto lì dopo un’alluvione. L’ho anche studiato, naturalmente. En passant, a dire la verità. Il Ponte Rotto, costruito ponte nel terzo secolo avanti Cristo, sbattuto giù e divenuto un ponte rotto nel sedicesimo dopo Cristo.

Passavo su Ponte Fabricio, mi sono fermata, lo guardo fisso.
“Quindi è questo un ponte rotto”, dico tra me e me.
Rompere un ponte. Che cosa significa?
Rompere i ponti. Come si fa?
E che cos’è un ponte rotto? È un ponte che non porta più da nessuna parte.
Avevo bisogno di saperlo. Di vederlo chiaramente, solidamente, davanti a me.

È il 24 luglio 2007, e sono ormai tre mesi che non vedo più Z., che non parlo più con lei, che non so più niente della sua vita, di quello che fa, pensa, dice.
Abbiamo rotto i ponti, tre mesi fa.

Z. è stata una delle amiche fondamentali della mia vita.
Era una delle poche a sapere che oggi sarei stata qui, e ora non saprà mai se domani ce la farò.
È strano pensare che non ci vedremo più, che non farà più parte della mia vita. È strano pensare che a tutto quello che abbiamo vissuto insieme non seguirà mai nient’altro.
È strano pensare che non terremo fede alle promesse, né a quella per il compimento dei nostri trent’anni, fatta quando ne avevamo diciassette, né a quella per la nostra vecchiaia, fatta a quindici (ci eravamo dette che da vecchine saremmo tornate a pranzare al Don C., in Costa Azzurra, dove mi ero fatta portare da mio papà, nel ferragosto di quinta ginnasio, per farle una sorpresa).
È strano pensare che non conoscerà mai i miei figli, che non vedrà mai la mia casa del futuro.
E nemmeno io vedrò niente. Non saprò più niente.

La mia prima compagna di banco, conosciuta di vista fin dalle elementari e poi incontrata al liceo.
Quella con cui studiavo quasi tutti i pomeriggi, che sapeva tutto di me.
Come ho potuto?
Come ha potuto?
Come possiamo dividerci così, noi due?
Io sono davvero la parte peggiore di me stessa?
E lei è davvero così lontana da tutto quello che conoscevo?

Ecco che cos’è un ponte rotto, è questo.
Non porta più da nessuna parte. E noi non andiamo più da nessuna parte.
Io sono qui, incagliata, schiantata, e tu insieme a me.
Ognuna nel suo fiume, o forse nello stesso, ma lontane, separate, con un vuoto in mezzo così grande che se ci penso mi si apre una voragine dentro e cado giù.

Cado giù dentro me stessa, incapace di capire se è normale, una cosa così.
È normale che un’amicizia finisca? Può finire? È lecito? È legale?
Sono ferma su Ponte Fabricio, persa nel mio 24 luglio 2007, e penso di no, penso che non sia possibile, che io non sono normale, se a noi è successa una cosa così.
Un amore può finire, si sa. Ma un’amicizia no.
Può scemare, andare a morire lentamente.
Ci si può perdere di vista.
Ma decidere di perdersi di vista è una cosa diversa.

Tagliamo i ponti, chiudiamola qui, io non sto più bene insieme a te, perdiamoci di vista.
Ti ho voluto bene, ma perdiamoci di vista.
Con te, che non sei un’amica qualunque, con te, che non sei una persona come tutte le altre, non può scemare niente, e niente può andare a morire.
Siamo talmente concatenate che solo decidendo di recidere i fili che ci tengono unite capiremo che è vero.

Sul Ponte Fabricio, guardando il Ponte Rotto, penso a quello che è stato il nostro ponte.
Il tempo intanto scorre e lo lambisce, e magari un giorno dimenticherò quanto e come sto male adesso.

Potrò dimenticare questo senso di vuoto terribile, la sensazione di essere schiantata, completamente schiantata?

Penso alle correnti, al fatto che insieme a Z. ho perso e deciso di perdere anche E., nostra compagna e sua coinquilina non appena si è iniziata l’università.
Era inevitabile. Ma noi tre, noi tre… Noi tre eravamo molte cose. Eravamo il banco condiviso, l’autobus per tornare a casa, i battibecchi, le risate, le scommesse, i dodici giorni vissuti a Berlino dopo la maturità. Noi tre eravamo Simba, Timon e Pumba (e chi facevo io? Il cinghiale, naturalmente. Avevamo anche un’altra versione che s’ispirava ad Aladdin, e qui io ero il Genio della lampada infiammabile e chiacchierone, Z. la scimmietta magra di Aladino, ed E. il Tappeto Volante. La versione Re Leone era comunque stata quella di maggior successo).

Nella mia visione, suddividendo vita e sentimenti in uno schema poetico, potrei dire che l’amicizia, l’amore e la famiglia sono rispettivamente la base, l’altezza, la profondità.
La profondità ti dice chi sei, fa riecheggiare le tue radici e la storia della tua persona dentro di te, sta sotto, al buio, al caldo, è inestirpabile, in qualunque caso.
L’amore ti innalza, ti porta su, perché quando siamo innamorati siamo il mondo, e lo sorvoliamo.
Ma l’amicizia è la base. Ed è grazie alla base che puoi stare in piedi. Senza base non si va avanti, senza base non è vita. Senza base a me non interessa sorvolare un bel niente.

Avevo allora e ho adesso amiche insostituibili, preziosissime, vitali.
Ma, come dice una delle più importanti: “Se ne manca anche una sola, in quel momento è come se mancassero tutte. Sei sola anche se non lo sei, perché hai un pezzo in meno”.

In quel 24 luglio 2007 sono sul ponte e penso che non so come farò ad andare avanti, che un modo lo troverò, ma che ho paura di domani, perché quando l’esame sarà finito non avrò più niente da aspettare e potrò solo essere triste; magari sarò per sempre triste.

Oggi, 20 aprile 2009, sono passati quasi due anni da quel 24 luglio, e due anni esatti da quando, tre mesi prima, vidi per l’ultima volta Z.
Non è stato così. Non è stato come pensavo quel giorno su Ponte Fabricio.
Io, che per molti mesi mi sono vergognata all’idea che una delle amicizie più importanti della mia vita fosse finita, all’idea della lite e della decisione di perdersi di vista, io che mi vergognavo perché pensavo che non fosse normale, e che le amicizie dovessero andare avanti per sempre, mi sono rialzata in piedi non molto presto, ma comunque prima di quanto pensassi.

Ho capito che, qualunque cosa succeda, non è il caso di vergognarsi, che si va avanti, che la vita ti sorprende quando meno te lo aspetti, e che, se anche c’è un posto vuoto,  con una buona base si ha sempre il modo di ripartire.
Ho capito che la base si può addirittura allargare.
Nessuno, però, prende il posto di nessuno.
Chi arriva può essere meraviglioso, e diventare un amico più grande di chi se n’è andato.

Ma chi se n’è andato, in qualche modo, rimane lì.
Roma ha altri ponti, tutti belli, tutti solidi, tutti affidabili.
Il Ponte Rotto, però, rimane lì. Non se ne va via con la corrente, resta fermo, non si dimentica.

Z. ed E., a voi che non  leggerete mai queste righe (e che peraltro nemmeno sapete che ho aperto un blog) io adesso scrivo ugualmente,  per dire a voce alta che non ho dimenticato.
So che tu E., se sapessi che scrivo, saresti fiera di me. Certe tue lodi sommesse e inaspettate hanno dato i loro frutti, vedremo ciò che ne sarà.
E Z., io ti sogno, a volte.
E nel sogno so che non siamo più amiche, eppure è come se firmassimo una breve tregua, tu mi parli e mi racconti, e lo stesso faccio io con te.
Roma ha i suoi ponti, ma in un modo o nell’altro, vedi, ci sei sempre anche tu.