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S’era d’estate. Quest’estate.
S’era d’estate quest’estate io e la mia amica Ciaki sul Lungotevere.
Si discorreva amabilmente senza badare a nulla che non fosse lo stagliarsi dell’Isola Tiberina sul fondo del puzzle, quand’ecco che.

Quand’ecco dietro di noi due uomini camminar veloci, e uno dire all’altro: “Certo che queste donne…”

C’è qualcosa in questa voce, mi son detta in un tempo così veloce ch’è stato prima di subito.
Era una voce che conoscevo, che avevo sentito più di moltissime volte, da sempre, in un tempo antico eppure semplice da ricordare.
Era una voce familiare, che avevo già riconosciuto una prima volta alla tv, vedendo finalmente in faccia il suo proprietario, e dicendomi anche allora: Ma questo so chi è, conosco la sua voce!

E così, lì, in quell’istante improvviso sul Lungotevere con la mia amica Ciaki, ho saputo esattamente, e subito, che viso avrei dovuto vedere voltandomi, se lui fosse stato veramente lui.

“Certo che queste donne…”
Non gli ho dato il tempo di finire la frase.
I miei pensieri hanno turbinato come ne ho scritto sopra, e in un secondo mi sono voltata, di scatto, guardandolo ad occhi sbarrati.
Nell’attimo in cui realizzavo di averci azzeccato, lui mi ha guardata altrettanto basìto, e ha detto: “No no, ma non mi stavo riferendo a voi!”
E io: “No no, è solo che… Ho riconosciuto la voce!”

C’è stato un guazzabuglio di passi e passetti, loro due ci han sorpassate, lui intanto ha fatto un mezzo sorriso imbarazzato, l’amico l’ha guardato e ha sorriso raggiante, abbiam continuato tutti e quattro a camminare, lui si è voltato e alzando una mano come a schermirsi ha detto: “Ma se io nella vita faccio il farmacista…”
Sempre camminando (e sempre tutti sorridendo, chi un po’ e chi molto -come l’amico felice di vera felicità amicale-), io ho detto: “Certo, certo, come no… Caro Brandon!”
C’è stato un altro sorriso generale, senza che nessuno intanto avesse smesso di seguitare a camminare; poi ci siamo divisi, noi verso l’Isola Tiberina e loro non so.
Lui si è voltato un’ultima volta e mi ha detto “Ciao! Un bacio grande!”

Era Marco Guadagno.
Il doppiatore del Brandon Walsh di Beverly Hills 90210.

Conoscevo la sua voce sin dalle elementari, quando Beverly Hills 90210 era un cult stracult.
Ha fatto poi molto altro, ha recitato, e so che da poco ha diretto il doppiaggio di Frost/Nixon, ma per me sarà sempre l’inconfondibile voce di Brandon Walsh.

E’ stato un bel momento.
Io sono stata felice. Pecco di superbia e aggiungo che sono certa sia stato felice anche lui.

Dopotutto, è questa la felicità: un momento passeggero di pura sorpresa, inaspettato e vagante come una mina, come i coriandoli, come uno scoppio improvviso.
La contentezza, la serenità, l’appagamento e l’allegria sono altra cosa.
Ma la felicità è come uno scroscio, è una doccia di due minuti, un gavettone emotivo.
Pam! Ti colpisce, ti fa la doccia, ed è subito passata.
E’ un momento prezioso, un luccichìo, un pizzicore.

Tu, doppiatore, che vieni riconosciuto di botto in una serata vociante sul Lungotevere per aver detto quattro parole.
O tu, scrittore, che entri in un bar una mattina, ordini il caffè e una brioche vuota e intanto senti un ragazzo che dice a un amico una frase presa dal tuo libro, una frase che gli piace, una frase ch’è tua, con lui che aggiunge: “L’ho letta in un libro che ho finito da poco, se vuoi poi te lo passo,  e sai cosa, questo tizio è un dritto”.
Te ne stai zitto, mangi la tua brioche vuota, bevi il tuo caffè in silenzio.
Poi esci dal bar ed esulti con un saltello, ti dici “Yò, sono un dritto”, scansi la vecchietta che ti sta guardando storto senza capire, e te ne vai per la tua strada, felice.

Che momenti, certi momenti.