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Se le persone fossero case, ognuno di noi avrebbe un discreto numero di stanze.
Avremmo una cucina, illuminata e vociante.
Un salottino da sistemare a piacimento, e so già che nel mio ci sarebbero pareti gialle e librerie.
Avremmo finestre aperte, tende mosse dal vento, coni di luce che si allargano sul parquet.
E letti soffici, mobili graziosi, qualcosa di lilla, qualcosa di azzurro.
Ci sarebbero amiche, biscotti nel forno, puntate di Sex and The City,  nello stereo Teho Teardo alternato a Madonna.

Se le persone fossero case, ognuno di noi avrebbe un discreto numero di stanze e, lontana da tutte le altre, una stanza buia.

Nella stanza buia ci sarebbe un armadio, e nell’armadio dei cassetti, e nei cassetti delle cose.
Cose tristi, cose mai dette, cose di cui ci si vergogna, cose portate con noi dopo delusioni e avvilimenti, cose che abbiamo dimenticato o abbiamo finto di dimenticare.

Se è vero che ognuno di noi ha un lato non necessariamente oscuro, ma perlomeno in ombra, allora ognuno di noi ha una stanza come quella, un armadio come quello, dei cassetti come quelli.
I cassetti dei tempi andati, delle frasi morte in gola, delle lacrime trattenute o versate sui cuscini come tante poverette.
I cassetti del lato che non mostriamo di giorno, quel lato che non mostriamo a nessuno, se non per poco, se non raramente, se non vergognandocene sempre tremendamente.

Le fragilità vanno nascoste, tenute a bada, lasciate nel cassetto, chiuse nell’armadio, dimenticate dietro la porta di quella stanza che non ci abbandona e che ogni tanto andiamo ad aprire per farci un po’ male.

Nella stanza che ci fa male, nella stanza dove le cose vivono al chiuso, sono riposti anche fantasmi, ologrammi di persone, che la popolano in silenzio, vorticando nella quiete apparente di tutto ciò che non abbiamo dimenticato ma ci siamo imposti di barricare lì dentro.

Forse, un giorno, prenderemo uno di quei fantasmi e lo trascineremo fuori, al sole, in uno di quei coni di luce che dalla finestra aperta si allargano sul parquet.
Gli diremo di tutte le attese inutili, le speranze malriposte, le felicità buttate, le occasioni lasciate cadere miseramente.
Gli racconteremo di tutto il tempo che ci ha portato via.
Forse piangeremo ancora un po’ sul cuscino, come povere sciocche patetiche ragazzette.
Ma sarà allora che il cono di luce si allargherà fino ad arrivare al muro del corridoio, fino a lasciar intravedere la polvere che danza in milioni e milioni di puntini, fino ad arrivare all’eco che abbiamo davanti, e a farla scomparire.

Non sarà un’eco a distruggere casa mia.
La mia casa è gialla.
La mia casa è forte.
La mia casa è mia, e tu non c’entri niente.