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In prima media, mia zia, appassionata di pittori fiamminghi, mi regalò un taccuino con un quadro di Vermeer in copertina.

Io, non avendo ancora sviluppato una passione fiamminga, non sapevo che farmene di codesto taccuino, così lo utilizzai per cimentarmi nel mio nascente hobby: scrivere poesiole.

Riempivo pagine e paginette con cazzate di varia natura, cielo nuvole e fiammiferi alla Kurt Cobain.

Tra tutti gli argomenti, però, primeggiava Londra.

Londra, perché io l’amavo di un amore grande e ardente, pur non avendola mai vista.

Ero convinta che fosse la mia città d’elezione, e che lì avrei dovuto vivere, una volta sciolte le catene e gli obblighi imposti dalla mia giovane età.

Dato che i miei discorsi erano un susseguirsi di Londra qui e Londra là, mio padre pensò bene, l’estate successiva, di portarmici in vacanza.

Nel luglio 1998, pertanto, a dodici anni e mezzo, atterrai per la prima volta su suolo britannico, andando in visibilio.

Il giorno seguente dimenticai la macchina fotografica in una cabina telefonica, e, quando, pochi minuti dopo, tornai indietro con mio padre alle calcagna, non c’era più.

Rimediai facendomi comprare una macchinetta usa e getta, che utilizzai esclusivamente per scattare una sciagurata serie di foto al Madame Tussaud’s.

Amai molto i Kensington Gardens, a poche centinaia di metri dal nostro albergo,  dove ogni sera si andava a fare un giretto, disquisendo su papere e scoiattoli (padre) e gettando occhiate sgomente e compassionevoli alla residenza di Lady D (la sottoscritta).

Assistemmo, nella hall dell’albergo, alla partita dei Mondiali tra Francia e Italia: vinse la Francia, e non fui contenta.

Le mie lacrime però erano state spese tutte qualche tempo addietro, quando aveva perso l’Inghilterra: ricordo Sol Campbell furente, David Beckham a testa bassa, Micheal Owen sciolto in pianto, e io dietro a ruota.

Come ho già detto, Londra era la mia città, e di conseguenza l’Inghilterra la mia Nazione, nazionale compresa.

A Londra, dopo quella prima visita, tornai altre volte, sempre volendole bene.

Negli anni, però, l’amore folle che provavo nei suoi confronti, quell’inspiegabile senso di appartenenza dei miei dodici anni, la sensazione che fosse la mia città e tutto il resto, andarono scemando.

Il taccuino con il Vermeer in copertina è da qualche parte, nella mia scrivania.

Non m’interessano più né Lady D, né la nazionale inglese.

Da qualche tempo, tuttavia, Londra è tornata a fare capolino in una serie di discorsi e pensieri.

C’è Martina, figlia di amici di famiglia, che ha la mia età e vive a Londra da due anni, fa la ballerina.

Vive in una casa con altre otto persone, perché lì in una settimana si paga d’affitto quello che a Torino si paga in un mese.

Appena arrivata a Londra la detestava, si trovava malissimo, voleva tornare a casa.

Ora lei e quella pioggia perenne, lei e quella nebbia sottile hanno iniziato a capirsi e, forse, persino ad amarsi.

C’è Luigi, mio compagno di liceo, che dopo una triennale in Bocconi se n’è andato a Oxford, che non è Londra, però insomma, fa sempre il suo effetto, diamine.

C’è A., che dopo la maturità andò a  stare a Londra per tre mesi, autoimponendosi una prova d’iniziazione all’età adulta.

Dopo qualche giorno d’incertezza in cui “non si guadagnava ancora niente, ma si spendeva e basta”, trovò lavoro in un ristorante italiano, chiamato come un compositore e un aperitivo, che “di italiano aveva solo il nome, perché il cibo, beh, lasciamo perdere”, dove era forse l’unico cameriere etero, ambito da colleghe, colleghi, e trentenni assatanate.

Viveva in una specie di camera rotante, dove sapeva di avere un letto, ma non sapeva di volta in volta chi avrebbe trovato come compagno di stanza.

Per un certo periodo pensò di rimandare il ritorno, ma poi  lasciò stare, perché l’inizio dell’università incombeva, e lui aveva delle responsabilità.

Di quei mesi a Londra porta con sè alcune considerazioni sulle reti sociali nelle città cosmopolite (“a Londra la solitudine del singolo individuo agisce da motore sociale”), l’amicizia con un ragazzo che girò con lui l’Inghilterra, e soprattutto il commiato della boss russa del ristorante, che ogni sera, quando lui smetteva il grembiule e finiva il turno di lavoro, lo salutava dicendo “Bài amore, si iù tumorro”.

Londra mi manca, ultimamente.

Mi manca la città in sè, e mi mancano quei sogni che avevo, e che la riguardavano.

Vedevo me stessa in un appartamento, vedevo me stessa tornare a casa la sera da un lavoro in cui avrei scritto e ticchettato sui tasti di un computer (un bel lavoro, non un lavoro abbrutente), vedevo me stessa leggere, e guardare film, e bere latte col cioccolato.

Vedevo me stessa sola, o almeno sola per un periodo.

Mi riesce difficile pensare a qualcosa che non sia la casa romana, piccola gialla e piena di libri, che vorrei adesso.

Mi riesce difficile pensare a una me lontana da qui, dalla Città dei Sette Assedi, dove i miei sogni esistono ma sono avvolti dal torpore e dall’attesa di non so mai bene che cosa.

Mi riesce difficile credere che potrei starmene sola veramente, lontana dalla famiglia e soprattutto dalle amiche -per me forse l’unica risorsa irrinunciabile-, potendole sentire solo per lettera, via mail, al telefono.

Starei là.

Poi tornerei.

So che la verità dentro di me somiglia a quella casa a Londra, al godere della solitudine e della compagnia di me stessa, al lavare via i miei egoismi ascoltando per una volta solo la mia voce.

Credo che per riconoscerci, per non dare fastidio a noi stessi, per credere di poter essere davvero le persone che vogliamo, le persone che desideriamo far conoscere a chi ci ama e a tutti gli altri, un periodo di solitudine possa essere una cosa preziosa.

Andarsene, stare soli, pensare e capire di essere fortunati perché si ha qualcosa da cui si vuole tornare, e  poi tornare.

Ora che inizia un anno nuovo, lascio qui scritte alcune promesse (e non propositi, giacché i propositi si fanno a se stessi, mentre le promesse si fanno a qualcuno).

– Prometto a Ciaki che sarò più serena, e che presto mi vedrà di nuovo ridere, più spesso di quanto ho fatto ultimamente.

– Prometto a Giocagiò che le sarò più vicina, e che, anche se lei sa che latitante non significa  assente, latiterò di meno, perché le voglio bene.

– Prometto alla mia Surela che non ci perderemo mai più di vista, perché lei è l’unica persona  al mondo con cui sento di avere un legame di sangue anche se sorelle non lo siamo veramente.

– Prometto a M. di avere più cura per Mamo e meno per le torte, come lei giustamente mi ricorda di fare. Le prometto anche che saprò essere migliore di così, perché io non ho ancora finito di volerle bene, né ho intenzione di finire, mai. E poi lei lo sa, che dire che la penso sarebbe un controsenso, perché lei è sempre qui, con me, e mi parla e mi dice la sua anche quando non c’è.
– Prometto a me stessa di darmi una mossa.

– Prometto a me stessa di tornare a Londra, prima o poi.