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A Torino vivo in una stanza piccola, in una casa piccola, in un palazzo piccolo.
Vivo in una via che non è esattamente una passeggiata, anche se c’è chi ci passeggia munita di stivali bianchi e acconciature rococò.
Vivo in un posto dove ogni giorno è una retata, dove le macchine non sono parcheggiate ma sotto sequestro.

Vivo sopra un ristorante brasiliano aperto a tutte le ore, anche nei giorni che non compaiono sul calendario.
Vivo sopra un internet point indiano, che frequentavo parecchio fino a due anni fa, quando nella casa piccola del palazzo piccolo non era ancora arrivato il wireless: ogni giorno dovevo subire le urla riottose della figlia del proprietario, una bambina treenne da me ribattezzata “La figlia del Demonio”, tanto stronza e scalmanata da essere probabilmente la reincarnazione di una qualche divinità indiana del Male Supremo.

Vivo vicino alla stazione, dove l’aria non è aria, ma gas di scarico.
Vivo in un posto dove la gente non conosce semafori, e ti asfalta con gioia, se solo ti attardi fino allo scattare del giallo.

Vivo in un palazzo abitato quasi esclusivamente da zitelle ottuagenarie, uniche utilizzatrici di un ascensore che funziona solo grazie ad una chiave che non possiedo, un ascensore che comunque non vorrei usare, visto che -grazie alle gentilsignore di cui sopra-, come direbbe Margaret Mazzantini, odora di fica vecchia.
Vivo in una casa che sta di fianco a un bordello, e vicino ad un palazzo dove ogni giorno che Dio manda in terra qualcuno urla in una strana lingua, a intervalli regolari e per mezz’ora di fila.
Vivo attaccata all’appartamento di due tizi che copulano a notte fonda emettendo gemiti, latrati e grida a metà tra un esorcismo, la jungla, e la parodia di un film porno.
Vivo in una stanza che dà sul cortile, e so che, a qualunque ora io esca sul balcone, troverò sempre il mio dirimpettaio polacco affacciato alla finestra di fronte, forse perché è pazzo e crede di vivere in un film di Hitchcock, o forse perché è pazzo e basta e un giorno mi ucciderà.

Vivo però in una via che è poco distante dal parco, e anche se non ci vado mai perché non amo particolarmente i parchi, so che il parco c’è e questo mi basta.
Vivo vicino a una via di cui non ricordo il nome attuale, ma so che fu “già via Pallamaglio”, e siccome in via Pallamaglio visse Natalia Ginzburg da bambina, sono emozionata al solo pensiero.
Vivo quasi in pieno centro, anche se il mio quartiere è più simile al Bronx che a una qualunque altra parte di Manhattan.
Vivo a trecento metri dall’albergo in cui si suicidò Pavese, e ne vado malinconicamente fiera.
Vivo vicino alla Sinagoga, e allungo la mia strada di proposito, per passarci davanti, perché è così bella che vorrei piangere e mi trattengo solo per sobrietà sabauda.
Vivo e ho vissuto con amiche fondamentali, con cui ho legami enormi, e che sono senza dubbio la parte nobile di me (perché in fondo è proprio questo che sono gli amici veri: la nostra parte migliore).

So che un giorno scapperò lontano, e vorrò una casa piccola e gialla, piena di libri.
Intanto, però, vivo qui.
E anche se questo non è il posto che sceglierei per nessuna delle mie vite future, so che alla mia stanza piccola, e alla casa piccola nel palazzo piccolo, come a quasi tutto quello che c’è intorno, voglio bene.
Vivo qui, e per adesso va bene così.