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Il primo giorno d’università, sbarcata a vivere a Torino dalla provincialissima Città dei Sette Assedi, conobbi Tommaso C., alla lezione di Storia Romana.

Di lui sapevo tre cose: era adorabile, aveva gli occhiali, e come me studiava Storia.
Il mio fido compagno di liceo Nicolò, che seguiva Storia Romana con me, l’aveva soprannominato Faccia a Mattone, e ancora adesso non ne capisco il perché.
Comunque, a me piaceva molto.

A dire la verità scoprii che si chiamava Tommaso C. solo a fine gennaio, quando alzò la mano all’appello d’esame (prima d’allora mi limitavo a chiamarlo anch’io Faccia a Mattone).
Ricordo che m’infilai subito nell’aula accanto, accesi il telefonino e chiamai le mie amiche, dicendo giuliva “Ho scoperto come si chiama!!! Si chiama Tommaso C.!”
Avevo diciannove anni e due mesi, ma ero ancora abbastanza cretina.

Tommaso C. seguì poi con me anche Storia Greca, senza che comunque si riuscisse mai ad avere un qualche contatto, anche perché lui se ne stava sempre con un tizio e una tizia, e io ero ostaggio di un altro compagno di corso, D. detto Metallo, con cui ero diventata amica e con cui seguivo le lezioni.

Anche D. detto Metallo, come il mio amico Nicolò, non aveva molta simpatia per Tommaso C., e mi diceva “Non so come ti possa piacere: dimostra sì e no sedici anni”.
A me però non interessava il suo parere, né quello di nessun altro.
Tommaso C. mi piaceva da pazzi, punto.

All’inizio del mese di marzo, in modo semi-illegale, io e la mia migliore amica Ciaki scoprimmo una serie di cose: Tommaso C. era di Torino, e abitava di fianco alla Gran Madre (per i non torinesi: la Gran Madre è LA chiesa di Torino, una chiesa mitica, affacciata sul Po e ai piedi della collina), che è un po’ come dire che se fosse stato di Roma avrebbe abitato di fianco a Castel Sant’Angelo.
Aveva fatto il liceo classico, era un campione di canottaggio, e aveva gareggiato nella nazionale juniores.
Soprattutto, però, scoprimmo che era nato il 23 marzo.

La cotta per Tommaso C. mi faceva sentire sempre allegra, e quel marzo fu magico: scoprii che il Po, alle nove del mattino, prima della mia lezione di Letteratura Americana, luccicava in modo speciale, e che Torino col cielo terso è una delle visioni più belle che si possano avere nella vita.
A Palazzo Nuovo (nome gergale del palazzo delle facoltà umanistiche) c’era l’occupazione studentesca, e anche se da matricola spaurita quale ero non partecipavo, ricordo il clima divertito e molle, e soprattutto il terribile odore di cipolla che dall’atrio saliva fino al primo piano, dove io, proprio all’ora di pranzo, seguivo Civiltà Greca.

Alle nove della sera del 22 marzo, vigilia del compleanno di Tommaso C., me ne stavo in camera meditabonda, mentre la mia amica Meri studiava una dispensa di biologia.
“Meri, domani è il compleanno di Tommaso”
“Uh, già, cavolo”
“Che cosa potrei fare?”
“Che cosa vorresti fare?
“Vorrei compiere un gesto un po’ folle, un po’ inutile, un po’ romantico. Un po’ da Amélie”.

Lasciai Meri allo studio delle cellule, e andai dalla mia coinquilina Martina, che guardava la tv.
“Marti, domani è il compleanno di Tommaso”
“Ah, è vero!”
“Vorrei compiere un gesto un po’ folle, un po’ inutile, un po’ romantico. Un po’ da Amélie”.
“Che meraviglia! Per esempio?”
“Per esempio domani è mercoledì. Io seguo Critica Dantesca in aula 1, dalle otto alle dieci del mattino”
“Eh”
“E lui segue Letteratura Spagnola nella stessa aula, dalle dieci a mezzogiorno!”
“Ah!”
“Palazzo Nuovo è occupato. Quindi in teoria si potrebbe entrare anche adesso, anche se sono le nove e mezza!”
“Fantastico! Io ti accompagno!!!”

Così partimmo, io e Martina, senza sapere che quel momento avrebbe sancito in maniera indissolubile l’inizio della nostra amicizia.
Prendemmo il bus 61, scendemmo in via Po, e dopo poco varcammo la soglia di Palazzo Nuovo, occupato e infatti ancora aperto.

Silenzio.
“Dove saranno tutti?”
Erano nell’aula 2, a vedere un film coreano.
“Meno male che non sono in aula 1!”

Entrammo nell’aula 1, illuminata e deserta.

L’aula 1 aveva trecento posti, e lavagne gigantesche.
Quello che stavo per fare l’avrebbero visto seicento persone entro mezzogiorno, e tuttavia non era un atto coraggioso, poiché forse sarebbe stato più logico presentarsi.
Siccome però non avevo intenzione di presentarmi spontaneamente a Tommaso C. né il mattino successivo né mai, quella notte presi un gesso e andai alla lavagna.

(Ci sono due fotografie a testimonianza del racconto che seguirà, ma rimarranno ostaggio del mio archivio).

Arrivai sotto la lavagna gigante e mi misi in postazione.
Presi il gesso e iniziai a scrivere, in alto a destra, la data del giorno dopo: 23 marzo 2005.
Poi, al centro della lavagna, in caratteri enormi, calcati e ripassati, scrissi “AUGURI TOMMASO!”.

Feci un balzo e corsi in cima alle scale, per guardare la lavagna dall’alto: la scritta si vedeva perfettamente.
Temendo che il professore potesse cancellare i miei auguri, o sciverci accanto, prendemmo tutti i gessi e il cancellino, e li buttammo in un cestino della spazzatura vicino all’aula.
(In ogni caso, il mattino dopo sarei stata a lezione in quella stessa aula due ore prima di Tommaso, dalle otto alle dieci, e avrei potuto monitorare la situazione).

“Che meraviglia, è una cosa fantastica!” disse Martina.
“Mamma mia, chissà che faccia farà!!! Io dopo Critica Dantesca me ne vado, non voglio rimanere alla sua lezione! Se rimango mi becca, sa bene che non seguo Letteratura Spagnola… (Ero una povera illusa: probabilmente neanche sapeva che faccia avessi. Temevo però che stando lì avrei potuto attirare sospetti, via). Ma Nicolò segue la sua stessa lezione, potrei chiedergli di guardare e riferirmi! Sì sì, farò così!” dissi io.

E feci così.
Spiegai la cosa a Nicolò, che sentenziò: “Oddio, davvero? Che cagata!”, ma acconsentì a monitorare il tutto al posto mio.
Scrissi sms a un buon numero di amici dicendo “Ragazzi, non sapete che cosa ho fatto! Appena ci vediamo vi racconto!”
Andai a dormire emozionatissima.
 

Il giorno dopo, Tommaso C. non era a lezione.

 

[CONTINUA]