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È da una vita che ho in testa la mia allucinata e surreale playlist.

Queste che ho raccolto (mentre ero al mare a settembre con la mia amica Ciaki) NON sono le canzoni che preferisco, ma sono titoli che ho da sempre nel mio immaginario, note sulle quali costruirei l’inizio di un film o la sua scena madre, pezzi che accompagnano momenti, parole che ispirano, canzoni che non potrebbero farmi venire in mente nient’altro che quel che riporterò qui sotto.

In quest’insieme eterogeneo di titoli ci sono quattro bozzoli di altrettante sceneggiature (non li segnalo, ma non è difficile indovinare), con un loro perché ben definito nella mia testa.
Tutte le altre sono immagini allucinate, il volto che ho dato a certe sensazioni, la foresta dell’immaginario, la trasposizione in parole dell’unica cosa che m’ispira una determinata canzone.
Perché una canzone, appunto, può parlare molto chiaro, e palesarti il suo mondo chiedendo solo che tu sia abbastanza sveglio per potertelo raccontare così come lo avverti.

Qui troverete canzoni buffe per idee buffe. Altre meno. Altre ancora per niente.
In alcuni casi, solo consigli sul modo migliore per mettersi in ascolto.
Paesaggi, stranezze, felicità.
Per chi vorrà, anche spunti da cercare, o scaricare.
Ebbene, che la playlist abbia il suo via.

[Aggiunta del 23 ottobre 2014, a ben 6 -SEI!- anni da quando fu scritto questo post: la playlist da oggi esiste anche su Spotify. Mi sembrava bello, con i mezzi che la tecnologia offre oggidì, riunire tutti i pezzi in una playlist vera, reale, per permettere a chi vorrà di ascoltare le canzoni, oltreché di leggere quel che ho scritto qui.
(Disclaimer: l’unica canzone che non ho trovato è L’importante è finire nella versione dei Sikitikis. In sua vece ho messo quella originale: quella di Mina).
Ecco la playlist su Spotify: l’ho chiamata -indovinate?- Chasingthequeen].

***

– Per convincere un’amica a compiere un’impresa folle e coraggiosa, per darle la carica quando dovrebbe sfoderare carattere e romanticismo, e prendersi ciò che le spetta: Just say yes – The Cure

– Per bere tè in una cucina inondata di luce, in una casa sui Navigli, piena di libri e piccole felicità: I gatti lo sapranno – Lalli e Pietro Salizzoni
[Parentesi: questa è la bellissima trasposizione in musica di una poesia di Pavese. Onore e gloria a Lalli e Pietro Salizzoni!]

– Per sbattere i piedi a terra così velocemente da entrare in orbita: Juicebox – The Strokes

– Per ballare con un uomo che ami in un fumoso ed equivoco bar di Caracas o di non importa dove (l’uomo che ami, per adattarsi meglio alla scena, dovrebbe avere in quel momento una barba un po’ sfatta, tipo di un paio di giorni).
Ah, naturalmente per quel ballo sarebbe da ignorarsi per quanto possibile la parte in cui nella canzone Godano s’incazza, i due si lasciano, e lui le dice “Per quel che mi riguarda sei un CONTINENTE OBLIATO” (che comunque rimane un modo rimarchevole per dire a una persona di non farsi più vedere e andare a quel paese): La canzone che scrivo per te – Marlene Kuntz

– Per scendere la scalinata di Piazza di Spagna intabarrata in un vestito di taffettà rosa, le braccia levate al cielo e l’aria eterea, e fare il bagno nella fontana della Barcaccia, riempita per l’occasione di svariati ettolitri di J’adore: Pensiero stupendo – Patty Pravo

– Per fare il barman acrobatico in un locale di bassa lega,  gettare cocktail alla folla in delirio direttamente dallo shaker, alla maniera del Tom Cruise anni ’90, e intanto eseguire una coreografia ballata sul  bancone insieme ai due buttafuori, di cui uno rasta e l’altro completamente tatuato: John the revelator – Depeche Mode

– Per compiere una rapina a mano armata su una navicella spaziale persa in qualche punto imprecisato dell’interspazio, camminando al rallentatore e sentendosi fantascientifici, con molto bianco intorno: Never Win – Fischerspooner

– Per attaccare rissa con una rivale in amore, imitando il tuo compagno di liceo Luigi che, litigando per i turni di filosofia durante un’assemblea di classe, attaccò briga con il compagno Giorgio e, quando ormai sembrava aver perso il match, indietreggiò, si abbassò, prese la rincorsa e diede all’altro una testata in pieno stomaco, a mo’ di toro impazzito: Somebody told me – The Killers

– Per muovere le mani a casaccio dalla cima di una montagna fingendo di generare maree, sentendosi un po’ Dio e un po’ il topo che voleva conquistare il mondo in Il Mignolo col Prof: The switch – Planet Funk

– Per entrare in un bosco, in una notte violacea. Per vedere i rami animarsi ad un tratto, e suonare violini, mentre un violinsta vero, umano, esce dall’acqua di un lago senza lasciare dietro di sé increspature, e si guarda attorno, e si chiede attònito che fine farà, in quel bosco di alberi violinisti: Lullaby – The Cure

– Per tornare a quelle mattine dei tuoi quindici anni, in vacanza studio in un college inglese, quando Simone B. attaccava la musica a palla alle 7, batteva una serie di colpi sulla parete che divideva la tua camera e la sua, e ti svegliava con questa canzone: Ti prendo e ti porto via – Vasco Rossi

– Per avere la prova che la bellezza per errore di cui parla Kundera esiste, e può sorprendere (si consiglia l’ascolto durante un tragitto in autobus): Electrical storm – U2

– Per sfrecciare sulla West Coast, e ridere molto, su una decappottabile anni ’50, negli anni ’50,  con un foulard in testa perché siamo tutte un po’ Jackie O’. The Heinrich maneuver – Interpol

– Per starsene in panciolle sulla riva del fiume, con il sole negli occhi e una mano davanti al viso, sorridendo e godendosi il bel tepore che c’è nell’aria, perché -accidenti- è primavera. E per cantare una delle frasi più belle che siano mai state scritte: “Stringimi madre, ho molto peccato, ma la vita è un suicidio, l’amore un rogo, e voglio un pensiero superficiale che renda la pelle splendida”: Voglio una pelle splendida – Afterhours

– Per far ballare tutti, ma proprio tutti, ad uno sfarzoso matrimonio con sposo inglese, inglese del Kent: Starz in their eyes – Just Jack

– Per sentirsi un po’ romantici: Dice – Finley Quaye + William Orbit (remixed and extended version)

– Scenderai la scalinata, pallida, nel tuo vestito verde scuro. Sarai ancora bella, nonostante tutto, e fiera. Scenderai lenta sperando intanto che lui possa cambiare idea, che decida di salvarti. Lui però non lo farà. Tu hai cambiato la sua vita (era sposato con un’altra), e il corso della storia (vedremo perché). Gli hai dato una figlia con i capelli rossi che diventerà regina, che diventerà leggenda. Ecco: di lei non sai che ne sarà. Mentre il boia declamerà la tua sentenza di morte, pregherai per lei e per te stessa. Ti appellerai al dio di quella chiesa protestante che è nata perché tu potessi essere la moglie del re. Tua figlia si chiama Elisabetta. E a noi non ce ne frega niente se questa canzone in realtà è stata composta per un film dedicato a quella figlia lì (Elizabeth – The Golden Age): la vogliamo in un film che parli di te. È una canzone perfetta per un’esecuzione capitale, è una canzone perfetta per te.
Il tuo nome è Anne Boleyn, Anna Bolena, e tra poco verrai decapitata: Storm – Craig Armstrong

– Va bene, tuo cugino a 11 anni e mezzo (l’anno scorso) ha sentito Another break in the wall e ha sbarellato di brutto, inaugurando la sua fase musicale post Zecchino d’oro con i Pink Floyd. Tu forse eri meno nobile, ma è pur sempre vero che in prima media, quando ancora le tue compagne conoscevano solo le Spice Girls, hai chiesto come regalo di compleanno il doppio cd live degli Aerosmith. E questa, ancora oggi, è capace di tirarti su come nient’altro: Dude – Aerosmith

– Per un placido momento di quiete, in una casa di campagna o -meglio ancora, se è possibile- sul balcone della casa marittima, affacciato sulle colline che stanno dietro ad Alassio. Ah, questo sì che è amore. (Si consiglia un’accurata manicure per potersela tirare all’arrivo della frase “Vorrei cantare il canto delle tue mani”. E magari una passata di smalto rosso, che farebbe sentire più figa anche Pina Fantozzi): Vorrei – Guccini

– Genova, mattinata chiara d’estate. Sei in bici, tuo padre è morto, tu ancora non te ne capaciti. Stai andando all’apertura del testamento. Tra poco meno di un’ora scoprirai di avere una sorella, e saprai che tuo padre aveva una vita parallela, con un’altra casa, un’altra figlia, e un’altra madre per questa figlia. Tua madre sapeva. Sua madre sapeva. Voi no. Ti dirai che non sarete mai sorelle, mai e poi mai. Un giorno però la vedrai bere il caffè, e ti accorgerai che tiene la tazza esattamente come te, che a tua volta la tieni in mano come solo tuo padre faceva. Capirai che l’esser sorelle passa anche attraverso le somiglianze più inaspettate, e nella familiarità commovente che si può cogliere in un’estranea, e nel suo modo di bere il caffè. Ma adesso non lo sai, sei ancora in bici, e non sai niente di quel che succederà di lì a poco. Genova, mattinata chiara d’estate, il mare luccica e fuoricampo si sente questa canzone: Why can’t I be you – The Cure
[Aggiunta del 23 ottobre 2014: tempo dopo scoprii che questa canzone era già stata utilizzata all’inizio di un film con Violante Placido –Lezioni di cioccolato-. Nonostante tutto, poi per fortuna non sono morta].

– Nell’altra vita, quella precedente, quella in cui volevo fare del teatro il mio mestiere, avevo un sogno nel cassetto. Non era un musical, perché io odio i musical. Era un’opera rock, dedicata a Battiato, recitata sulle sue canzoni. Alla fine, con un turbinìo arancio di luci dall’alto, Battiato sarebbe salito sul palco, su questa canzone, e il teatro sarebbe caduto per lo scrosciare di applausi: Il ballo del potere – Franco Battiato

– Se Mina non ti ha mai fatto impazzire, ma pensi che questa canzone ne valga assolutamente la pena: L’importante è finire – Sikitikis

– Se anche tu, al liceo, ti sentivi parte di una famiglia, e volevi bene ai tuoi compagni come se fossero un po’ dei fratelli. Se ti rendeva felice sentirti parte di quel NOI, e non sai se riderai mai più come allora. Se fare squadra per te ha molto, molto senso, e sentirti partecipe di un tutto ti dà più soddisfazione: Hey Negrita! – Negrita

– Per guidare verso il mare, o verso una cosa bella, e sentirsi super-power: Radio nowhere – Bruce Springsteen

– Per sposare un elfo: Hoppípolla – Sigur Rós

– Come ogni torinese o torinesofilo sa, i Murazzi del Po sono un’istituzione, un luogo poetico sul finir della notte, lo scenario magico che odora di fiume. Torino è qui, in queste viscere pulsanti e radioattive. C’è sempre bisogno di una canzone per scendere ai Murazzi, anche solo mentalmente, e sedersi lì, sulla tua panchina, ad aspettare il giorno. Questa è la canzone che uso io, perché per me è piena d’affetto, e ai Murazzi voglio bene: Il mio DJ – Subsonica

– Io non faccio jogging, non vado a correre. Ma SE facessi jogging, non sarebbe per la forma fisica. Andrei a correre per allenarmi in vista di una corsa più grande, più importante. Andrei a correre per prepararmi alla mia corsa del secolo, mia e solo mia. Questo perché credo che ognuno di noi, un giorno, potrà avere un valido motivo per mettersi a correre di felicità. Può esserti appena nato un figlio mentre sei all’altro capo della città (in questo caso si  tratterà di un tu padre, evidentemente). E allora che fai? Corri. Puoi aver ricevuto la notizia più bella della tua vita. E allora che fai? Corri. Puoi avere appena scoperto di esser stato preso. Sì, prendono dieci persone, all’esame eravate in duecento, scorri l’elenco col dito senza quasi osare guardare, all’improvviso il dito si ferma e sotto c’è il tuo nome. È fatta. Ce l’hai fatta. E allora che fai? Corri. Corri via, corri altrove, corri ad avvisare qualcuno. Corri di felicità. E io so che in quel momento ti accompagna una canzone. Parte piano e poi esplode, te la canti tu nella tua testa, e te la canta la città che ti sta intorno, te la canta l’asfalto spaccato dal caldo, te la cantano i muri, e tu corri, e intanto ridi di un riso silenzioso e irrefrenabile, e non ti bastano le orecchie per fermarlo, quel sorriso. Sorridi dentro, sorridi tutto, sorridi ovunque. E c’è la tua canzone. La mia, quando succederà -perché succederà-  sarà questa qui: Lift me up – Moby

– Quando sei malinconico, ma non triste; quando sei allegro, ma di un’allegria sommessa. Quando vuoi goderti le minuzie della vita, comprare una zucca per Hallowe’en, camminare trotterellando, sentirti un po’ parigino anche se non puoi andare a lanciare sassi sul canale Saint Martin: La valse des Monstres – Yann Tiersen

– Soffri pene d’amore infernali e dolorosissime, che ti spezzano e dilaniano il cuore e poi lo buttano in pasto a quattro cani che passano di lì. Ciononostante, non vuoi perdere il tuo aplomb: Goodbye my lover – James Blunt

Vivete insieme: tu, la tua amica single e incinta lì lì per partorire, e il vostro migliore amico gay. Lei ha letto da qualche parte che un cantante di cui non ricorda il nome è diventato da poco papà, e  che suo figlio è nato -così dice lui nell’intervista- sulle note di Mambo number five, quella canzone idiota di Lou Bega che diceva “A little bit of Monica in my life, a little bit of Erica by my side, a little bit of Rita’s all I need” eccetera eccetera, perché in sala parto c’era la musica a palla. Lei ride divertita al pensiero di una povera puerpera che debba dare alla luce il pupo sulle note di un tormentone estivo trash come Mambo number five. E ridendo proclama a gran voce “Oddio, io non potrei MAI partorire in una situazione del genere, sarebbe così ridicolo, ma ci pensate? La musica a palla in sala parto? C’è da morir dal ridere!”
(E questa è una cosa seria, non è uno scherzo: se non lo sapevate, nelle sale parto mettono la musica!)
Provate ad ipotizzare, in base al calcolo delle probabilità sugli ultimi tormentoni estivi, quale canzone potrebbe toccare in sorte alla vostra povera amica primipara,  andate a dormire ridendo convulsamente, e non ci pensate più. Qualche tempo dopo, però, si rompono le acque. E arrivano le doglie. Quella sera il bar sotto casa ospiterà una festa di laurea, fervono i preparativi, e il DJ sta selezionando la musica. Si rompono le acque, dicevamo, e arrivano le doglie. E insieme alle doglie, parte una canzone.
Sul primo gridolino della tua amica-single-incinta-lì-lì-per-partorire, dal bar di sotto sparano a palla QUELLA canzone.
“È uno scherzo?” grida lei, ma non c’è tempo, bisogna scendere in strada e correre all’ospedale.
La macchina ha le ganasce, nun se po’ parti’.
“Chiamiamo un taxi! Taxi!!!”
Arriva il taxi, la mamma sale, tu sali, sale anche il migliore amico gay.
Il taxista ha la radio accesa e alla radio cosa c’è? Sì, sempre quella canzone. “Non ci credo, non  è possibile, non voglio fare la fine della mamma del Mambo number five!”
Ospedale. Tutto tranquillo, per ora.
Sala parto, niente musica.
Entra la ginecologa, entra l’ostetrica, la mamma inizia la sua respirazione-da-parto, tu sei lì, migliore amico gay anche.
È in quel momento che la ginecologa dice all’infermiera “Marinella, la radio!”, e la mamma fa “No!” e la ginecologa “Sì sì, invece, non no, deve spingere, su!”
E, sì, la radio viene accesa, e in sala parto fa irruzione molesta la solita canzone, quella che, per ridere, avevate immaginato prendesse il posto di Mambo number five nel vostro parto. Così, oltre al bambino nato su Mambo number five, ci sarà una bambina nata su: Umbrella – Rihanna

– Per scrivere la lista della spesa in un pomeriggio di giugno, e aggiungerci i limoni solo perché fanno allegria: 27 aprile – Il Nucleo

– Per camminare col naso rivolto alla luna, fare un giro intorno a un lampione e poi sedersi su una panchina, sentendo che tra poco nevicherà: Natale – De Gregori

– Mentre si torna a casa alle prime luci dell’alba, in pace col mondo e con se stessi, e si vede il sole salire su: Perfect – Smashing Pumpkins

– Si alza il sole su Roma, è una bella mattina nuova di primavera. Panoramica su Piazza di Spagna, Tridente, Piazza del Popolo, si vede tutto dall’alto, scorre veloce. Si passa su Fontana di Trevi, bizzarramente inondata di luce arancione, come il palazzo che le sta accanto. Scorre tutto, in rapida successione. Si alzano le serrande delle botteghe, e Roma con loro. Corri, ma adesso si tratta di semplice jogging, è una corsa mattutina. Attraversi il Giardino degli Aranci, lassù vicino a Piazza dei Cavalieri di Malta. Entri di buon passo nel bed and breakfast della tua famiglia, anche se famiglia è dire un po’  troppo, perché con tuo fratello quasi non ci parli e tua madre se n’è andata anni fa. Ma c’è tuo padre, e poi c’è tuo nonno. Entri e intanto la radio passa la canzone che avevi in testa mentre correvi, e tu questa canzone la ami, molto e da sempre. Ah, a proposito, tuo padre è Carlo Verdone, e tuo nonno Arnoldo Foà: In the name of love – U2

– Una volta, sul sito dei Subsonica, fecero un sondaggio, chiedendo a noi fan quale fosse la frase più bella di tutte le frasi di tutte le canzoni dei Subsonica. Io scrissi “Ti sto cercando per ritrovare tutto il possibile del mondo”, tratta da Il cielo su Torino. Un ragazzo che scrisse poco dopo di me diceva invece che la frase più bella, e più divertente, e più assurda dei Subsonica era “Ti guardo che mi guardi, non so se salutarti”, da Strade. Aveva ragione, è straordinaria. Racchiude la vitalità e la gioventù e la carica speciale di quelli che erano i Subsonica sul finire degli anni novanta. Se Microchip Emozionale, il loro secondo album, è la summa della loro meraviglia, Strade è l’incrocio di vie intricate e anomale, è un’esplosione allegra e confortante, è la prova della complicità che c’è tra i cinque. È bellissima. E, dal vivo, lo è ancora di più. Ricordo che la ascoltai per la prima volta proprio in concerto, senza mai averla sentita prima. Ti guardo che mi guardi, non so se salutarti. La carica vitale di quella canzone mi ha catturata subito, e non mi ha lasciata più. Perciò sì, ecco qui: Strade – Subsonica