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PREMESSA

Da un po’ di tempo penso che ci dovrebbe essere un’evoluzione, in questo mio scrivere sul blog.
Farlo a spizzichi, parlando di momenti e amenità, non va più bene.
Ho amato le chiacchiere sulle torte che sapevano di piede, e le disquisizioni sulle unghie dell’uomo ideale.
Ma non so se è veramente di questo che voglio scrivere.
Non avevo un’idea precisa sui connotati da dare a questa piccola rivoluzione, ma c’erano due certezze:
– bisogna continuare a scrivere, e farlo sempre;
– torte, unghie, treni, aneddoti e malinconie possono restare, non sono bandite per sempre, ma vanno alternate con una sostanza, o almeno una mezza sostanza.
Che lo scrivere abbia un senso. Non sempre, ma per la maggior parte del tempo.

In questo, come spesso accade, mi è venuto in aiuto l’Osservatore Silenzioso.
Snobba quasi tutto ciò che riguarda internet, Facebook gli provoca l’orticaria, fa spallucce su My Space, e si chiede che senso abbiano i blog.
Ma legge.
Mi legge (non so quanto, perché con precisione non me lo dice, ma pare che ogni tanto entri in punta di piedi e si guardi un po’ intorno).
E soprattutto esprime il suo parere.
Raramente, in verità.
Quando lo fa, però, ci azzecca.
Si siede, o è già seduto, si fa serio e dice.
Assesta le sue stoccate, butta lì un complimento en passant, muove critiche garbate con fare cipiglioso.
Perché proprio non capisce questo mio amore per il blog.
Ogni tanto però appunto passa di qua, e a volte, dopo, in separata sede (e mai quassù, percarità, perché “Scripta manent”), mi dice la sua.
Lo ringrazio, perché dice poco, ma il suo poco è sempre saggio e sensato.

Qualche tempo fa, per esempio, ha messo in moto parte della rivoluzioncina che meditavo.
Se io voglio scrivere, non capisce perché debba mettere in fila amenità, una volta su quest’argomento e una volta su quell’altro, senza continuità, senza uno schema, senza un’idea. Così ha detto.
E poi ha detto “Dovresti scrivere a puntate”.
Quando si tratta di blog è come un oracolo della Pizia: di poche parole.

Ci ho pensato, e ripensato.
La mini rivoluzione era in potenza, ora è in atto.
Scriverò a puntate.
Non sempre, vi avviso: chi cerca torte e cazzate si accomodi, perché ne troverà ancora. Ma, tra una scemenza e l’altra, ci saranno le puntate.
Ho capito subito di che cosa avrei scritto, in queste mie storie a puntate: di una cosa certa.

Ho poche certezze incrollabili nella mia vita:
a) la mia amica Martina ha quasi sempre ragione;
b) parlo bene l’inglese;
c) qualunque mito greco tu voglia sapere, ecco, io te lo posso raccontare.

Non divulgherò i preziosi e personalissimi consigli di Martina, né darò lezioni d’inglese.

Prenderò il bagaglio di passione che ho in testa dalla seconda media e lo riverserò su questa pagina fuxia.
Non credo che l’Osservatore Silenzioso avesse in mente proprio questo, quando parlava di scrivere a puntate, comunque ho deciso.
Parlerò degli dèi dell’Olimpo, uno per puntata.
Li racconterò a modo mio, filtrati dall’affetto e dalla profonda simpatia che provo per loro (non tutti), dopo anni di conoscenza e frequentazione assidua.

L’Olimpo: questo avrà il blog nelle mie storie a puntate.
L’Olimpo, coacervo di viltà e passione, di forza e disperazione, metafora assoluta.

La prima puntata racconta di Pallade Atena.

Prima d’iniziare, i necessari ringraziamenti:
– all’Osservatore Silenzioso, il più saggio consigliere di questa scribacchina;
– alla Grecia, per le storie che racconta quando tira vento;
– a Teresa Buongiorno, storica e scrittrice, che mi ha insegnato quasi tutto quello che so;
– ad Omero, aedo cieco.

 

 

PALLADE ATENA

 

Di Atena Parthénos si dicevano molte cose, alcune giuste e alcune sbagliate.

Si diceva per esempio che sua madre fosse Meti, divinità marina, una delle innumerevoli amanti con cui Zeus cornificò la moglie, Hera dalle bianche braccia.
Secondo un’antica profezia un figlio maschio generato da Meti avrebbe detronizzato Zeus, re del regno più assoluto, l’Olimpo.
Voci di uomini e voci di dèi mosse dai venti per tutta l’Argolide, e propagatesi per terre e fiumi e altre montagne fino ai giorni presenti, dicono che Zeus, per paura di quel vaticinio, ingoiò Meti tutta intera.
Mangiando lei e il suo bambino voleva proteggere se stesso e il suo sconfinato potere, anche se, per fare rabbia a Hera, diceva che inghiottendo Meti l’avrebbe tenuta per sempre con sé, in un tutt’uno.
Zeus però non aveva fatto i conti col bambino che continuava a crescere in un grembo inghiottito ma pur sempre esistente: dopo giorni di gran mal di testa senza ragione apparente, in preda alla collera chiese ad Efesto, quinto figlio legittimo nato da Hera, di rompergli il cranio con un’ascia.
Nacque così Pallade Atena, figlia femmina di una madre mangiata tutta intera e partorita dalla testa del padre.

Dice la leggenda che la neonata Atena saltò fuori dalla ferita di Zeus già adolescente, col volto fiero, vestita da guerra e armata di lancia.
In una notte divenne adulta, smise l’armatura e indossò come abito una pelle di capra. Una capra in verità speciale, poiché si chiamava Amaltea e da viva ebbe il grande onore di allattare re Zeus che, piccolissimo e già forte come molti eserciti, in un impeto d’affetto le staccò un corno, diventato poi un simbolo d’abbondanza e chiamato cornucopia.

Si diceva anche che Atena, già adulta eppure appena nata, si fosse messa subito nei guai: aiutò Prometeo -dio amico dei mortali-, a prendere il fuoco per riportarlo agli uomini, dopo che re Zeus l’aveva espressamente vietato.
Secondo le voci dell’Argolide che attraversano epoche e montagne, furono entrambi puniti molto duramente: Prometeo incatenato al Caucaso, alla mercé di un’aquila che ogni giorno gli divorava il fegato, e ogni giorno per davvero, poiché, essendo lui immortale, di notte le ferite si rimarginavano, condannandolo a scontare la sua pena per l’eternità.
Atena invece fu portata nelle stanze segrete del re, e qui Zeus le aprì la testa e ci travasò dentro una parte della sua mente, del suo cervello immenso di sovrano di tutti i mondi terreni e ultraterreni.
Atena confidò poi a Ebe, sorellastra prediletta e quarta figlia legittima di Zeus ed Hera, che aveva dovuto dire “Basta”, con il filo di voce che le restava, perché il padre mettesse fine a quell’inaudito travasare: un solo grammo della mente di Zeus sarebbe bastato infatti a uccidere un intero paese, e Atena in fin dei conti era solo una bambina di pochi giorni.
Il padre però sapeva che da quel momento in avanti non avrebbe più commesso imprudenze, e che anzi sarebbe stata conosciuta e ricordata come la dea della saggezza, oltre che della guerra.

Perché Pallade Atena era nata con l’armatura, e re Zeus racconta che, appena posati i piedi a terra, un attimo dopo esser stata partorita, eruppe in un grido vittorioso e si mise a danzare una forsennata danza guerresca.
Atena in questo si contrapponeva ad Ares, il fratellastro che i romani conobbero come Marte, secondo e terzo figlio legittimo dei coniugi reali. Secondo e terzo perché era nato in coppia con Eris: Ares ed Eris, gemelli, lui Guerra e lei Discordia, sempre in lotta anche per stabilire chi dei due fosse da considerarsi il maggiore.
Atena ed Ares erano diversi come il loro modo d’intendere la guerra, che per lei significava strategia, rigore e avvedutezza, e per lui ferocia, sangue e crudeltà.
Pare che un giorno Ares disse ad Atena che ormai poteva considerarsi una ragazza da marito, la qual cosa forse suonò come una minaccia, dato che gli dèi potevano sposarsi in famiglia, tra cugini, ma anche tra fratelli, e senza distinzioni d’età. Non erano un paio di secoli a separare due innamorati, così come il fatto che l’amato fosse il pronipote e l’amata la sorella della nonna, o viceversa.
Atena comunque, molto indispettita, rispose altera che lei mai e poi mai si sarebbe sposata, perché bastava a se stessa. E così fu.

Al nome Atena si aggiunse l’epiteto Parthénos, vergine.
Fu per i greci la vergine per eccellenza, vergine fino all’oltretomba, e per lei Ictìnio e Callìcrate, grandi architetti conosciuti fino alle Colonne d’Ercole, costruirono in cima a una città il Partenone, che era un tempio meraviglioso, da lasciare senza fiato.
Intorno al Partenone c’era questa città di cui si dicono grandi cose, e che i Greci chiamarono Atene per onorare lei, Atena.
Nella città sotto il tempio si festeggiavano le Grandi Panatenee, ogni cinque anni, e le Piccole Panatenee, ogni anno, con giochi, gare, spettacoli e processioni sacre.
Se due erano le feste, due erano anche le statue di Pallade Atena: una enorme, colossale, scolpita da Fìdia e alta dodici metri, conservata nel Partenone.
L’altra più antica, in legno, detta Palladio: si diceva che fosse caduta un giorno dal cielo, e veniva custodita nell’Erettèo, un tempietto piccolissimo, il più piccolo lassù all’Acropoli.

Dicono che Atena fosse una grande amante della musica, e che avesse inventato il flauto, forando con una serie di buchi un osso cavo di cervo.
Le erano sacri l’olivo -che pare avesse creato lei dal nulla-, il dragone e la civetta.
Era patrona di tutte le arti e di tutti i mestieri, ma amava in special modo quelli femminili: si dice infatti che fosse lei stessa una grande ricamatrice, e che sapesse tessere molto bene, tanto da aver confezionato personalmente la veste nuziale di Hera, quando quest’ultima e Zeus, dopo anni di cornini e baruffe, decisero di rinnovare le loro promesse.
Tutte le tessitrici greche riconoscevano che la loro ispirazione veniva dalla benevolenza della dea, e le portavano grande rispetto.

Tutte tranne una: Aracne, tessitrice di rara bravura e vera superbia, che osò sfidare Pallade Atena.
Una leggenda raccontata in Lidia dice che la dea non si sottrasse, ma accettò anzi di raccogliere la sfida, e per ore e ore, in tutta la Grecia, non si sentì altro che il rumore dei due telai.
Pare che alla fine ne uscirono due capolavori, e che Atena studiò a lungo la tela di Aracne, alla ricerca del più piccolo difetto: non trovandone, e sentendosi al pari di una mortale, distrusse la tela dell’avversaria, rosa dalla rabbia più cieca.
Aracne, superba svilita a morte nella sua tracotanza, minacciò d’impiccarsi, ma Atena s’impietosì e la salvò.
Decise di lasciarla vivere, trasformata però in ragno.
Da allora Aracne, senza fine per tutta l’eternità, sospenderà i suoi fili tra i rami, negli angoli delle stanze, e qualcuno sempre li straccerà, perché male agisce chi va contro la dea della guerra e della saggezza.

Atena aveva sposato il sapere e la battaglia e, a prova di ciò, un giorno attaccò all’ègida -come veniva chiamata la pelle della capra Amaltea che le faceva da abito- la testa di Medusa, sorella del drago che custodiva l’albero del bene e del male: una creatura mostruosa con capelli di serpenti, capace d’uccidere col solo sguardo.
A chi le chiedeva il perché di quella scelta raccapricciante, soleva rispondere che uno sguardo può incutere più timore di una lancia, perché nulla fa più paura dell’intelligenza vera.

Per uno sguardo che doveva recare paura al nemico, ce n’era però uno che sapeva guardare Atena oltre la cortina: Ebe, quarta figlia legittima di Zeus ed Hera e sua sorellastra prediletta, la osservava in silenzio, la leggeva in profondità.
Atena non lo diceva, ma se la paura, per tutti gli altri, era quella che ormai portava attaccata al petto, per lei era invece l’acutezza profonda di chi le voleva più bene.
Essere stanata, scoperta, questo la intimoriva.
A Ebe, che aveva capito, non diede mai ragione.

Ragione su cosa?
La testa di Medusa era un dono di Persèo.
Quel giovane impavido, destinato a essere ricordato come uno degli eroi più illustri di tutta la Grecia, staccò la testa di Medusa con una falce di diamante.
Dal sangue che ne sgorgò nacque Pègaso, cavallo alato con cui l’eroe volò sull’Olimpo per donare la testa mostruosa ad Atena.
Atena se l’attaccò all’ègida, fieramente, e a tutti raccontò un falso perché, o forse non falso, ma vero solo a metà.
Non è forse vero che, se gli dèi hanno un animo, il tuo in quel momento ha tremato, Atena?
Ebe, in silenzio, fu l’unica a capire che Atena si era innamorata.

Questo però non lo raccontano, in Attica.
Non lo sanno le Moire, filatrici del destino di ogni vita.
E non l’hanno svelato nemmeno quelle voci che dall’Argolide scavalcano le montagne.
Lo capì solo Ebe, e non lo disse mai.
Sapeva che sua sorella non avrebbe ceduto, che si sarebbe nascosta dietro alla guerra, alla musica, al tempio di quella città che da lei prendeva il nome.

Atena combattè giganti, accecò indovini, salvò Achille durante la guerra di Troia e portò il suo aiuto a Telemaco e Ulisse affinché tornassero a Itaca, tutto per negare a se stessa ciò che non voleva sentire.
Aveva detto che sarebbe bastata a se stessa, perché lei era la dea della saggezza.
E in effetti l’amore che cos’è, se non la negazione della saggezza?
Ebe sperò a lungo di avere torto, sperò che la sorella cedesse al sentimento che provava, ma non fu accontentata.

Atena Parthénos portò con sé la testa di Medusa, perché in fondo sapeva di non voler dimenticare. Ma vinse la sua guerra, accantonò l’amore con la saggezza, e a Persèo non pensò più.