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Un giorno Amico D mi scrisse "Vorrei correre fino a non sentire più le gambe, fino a non poter più respirare".

Io mi accontenterei di scomparire. Puf. Un attimo son qui, e l’attimo dopo chissà.

Non voglio che inizi l’autunno, peraltro mia stagione preferita, e non voglio ricominciare a dare un nome al tempo.

D’estate il tempo non è tempo, ma qualcosa di lieve che passa così, senza farsi chiamare per nome.

Sembrano passati secoli dai miei giorni a Roma, dalla parmigiana a Trastevere e dalla commozione nel ghetto ebraico. Era un mese fa.

A luglio mio cugino, che ha dodici anni, si è sentito chiedere da un suo compagno di tennis se avesse mai fatto sesso, e quale fosse la sua posizione preferita, perché a lui ad esempio piaceva "quella del ragnetto". Fortunatamente mio cugino, ancora abbastanza piccolo per sconvolgersi con poco, l’ha apostrofato con un "Ma sei matto?", e ha fatto spallucce. Intanto mia madre si chiede se è normale che lei, a quasi cinquant’anni, non abbia idea di quale sia la posizione del ragnetto.

A inizio agosto ho passato tre ore su una panchina, e ho raccolto considerazioni su paletti, limiti, e treni che non sempre si prendono in contemporanea. Ho scoperto che posso prendere un treno senza sapere se qualcun altro deciderà di salirci, ma solo perché credo che ne valga la pena.

A inizio settembre ho compiuto un gesto un po’ folle, un po’ inutile, un po’ alla Amélie. Mi riservo il piacere di dirlo, un giorno, a chi ne è stato destinatario. 

Più in generale, credo che la pazienza abbia un valore.

Avrò pazienza nell’accettare che settembre si faccia ottobre, che tornino la nebbia e l’odore d’autunno.

Dopotutto l’autunno è la mia stagione preferita, e al suo odore voglio bene.

P.S. Si dice che, quando s’inizia a riconoscere un odore, è perché si è spacciati, e quella cosa ormai ci ha conquistati.

P.P.S. Vale per le cose, ma soprattutto per le persone.