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L’estate, questa grande terra straniera.

Ci si para davanti in silenzio, avanza muta e bollente come una prateria sconfinata, e c’inghiotte.

Cambiano i programmi televisivi e finalmente si dice addio a Costanzo.

Spuntano candele alla citronella, e la luna si trasforma in quel bicchiere d’aranciata di cui discorrevo un po’ di tempo fa.

E poi la sera, la sera. Non c’è niente di più bello delle sere d’estate, placide e lente, odorose, e cantate dai grilli.

Me ne sto qui con una cartolina davanti, a chiedermi quanto contino la pazienza e l’ironia.

Ci vuole pazienza per aspettare che il giorno si faccia più chiaro, e che le partenze ci travolgano.

Ci vuole ironia per accettare che questa vita sia una storia di cui siamo solo i personaggi.

Se partire è un po’ morire, io morirò allegra, mandando cartoline.

Le cartoline mi piacciono, come mi piace tutto ciò che fa un po’ retrò.

Le cartoline sono un modo piccolo per dire "Ti ho pensato", per portare le persone con te, con leggerezza.

Io, dalla mia tomba fatta di treni e di orari, di lenzuola di ostelli e di poesia nelle valigie, ti mando una cartolina per dirti che sono partita, che sono un po’ morta e un po’ allegra, e che da questa mia lapide canto parole scritte accanto al tuo indirizzo.

Forse, però, aveva ragione la mia professoressa di chimica del liceo, quando diceva che chi non parte non prova l’emozione del ritorno.

E infatti tornerò. E tornando piangerò.