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Un giorno Kafka scrisse un raccontino intitolato “Io ho undici figli”, in cui un padre elenca nomi e virtù dei suoi molti figli, trovando però sempre, a ciascuno di loro, una pecca, un difetto, un qualcosa che a lui padre non va proprio giù.
Molti anni dopo una ragazzina di quarta ginnasio s’innamorò di Kafka, del suo Gregor Samsa, di mille piccoli racconti, e di uno in particolare: quello lì.
Negli anni la ragazzetta pensò spesso che quel raccontino sarebbe stato perfetto per una trasposizione teatrale, e che anzi, il teatro gli calzasse a pennello.
Nei suoi sogni in fondo al cassetto rimane da allora un piccolo sogno su quel piccolo racconto, su quel padre noioso, su quei figli pieni di difetti.
C’è però qualcosa che la ragazzina in questione non riesce proprio a ricordare, ed è il titolo esatto del raccontino. Non ci sarà mai modo di farle entrare in testa che i figli sono undici, e non sette. Lei ne parlerà, e ci penserà su, sempre dicendo “Io ho sette figli”. Sette. Non undici. Chissà perché.
Ci sarebbe un racconto di Kafka che vorrei portare in teatro. S’intitola IO HO SETTE FIGLI.
Oddio, no, sono undici, undici figli, maledizione.

E poiché sono io quella ragazzetta smemorata, dopo essermi incisa in fronte un post-it per ricordare sempre che i figli sono undici e non sette, sono giunta a una conclusione.
Con buona pace di Kafka, a cui non sarei degna di allacciare né scarpe né sandali, ho capito che c’è un motivo, in tutto questo mio non riuscire a ricordare: “Io ho sette figli” devo scriverlo io.
Oggi, mentre Kafka qui accanto a me si rivolta nella tomba, ho pensato ai miei sette figli, e a quello che sarà il mio personalissimo raccontino.
A parlare non sarà un padre, ma una madre, e quella madre (per ora molto immaginaria) sarò io.
Non racconterò dei miei figli trovando un difetto ad ognuno di loro, ma ne racconterò cose belle.
Il mio racconto sarà diverso, molto più piccolo, forse banale.
Ho deciso di prendere i sette nomi che amo di più, che considero belli, e di battezzare con quei nomi i miei sette figli, provando ad immaginare quale potrebbe essere la loro personalità, il loro carattere, il loro aspetto.

Non credo che avrò mai sette figli, altrimenti a cinquant’anni mi toccherebbe raccogliere la pelle delle braccia con reti per la pesca da squali.
Non vorrei sette figli. Forse ne vorrei tre, ma non è questo il punto.
Il punto sei tu, Franz Kafka, mio malinconico bene letterario.
I miei sette figli sono un omaggio alla tua arte, a quello che mi hai regalato leggendoti.
Il mio raccontino è uno sciocco modo per dirti grazie di tutti i pensieri che mi hai fatto pensare.

Sette figli, vi dedico a Kafka. E poi vi dedico a me stessa, anche se forse tutti in blocco non vi conoscerò mai. E poi vi dedico a voi, perché sono certa che sareste una meraviglia, anche se rimarrete solo un esercizio (sto per dire una parola grossa) letterario.

IO HO SETTE FIGLI

CARLO
Il mio primogenito si chiama Carlo, perché Carlo è il nome che amo di più.
Carlo in onore di nessuno, anche se, a ben guardare -ma solo per caso- poiché son studentessa di Storia Medievale, comunista, e appassionata di cinema, si chiama come i tre Carlo della mia vita: Carlo Magno, Karl Marx, Carlo Verdone.
Carlo è nato in un giorno di pioggia, in una stagione chiara, e subito si è affacciato al tutto della sua vita con occhi lunghi e scuri. Carlo è forte. In fondo è timido, ma non lo dà a vedere. Carlo cresce solido e scruta ogni cosa, se ne sta seduto a riflettere, legge, invita a casa i suoi amici e dibatte con loro, per lunghe ore, chiuso in camera. A diciotto anni si è messo a fumare. A diciannove si è innamorato per la prima volta. A venti ha girato l’Europa con amici, libri e sacco a pelo. Carlo studia giurisprudenza, ama la sua vita e ama la sua casa, che è la nostra. Carlo sarebbe stato perfetto per gli anni settanta. E’ un fratello rassicurante, ed è bello in modo discreto. Carlo, pur essendo di natura sfuggente, mi capisce in maniera profonda, e sa che anche a me basta uno sguardo veloce per capire lui e quel che ha in testa. Carlo ama un suo maglione verde, in cui si stringe d’inverno per fumare sul balcone, o che si butta sulle spalle quando studia diritto privato, per avere un po’ di conforto dalla sua coperta di Linus. Un giorno vedrò quel maglione addosso ad una ragazza portata in casa per un tè con i biscotti, in un gennaio molto freddo. E in effetti la sposerà.

CLELIA
Clelia è la mia secondogenita, nata nel mese in cui fioriscono i mandorli, dotata di cuore grande e occhi chiari. Clelia ha capelli lucenti, e un’eleganza sommessa che farà di lei una creatura soave. Clelia è buona, ma di una bontà intelligente. Clelia sorride spesso, ma ride poco perché non le piacciono i rumori molesti. Clelia non si confida molto, con nessuno, e, quando accade che abbia pensieri, una nuvola passa veloce sul suo sguardo chiaro, piccola e impercettibile, ma lei non dice niente, e tiene i suoi pensieri per sé. Poi, se i pensieri rimangono, aspetta quei momenti tra il pomeriggio e la sera in cui io leggo seduta sul divano. Allora viene a sedersi accanto a me, alla mia sinistra, scivola un po’ più in basso e poggia la testa sulla mia spalla. Mi chiede “Che leggi?”, e poi rimane zitta, legge qualche pagina con me, e mi dice “Aspetta, non girare, non ho ancora finito”, e i pensieri le vanno via. Clelia studierà Lettere, e amerà Pavese e l’Antologia di Spoon River, e s’innamorerà di un ragazzo che una sera, ad una festa, suonerà la trasposizione in canzone fatta da De Andrè di Dippold, the optician. Sento che Clelia avrà una figlia femmina, e molta dolcezza nella sua vita.

PABLO
Pablo è il mio terzogenito, il secondo figlio maschio. E’ nato già simpatico, nel mese di febbraio. Si chiama Pablo come la canzone di De Gregori, ma anche perché penso che Pablo sia un nome bellissimo. Pablo ha i ricci, e suona la chitarra, i bonghi, le maracas, e qualunque cosa rumorosa gli capiti sottomano. Pablo è intelligente ma non si applica, ha buoni voti anche se potrebbe fare di più. E’ che per lui conta solo leggere, e suonare, e andare al parco con qualche amico a dar da mangiare a certi cagnetti abbandonati. Pablo suona in un gruppo reggae, e veste con jeans sdruciti, Birkenstock e maglie colorate. Dice “Mamma, io esco”, “Mamma, sono tornato”, e di pomeriggio guardi in giro per casa e non lo trovi quasi mai, e pensi Dove diavolo sarà andato. Pablo è il figlio che ti sorprende con un bacio sulla guancia quando non te l’aspetti. Pablo ha amici rumorosissimi, che vanno e vengono, e si fermano a cena, e fumano in cucina. Pablo non è quasi mai a casa, ma quando c’è capita di passare dal salotto e trovarlo lì, quasi al buio, a mangiare una gran fetta di pane in silenzio, con il naso in un libro di Natalia Ginzburg lasciato sul tavolino da me, commosso. Pablo ama la fisica, l’astronomia, i numeri in generale, e all’università studierà matematica. Pablo s’innamorerà di una stronza che lo farà soffrire, ma poi arriverà Alice, e il mondo riprenderà a girare senza fretta, e lui sarà felice. Pablo sarà sempre l’inaspettata tenerezza di vederlo grande e pensare che in fondo ha la stessa faccia di quel febbraio di molti anni fa.

MASSIMO E REBECCA
Dato che mio padre è la metà di una coppia di gemelli omozigoti, tutto il mondo, fin dalla culla, mi ha sempre ripetuto che ho alte probabilità di avere dei gemelli. E infatti il mondo avrà ragione, perché, in un giorno di luglio scoppiato di sole, nasceranno Massimo e Rebecca, gemelli. Ma avrà ragione solo per metà, perché non saranno omozigoti. Saranno Massimo e Rebecca, eterozigoti, gemello maschio e gemella femmina. Diversi eppure molto uniti, anche se in un modo impercettibile e quasi mai palesato. Entrambi sportivissimi, Massimo e Rebecca si buttano giù da impervie piste da sci, e trottano su per le montagne, e se ne vanno in barca a vela imparando i nodi e l’alfabeto delle bandierine.

Massimo, con mio malcelato disappunto, ha una venerazione per il padre; è tutto un “Papà qui” e “Papà là”. Da piccolo accompagnava all’edicola il suo adorato padre, scansando i fratelli e sperando sempre in qualche soldatino o figurina. Invece scoprì La Stampa, e un signore con il suo stesso nome che, ogni mattina, scriveva ventidue righe per dargli il Buongiorno. Massimo, però, dopo aver amato Gramellini come sua madre, scoprirà che il suo nome lo deve a Massimo Carlotto. Lo leggerà voracemente, e se ne andrà a Parigi e poi in Messico, viaggiando da solo, tornando cresciuto. Da grande si trasferirà al mare, aprirà una scuola di vela, avrà una compagna riccia che saprà amare l’orso che c’è in lui, e ci saranno due bambini, con i suoi stessi capelli fitti.

Rebecca ama, come il suo gemello, il mare, la montagna, l’aria aperta e le cose concrete. Rebecca ha un bel caratterino, dice quel che le passa per la testa senza riflettere e in casa si azzuffa con tutti. Rebecca prende di soppiatto i vestiti della sua sorella grande, per poi fare finta di niente e negare l’evidenza quando l’altra se ne accorge. Rebecca però sa farsi perdonare, e dopo un po’ sgattaiola da Clelia e l’abbraccia forte e poi fortissimo, e fa il solletico, e dà i pizzicotti. Rebecca abbraccia, e stritola, e poi canta e salta, e tenerla ferma è un’impresa. Rebecca è la persona meno docile che io abbia mai conosciuto. Se fossimo in “Piccole donne”, sarebbe Amy, la sorella stronzetta, che però ha slanci di bene e d’affetto inaspettati, grandi, scintillanti. Rebecca ha i capelli scuri, tagliati a caschetto, con la frangetta. Rebecca è indipendente e vuole conoscere il mondo, essere liberissima, vedere posti e persone e studiare una lingua strana. Rebecca diventerà interprete, studierà il cinese. E poi un giorno, da liberissima quale diceva che sarebbe stata, conoscerà per lavoro un ragazzo paffuto, dalla barba incolta, per nulla elegante. Dovrà tradurre in inglese il libro di quel tizio dalla barba un po’ così, dalle polo con i colletti non stirati, che ama alla follia una vecchia macchina da scrivere, e non usa il pc. Scoprirà di poter ridere, e di saper essere persino dolce. Lo porterà al mare per presentargli Massimo, prima di tutti noi. E Massimo, per il momento non ancora padre, scambierà uno sguardo d’intesa con la sua riccia metà, e, approfittando del fatto che Barba Incolta si è allontanato per pochi attimi, dirà a sua sorella “Barba Incolta è l’uomo della tua vita”, mentre al suo fianco la testa riccia annuirà con un sorriso silenzioso.

LINDA
Linda, la mia sesta figlia, è nata all’inizio di marzo, quando la primavera la senti nell’aria anche se non c’è ancora effettivamente. Linda è allegra come il suo nome, che sa di bimba felice, di campanellini che tintinnano, di cose piccole e preziose. Linda è bionda, ha un viso da carezze. Linda è una persona serena, ama disegnare, e chiacchierare sommessamente in cucina. Quando Linda rientra a casa succede quel che canta Guccini in Farewell, perché senti i suoi passi che arrivano, il ticchettare del suo buonumore. Linda è una cocca di papà, anche se il papà cerca di non darlo a vedere. Linda è serenità e risate, e un mondo pacifico che si srotola risolto davanti ai suoi occhi. Linda diventerà illustratrice di favole. Avrà un marito e con questo marito si lascerà dopo qualche anno, ma non si perderà d’animo, perché terrà sempre a mente quella frase di De Gregori che dice “Sarà sereno e se non sarà sereno si rasserenerà”. E dopo qualche tempo arriverà davvero il suo cielo sereno, un filosofo occhialuto che si presenterà dicendo “Quel che conta di più, per me, è Giordano Bruno”. Dopo averla conosciuta, e osservata, e dopo aver assaporato in silenzio il ticchettare del suo buonumore, la porterà in Campo De’ Fiori, sotto la statua di quel filosofo morto sul rogo il 17 febbraio del 1600, e, scostandole una ciocca di capelli dalla fronte, le dirà “Quel che conta di più, per me, da oggi si chiama Linda”.

GIANMARIA
Gianmaria è il mio figlio più piccolo, nato a dicembre come un Gesù bambino, chiamato così in onore di Gianmaria Testa, ferroviere e cantautore della mia città. Anche se una madre non ha un figlio preferito, lui sarà sempre il mio tallone d’Achille, il figlio che più mi farà tenerezza. Riconosco in lui una certa mia timidezza, e un vago sentirsi fuori posto. Gianmaria è silenzioso, studioso, di poche parole. E’ bello e non se ne rende conto. Gianmaria suona la chitarra, compone canzoni, in quarta ginnasio entrerà al conservatorio. Gianmaria ama sentirci parlare, tutti quanti. Ama ascoltare, farsi quasi invisibile, mangiare un biscotto al tavolo di cucina come se niente fosse, mentre le sue sorelle fanno gran chiacchiere. Di Gianmaria s’innamorerà una lei bellissima e aggraziata, che saprà entrare nel suo mondo in punta di piedi, senza ferirlo, amandolo da sempre, e molto riamata, appena lui se ne accorgerà. Gianmaria diventerà musicista.

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Sette figli. I miei sette figli, eccoli qui.
Ho plasmato sette persone, fatte di materia, di galoppamenti di fantasia, di qualche grammo di poesia. Ho giocato d’immaginazione, pensando ai nomi, ai volti, ai caratteri, e a quel che potrebbero diventare.
Non so se conoscerò qualcuno di loro.

Sento però, in un angolo nascosto di me, che il mio primo figlio sarà maschio, anche se non so dire perché; lo avverto e non so darmi una spiegazione.

So per certo, quindi, che conoscerò Carlo.
Quel Carlo dagli occhi lunghi e scuri, che ho immaginato in un modo preciso, col suo maglione, e le sue sigarette, e i suoi libri di diritto privato.

Ma non è mio diritto immaginare tanto.
Quel che lui sarà, non avrà a che fare con i voli pindarici della qui scrivente, fatti su un blog fuxia, molti anni prima della sua nascita.
Quel che Carlo sarà, avrà a che fare con lui e basta.
Anche perché la qui scrivente si è documentata, e sa bene che Carlo, nome di origine germanica, significa “uomo libero”.
E così, infatti, sarà. Libero.