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Da una settimana sento che un sorriso vecchio di cinque anni mi si allarga dentro, come una pozzanghera in festa che non so fermare.
Da una settimana ho chiesto perdono.
Da una settimana ho parlato con G.

G è stata per molto tempo la fidanzata del mio amico D.
Un amico tanto importante da farmi spendere una notte in bianco in un corridoio d’albergo ad Atene, a parlare fino all’alba.
Talmente importante da farmi cambiare prospettiva e un certo modo di ragionare.
Talmente importante da farmi bere tè tutti i pomeriggi di primavera, e farmi cucinare (io, cucinare?), e farmi assistere a strimpellamenti di chitarra.
Talmente importante da farmi costruire braccialetti di carta, e piangere molto.

Io e D passavamo insieme tutto il nostro tempo.
D era nella classe accanto alla mia, e per mesi non facemmo altro che scriverci lunghe lettere su fogli di quaderno strappati. Lettere scritte durante le lezioni e consegnate al cambio d’ora con mosse furtive. Lettere scritte a casa, la sera, e scambiate il mattino successivo.

Con D ricordo il primo concerto in una città lontana, e l’unica marinatura di scuola che io abbia mai fatto.
Io e D avevamo le nostre frasi, con cui riempivamo pagine e pagine.
Io e D si rideva per niente, e si andava in bici, e si stava fino a notte fonda a parlare.
D conosceva i miei amori e tormenti, e io conoscevo i suoi.
Quando pioveva, se era solo in casa, D apriva le finestre e suonava il clarinetto, perché “Jazz significa far ballare le proprie emozioni a tempo con la pioggia”.
D mi regalò una latta nera di tè Twinings avvolta in una cartina geografica, e tre cassette di De Gregori registrate in una notte e in un pomeriggio. Mi fece scoprire Kundera e Queneau.
Io gli regalai una gomma a forma di scimmia, e l’unico libro di Roald Dahl che non aveva letto da bambino.
Un giorno scrisse un pezzo alla chitarra, ispirato da un discorso fatto al parco, prima che io partissi per il mare. Una sera poi me lo fece sentire, anche se non mi disse mai che cosa significava, e io ero spacciata, perché non mi ricordavo più di che cosa avessimo parlato.

Poi D si fidanzò con G, che era bella e delicata, e più piccola di noi di due anni.
G amava l’arte, l’India e la filosofia.
Io pensavo che G me l’avrebbe portato via per sempre. Pensavo che avrebbe fatto sparire la chitarra e i fogli di quaderno e i nostri braccialetti e il tè del pomeriggio.
Pensavo a De Gregori, e a quello ch’era stato.
D, l’amico che viveva accanto alla Sinagoga.
D, con cui si bighellonava per vecchie contrade, prima di sistemarsi poi sempre sulla stessa panchina.
Il D della spremuta d’arancia, seduti al primo tavolino a destra della saletta piccola del Bar Bruno, davanti al municipio.

G l’ho detestata per sbaglio, senza capire che non mi avrebbe portato via niente, e che avrei dovuto permetterle di entrare nella nostra vita, e lasciare che si prendesse D, stando certa che quel neo sulla sua guancia destra, ch’era mio e che avevo battezzato Pier, ecco, quello me l’avrebbe lasciato.
Dovevo credere in lei, e credere in D, e credere in me e nella nostra amicizia.

Sono stata io a portare D via da me stessa e da tutto quello che si poteva definire con la parola noi.

G e D si sono lasciati qualche mese fa, dopo non so quanti secoli (comunque molti).

Mercoledì scorso, nel turbinare di una cena fatta in una cascina sperduta e fascinosa, dove da anni si ritrova il gruppo di teatro del nostro liceo, io e G ci siamo parlate come non era mai successo.
Io e G, che in questi anni avevamo fatto finta di niente e parlato del più e del meno, io e G che non avevamo rancore, ma solo sguardi di sottecchi, abbiamo iniziato a parlare davvero.
Mi ha detto che le avevo fatto mangiare molta merda.
Proprio così, molta merda. Ed è la verità.
Se fai quinta ginnasio e la migliore amica del tuo grande amore ti detesta, e tu lo capisci, e lui te lo conferma, che cos’è la vita, se non una gran merda?
Io, davanti alla parola merda, così chiara e così allarmante, non ce l’ho fatta, e ho vuotato il sacco.

G devi sapere che D mi manca ogni giorno della mia vita. Certi giorni di meno, certi altri di più, ma comunque sempre un po’.
Se non ci fosse stato D io sarei diversa, non so se peggiore o migliore, ma diversa.
So che non cambierei con nient’altro i nostri momenti sottobraccio in certi pomeriggi di fine primavera, mentre mi accompagnava all’autobus e ci voltavamo per vedere il suo scorcio preferito, tra una casa rosa e la biblioteca.
G devi sapere che quando ho capito di averti fatto mangiare molta merda -e l’ho capito anni fa, ben prima di stasera, credimi- mi si è spalancata dentro una voragine che non mi ha lasciata più.
Avrei voluto tornare indietro, ma come potevo?
Non potevo.

E così che ho fatto?
Ho coltivato la storia per la sceneggiatura di un film che vorrei scrivere, perché, come forse hai capito, sono una sciocca e coltivo molti sogni.
Quella storia io l’ho immaginata tutta ascoltando i Cure mentre sfrecciavo in bicicletta per certe strade di campagna, in molti giorni di qualche estate fa. E quella storia l’ho modellata pensando a due sorelle.
Per la prima attrice non ho ancora idee. La seconda è Gabriela Belisario, vista in un film di Carlo Virzì, e scelta perché secondo me somiglia a te.

Dall’estate del 2006 ha vissuto dentro la mia testa una sceneggiatura inventata per un film che probabilmente non si farà mai, e cucita addosso a un’attrice che ha i tuoi occhi e la tua faccia.
Ci ho messo dentro lei per chiederti perdono.

Non te l’avrei mai detto, e mai avrei pensato di averne l’occasione. La settimana scorsa, invece, l’ho fatto.
Ti ho chiesto scusa, perché da cinque anni sentivo profondamente di doverlo fare.
E poi -davvero non so come mi sia saltato fuori- ti ho detto del film.

“Io sogno di scrivere un film. E nella testa quel film mi vive già dipanato e finito, sai? Ho pensato a tutto, e ho pensato anche all’attrice: l’ho vista in un film di Carlo Virzì con Laura Morante, e per me è stata la chiave di volta. Sei tu. Sei tu nel mio film, ed era il mio sciocco modo per chiederti scusa. In una sceneggiatura, in un sogno che forse avrà tutte le porte sbattute in faccia, ma è pur sempre uno dei sogni della mia vita, io ci ho infilato te, per dirti, da lontano e senza che tu lo sapessi, che volevo il tuo perdono”.

Quando si è alzata mi è parso, per un brevissimo istante, che fosse scossa, quasi commossa.
Ha preso un golfino, se l’è messo sulle spalle e poi si è voltata, mi ha sorriso.
Ne sono stata felice, in maniera profonda.

Dopo cinque anni una cretina (io), che tanto tempo fa di anni ne aveva diciassette, si è scrollata di dosso la polvere delle antiche contrade.
Non sa se ha smesso di sentire la mancanza dell’amico D, che ogni tanto le scrive mentre ascolta De Gregori e le dice “Mi sei balzata in mente Alice, come stai? Il mio neo che è tuo ti saluta”.
Non sa se le fa ancora male il fatto che quando lo incrocia per caso si ritrova a pensare sgomenta che non hanno più nulla da dirsi.

Forse è giusto così.

Quel che è successo con G mi ha regalato, dopo molti anni, un sollievo insperato, una felicità cristallina.

Mi piacerebbe però credere che a lui manchi un piccolo pezzo di sé, e che quel pezzo sia rimasto con me. Sarebbe bello pensare che, in qualche angolo nascosto della sua persona, ci sia ancora posto per quella gomma a forma di scimmia, e per tutte le lettere, e per l’ora del tramonto passata a guardare la biblioteca.

Pensare che lui mi pensi, questo mi farebbe contenta. Certo non spesso, ma una volta ogni tanto, così, magari quando De Gregori in Quattro cani per strada dice “Se ci fosse la luna si potrebbe cantare”, che era una delle nostre frasi, ed è quel pezzo che si è voltato a cantarmi un giorno, quando già non ci parlavamo più.

E’ stato un attimo, c’era molta gente intorno, la canzone ha curvato su quella frase, tu ti sei voltato, mi hai guardato e hai detto in silenzio, solo in labiale:
Se ci fosse la luna si potrebbe cantare.