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Nell’antica Capitale dell’antico Marchesato, percorrendo la strada che costeggia le antiche mura della città, si arriva ad un’antica chiesetta, ormai sconsacrata.

Lo scorso sabato me ne stavo seduta ad un banco della suddetta, presa ad assistere ad uno spettacolo ch’era musica e teatro insieme, di quelli che anch’io facevo tempo fa.
Ascoltavo dunque attenta, quando, senza preavviso, una folgorazione mi ha colpita in piena fronte.
Senza che avessi avuto modo di prepararmi spiritualmente, sono stata chiamata, fulminata, nominata.
Non da Gesù, poiché come ho detto la chiesa era sconsacrata, e anche perché in me non troverebbe discepola attenta.

E’ successo ben altro: sabato scorso, seduta al banco dell’antica chiesa presso le antiche mura di quell’antica città, il mio libro è venuto da me.

Io, che andavo blaterando di voler fare la scrittrice fin dalla scuola media; io che, il primo giorno di quarta ginnasio, mi ero presentata dicendo così: "Mi chiamo Francesca e da grande farò la scrittrice".
Io, che non ero mai stata colta da un’idea già formata e tanto bella e tanto mia da volerne scrivere fiumi fino a farla diventare romanzo, sabato sono stata chiamata.

E’ stato strano, ma fenomenale.
O, per usare parole di Hugh Grant, surreale, ma bello.
Non so spiegare che cosa sia capitato, se non dicendo che un attimo prima stavo guardando lo spettacolo, e un attimo dopo avevo lo sguardo perso nel vuoto, intento a fissare un punto lontano senza vederlo: il mio libro era arrivato.

Sapevo che prima o poi sarebbe successo, anche se non sapevo quando e non sapevo come.
Non credevo che mi sarebbe parso tutto così chiaro.
La storia, il posto, i personaggi, la fine, l’ultima frase. C’è tutto.
Era tutto dentro di me, e vagava in quel luogo nascosto che chiamo Cittadella ed è l’intrico di strade in cui custodisco pensieri, aliti di vento, storie e persone bizzarre.
L’avevo letto da qualche parte, ne sono sicura: chi scrive ha un mondo dentro di sè, e prima o poi salta fuori. Io però mi dicevo "Pensa!", e non saltava fuori niente.
Ho aspettato. Ad un certo punto ho anche dimenticato. Poi, a cicli continui, mi tornava in testa l’idea che quella me di tredici anni e mezzo non si fosse sbagliata del tutto, che forse un po’ ci avesse visto giusto, e sognasse sogni che le appartenevano davvero.

Chi l’avrebbe detto, che tutto sarebbe saltato fuori come un blob, così, inaspettatamente.
Non è stato pazzesco, non è stato incredibile.
Quando il libro è arrivato da me e ha detto son qui, prendimi, scrivimi, ho fissato il vuoto a occhi sgranati per qualche secondo, e poi basta.
E’ successo quello che forse aspettavo da tutta la vita, e non mi ha colta di sorpresa.
Poteva non succedere mai. Anche se, nel mio più profondo sentire, non c’era traccia di preoccupazione. Aspettavo senza aspettare.
Appena è capitato, mi è sembrato del tutto naturale.
– Son qui, prendimi, scrivimi.
– Eccoti, ciao.

La cosa stupefacente è capitata dopo.

Zitta e muta sull’argomento, mi sono avviata insieme ai recitanti, ai musici, al Maestro, e a chi quella sera non era stato raggiunto e colpito in fronte da romanzi  volanti ancora da scrivere, in un locale poco distante.

Nel locale poco distante sono andata alla toilette con l’amica Ciaki intanto sopraggiunta, e lì ho incontrato un ragazzo.
Questo ragazzo, che come me non viene dalla Capitale del Marchesato, ma dalla vicina Città dei Sette Assedi, si chiama M, e io lo conoscevo un po’ meno che di vista.
M studia disegno e ha grande talento.
M ha una pagina su My Space, un sito con tutti i suoi disegni.
Tanto tempo fa mi ero persa su quella pagina, con il mouse in mano e un sorriso stampato in faccia.
Tempo dopo ho visto appeso un manifesto che pubblicizzava la sua prima mostra.

Era lì, davanti a me, e non ho resistito:
"Ma tu sei M. C. ?"
E lui: "Sì…" a occhi sgranati.
Gli ho spiegato che conoscevo i suoi disegni, e che era bravissimo, e che davvero gli facevo tutti i miei complimenti.
Lui, stupito e poi contento, mi ha detto "Non pensavo di essere famoso!", ha riso e mi ha lasciato il suo biglietto, con il sito che già conosco, un altro in preparazione, e un piccolo disegno sul davanti.

In chiesa è arrivato un fulmine, e alla toilette un segno del destino.
Torno indietro e dico: tempo fa mi ero persa su quella pagina, con il mouse in mano e un sorriso stampato in faccia.
Tempo dopo ho visto appeso un manifesto  che pubblicizzava la sua prima mostra.
Tutto questo è successo parecchio tempo fa.
In entrambi i casi, ho pensato solo una cosa:
Se scrivo un libro, voglio che la copertina la disegni lui.

Molto prima che il libro mi cadesse in fronte, molto prima che si presentasse a me chiedendo solo di esser scritto, io avevo trovato l’illustratore perfetto.

E’ proprio vero quel che dice la mamma della mia amica Ciaia: "Il destino ha più fantasia di noi".
E in effetti chi l’avrebbe mai detto, che nella stessa sera avrei avuto una folgorazione e sarei stata raggiunta dal mio libro, per poi conoscere, un’ora dopo, l’illustratore che avevo sognato per quello stesso libro prima di sapere che l’avrei scritto.

(E, soprattutto, chi pensava di conoscerlo alla toilette).