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Alessandro era il mio compagno di banco al liceo.
Lentamente abbiamo costruito un'amicizia solida, un bene profondo.

Con la fine del liceo e l'inizio dell'università non è stato semplice vedersi, ritagliarsi degli spazi, ma ogni volta che ci si riusciva era una cosa bella, preziosa.
Ora è più di un anno che non vedo e non sento Alessandro.
Tutto questo non ha a che fare con noi, ma semplicemente non è capitato, per colpa di alcune mie sciocche paure.
La paura è quella di dover raccontare ad una persona per me così importante alcuni accadimenti poco piacevoli. I ponti che ho tagliato con una mia vecchissima e carissima amica, nostra compagna di classe, non sono cosa di cui vado fiera. Me ne vergogno, sento di aver fallito, sento che non è normale che un'amicizia possa finire: eppure è successo. Proprio per il valore che attribuisco all'amicizia, questa fine per me è stato un lutto.
Anche se non tornerei mai indietro, anche se vivo meglio adesso, per molto tempo questa scelta mi ha fatto sentire una persona completamente sbagliata.
Questo non è un diario o una propaggine di me, e ci sono cose che non è facile raccontare, ma sono la necessaria premessa a quel che ho da dire.
Quando io e Amiciziafinita abbiamo deciso, non senza dolore, di tagliare i fili che ci univano fin dalla quarta ginnasio, non ne ho parlato quasi con nessuno, finché qualcuno non l'ha capito, o scoperto, e allora sono dovuta uscire dal mio guscio, dalla bolla di sapone. Sentendomi sbagliatissima ho spiegato le motivazioni. Sentendo di aver fallito, ho spiegato questo fallimento.
C'è stato un periodo in cui temevo di incontrare una qualunque persona e di sentirmi domandare: "Allora, come sta Amicizia?" e di dover rispondere "Non è più Amicizia, da un po' è Amiciziafinita".
Con chi mi era accanto è stato più facile, perché mi era, appunto, accanto. Le spiegazioni sono state brevi, l'abituarsi una veloce evoluzione. Con altre persone, invece, non c'è stato modo di parlarne.
Io penso che sia normale che un amore finisca, ma che non sia normale che finisca un'amicizia. Non so che cosa succeda al mondo, ma so quel che è successo nella mia bolla di sapone, e so come mi sono sentita. Per questo avevo il terrore di dare spiegazioni: perché non mi pareva una cosa logica, mi sembrava una cosa aberrante.

Poi, un giorno, per caso, mi è piovuta addosso una frase, tratta da un libro che non ho nemmeno letto. Viene da Caos Calmo, di Sandro Veronesi, e dice più o meno che il mondo pensa a noi molto meno di quanto crediamo. E' la verità, e mi ha sollevata.
Forse una scelta che nella bolla di sapone sembra scioccante, per il mondo non è poi così terribile.
O forse il mondo se ne frega, e questa è una cosa confortante.
Io non temo il giudizio degli altri tanto quanto temo il mio. Mi giudico molto, forse anche per i motivi sbagliati.

E così Alessandro, il mio compagno di banco, non l'ho più cercato. Ho svicolato con qualche scusa alle sue richieste di vederci, anche se volevo vederlo. Pensare di dover raccontare tutto, dal principio, ad una persona che non vedevo da un po', ma a cui tengo molto, mi terrorizzava, chissà poi perché.

Capita però che una ragazza, che abita vicino a me a Torino, sia la fidanzata del coinquilino di Alessandro.
Per un anno è stata il tramite dei nostri saluti, io presa a svicolare, lui forse a chiedersi perché, o forse a non farci più caso.
Finché, l'altra sera, ferme sul pianerottolo per un saluto veloce, mi ha detto: "Stasera vado da Paolo, ti saluto Sandro?". Ho risposto con il solito "Sì, grazie mille", sentendo un vuoto che non saprei spiegare. Poco prima che uscisse ho bussato alla sua porta e le ho chiesto se potesse farmi da postino. Al suo "Sì, certo", le ho dato un bigliettino che diceva così:
"Ciao Sandro, mi manchi tanterrimo. Appena avrò sistemato un paio di cose, vorrei tanto vederti".
Quella sera aspettavo un sms, una cosa qualunque, ma non è arrivato niente.

Il giorno dopo, qualcuno ha bussato alla mia porta. Era lei, e mi ha detto così: "Gli ho dato il tuo biglietto. L'ha messo di ottimo umore, è stato contento per tutta la sera".
Prima di andarsene, mi ha porto un piccolo foglio ripiegato in quattro parti.
"Cara Franci, manchi troppo anche a me. Sperando di rivederti presto, fatti sentire appena puoi. Sandro".

Di ottimo umore anch'io, e senza smettere di sorridere per una buona mezz'ora, ho capito che un compagno di banco continua a stare dalla tua parte anche  quando un banco non lo si divide più.
E ho capito anche che le bolle di sapone possono proteggerti per un po', ma poi vanno fatte scoppiare, e in qualche modo bisogna riprendersi il proprio coraggio.
Tanto il mondo, di noi, se ne fa un baffo. E questo è davvero un bene.