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Torino tu oggi piovi, di nuovo.

Studio e sento un tonfo provenire dal cielo e secchi e secchi d’acqua scrosciare improvvisamente.

Ne ho piene le tasche di questa pioggia sul finire di maggio, Torino cara.

Al liceo pensavo che il tempo si basasse sul mio umore altalenante. Se io ero triste, inevitabilmente diluviava. Il che, effettivamente, è tutto il contrario della meteoropatia: casomai denota una buona dose di egocentrismo.

Oggi sono uggiosa come questo temporale.

Come direbbe il primogenito di Elasti, sono una sciura frignetti.

Come direbbe Lara, fidanzata del mio amico Sergio, ho pigrottato con lo studio.

Ma non ci posso fare niente: leggo e sottolineo che “Il processo di affermazione del vescovo di Roma quale vertice dell’intera Chiesa cristiana si sarebbe completato solo nell’undicesimo secolo” e mi viene proprio da piangere. Il cielo si squarcia. Nel cortile del mio palazzo la bambina quattrenne di proprietà del ristorante brasiliano sotto casa urla come una piccola scimmia pazza.

Mi chiama Federica, la vicina, e mi chiede se i panni stesi son miei, perché diluvia e si stanno inzuppando.

“Oh, non sono miei, lasciamoli lì. Che se li vengano a prendere”.

Tristezza, fa’ di me polpette, o trasformami in una stronzetta corrucciata.

Piove e io piovo. Piagnucolo per mezz’ora come un’attricetta da soap. Piango davanti alle righe che parlano dell’editto di Tessalonica. Piango davanti alla cartolina del Pantheon -che mi fa da segnalibro- per quella scritta magica che evoca in me La Storia, e che dice così: “M AGRIPPA L F COS TERTIUM FECIT”, e che significa semplicemente questo: Marco Vipsanio Agrippa (M AGRIPPA), grande amico di Augusto (ne sposò poi la figlia Giulia), figlio di Lucio (L F), nell’anno del suo terzo consolato (COS -abbreviazione di consul– TERTIUM), lo eresse (FECIT). A me viene da piangere, non c’è niente da fare. Penso agli anni in cui la datazione non aveva nulla a che fare con la nascita del piccolo di Betlemme, ma si contava semplicemente dicendo “nell’anno del primo consolato di Caio e Tizio”, ché tra parentesi i consoli stavano in carica per un solo anno e poi arrivederci e grazie, ed erano sempre due, un po’ come se noi avessimo due presidenti del consiglio.

Dicevo: piagnucolo come un’attricetta davanti a libro e cartolina. Vado a piagnucolare seduta sul bordo della vasca da bagno. Errabonda -per quanto si possa errabondare in una stanza chiusa-, piango tutte le mie lacrime e anche quelle dei vicini di casa.

Motivo? Non saprei.

Motivo?

Sarebbe un discorso troppo lungo, e bisognerebbe parlare dei miei improvvisi avvilimenti e delle mie april sweet showers che arrivano sempre a rallegrarmi. Perché io, più che piangere, rido, quasi sempre.

Bisognerebbe dire di Darcy, e di quella panchina nella città del sogno e della luna aranciata d’agosto. Bisognerebbe spiegare che ci sono giorni in cui non bastano le orecchie per fermare il sorriso, e giorni in cui è necessario mettere le mani in tasca mentre si cammina, per avere un appoggio qualunque e non rischiare di cadere. Bisognerebbe accennare anche al fatto che, malgrado De Gregori canti “tu che non credi ai miracoli, ma li sai fare”, io, i miracoli, non penso di saperli fare, anche se penso che i miracoli non vedano l’ora di poter succedere.