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Io sono musicalmente ignorante e su questo c’è poco da fare.
Non ho mai suonato nulla, se non il flauto giallognolo della scuola media.
Questa mia lacuna mi fa molto soffrire, anche perché penso che un’istruzione musicale sia fondamentale. Il problema è che, nell’età in cui sarebbe stato giusto avviare la mia formazione musicale, io me ne sono ampiamente fregata. Ho tentato di indagare con i miei genitori, chiedendo se, almeno, non avessero provato a spingermi verso la musica.
“Veramente ti abbiamo regalato la classica tastierina Bontempi quando facevi terza elementare, ma l’hai considerata un giorno e poi te ne sei subito dimenticata”.
Avreste potuto costringermi, penso io.

Forse mia madre non mi ha costretta a fare nulla perché lei stessa ha ricordi musicali un po’ traumatici: da piccola andava a lezione di piano da una signora cieca, che aveva un orologio senza vetrino e, per capire quando fosse finita la lezione, toccava il quadrante con le dita. Lei, scioccata, volle presto smettere.
Ma perché, se adesso rimpiango disperatamente una formazione musicale classica, negli anni utili me ne sono sempre lavata le mani?

Credo che il problema principale sia costituito dalle mie manie di grandezza, dai voli pindarici che facevo già a dodici anni: quando alle medie, nelle ore di musica, suonavamo i nostri flautini di plastica, se chiudevo gli occhi spariva l’aula, spariva il professore, e io e i miei compagni, agghindati di tutto punto, e accolti in pompa magna, venivamo catapultati sul palco dell’arena di Verona. Eravamo la grande orchestra, e non più scimmie buone solo a suonar plastica.
La mia immaginazione non è mai stata molto ancorata alla realtà.

Forse c’entra anche il teatro. Appena iniziata la quarta ginnasio mi son messa a far teatro, e mi sembrava che al mondo non ci fosse cosa più naturale, per me.
Ora però me ne pento. Non del teatro, questo mai. Ma mi pento di non aver pensato alla musica, e di essermi limitata, negli anni, ad ascoltarla solamente, senza avere l’urgenza di suonarla.
Anche perché adesso, quando sento il nome Argerich e scopro che non si tratta di uno sciroppo per il catarro, ma di una pianista leggendaria, mi vergogno, sinceramente.
La verità è che io amo la musica classica; anche al liceo l’ho sempre ascoltata. Mi emoziona, mi travolge, ma non è mai un’emozione consapevole.

Se vedo un film so quel che c’è dietro: so cos’è il piano sequenza, e posso dirti che a me non piacciono i piani sequenza. So che Giuseppe Piccioni usa una fotografia troppo chiara, e se, come attrice protagonista, sceglie la Ceccarelli, con quella luce piatta la fa sembrare morta.
Se vedo un attore recitare so riconoscere il tocco, e dire senza esitare “Lo so, lo sento, questo ha fatto la Silvio D’Amico”, oppure “Teatro Stabile di Genova, senza ombra di dubbio”.
So che l’effetto notte, lente scura che si appoggia alla cinepresa per girare anche in pieno giorno scene ambientate in notturna, fa schifo, e per un occhio allenato è di facile sgamo.
L’emozione cinematografica mi fa sentire al sicuro, perché so quel che vedo e so quel che penso.

Quando si tratta di libri, poi, ti so dire perché per me è importante che siano edizioni Einaudi: perché è giusto onorare Cesare, quello che -come canta De Gregori- “perduto nella pioggia sta aspettando da sei ore il suo amore ballerina”, perché il Cesare della canzone è proprio lui, lui che scelse di morire in estate, in una Torino deserta, nell’albergo più vicino alla stazione, forse perché si era sempre sentito di passaggio, anche nella vita. Ed è giusto onorare Natalia, spedita al Confino con suo marito Leone, giustamente antifascista, e due figli piccoli.
Natalia e tutto quello che è per me. Cesare che amava le ciliegie e diceva avessero sapore di cielo.

Quando si tratta di Storia, che non solo è ciò che studio all’università, ma è anche da sempre il mio gioco preferito, ti posso snocciolare senza colpo ferire le mie date predilette, e spiegarti che mi emoziono come una cretina, e mentre studio, a volte, mi commuovo anche.
1215: Magna Charta. E’ la data che amo di più. E ti so dire in tre lingue chi era quell’indegno usurpatore che la firmò: Giovanni Senza Terre. John Lackland. Jean Sans Terres.
La cosa che mi emoziona di più è che, quando si fa la storia, non si sa mai quale data sarà importante e quale no. E allora è importante tutto, per me.

Della musica, invece, non so nulla. Non so spiegare perché la ami -perché io la amo, ma non la conosco- e non so nemmeno dire se ho diritto d’amarla, non conoscendola.
Quando Julia Roberts, in Pretty Woman, va all’opera per la prima volta, pur non capendoci niente, piange a dirotto e dice “Mi si sono attorcigliate le budella”.
Anch’io mi sento così. Non parlo di opera, ma di musica classica, semplicemente.
Poco tempo fa, al concerto di un celebre flautista, mi sentivo esattamente così: travolta dalla musica e terribilmente fuori luogo. Era bellissimo. E’ tutto bellissimo ed emozionante, quando si tratta di musica. E io, lui là sul palco, lo vedevo suonare e ne percepivo la felicità, ed ero travolta come da un fiume in piena.
La musica fa sobbalzare, e attorcigliare le budella, e ha una bellezza perfetta, che non è la bellezza per errore di cui parla Kundera, ma una bellezza fiera, senza tempo, una luce sempre in festa.
Posso però essere emozionata se non so come si fa la musica?
Posso dirti “E’ meraviglioso”, se non so spiegarti perché penso che sia meraviglioso?
Credo di no, credo di non averne diritto.
Penso che mi sentirò sempre come uno di quei servitori mandati alla Scala dalla nobiltà milanese, per esprimere agli imperatori d’Austria tutto il disprezzo di Milano in occasione della loro visita in città. Una sguattera analfabeta, ecco quel che sono. Una scimmia all’arena di Verona.

Mi torna in mente un discorso che facevo spesso con D, amico di cui ho già parlato, che studiava clarinetto e suonava la chitarra.
Io dicevo che, da piccola, pensavo che la musica vivesse DENTRO agli strumenti. Non era il musicista a suonare, era la musica che usciva da sola, chiamata dal musicista.
Lui mi diceva che in fondo avevo ragione, perché dentro ad uno strumento c’è già tutta la musica del mondo, e sta a chi lo suona saperla tirare fuori.
E io, ancora, gli chiedevo che ne sarebbe stato di tutta la musica che mai nessuno avrebbe saputo tirare fuori, e che sarebbe rimasta per sempre dentro agli strumenti.
Lui ci aveva pensato a lungo, un po’ perché al liceo riflettevamo intensamente anche sulle cose più piccole, e un po’ perché effettivamente era un problema non da poco, e un animo sensibile non poteva passare oltre facilmente.
Alla fine, in uno dei nostri soliti biglietti, mi scrisse così: “Io penso che la musica abbia un cuore grande. E penso che, quella che non sarà mai suonata, non se la prenderà per essere rimasta ignota”.

Ogni tanto mi tornano in mente quelle parole. Penso alla musica non suonata, ed anche alla musica che avrebbe potuto essere mia, e invece non lo sarà mai.
Quale strumento avrei suonato? Non so perché, ma ho sempre pensato che il mio strumento, se solo avessi imparato a suonare, sarebbe stato il pianoforte.
So che il mio piano se ne sta da qualche parte, magari qualcuno lo suona, ma non è la persona giusta. Penso che ci saremmo voluti bene, e che avrei saputo rispettarlo.
Penso che quella musica che io non suonerò mai ci sarà, comunque, per sempre. Penso che forse rimarrà ad aspettarmi, e un giorno si stancherà.
Penso che saremmo state più felici, se ci fossimo incontrate.

Tu sei bellezza perfetta, Musica.
Con affetto,
la tua Scimmia ignorante dell’arena di Verona.