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F. è stato uno dei capitoli recenti più imbarazzanti della mia vita.

Ventitré anni, un metro e novantatré centimetri d’altezza, cintura nera di karaté.

Se dovessi scrivere un breve prologo, potrei dire che io, d’estate, faccio la guida in una Fortezza, che è bellissima e sta appollaiata sulla Montagna Incantata. Siccome sulla Montagna Incantata non c’è molto da fare, di sera i giovini portano le loro chiappe nell’unico locale degno di questo nome, anche se in realtà è una catapecchia, certo carina, ma null’altro che quattro assi di legno tenute insieme da un paio di sputi e qualche bicchiere di tequila bum bum.

Io e alcuni miei cari colleghi, una volta finito il turno con orario continuatissimo alla Fortezza (10 del mattino – mezzanotte) ci rechiamo nel suddetto posto, per ritemprar le vecchie ossa, prima di tornare alla civiltà, ai nosti pagliericci, e al meritato riposo notturno.

E qui, proprio qui, nella catapecchia tenuta insieme dagli sputi e dalla tequila bum bum, in un locus amœnus a strapiombo su un crepaccio, vedo per la prima ed unica volta in vita mia F, studente di ingegneria e maestro di karatè. Cinque secondi.

Per cinque, brevissimi secondi, intercetto una faccia, due spalle, e un paio di occhiali.

Siccome io sono capace di sbarellare per un paio di occhiali (e se gli occhiali se ne stanno su una faccia carina è ancora peggio), rischio di andare a sbattere contro una delle travi che -insieme agli sputi- tengono su la catapecchia.

Dopodiché non lo vedo più. Sparito.

Faccia-spalle-occhiali s’è dileguato nella notte.

Però c’è un però.

Il però è il mio collega Principe di Galles, amico fraterno di un amico di Faccia-spalle-occhiali.

“Principe di Galles?”

“Sì?”

“E’ carino l’amico del tuo amico fraterno!”

“Quale amico del mio amico fraterno?”

“Quello con la faccia, le spalle e gli occhiali”

“Ah, F!”

“Si chiama F?”

“Sì! E così lo trovi carino eh?”

“Uh, sì, direi di sì”

“Bene bene”.

Senza sapere che con quelle parole sto firmando la mia condanna a morte per imbarazzo, annuisco e ingoio l’ultimo cubetto di ghiaccio semi sciolto nel mio bicchiere.

Qualche tempo dopo, al mare con la mia amica Ciaki, mi ritrovo con il telefonino in mano e uno scambio di sms in corso.

Dall’altro capo, ad un altro telefonino, dal cocuzzolo della Montagna Incantata, c’è F, ingegneria-karaté. Faccia-spalle-occhiali.

Io l’ho visto per cinque secondi, forse meno.

Lui non mi ha vista. Nemmeno per cinque secondi. Nemmeno niente, nemmeno mai.

Santo cielo. Caro F, io non sono sicura che rivedendoti potrei riconoscerti. Non sono nemmeno sicura di averti visto bene, in tutta sincerità.

Cara Ciaki, tu che sei mia amica da una vita, tu che sei qui al mare con me e che hai assistito all’arrivo della bomba via sms… Tu lo sai che mai e poi mai, per me, qualcosa potrà iniziare via sms, vero? Tu lo sai che io vorrei un bouquet di matite ben temperate, e manifesti grandezza A4 appesi nella stazione della metropolitana con su scritto “Où et quand?”, vero? Anche tu pensi che gli sms siano strumento di comunicazione utile, ma mai e poi mai vezzo da corteggiamento, vero?

Cara Francesca, tu che sei tu, quanto sei imbarazzata da uno a dieci?

E quanto ti fa sentire ridicola continuare questo balletto da 160 caratteri?

Tu, che nemmeno a quindici anni ti sognavi di pronunciare la parola messaggiare. Tu, che forse non sarai una sventola, ma di sicuro nemmeno un fondo di magazzino. Tu che sei un animo antico capitato in epoca moderna per chissà quale motivo, e non hai mai smesso di guardarti intorno inarcando le sopracciglia. Adesso le sopracciglia non riesci più ad abbassarle, dì la verità. E questi balletti, questi schermetti di cellulare che si riempiono di frasi insulse come “Quanti anni hai?” o “Che cosa studi?” o “Che musica ti piace?” ti fanno sentire talmente lontana da te stessa che quasi quasi faresti fagotto ed emigreresti in un’altra favola.

Nonostante tutto, e malgrado l’estraneità ai fatti che continui a proclamare, il balletto va avanti per un po’, anche se non ci si vede mai e nemmeno lo vorresti. E ogni tanto non riesci proprio a visualizzare la faccia con cui stai messaggiando, ma poi ti rendi conto di aver appena detto “messaggiando”, e allora daresti volentieri una testata contro il muro sillabando un flebile “Perché a me?”.

A me, caro F visto per cinque secondi nella catapecchia degli sputi, non interessa proprio niente nè dell’ingegneria nè del karatè.

Penso di non aver nulla a che spartire con uno a cui piacciono i Queen.

E se mi scrivi “GLI” al posto di “LI” io posso anche togliermi la giacca e sdraiarmi nella bara qui accanto, ché tanto tra poco morirò.

Ma l’imbarazzo non è mai abbastanza. E si sa che, quando arriva, deve arrivare in dosi massicce, perché altrimenti Zeus non avrebbe di che sbellicarsi, lassù.

Ammetto di essere forse un po’ pindarica. Ammetto che un metro e novantatré (precisiamo: l’altezza è stata appurata nelle conversazioni via sms di cui sopra, e non nei cinque secondi dal vivo) di spalle e occhiali e gentilezza non fanno schifo a nessuno, nemmeno all’animo antico con le sopracciglia perennemente inarcate.

Però insomma. Di qui a pensare che io sia innamorata di te ce ne passa.

E’ vero che quando ti ho visto stavo per andare a sbattere contro il muro, ma considera il fattore occhiali, e il fattore buio, e il fattore cinque secondi.

Se ti dichiari allarmato perché pensi che io abbia una seria cotta per te, io prima mi sbellico per qualche minuto e poi m’incazzo anche un po’, sai?

E poi, vedi, la grammatica è importante. Ed è vero che io rifuggo il messaggiare da corteggiamento perché lo trovo un po’ grottesco, però se non hai niente da dirti nemmeno in 160 caratteri, nemmeno una volta, forse marca un po’ male.

E allora era meglio se contro quel muro ci andavo a sbattere veramente, e il cellulare lo buttavo giù dal crepaccio. Perché ancora oggi, quando penso a questa parentesi, sento un po’ d’imbarazzo salire su e bofonchiarmi all’orecchio un “SANTO CIELO!” abbastanza stizzito.

Nonostante tutto, caro F, nonostante siano passati mesi dalla nostra parentesi imbarazzante, mi fa molto piacere sentirti oggi dopo un bel po’ di tempo, e sapere che sei diventato cintura nera secondo dan, anche se proprio non so che cosa voglia dire.

Penso che io e te s’era veramente mal assortiti, ma che tu sia una brava persona, un ragazzo che merita molto.

Non per me, questo proprio no.

Ma sei buono, probabilmente bello, senz’altro intelligente anche se in modo completamente diverso da me, e un giorno -ne sono certa- renderai felice una persona.

Porta con te il tuo secondo dan, e la tua gentilezza, e i tuoi “GLI” al posto dei “LI”: sono sicura che troverai chi saprà apprezzare, perché in te sicuramente c’è molto da apprezzare.

Quanto a me, sappi che rimarrò qui, con i miei improvvisi avvilimenti, e le mie felicità che arrivano come le piogge d’aprile decantate dalle Canterbury Tales.

Aspetterò l’aria che si fa festa, e i manifesti nella metropolitana, e un bouquet di matite regalato da chi non dovrà farsi spiegare perché.

Aspetterò un giovine che saprà rispondere all’idea di amore che mi son fatta in quarta elementare, quando in cartoleria vidi un cartoncino d’auguri bellissimo con una scritta argentata che diceva così:

Se qualcuno ruba un fiore per te, non sono io.

Io sono quello della luna“.