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Torino, interno giorno, qualche ora fa.
Sono inchiodata alla scrivania da stamattina, nello stoico tentativo di scrivere 900 battute per un giornale, senza -in verità- avere la benché minima idea originale.
Dovrei iniziare a studiare un manuale di storia del cinema, talmente spesso che per ora ha rimediato solo un posto come fermaporta (scherzo, massimo rispetto per codesto manuale).
Dovrei mettere il becco fuori casa e andare a fare la spesa -ho finito anche il dentifricio-, invece me ne sto qui davanti al pc, a mangiar Nutella a cucchiaiate direttamente dal barattolo, un po’ giù di morale.
Cerco di fare brainstorming, ma temo un mal di testa.
Basta: devo uscire. La spesa chiama. Il dentifricio mi salverà.

Esco agghindata secondo gli ultimi dettami della moda per spaventapasseri: pantajazz neri di vellutino e maglia con cerniera strozzacollo, giacchetta pied-de-poule bianca e nera che fa molto anni sessanta (e infatti, quando me lo fanno notare, copio una battuta della mia amica Meri e rispondo “E’ perché dopo mi aspettano al Piper”). Ai piedi, le mie fidate e intramontabili Camper (anche dette “Fino a giugno solo Camper”), che però, visto il pantajazz lunghezza Mister Bean, sembrano quegli scarponcini rialzati da vecchietto-che-ha-avuto-la-polio-in-tenera-età.

Cammino per il quartiere (per i torinesi o torinesofili specifico che si tratta di San Salvario, ottimo posto per farsi sgozzare a qualunque ora del giorno) chiedendomi se sia più o meno sconveniente uscire di casa limitandosi a buttarsi addosso giacca e scarpe, perché “Tanto devo solo andare a fare la spesa”, non tenendo in conto l’eventualità che possa incontrare: l’uomo della mia vita nel tragitto da qui al Dì per Dì / la mia vecchia compagna di liceo fashion che si aggira per la città come un falco nella chiara speranza  di beccarmi in flagranza di reato, cioè struccata e spettinata / un intervistatore del Tg Regionale che mi chieda che cosa ne penso della vittoria di Berlusconi.

Decido di continuare per la mia strada, fregandomene.
Forte delle parole del padre di Giuseppe (uno dei miei migliori amici), mi ripeto: “Tu hai il profilo nobile, devi contar su quello”, e cammino a testa alta, senza pensare al look da spaventapasseri.

Oltrepasso Porta Nuova, la stazione ricoperta di glassa rosa (come direbbe VeraMatta), infilo Via Roma e, anziché deviare subito verso il Dì per Dì Tristesse dietro Piazza Paleocapa, decido che ho bisogno del mio ricostituente naturale. Procedo a balzelli, canticchiando “I lost myself” (che poi sarebbe il ritornello di una canzone dei Fischerspooner) e mi dirigo spedita alla Feltrinelli. Si va a salutare i libri. E ad annusarli, e a sfogliarli anche un po’.

L’umore s’innalza e mi dice di andare a sbirciare il negozio delle scarpe di Mary Poppins, in via Gramsci. UAU, quante belle scarpine! Dimentica di avere ai piedi gli scarponcini poliomielitici, rimiro giuliva e beata un paio di ballerine verdi.
Poi, per completare l’opera “Tiriamoci su”, decido di spingermi fino a via dei Mille, dove regna sovrano il negozio delle mie borse. C’è da dire che io adoro le borse e ne posseggo svariate decine, ma poi finisco sempre per usare la stessa. Ebbene, la mia evergreen bag è stata comprata proprio qui, in tre versioni:  stoffa, velluto e pelle. Tutte e tre color verde bottiglia, e tutte e tre soprannominate con una variante dello stesso nome: Giulia, Giuliana e Giulietta.
Lì accanto c’è un favoloso negozio prémaman che metterebbe allegria anche a Re Erode, e riesce ad instillare un irrefrenabile desiderio di maternità in chiunque, persino uomo.

Dopo aver vagabondato per un po’ con il naso all’insù, bado al dovere e vado a comprare il mio dentifricio (motivo, tra l’altro, della mia sortita).
Ma Torino ha già avuto il suo magico effetto: vedo i pedoni che si allargano sul marciapiede e non voglio più urlare “Stronzo levati e smettila di tagliarmi la strada, che sto pure ascoltando Marilyn Manson qui sull’mp3 e potrei farti molto male”, ma anzi, cedo il passo con gioia, sorridendo alle vecchiette, ai passeggini, ai cani al guinzaglio. L’overdose di Nutella è solo un ricordo, e Torino ha compiuto la sua magia. In questa stagione farebbe saltare di gioia anche Lazzaro, quello dell’alzati e cammina. Da nessuna parte la primavera arriva come succede qui.

POST SCRIPTUM: a tal proposito, vorrei segnalare una vera perla. Trattasi del racconto che la mia amica VeraMatta ha scritto per il concorsino letterario di ViadellaViola. Ovviamente parla di Turin. Per leggerlo, basta fare un salto QUI.