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Volevo scrivere di certe cose, poi sono incappata in altro, ma cercherò di inizare dal principio senza perdermi nei miei soliti sensi unici.

C’è di bello che stasera la mia amica Giocagiò (per trovarla su Splinder citofonare VeraMatta) mi ha portata a mangiar sushi.
Io? A mangiar sushi? Mai stata. Ma Giocagiò adora il sushi. L’amico norvegese adora il sushi. Mio padre adora il sushi. A quanto pare è un’epidemia. Ho represso la schizzinosa piattola che alberga dentro di me, e ho colto la palla al balzo. Sushi? Certo, eccomi.

Così ho scoperto che il sushi è come New York.
Della Big Apple se ne fa un gran parlare, ma così tanto che la prima volta che ci metti piede ti sembra di esserci già stato. Ed è così anche per il sushi. Tutti ne parlano, e la prima volta che lo assaggi ti sembra di averlo già mangiato.

Le nostre serate sono sempre piacevolerrime, anche se le cose da raccontarsi sono mille e il tempo è tiranno.

Me ne tornavo dunque sui miei passi, dopo aver salutato Giocagiò, quando sono stata telefonicamente raggiunta da una notizia riguardante l’amorfù.

Una donzella che non conosco, il cui nome starebbe bene solo in un film di Hitchcock, s’è presa il mio amorfù e ne ha fatto il suo amor d’oggi. Pare.

Non è gelosia, quella che s’insinua sottilmente sotto le unghie e i pensieri di questa notte dal cielo basso.
Non è rabbia, quella che attanaglia uno stomaco che, per lui, da tempo non si attorciglia più.

Pensare però che le mie mani, e i miei capelli -miei o suoi ora non ha importanza, perché erano di entrambi- e tante altre cose che erano mie, sulla sua faccia e nella sua testa… Pensare, dicevo, che ora possano essere di qualcun’altra… Fa un po’ male, qui in un punto preciso che credevo ormai sepolto in qualche cassetto di fondo della mia persona.

Sono contenta che tu sia felice, amorfù bello e ormai da tempo dimenticato.

Ma se ora potessi avere davanti a me quella stronza, anche se non so che faccia abbia, sta pure sicuro che le darei due sberle molto sentite.

Bene. S’è fatto tardi. Non riesco nemmeno a scrivere come vorrei, un po’ decentemente.
Andrò a vomitar bile tra le braccia di Morfeo, sia mai che, magari, mi offra anche una camomilla.

E poi cercherò di stare allegra, e di pensare che questo weekend mi aspetta una due giorni a Milano con la mia amica Ciaki, e il Rolling Stone per un concerto come si deve, il fornaio scicchissimo di via Solferino, e un alberghetto che si chiama -giuro- “Delizia”.

P.S. Caro passante, non te ne andare. Vagabonda invece qui sotto, ché ci sono due post che han bisogno di te! Ringraziamenti vivissimi.

Peau de banane