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Nella primavera del 2003 avevo 17 anni e mezzo e il cuore spezzato (come già scrissi tempo addietro).
Passavo le ore di lezione, in quella fine di maggio, a scoppiare a piangere leggendo stralci di canzoni di Guccini.
I miei compagni di banco, che erano due ragazzi, tentavano di sedare la cosa come potevano: Nicolò mi passava sottobanco i fazzoletti e Alessandro mi faceva pat pat sulla spalla dicendo “Dai, sù”.
In tre, cercavamo di far passare la cosa inosservata. Poi però, un po’ perché non eravamo così bravi, e un po’ perché le compagne della fila davanti si giravano e prendevano parte alla pantomima consolatoria, se ne accorgeva la professoressa (e succedeva sempre durante le ore di filosofia, chissà perché) che, allarmata, mi chiedeva “Ma Francesca, che cosa succede? E’ la terza volta questa settimana…”
Alché, biascicando un timido “Scusi, è che sono preoccupata per la verifica di domani”, chiedevo di poter andare in bagno.
Non facevo più i compiti, nemmeno d’inglese, materia in cui avevo 10 in pagella sin dalla quarta ginnasio, e che quell’anno precipitò ad un 8.

Nell’estate del 2003 avevo 17 anni e mezzo e un tot, e il cuore sempre spezzato.
Passai quei mesi a scrivere e ricevere lettere con aloni di lacrime, a guardare una luna che si faceva sempre più arancione, ad ascoltare canzoni di un tizio che si chiamava Pacifico, ad andare in bicicletta con un drappello di amiche e a chiudermi in casa il più possibile, finché mio padre, a tradimento, mi portò in Grecia.

Nell’autunno del 2003 avevo 17 anni quasi 18, e il cuore che rompeva ancora un po’ i coglioni.
Mi commuovevo per ogni cosa: guardavo le repliche di Dawson’s Creek bevendo caffè e singhiozzando come un vitello. Guardavo anche Titanic in videocassetta.

La sera di Capodanno del 2003 avevo 18 anni un mese e qualche giorno, e al cuore, francamente, cercavo di pensarci il meno possibile, anche se quando ci pensavo non era il massimo.
Festeggiavo in una baita in montagna con i miei compagni di liceo e altra gente.
Ubriachi di un’ubriacatura allegrissima fino alla mezzanotte, dal primo minuto dell’anno nuovo fummo tutti presi in contropiede dalla temibile ciucca triste.
Un amico del fidanzato di una mia amica piangeva e fumava, fumava e piangeva, e intanto mi spiegava il perché dei suoi patimenti.
I miei compagni raccontano che gli presi di mano la sigaretta (una sigaretta? Io?) e feci un tiro con molta nonchalance, per poi sentenziare: “E’ solo una puttana”.
Non si è mai capito di chi stessi parlando.

In quell’infausto 2003 discussi più volte con un ragazzo, che chiamerò X (non è quello della sigaretta). X soffriva molto per una ragazza di nome V, e spesso diceva “Io mi ammazzo, adesso mi ammazzo, la faccio proprio finita. Mi faccio prendere sotto da un tram. Accendo il gas e poi sto lì a respirare”.

Ora. Per quanto io fossi malconcia (e lo ero, perché guardavo Titanic in videocassetta e singhiozzavo davanti a Dawson’s Creek), me ne uscivo da queste conversazioni sempre piuttosto basìta, e anche un po’ scioccata.
Facendo tesoro delle parole che il mio compagno delle medie Stefano D. usava quando sentiva la sirena di un’ambulanza, mi dicevo: “C’è sempre qualcuno che sta peggio di noi”.

Ma soprattutto mi chiedevo: COME SI FA?
A voler schiattare, intendo. Sotto un tram, accendo il gas, io mi ammazzo. Ma ti ammazzi de che?
Questo non significa che io, come la Chiesa, condanni il suicidio e lo consideri peccato, perché penso che la gente abbia il diritto di farsi i fattacci suoi, e se uno si vuole ammazzare, che s’ammazzi e non rompa le palle (come invece fa Alain Delon, che dichiara di volersi far fuori ad ogni cambio di stagione, ma intanto è ancora lì).

Ma la cosa ha un senso? Ti vuoi ammazzare.
Ma non vuoi sapere come va a finire? Come va a finire la tua vita, che ne sarà dei tuoi giorni? Non sei curioso di sapere quale sarà la prossima svolta su questo sentiero, e di vedere se anche per te c’è un tesoro in fondo al bosco?

Io preferisco avere fiducia. Pensare che la strada non è semplice, ma che si può sempre cambiare andatura o cambiare rotta. Preferisco credere che può non andare bene una volta, ma che la prossima andrà meglio. Preferisco stare a vedere se i miei sogni si realizzeranno, e quali, e quanti, e se saranno belli come li avevo sognati. Perché un giorno Gramellini ha detto che i sogni ti vengono a cercare anche quando tu hai smesso di sognarli, e io di lui mi fido ciecamente.
E poi Gianmaria Testa dice chiaro e tondo che non bisogna smettere di sperare, quando canta che “il vecchio venditore di sorrisi è partito da qualche giorno, non ha lasciato recapiti, non ha gridato Ritorno. Ed anche la neve, sciogliendosi, ha scoperto la strada più nera. Ma i miei occhi ti guardano e dicono: Domani tornerà primavera”.
E soprattutto c’è Amanda, personaggio di quel film bellissimo di Davide Ferrario che s’intitola Dopo mezzanotte, a cui la voce narrante dedica una frase che dice così: “Amanda teme che il suo orizzonte non si schioderà mai da lì. Ma dimentica che le storie non le scrivono i personaggi”.

Ecco, secondo me bisogna continuare a percorrere il sentiero nel bosco, se serve ogni tanto sedersi su un masso e consultare la cartina, sapendo però che c’è sempre un amico pronto ad arrivare con la sua bussola, quando la nostra non segna più il nord, e magari a portarci anche un Duplo. E poi bisogna proseguire, e farsi furbi, e pensare che la prossima svolta, cavoli, potrebbe anche essere quella giusta.
Perché le storie non le scrivono i personaggi.
E di leggere il finale ne vale sempre la pena.

Qualche giorno fa, da lontano, ho rivisto quel ragazzo che voleva finire sotto un tram.
In effetti, come Alain Delon, anche lui è ancora qui.
Lo guardavo camminare dall’altra parte della strada, senza riconoscermi, e intanto pensavo che io non potrei mai dire e credere, come diceva lui, che mi ammazzerò.
Io starò qui fino ai titoli di coda, perché voglio davvero sapere come va a finire.
Anche solo per curiosità, maledizione.